Come citare questo articolo: , Sulle orme di Arnaldo Calori nel Carso, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 1 (2017), art. nr. 20, pp. 165-180, []. http://rivista.clionet.it/bollini-sulle-orme-di-arnaldo-calori-nel-carso. Ultimo accesso 16-12-2017.

La guerra e la sofferenza umana che da essa scaturisce lascia tracce indelebili nei luoghi in cui viene vissuta. Per chi, consapevole di un avvenimento storico verificatosi in un determinato ambiente, percorre con occhio critico e con l’orecchio teso le orme degli uomini che hanno combattuto, vissuto e sofferto, anche un’escursione, un trekking, una scampagnata fuori porta può trasformarsi in un’esperienza molto significativa.

Le guerre del ’900, del resto, hanno lasciato nella terra su cui si sono scatenate ferite profonde. Sono tanti i fattori, gli agenti che contribuiscono a vulnerare il paesaggio e a violentare la natura: lo scavo di trincee e camminamenti per ricoverare i soldati e “proteggerli” dall’occhio indiscreto del nemico e dalle granate e dalle pallottole, l’apertura di nuove strade, mulattiere, ferrovie per rifornire questi uomini in linea di cibo, armi e munizioni e per alimentare le enormi bocche da fuoco figlie della moderna industria di guerra ma soprattutto la violenza e la forza distruttrice delle armi moderne che con i loro “morsi” livellano il terreno, rivoltano la pietre, sradicano gli alberi e abbrutiscono tutto.

Le “ferite della terra”: così le definiva Mario Spinella in un suo pezzo sulla rivista “Il Piccolo Hans” dell’estate del 1992[1]. Lui che dapprima, giovane turista, frequentò l’anfiteatro della zona del passo Falzarego, vedendo

traforate le pareti della montagna da mille buche, dilabrate, come da una sanie, da trincee, camminamenti, ridotti. […] Sugli spiazzi antistanti, spezzoni di granate, di shrapnels, di proiettili, e resti consunti di uniformi, qua e là un residuo di ossa, di uomini o di muli, sfuggite, o tralasciate, da chi aveva raccolto il grosso per accumularlo, più lontano, negli ossari comuni. Noi due, e gli altri visitatori, ci aggiravamo muti […]. Nello scendere ci voltammo spesso, con un senso di angoscia, verso lo scempio di quelle montagne, il tradimento compiuto a quella che era stata, non molto tempo prima, la loro intatta, solitaria, bellezza.

Rivide lo stesso effetto della guerra e del passaggio dell’uomo in Russia, da sottufficiale dell’ARMIR. Su tutte un’immagine: la ferrovia che alimentava come un mantice il divampare della linea del fuoco.

Lungo la linea ferroviaria, ovunque attraversasse il fitto dei molti boschi, i tedeschi, per attenuare il rischio degli attacchi partigiani, avevano divelto, per una decina di metri da ambo i lati, le piante. Ne rimanevano in superficie, quasi raso terra, i ceppi dei tronchi, ancora qua e là – era di nuovo un’estate afosa – stillanti di umori, di resine. Nel verde compatto della distesa di abeti, di larici, la ferrovia appariva, così slargata la sua area, una piaga insanabile, una violenza compiuta, ancora una volta, al silenzio, alla incantata solitudine, di una natura viva di mille fremiti, dei voli degli uccelli, della mobile trama degli insetti, dei loro ronzii, dei colori, delle lame di luce che si facevano strada tra il verde fitto dei rami. Prima ancora che invasori, portatori di morte, di un Paese remoto dal nostro, delle sue genti, avvertivamo il disagio di quella distruzione, motivata eppure inconsulta, che ci veniva incontro, chilometro dopo chilometro, per giorni e giorni del viaggio.

Le ferite della terra oggi sono meta di turismo: il turismo di guerra, o forse è meglio dire di pace. Ove il “campo di battaglia” non è stato inglobato dall’urbanizzazione, spesso la voce, l’urlo degli uomini che lì hanno sofferto e sono morti è ancora percepibile.

Un “campo di battaglia” altamente parlante è senza dubbio il Carso triestino e goriziano, che vide impegnato per lunghi mesi il Regio Esercito, fra il maggio 1915 e l’ottobre 1917, nel tentativo di forzare le linee di difesa austro-ungariche da tempo predisposte in vista del proditorio attacco italiano verso Trieste, l’obiettivo tanto sventolato dalla propaganda, dagli interventisti e dai nazionalisti. Se dunque i luoghi contengono storia, certamente il Carso è portatore di tante storie che ancora oggi, come un flebile richiamo, aspettano di essere riascoltate e ricordate.

Le foto d’epoca del Carso, Il mio Carso di Scipio Slataper, ci ripropongono un ambiente ben diverso da quello che ci appare oggi. Era in particolare luogo di pastorizia e di un po’ di agricoltura: qualche vigna, che vede però come suo ambiente ideale il non lontano Collio, la fascia di terreno subito a ovest di Gorizia, al di là dell’Isonzo, terreno delle stesse battaglie. Non ci sono riserve idriche sul Carso. I due piccoli laghi di Doberdò e di Pietrarossa, poco a nord di Monfalcone, alle primissime pendici del gradone dell’altopiano carsico, sono laghi “fantasma”, a volte ricchi di acqua, a volte più simili a dei prati, incredibilmente asciutti. Questi laghi hanno la particolarità di non essere alimentati da fiumi immissari ma dalle falde sotterranee che dipendono a loro volta dalla quantità delle precipitazioni atmosferiche. Quello che oggi ci appare come un vero e proprio groviglio di vegetazione caduca, di rovi e di sterpi, un tempo di presentava con un aspetto brullo. Le piante venivano presto abbattute per alimentare le stufe e i camini delle case contadine o per strappare ancora un pezzo in più di terreno per i pascoli e le colture. I muretti a secco delimitavano le proprietà e i sentieri erano le vie di passaggio della transumanza delle greggi. Un luogo inospitale ma comunque vitale, dove tante famiglie conducevano una vita semplice ma dignitosa, una vita di altri tempi.

La guerra desertificò ulteriormente questo paesaggio, spazzandolo in lungo e in largo con le artiglieria e inquinandolo con la permanenza prolungata di migliaia di uomini per quasi 30 mesi. La guerra di materiali invase questi luoghi e, ancora oggi, non li abbandona.

Soltanto parzialmente la vita operosa di un tempo è tornata sul Carso. Riconquistare e ristrappare fette di terreno per le attività agricole e per la pastorizia si è rivelata una sfida fin troppo ardua anche per le popolazioni autoctone abituate ad avere a che fare con l’asprezza di questi luoghi. La bonifica del terreno dallo “stupro” della guerra ancora oggi non è completata. Non è bastata l’opera dei recuperanti degli anni ’20 e ’30, alla ricerca di materiali bellici da rivendere a peso ai mediatori delle industrie dell’Italia fascista, affamata di materie prime (grezze o di riciclo che fossero). Il Carso ancora oggi “vomita” e “secerne” quello che un reduce chiamò, con una metafora molto efficace, «il mestruo della terra»[2], restituendo testimonianze della follia degli uomini. Basta, anche ai nostri giorni, allontanarsi di poco dai percorsi più battuti, seguire le tracce di qualche sentiero da taglialegna, per imbattersi, sul fondo di una dolina, in arruffate cataste di materiali rugginosi, filo spinato, scatolette di viveri, gavette schiacciate, lamiere contorte di vecchi ripari di fortuna dei soldati. La guerra di posizione che costringeva all’immobilità migliaia di soldati, 24 ore al giorno per interi mesi negli stessi posti, anfratti e trincee, comportava un consumo di materiali enorme. Le azioni più semplici dell’esistenza umana, i bisogni corporali di questa massa enorme di uomini, venivano compiuti ed espletati in pochi metri quadrati: vita, sopravvivenza e morte convivevano.

Si dà appieno senso ai versi di Veglia, la poesia di Ungaretti, soldato nel Carso con la brigata Brescia, scritta sul monte San Michele, bastione difensivo austriaco del Carso di Doberdò: 

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Cima Quattro il 23 dicembre 1915

L’uomo-soldato moderno rimarrà una presenza praticamente indelebile sul Carso anche dopo cento anni. La vita dei soldati era intrinsecamente legata alla natura del terreno e dell’ambiente stesso, un ambiente naturale unico nel suo genere caratterizzato dalle doline. Il nome deriva dalla parola dol che nella lingua slovena significa valle. Una dolina corrisponde perciò a una piccola valle, una conca chiusa di aspetto imbutiforme le cui dimensioni possono variare di molto fra loro e con un microclima del tutto particolare che porta la temperatura ad abbassarsi man mano che si scende verso il fondo; a volte due versanti della stessa dolina sono differenti tra loro. I due altopiani contigui di Doberdò e di Comeno, che furono teatro della guerra italo-austriaca, causa le loro superfici poco inclinate, sono caratterizzati al loro interno dalla presenza di centinaia di doline[3]. Queste doline assursero un ruolo importantissimo durante i mesi del conflitto. Sul loro fondo sorsero nuclei di baracche di svariata grandezza, a seconda dello spazio disponibile, cimiteri di guerra, cisterne, depositi, rifugi. Sulle pareti più o meno sdrucciolevoli degli imbuti pietrosi vennero scavate caverne, postazioni. Ogni dolina aveva un nome per distinguerla da un’altra e per facilitare l’orientamento dei reparti e dei portaordini; ad esempio: dolina bombarde o dolina bombardieri o perforatrice, ispirandosi per il nome ai reparti che vi prendevano posto, dolina rancio, per la presenza delle cucine, dolina Novara o Pallanza per le brigate che vi avevano trovato rifugio, dolina albero o alberello, per una caratteristica fisica della dolina, o addirittura dolina cimitero, per la presenza di una serie di sepolture; molte doline venivano intitolate a personaggi famosi o a ufficiali combattenti, come la dolina D’Annunzio, Dante o Petrarca, o la dolina Trombi, intitolata al generale Ferruccio Trombi comandante della brigata Livorno deceduto a Oslavia nel 1915, o venivano intitolate a località italiane, forse con un po’ di nostalgia, come la dolina Frascati, o la dolina Aniene, altre invece venivano dedicate a una ragazza lontana, come la dolina Gabriella, ma spesso il nome poteva essere anche casuale, dettato dalla routine di guerra, come la dolina chivalà; eloquente il nome della dolina mosconi, dovuto probabilmente dalla presenza dei fastidiosi insetti, attratti spesso dai cadaveri in decomposizione insepolti. Ovviamente altrettanto facevano gli austriaci battezzando queste piccole vallette nella maniere più fantasiosa. Racconta il reduce della brigata Ferrara Mario Puccini:

Le doline nemiche cambiano nome, una per una. Noi non sappiamo come gli austriaci le chiamassero e, del resto, è ben giusto che il conquistatore dia la sua impronta ai luoghi su cui mette piede[4].

Rimane comunque una traccia indelebile del “mondo” delle doline nella ricca memorialistica di guerra. Oggi questi muti imbuti hanno perso la propria importanza, e solo pochi profondi conoscitori del terreno o residenti locali ricordano i loro nomi. Un’epopea significativa ma di breve durata, che oggi rivive solo nelle mappe d’epoca.

 

Il Carso di Comeno: il dedalo inestricabile dell’inferno di pietra

Il Carso su cui si dipana l’itinerario che a breve verrà descritto è quello detto “di Comeno”. Si tratta dell’altopiano che ha origine dal cosiddetto “Vallone”, la fenditura del terreno che lo separa dall’altopiano di Doberdò, il primo terreno carsico che i soldati italiani si trovarono ad affrontare fin dai primi giorni di guerra.

Oltrepassato il Carso di Doberdò, che venne aggredito inutilmente per oltre 12 mesi di guerra, dal maggio 1915 all’agosto 1916 e lasciatesi alle spalle le contese quote del monte San Michele, del monte Sei Busi, monte Cosich, monte Debeli, gli abitati fantasma di San Martino che Ungaretti ha reso famosa con la sua poesia, i soldati italiani si trovarono di fronte a un nuovo possente ostacolo da scavalcare.

Già verso la fine della sesta offensiva dell’Isonzo, le truppe italiane erano entrate in contatto con le nuove linee fortificate austriache. Breve era stata l’illusione per i vittoriosi soldati italiani che la discesa dalle martoriate quote del monte San Michele verso il solco del vallone carsico, che oggi coincide con la statale 55 che collega Gorizia al mare, potesse essere inarrestabile.

Mentre sull’altopiano di Doberdò, tra il 1915 e il 1916, dal monte San Michele alle colline di Monfalcone, si combattevano le prime cinque battaglie dell’Isonzo, ad est del Vallone gli austriaci avevano proseguito febbrilmente i lavori di fortificazione dell’altopiano di Comeno. Grazie a questa oculata scelta tattica, nonostante i ripiegamenti imposti dagli sfondamenti del Regio Esercito, gli austro-ungheresi poterono assestarsi su una serie di linee difensive retrostanti già predisposte tra il Vipacco e la costa adriatica, con andamento nord-sud. Per ottenere questo risultato numerosi genieri, soldati prigionieri di guerra, avevano scavato fornelli da mina, spaccato macigni, sgombrato pietrame per dar vita a questo complesso sistema difensivo, articolato su linee multiple di trinceramenti, caverne, capisaldi e camminamenti[5].

Lo spalto orientale del Vallone appariva ai loro occhi ancora quasi incontaminato, come era apparso più di un anno prima il primo gradone carsico ai primi soldati italiani che vi si erano avvicinati, provenienti dai confini. La bassa e intricata vegetazione carsica invece celava opere difensive già approntate. Dietro a una prima linea avanzata, chiamata “linea A”, che correva all’incirca proprio sui rilievi a picco sul solco del vallone, esisteva appena cento metri più a est una seconda linea chiamata dagli austriaci la Hundertmeterlinie (per l’appunto la linea dei cento metri), a supporto della prima linea.

Mentre si raccoglievano le informazioni sul nuovo fronte in vista dell’offensiva del settembre 1916, gli osservatori italiani rilevarono l’esistenza di un ulteriore sistema difensivo alcuni chilometri più a est, verso il paese di Kostanjevica e la quota 464[6]. Il nuovo campo di battaglia si chiamava: Veliki Hrib, Pecinka, Pecina, Volkovnjak, Nova Vas, Nad Bregom, Quota 208 nord e sud… Nell’arco di tre offensive il sistema difensivo avversario si rivelò un camaleonte capace di adattarsi al mondo di roccia dell’altipiano, assumendo le vesti più diverse. Linee di muretti o solchi appena abbozzati, conquistati dopo sanguinose battaglie, erano spesso solo il preludio di fortificazioni campali in piena regola, mentre le conche delle doline svolgevano il compito sia di rivellini avanzati nella terra di nessuno sia di rifugio per i presidi alle spalle della linea di combattimento. Paesi fantasma, ridotti a distese di macerie, si rianimavano all’improvviso con i loro nidi di mitragliatrice come istrici impazzite[7]. Una ben significativa descrizione di questo terreno viene fornita dalla Relazione Ufficiale italiana:

Il Carso, ad oriente del Vallone, accentua le proprie caratteristiche: panorama monotono e quasi privo di punti di riferimento; suolo brullo, pietroso, arido, soltanto qua e là coperto da rade macchie boscose; superficie mossa da numerosissime doline e rotta da profonde buche, intersecate da una fittissima rete di muretti a secco, costruiti per disciplinare le acque di dilavamento e creare piccoli appezzamenti coltivabili generalmente nel fondo delle doline. In quei muretti gli austriaci trovavano già pronti gli elementi per organizzare rapidamente robuste linee di trinceramenti e per costruire una compartimentazione che, mentre permetteva alla difensiva la più tenace resistenza, spezzava la compagine delle formazioni di attacco, scrollava la coesione dei reparti, deviava, rallentava, imbrigliava l’impulso dell’assalto. Le doline e le grotte erano altrettanti preziosi ricoveri per le riserve, a immediata vicinanza delle prime linee[8].

Anche un organo ufficiale quale la Relazione Ufficiale italiana non può che riconoscere la perfida natura del terreno del campo di battaglia e i grandi sforzi richiesti ai disgraziati fanti italiani. Si trattava di un vero e proprio dedalo inestricabile, che spesso farà perdere l’orientamento a soldati e ufficiali. Venne realizzata una segnaletica militare fatta di cartelli e incisioni sui massi per indicare a portaordini, gruppi di soldati e addirittura interi reparti la direzione da prendere. Sbagliare camminamento, entrare nella dolina sbagliata poteva costare molto caro… Sono estremamente significative due episodi riportati dal reduce del Carso Arturo Stanghellini, ufficiale della brigata Pinerolo, nel suo magnifico libro Introduzione alla vita mediocre. Racconta Stanghellini:

Un bel giorno in un prato Sua Altezza Reale il Duca d’Aosta ci tratta nientemeno che da valorosi perché avevamo brillantemente pugnato sotto il Pecinka! Valorosi, non discuto, ma anche ignoranti; non permetto che se ne discuta. Il Pecinka! (Scusa un po’, come hai detto? Il Pe… Il Pe… Il Pecinka. Ah, si chiamava il Pecinka? Lo sapevi tu? Neanche io. Bisogna scriverlo a casa.) Quelli del 14° impararono che erano stati sotto il Veliki Hribak. Ma avanti ad imparare a scriverlo!

Ancora più amara la considerazione fatta da Stanghellini a proposito dell’attacco del 16 agosto 1916, quando si vide recapitare da un portaordini un biglietto proveniente da un suo collega che chiedeva con ansia:

«Mi sai dire dov’è Lokvica? Alle 11.00 dovrei averla occupata e non so nemmeno dov’è!» Allora mi piegai verso l’uomo che aspettava accoccolato: «Ditegli che quel paese non l’ho mai, dico mai, sentito rammentare. Hai capito? Mai sentito rammentare!» […] Buia era la notte, buio era il Vallone, buia la nostra ignoranza. Ci portavano per mano come bambini per una strada grigia, in un mondo vergine. Ogni passo era nell’ignoto, verso l’ignoto[9].

Fu su questo terreno che si consumarono ben tre offensive, le famose “spallate”, atte a scardinare il precario, agli occhi di Cadorna, schieramento austriaco. Spallate che avrebbero definitivamente abbattuto la pericolante porta per Trieste, dando una svolta decisiva alla guerra italiana. Amara illusione. Se mai poteva, questo “nuovo” Carso era ancora più terribile di quello ormai alle spalle dei soldati italiani: le caratteristiche naturali e ambientali del Carso di Doberdò si acuivano ed estremizzavano in quello di Comeno. Prima fra tutta risaltava agli occhi una diversa altitudine di questo nuovo terreno. Se il Carso di Doberdò non sviluppava rilievi più alti di 270 metri, il Carso di Comeno arrivava a toccare i 464.

Se il terreno poteva dirsi quindi ancora più aspro di quello già conosciuto, ancora più terribili si sarebbero rivelate le battaglie e duri i sacrifici da compiere. Con la battaglia di Gorizia anche il Regio Esercito era entrato a tutti gli effetti nell’ottica di scatenare vere e proprie battaglie di materiali. Era passata tanta acqua sotto i ponti dai primi scellerati attacchi del 1915 al primo ciglione carsico, scoordinati, approssimativi, con collaborazione pressoché nulla fra artiglieria e fanteria. In particolar modo aveva cambiato il volto della battaglia l’avvento delle bombarde.

Cadorna confidava che sarebbe stato il Carso lo scacchiere su cui giocare la partita decisiva. Inoltre, si sperava, la forza d’attrazione di Trieste avrebbe rafforzato e moltiplicato le energie di comandanti e soldati, così come era successo per Gorizia. In più il grande fossato, il Vallone, è già stato valicato[10]. Ben presto però l’entusiasmo che il Comando Supremo pensava di aver individuato fra le truppe, se mai vi fosse realmente stato, si tramutò in frustrazione. Gli sbandierati obiettivi delle offensive erano brulle colline pietrose, ruderi di paesi fantasma. Il soldato faceva fatica a intuire i disegni tattici, ma capiva bene che ormai la propria vita valeva meno dei muri smozzicati di piccoli agglomerati di casupole da contadini e pastori.

Ecco Oppacchiasella – racconta Mario Puccini, reduce del Carso – diroccata, contorta, mangiata dentro e fuori dagli scoppi delle granate. Quando vedemmo, tanti mesi fa, il suo nome sulla carta, si pensò a un paesino, lucido, gaio, soleggiato: con donne che si sporgessero ridendo dagli usci, belle, giovani, tutte per noi. Ma quando fu raggiunta nelle giornate di agosto, invano, attraverso le occhiaie delle sue finestre e dei suoi usci, si cercò una persona viva. – Che paese è mai questo? – chiedevano i fanti. Nessuno sapeva dirlo. […] Ma, dietro Oppacchiasella, aveva cominciato d’un tratto a solfeggiare la mitragliatrice. […] I suoi mattoni, sotto gli scoppi, sprizzavano in alto, per ricadere, micidiali, sulle truppe italiane ricoverate nelle doline[11].

Questi paesi erano gli ambiziosi obiettivi delle offensive italiane! Per l’attacco i comandi italiani puntarono nuovamente sugli stessi corpi d’armata già utilizzati sul terreno carsico, credendo di sfruttare così l’entusiasmo della vittoria nella sesta battaglia dell’Isonzo, andando invece a provare ulteriormente gli stessi reparti di sempre, che invece avrebbero meritato lunghi turni di riposo e un nuovo settore rispetto alle brulle pietraie carsiche. Brigata Ferrara, brigata Brescia, brigata Pisa, brigata Regina, brigata Pinerolo. Nomi ricorrenti, stessi reparti, stessi uomini, consumatisi già in quella maledetta guerra carsica, fra fango appiccicoso e trincee allagate in inverno, insetti e parassiti, caldo, arsura e mancanza d’acqua in estate. Si trattava dei soldati dell’XI, XIII e VII corpo d’armata, veterani del Carso. Ad aspettarli appiattati nelle nuove linee difensive gli avversari di mille battaglie. Si apriva una fase decisiva della guerra sul fronte italiano.

 

Arnaldo Calori, un “aedo” nostrano della guerra sul Carso

Fra i “cantori” della guerra del Carso si annovera anche Arnaldo Calori, un semisconosciuto autore di origine bolognese. Nato la vigilia di Natale del 1892, giovane neoassunto presso la marina mercantile del porto di Genova, interventista, si trovò nel 1915 richiamato al fronte. Il suo titolo di studi lo portò ben presto a partecipare a uno di quei rapidi corsi per ufficiali atti a sopperire alla grande mancanza di militari di mestiere falcidiati durante i primi mesi del conflitto. Durante le prime fasi del conflitto sul fronte italo-austriaco gli ufficiali del Regio Esercito italiano, caratterizzati da un’uniforme diversa da quella della truppa e, sempre in testa ai propri uomini, spesso con la sciabola sguainata, si erano rivelati degli ottimi bersagli per i tiratori austriaci che ne avevano abbattuti in quantità, lasciando il “gregge” di soldati senza il loro “cane pastore”, allo sbando nella terra di nessuno. Calori divenne così prontamente sottotenente del 74° reggimento fanteria della brigata Lombardia, un reparto dal curriculum bellico davvero poco invidiabile per la durezza dei settori presidiati e per il numero delle perdite. Con le mostrine bianco azzurre del 74° Calori rimarrà dall’agosto 1916 all’ottobre 1917. In questi mesi un solo panorama all’orizzonte, un solo fronte presidiato: Carso, Carso, Carso.

Rimasto miracolosamente incolume, senza ferite, dalla sua esperienza di guerra carsica, fu richiamato a Ravenna per prendere comando di tre dragamine per la difesa navale di Porto Corsini. Fu così che Calori non partecipò alle tragiche fasi della ritirata dal fronte isontino in seguito allo sfondamento austro-tedesco delle linee italiane in quella che viene ricordata come la battaglia di Caporetto.

Quindici mesi di guerra sul Carso per Arnaldo Calori furono un’esperienza indelebile per il resto della vita. Come molti reduci che ne avevano la capacità in un’Italia con un tasso di alfabetizzazione ancora bassissimo convogliò nel dopoguerra i suoi ricordi di vita di guerra in un libro. Dato alle stampe nel 1933 con l’editore Sterm di Ravenna, il libro prese il titolo di L’ora K dal nome di uno dei capitoli che racconta l’assalto a monte Pecinka del novembre 1916, e fu pubblicato in due edizioni. Il libro di Calori ha una caratteristica intrinseca proprio nella forma narrativa: non si tratta di un diario cronologico ma di una raccolta di racconti. A ogni capitolo è dedicato un singolo episodio: il racconto di un ricordo legato a un oggetto, un soldato, un attacco, un avvenimento doloroso o bizzarro. Nei racconti si alternano una tempesta di emozioni a rispecchiare la vera identità del soldato in trincea che non viveva soltanto i momenti terribili della guerra e della morte. L’umanità, la voglia di vivere cercavano costantemente di fare breccia nell’abbrutimento, nella strage, anche nei momenti peggiori. «Tu lo sai, qualche volta in guerra abbiamo anche cantato…» queste le parole che Emilio Lussu disse in confidenza a Mario Rigoni Stern alla prima di Uomini contro che videro l’uno a fianco all’altro. Parole che suonarono come una critica verso il film di Francesco Rosi liberamente ispirato a Un anno sull’altipiano che aveva caratterizzato la sua pellicola solo e unicamente sugli aspetti tragici della guerra, esasperandone i toni.

Calori con il suo libro non fa altro che riproporre quanto anche Lussu confermava all’amico Rigoni Stern. A fianco di capitoli che trasportano il lettore fra le riarse pietraie carsiche, fra gli uomini impazziti dalla sete, testimoni dello sconosciuto eroismo di chi faceva centinaia di metri di corsa sotto il fuoco solo per portare una borraccia d’acqua in trincea, ci sono anche racconti di momenti spensierati, di siparietti comici, piccoli affreschi di una realtà ben più variopinta del grigiore triste che la guerra le imponeva.

Nelle parole di Calori rivivono e si rivedono volti di uomini ormai dimenticati: il soldato Duilio Merli di Coronella, medaglia d’oro al valor militare, il pugliese soldato Domenico Di Rutigliano, accusato di diserzione, il capitano Cesario Mummolo, il capitano Nicolò Sciambra e il terribile maggiore Michele Wild. Il tutto, comunque, sotto un unico comune denominatore: il Carso, terribile presenza, quasi viva, di tantissimi racconti di reduci, Calori, ovviamente, compreso.

 

La riedizione de “L’ora K”

A ottobre 2016 L’ora K ha rivisto la luce con una riedizione ampliata rispetto alle due curate direttamente dall’autore nel 1933, volutamente scarne e prive di note, immagini e apparati biografici per mettere al centro il testo. La volontà di riproporre al pubblico un libro come questo è duplice. Innanzitutto salvaguardare un testo meritevole che al contrario sarebbe sempre più caduto nell’oblio ma c’è dell’altro. Il libro, ampliato con note, foto, percorsi escursionistici e appendici varie è veicolo di una sorta di campagna di crowdfunding: attraverso le offerte per il volume realizzare una raccolta fondi per il restauro di un monumento legato strettamente alla memoria storica emiliano-romagnola della Grande Guerra. Il manufatto oggetto di queste attenzioni è la grande lapide monumentale dedicata ai caduti della brigata Emilia (119° e 120° reggimento fanteria, con bacino di reclutamento in particolare i distretti di Bologna e Modena) posta all’interno del perimetro dell’ex cimitero di guerra Maurizio Piscicelli, in Slovenia presso il piccolo paese di Kamno, fra gli odierni comuni di Kobarid (Caporetto) e Tolmin (Tolmino). Con la costruzione dei grandi sacrari negli anni ’30, i piccoli (o meno piccoli) cimiteri di guerra costruiti a ridosso della linea del fuoco furono via via smantellati o più semplicemente abbandonati. Anche il cimitero di Kamno, costruito già nei primi mesi di guerra del 1915, e che aveva assunto nel primo dopoguerra il nome di Maurizio Piscicelli, tenente colonnello dei Lancieri di Aosta che cadde proprio nei pressi del cimitero durante le primissime e confuse fasi della battaglia di Caporetto il 24 ottobre 1917 comandando una disperata resistenza sul fondovalle Isonzo, non fece eccezione. Le salme dei soldati italiani che qui erano state seppellite furono traslate presso il sacrario di Caporetto: salme di fanti, alpini caduti sulla dorsale sovrastante dei monti Sleme, Mrzli e Vodil, una posizione che l’esercito italiano, in quasi tre anni di guerra, non riuscì mai a superare.

La lapide, così come l’intero cimitero, caddero man mano in rovina. Sparirono già nei primi anni del primo dopoguerra le lapidi delle singole sepolture, riutilizzate nelle costruzioni civili locali nel difficile tentativo di riciclare quanto la guerra aveva lasciato sul posto; il perimetro del vecchio camposanto con la sua forma quasi perfettamente regolare divenne un lotto di terreno per il pascolo, funzione che ancora oggi mantiene; sul lato a monte del cimitero rimangono, inghiottiti dalla vegetazione, i colombari, dove alcune bare vennero collocate in sepolture “a muro” quando a terra non vi fu più posto. Anche in questa ristretta area di terreno, così semplice da trovare, a fianco della statale, come sui sentieri del Carso, la vegetazione è tornata prepotente, come per vendicare uno sgarbo, a celare quanto la guerra e la furia violenta degli uomini aveva causato: ferite della terra, trincee, camminamenti, camposanti…

Un luogo che ancora oggi, seppure parzialmente nascosto, lascia trasparire un profondo grido di dolore che riecheggia da oltre cento anni. “Pezzo forte” di questa traccia della Grande Guerra è senza dubbio la grande lapide dedicata ai caduti della brigata Emilia che spicca ancora evidente con i suoi 4 metri di ampiezza e 2 e mezzo di altezza. Furono senz’altro mani sapienti a realizzare il monumento, mani di uomini di altri tempi, abituati al lavoro manuale e che, per il loro commilitoni caduti, realizzarono un vero e proprio piccolo capolavoro. Sulla grande lapide difatti è stato modellato con la malta un bassorilievo raffigurante un’allegoria: un cavallo alato, una figura maschile con falce, varie figure che suonano dei fiati e una serie di putti.

I cento anni d’età di questo manufatto iniziano a farsi sentire in tutto e per tutto, aiutati dall’incuria e da alcune scosse telluriche. Le crepe apertesi nella superfice modellata, di anno in anno, favorite dai cicli di gelo e disgelo dell’acqua accumulatasi fra i pertugi aperti, si sono sempre più allargate e approfondite. La salvaguardia del monumento è fortemente a rischio. Ed è per salvare questa memoria di pietra che è partita la raccolta fondi: riscoprire la memoria storica di un libro e degli avvenimenti storici in esso racchiusi e raccontati e con questo contribuire a preservare la memoria materiale, di pietra, imperitura, del monumento.

L’intero progetto di restauro, a cura del Comitato Memorie di pietra della Grande Guerra (https://memoriedipietragrandeguerra.wordpress.com), è stato affidato alle mani esperte di un team di restauratori bolognesi diplomati presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, ed è stato approvato dalla Sovrintendenza ai beni culturali sloveni.

 

Sulle orme di Arnaldo Calori: un itinerario alla scoperta di un Carso dimenticato

Ripercorrere oggi il Carso che ospitò la sublimazione più totale della guerra di materiali e di posizione della Grande Guerra sul fronte italiano non è così facile come possa sembrare. Il turismo storico anche qui ha visto lievitare il numero dei visitatori e dei fruitori dei sentieri. Sono per questo stati realizzati e curati vari itinerari, anche transfrontalieri, fra Italia e Slovenia, che ripercorrono vecchie mulattiere e strade militari, andandosi a intrecciare con camminamenti, trincee, sentieri da boscaioli o cacciatori. Sono molti i manufatti nascosti che aspettano solo di essere scoperti: cippi, alcuni ben tenuti altri sbreccati e dimenticati, lapidi, monumenti.

Il Carso de L’ora K si trova nella parte settentrionale dell’altopiano di Comeno, a nord della statale che collega Opatje Selo, la vecchia Oppacchiasella, con Kostanjevica Na Krasu, un tempo italianizzato in Castagnevizza. Gran parte delle vicende raccontate nelle pagine del libro si svolgono fra l’agosto 1916 e l’ottobre 1917, nel periodo in cui la brigata Lombardia si trovò a dover combattere sul Carso. L’intera area in cui sono ambientati i racconti di Calori oggi si trova in Slovenia. Da quando il confine fra Italia e Slovenia non esiste più, se non formalmente, visitare queste zone è diventato molto più semplice e agevole. Le autorità turistiche slovene stanno col tempo sviluppando un’ampia rete di sentieri ben tenuti e segnalati per visitare i luoghi della Grande Guerra italo-austriaca. Nonostante questo è doveroso un’avvertenza da non dimenticare mai. Il Carso di Comeno è storicamente un’area geografica inospitale, brulla, priva d’acqua e scarsamente popolata. Ogni escursione deve quindi essere intrapresa con la massima prudenza e con le accortezze abituali degli escursionisti: evitare di intraprendere passeggiate da soli, prediligere passeggiate in gruppo, comunicare sempre a qualcuno la propria destinazione con dovizia di particolari, evitare imprudenze, non accendere per nessun motivo fuochi (la folta vegetazione del Carso propagherebbe in un attimo le fiamme con conseguenze gravissime) ed evitare di visitare cavità che si possono incontrare durante i percorsi (non sono oggetto di manutenzione e possono essere a rischio crollo).

Il periodo di visita più adatto per passeggiare sul Carso è sicuramente quello autunnale se non invernale. In primavera ed estate, sebbene nulla vieti di intraprendere queste passeggiate se adeguatamente vestiti e preparati, la rigogliosa vegetazione potrebbe impedire la visione dei sentieri, in particolar modo le “tracce di sentieri”, coprire i luoghi, i manufatti e le vestigia, e rendere quindi l’esperienza meno gratificante e completa. Per visitare il Carso non si può fare a meno di un abbigliamento adatto. Innanzitutto sono indispensabili scarponi da escursionismo robusti, alti fino alla caviglia e dotati di suola antiscivolo: la natura del terreno carsico è infida, ricca di buche, forre, doline, caverne, dislivelli nascosti fra il fogliame. Per quanto riguarda il vestiario, da adeguare a seconda delle stagioni, si consigliano comunque capi a manica lunga e pantaloni lunghi. È preferibile patire il caldo che subire le spiacevoli conseguenze di un “incontro ravvicinato” con i rovi o con le punture delle zecche.

Prima di cominciare con l’itinerario vero e proprio, con base di partenza l’abitato di Lokvica, si consiglia vivamente una veloce deviazione dal percorso principale proposto. Arrivati nella piazzetta centrale di Lokvica, si prende la strada sulla sinistra seguendo l’indicazione “Cerje”. Impossibile sbagliarsi: l’obiettivo di questa piccola deviazione è l’evidente torre che si staglia di fronte a noi. Il moderno monumento a forma di torre difensiva (si veda la foto di apertura dell'articolo) è stato costruito pochi anni fa, a simbolo della difesa del popolo sloveno contro gli occupatori che si sono avvicendati nel corso della storia, dalla Grande Guerra alla Resistenza contro il Fascismo, fino alla Seconda guerra mondiale e alla guerra d’indipendenza della Slovenia dalla Jugoslavia del 1991. La torre è costruita sulla vetta del monte Veliki Hrib, spesso noto anche come quota 343, pilastro della difesa austro-ungarica a seguito della sesta battaglia dell’Isonzo e conquistato dai soldati della brigata Toscana durante la nona battaglia dell’Isonzo, in contemporanea al Pecinka, dove operava invece la brigata Lombardia di Calori. Già solo dal grande piazzale della torre si gode di un panorama unico che permette di capire veramente l’importanza della vetta del Veliki come osservatorio, ma anche la fisionomia di gran parte del teatro delle battaglie dell’Isonzo. Se poi si sale sulla cima della torre, all’ultimo piano, sulla terrazza panoramica, lo sguardo può spaziare dalle Alpi Giulie al mare: la sottostante piana di Gorizia appare in tutta la sua grandezza e anche all’occhio di un profano di polemologia risulta ovvio come le truppe italiane, dopo la conquista della città, si fossero letteralmente cacciate in un vicolo cieco, sotto l’occhio vigile degli austriaci appostati sui rilievi a nord della città e sul Carso. Dirimpetto al Veliki, verso est, impossibile non notare due rilievi boscosi, più alti del Veliki: si tratta delle gobbe del monte Fajti, la principale ben distinguibile da una fila indiana di alberi sulla vetta. Verso sud si snoda il gibboso altopiano carsico: tutto un saliscendi di rilievi, ondulati, tra i quali spiccano le case dei paesini che a fatica furono attaccati e occupati dalle truppe italiane fra il 1916 e il 1917: Hudi Log, Nova Vas, Opatje Selo, Kostanjevica, Selo Na Krasu… Ripresa la macchina ci si diriga nuovamente verso Lokvica, da dove si è venuti.

 

Dal paese Lokvica ai monti Pecinka e Pecina, attraverso il campo di battaglia dell’autunno 1916

Il nostro percorso inizia tra le ultime due case a nord del paese. Accanto all’edificio dell’agriturismo “Marušič”, si imbocchi la strada sterrata sulla destra. Parcheggiata la vettura nello spiazzo in fondo alla strada accanto a un singolare monumento detto “Globus”, si deve prendere la carrareccia in salita che parte dal parcheggio passando alla destra di un tabellone con indicazioni turistiche sul percorso a cura del comune di Obcina Miren-Kostanjevica. Dopo circa dieci minuti di cammino, alla fine della salita, il sentiero sfocia su una grande carrareccia che va imboccata con direzione est, verso destra. Si sta ora seguendo letteralmente la direttiva di attacco delle truppe italiane che da qui muovevano verso il Pecina, il Pecinka, il Volkovnjak e il più lontano bastione del Fajti. Nomi sconosciuti, quasi impronunciabili, ma che all’epoca condivano frequentemente gli articoli di giornale e la relazione ufficiale italiana dei combattimenti. Guardando verso nord ci si sente letteralmente dominati dalla vetta del Veliki Hrib e la torre del Cerje. Si intuisce quindi come la presa di questa cima fosse fondamentale per il prosieguo degli attacchi ai rilievi circostanti. Non a caso, dopo la conquista del Veliki Hrib, lungo l’ex linea austriaca vennero installati vari osservatori d'artiglieria per permettere alle bocche da fuoco italiane di avere coordinate di tiro precise sui nuovi obiettivi da conquistare.

È a questo punto che sulla carrareccia che stiamo percorrendo saremo sovrastati da una linea di tralicci dell’elettricità. Fatti circa un centinaio di metri dalla linea elettrica (140 passi circa), sulla nostra destra, si staglia una bassa cima coronata da alcuni alberi. È il Pecinka, caduto in mano italiana nel novembre 1916 con l'ultima spallata autunnale. La conquista del Pecinka è ben vivida nei ricordi di Calori, che vi ambienterà il fondamentale capitolo L’ora K, che diede nome al suo libro. Durante questo scontro l’autore guadagnerà una medaglia di bronzo al valor militare.

Osservare oggi, anche se da lontano, questa collina, non dà certo l’idea di un baluardo imprendibile. La brulla vetta (se vetta si può chiamare) di questo rotondeggiante rilievo sembra più un anonimo cumulo di pietre che un caposaldo di una guerra lontana. Pochi metri quadrati di pietrame cento anni fa rappresentavano ben di più. Fu proprio sulla sella tra il Veliki Hrib e Pecinka, attraversata dalla carrareccia che stiamo percorrendo, che si materializzò lo sfondamento che permise agli soldati della brigata Lombardia e della 1a brigata bersaglieri di far cadere per aggiramento sia il Pecinka che il Pecina, causando così l’arretramento austriaco fino al Fajiti e Castagnevizza, l’ultima linea di difesa preparata per affrontare la marea sempre più prorompente degli assalti italiani.

Per visitare questo significativo esemplare di quota carsica bisogna imboccare sulla nostra destra un evidente sentiero che dopo una trentina di metri ci condurrà in un piccolo prato. Sulla nostra destra in basso ci imbatteremo in un cippo dedicato al volontario trentino Augusto Marzani. Sono molti, disseminati per tutto il fronte, i cippi in ricordo dei volontari trentini, sudditi austriaci, che caddero in combattimento con indosso la divisa italiana, posizionati nel primo dopoguerra dall’associazione Legione Trentina. La lapide di Augusto Marzani, capitano del 34° reggimento fanteria della brigata Livorno è una di queste.      

Il sentiero dopo una prima curva a sinistra, piega verso destra, costeggiando una grande dolina che apre la sua “bocca” alla nostra sinistra. Dopo poco l’evidente traccia di un camminamento a un certo punto, uscendo dalla dolina e puntando al Pecinka, ci taglierà la strada. Da qui, fatti una ventina di metri, dobbiamo abbandonare il sentiero, che tende a scendere, e imbocchiamo, verso destra, una traccia che ci porterà sulla cima del Pecinka. Tra gli sterpi e la vegetazione tipica del Carso presente sulla cima, notiamo un piccolo monumento sbrecciato dedicato ai Bersaglieri della 1a brigata che diedero l'assalto a queste colline desolate. Il monumento è ormai cadente e dimenticato, posto evidentemente nei primi anni del dopoguerra, come tanti altri, quando ancora il pellegrinaggio dei reduci era frequente e aveva mete ben precise.

Dalla cima del Pecinka, voltandoci verso est, verso il Fajti, notiamo un altro rilievo, praticamente gemello per altitudine a quello sui cui ci troviamo: il Pecina (q. 308), il vero e proprio “occhio” dell'altipiano di Loquizza. Rifacendo il percorso inverso rispetto all’andata di questa nostra deviazione verso il Pecinka, lasciandoci alla nostra sinistra il cippo dedicato al volontario Augusto Marzani, ci riallacciamo alla carrareccia che avevamo abbandonato.

Il nostro percorso continua sulla grande strada, direzione est, verso destra. Dopo circa 400 metri (560 passi circa) facciamo una seconda deviazione dall’itinerario principale, imboccando un altro visibile sentiero sulla nostra destra. Dopo breve cammino ci porterà, sulla nostra sinistra, all'interno della dolina dove si apre l'ingresso della grande caverna del Pecina. La caverna è chiusa da una porta di ferro, ma è visitabile previo accordo con i gestori dell'agriturismo “Marušič”, prospiciente al parcheggio dove abbiamo lasciato l’auto, al numero civico 25 di Lokvica, custodi delle chiavi di accesso alla cavità e promotori dei lavori di consolidamento e sistemazione del sito. Ben volentieri spesso fanno anche da guida alla visita della grotta, oggi messa in sicurezza e visitabile nella sua interezza.       

La caverna è di origine naturale e fu adattata dagli austriaci, maestri nello sfruttare con le loro squadre di genieri e zappatori i vantaggi dati dal terreno, a grande ricovero per le truppe. Una volta entrati si può solo intuire le ore di tensione vissute dalle centinaia di soldati occupanti la cavità durante gli incessanti bombardamenti italiani. La cima superiore del Pecina fu sconquassata più volte dalle granate: le esplosioni si ripercuotevano all’interno della grotta, con le loro vibrazioni che causavano la caduta continua di terra e schegge di roccia dalla volta superiore della caverna. Sebbene al sicuro, gli austriaci, si saranno sentiti più volte come topi in trappola all’interno del loro ricovero, con l’orecchio teso verso l’alto, nel tentativo di cogliere la diminuzione del ritmo del bombardamento, sintomo inevitabile dell’inizio dell’attacco delle fanterie. Veniva il momento del “Tutti ai propri posti! Tutti fuori!”, gli attimi frenetici in cui ogni uomo tentava di raggiungere le aperture verso l’esterno per posizionarsi nelle trincee di vetta, devastate dalla furia del bombardamento.

Si trattava di un assioma semplice, che spesso gli attaccanti stentavano a capire, sul Carso come sul fronte occidentale, dove i tedeschi avevano realizzato un complesso sistema di rifugi sotterranei sotto le proprie posizioni, gli “Stollen” per riparare le proprie truppe durante i lunghi bombardamenti preparatori degli alleati. Gli osservatori di artiglieria assicuravano di non vedere anima viva sulle posizioni battute. Ma, sistematicamente, queste si ripopolavano allo scoccare de “l’ora K”, il momento dell’“Avanti Savoia!”, emergendo dai rifugi e dalle grotte. Tanti assalti italiani, partiti con le migliori premesse, furono così fermati e soffocati nel sangue.

Caratteristica della grotta del Pecina è il profondo tunnel obliquo che custodiva il riflettore e che veniva trainato all'esterno di notte, mediante un sistema di carrucole e binari. Con la sua luce il riflettore del Pecina non diede pace per mesi alle truppe italiane del settore: per questo il Pecina prese il nome di “occhio” dell’altopiano di Lokvica. Seguendo il tunnel principale della grotta si torna in superficie sulla vetta del Pecina. Qui è d’uopo citare un terribile brano, dell’osservatore di artiglieria Luigi Bartolini che nel suo Ritorno sul Carso ricorda i frangenti della presa del Pecina, quando, per errore, nel tentativo di dirigere al meglio il tiro della sua batteria, si trovò a superare addirittura l’avanzata italiana e a giungere sulla vetta del monte prima dell’assalto. Qui Bartolini scopre l’ingresso della grotta, fino a quel momento sconosciuta agli italiani che avevano solo il sospetto della presenza di lavori di fortificazione, dovuti alla presenza del famoso riflettore.

Giro intorno all’osservatorio, ma, o mi fanno gli occhi o alla porta nera, c’è un’ombra che barcolla? Sì, Dio mio!: è un soldato nemico, un vecchio dalla barba rossigna e il cappotto bruciacchiato: barcolla! Può uccidermi? Devo ucciderlo? Metto mano al pugnale. Non si muove: o non mi vede? Barcolla sulla porta dell’osservatorio. Non mi vede: ha la faccia squarciata, spappolata agli zigomi. […] È calvo, ha gli occhi chiari, ma uno solo è aperto, l’altro lacrima gocce di sangue. […] Il soldato stilla sangue da un lembo del cappotto. Ma ci vede? Sì, un po’ ci vede. Cosa farò dunque? E se dentro l’osservatorio ci sono altri soldati, nascosti, vivi, nemici, li dovrò uccidere? Questa macabra guardia alla porta, tanta sollevare un braccio. E non può. Lo smuove come ad implorare. […] E con l’altra mano, orribile a dirsi, stringe il pene; sbottonato, orina: cerca di orinare gocce color sugo d’arancio sanguigno: sangue e orina. Ha delle bombe a mano, intorno ai piedi. […] Eccolo si rovescia, come stesse attaccato con la cerniera della schiena allo stipite della porta; scopre la buca dell’osservatorio. Un ovile per cinque pecore: ahi! Ma che vedo in fondo! Un altro soldato giovane, giovane, col berretto come d’ubriaco, a sghimbescio: l’hanno baionettato al collo. […] Ora, che scrivo, rammento di questo orribile osservatorio che è quello austriaco segnalato nelle carte del Comando della III armata sezione informazioni. Probabili potazioni delle batterie, osservatori, riflettori, secondo le ricognizioni degli aviatori e le notizie dei nostri comandi in linea…[12].

Terminata la visita alla grotta, dalla cima del Pecina, si scende per un evidente traccia che ci ricollega al sentiero in prossimità della dolina di ingresso della grotta. Da qui, in pochi passi, torniamo alla grande carrareccia che rimboccheremo verso destra. Proseguiamo per altri 100 metri (150 passi) fino al tristemente noto “Bivio della morte”. La strada che stiamo percorrendo esisteva già all’epoca: collegava Lokvica con il piccolo abitato di Fajti, (distrutto dalla guerra e mai più ricostruito) sotto l’omonimo monte. Si trattava di uno dei tanti passaggi obbligati tenuti sotto tiro dagli austriaci. Gli artiglieri austriaci lo conoscevano bene e, a intervalli, irregolari, lo bombardavano per ostacolare il flusso dei collegamenti di truppe italiane verso le linee. I soldati italiani, consapevoli di ciò, una volta arrivati a questo incrocio lo superavano di corsa per ridurre il rischio di esposizione ai colpi nemici.

Proseguiamo a destra. All'epoca non esisteva la carrareccia di sinistra. I collegamenti con le linee di combattimento erano assicurati da una rete di camminamenti ancora oggi visibili su ambo i lati della strada che stiamo percorrendo. Lungo la carrareccia di destra, dopo poco, sulla sinistra, ci aspetta il monumento austriaco dedicato all'Infanterieregiment Rupprecht Kronprinz v. Bauern Nr. 43, protagonista dei lavori per la sistemazione dell'Erzherzog Joseph Strasse, la strada tracciata tra il 1915 e il 1916 per collegare, con un tracciato di 4 chilometri, il paese di Kostanjevica con Lokvica. Un tempo era decorato lungo il piede da ogive di granate disinnescate. Dapprima i vandalismi e poi l'incuria avevano ridotto in tristi condizioni. Grazie all'intervento di volontari sloveni, il monumento è ritornato all'antico decoro. Subito a fianco, troviamo il cosiddetto “trono di Boroevic”, dal nome del comandante dell'Armata asburgica dell'Isonzo, Svetozar Boroevic. Si tratta di un masso scolpito dai soldati austriaci fino a ricavarne un singolare sedile. Da qui ritorniamo sui nostri passi verso il “passo della morte”, proseguendo a sinistra ci ritroviamo sulla grande carrareccia seguita dall'inizio dell'escursione. Passati alla nostra sinistra i sentieri per il Pecina e per il Pecinka, imbocchiamo il primo grande viottolo alla nostra sinistra che in discesa ci condurrà al parcheggio delle automobili presso Lokvica.

 

Un’ulteriore chiave di lettura del terreno

Per leggere le tracce del passaggio della guerra sul Carso si può intraprendere anche un altro tipo di escursionismo, meno canonico, fuori sentiero: si tratta del trekking alla scoperta delle doline. Particolarmente difficile a causa della vegetazione dall’appetito pantagruelico che ha inghiottito tutto: spesso è necessario farsi largo con il machete o con delle cesoie da giardiniere. A distanza di cento anni il Carso è entrato in una terza fase di vita: da luogo di operosità contadina si era trasformato in un campo di battaglia. Oggi la natura, con una sorta di vendetta, se lo è ripreso. Le doline, una volta raggiunte, si schiudono e rivelano le proprie storie di vita e di morte. Cento anni di abbandono e di riservatezza coatta ne hanno fatto un piccolo mondo tutto da scoprire.

Non si tratta di itinerari adatti a tutti. Ma la soddisfazione che se ne ricava nel percorrerli non ha eguali e dà, per assurdo, oggi che è la vegetazione a farla da padrone, il senso di disorientamento che vissero in prima persona i soldati cento anni fa, sperduti fra buche, anfratti, terreno sconvolto dalle esplosioni. In appendice alla riedizione de L’ora K c’è anche la descrizione dettagliata di uno di questi itinerari fra le doline di fronte a Kostanjevica na Krasu, dove l’avanzata italiana si arenò nel corso del 1917, alla ricerca di monumenti, camminamenti e vecchi racconti.

Dolina Giardino, dolina Valle, dolina Subiaco, la terribile dolina Conigli, che ancora oggi riecheggia l’esplosione del deposito di proiettili da bombarda, centrato in pieno da una granata austriaca, che causò la morte dell’intero presidio italiano della dolina. La visita a dolina Conigli, dopo aver letto i racconti di un testimone oculare dell’episodio come Calori, non lascia indifferenti.

 

Congedo dal Carso

Scendevano così dietro di me, nell’alba di quel maggio, per la strada di quel calvario, un duecentocinquanta straccioni, incrostati di fango, verso la pace della pianura friulana che si offriva dinanzi, dopo tanta tortura. Coi vestiti a brandelli, il passo ciondoloni, irsuti e incolti i capelli e le barbe, pallidi volti, spalancati gli occhi febbricitanti, scendevamo imbambolati, quasi incoscienti, cantando. Ma il motivo era diventato monotono, su poche note, e quel canto pareva un lamento. Ad uno svolto vedemmo uscire dai loro baracchini sotto la scarpata della strada un gruppo di bersaglieri azzimati che, dal riposo, si accingevano a salire in linea. Quando fummo loro vicini, un tenente dal rosso viso sbarbato mi venne incontro pronunziando il mio nome. Mi fermai: i miei fanti si arrestarono dietro di me, continuando a cantare sottovoce, come trasognati. (…) Scambiammo qualche parola e già stavamo per congedarci quando B. mi fece: - Questa è la tua compagnia? - Fu come una luce improvvisa che mi scosse da quel torpore e mi restituì la coscienza. Volsi gli occhi su quel drappello di uomini disfatti, ultimo resto del mio bel reggimento e piansi[13].


Note

1 “Il Piccolo Hans”, n. 74, estate 1992, pp. 36-41.

2 Giuseppe Poli, Uomini del Carso, Milano, Codara, 1928, p. 35.

3 Mitja Juren, Nicola Persegati, Paolo Pizzamus, Le battaglie sul Carso, doline in fiamme, le spallate dell’agosto-novembre 1916, Udine, Gaspari, 2014, p. 12.

4 Mario Puccini, Davanti a Trieste, Milano, Sonzogno, 1919, p. 86.

5 Juren, Persegati, Pizzamus, op. cit., pp. 46-48.

6 Ivi, pp. 46-48.

7 Ivi, p. 48.

8 Gianni Pieropan, La storia della Grande Guerra sul fronte italiano, Milano, Mursia, 1988, pp. 232-233.

9 Arturo Stanghellini, Introduzione alla vita mediocre, Milano, Treves, 1935, p. 39.

10 Carlo Meregalli, Grande Guerra. La terza armata, fra Isonzo e Piave, Bassano del Grappa, Tassotti, 2010, p. 101.

11 Puccini, op. cit., pp. 54-55.

12 Luigi Bartolini, Il Ritorno sul Carso, Verona, Mondadori, 1930.

13 Arnaldo Calori, L’ora K. Raccolta di storie brevi dal fronte del Carso, riedizione a cura di Giacomo Bollini, Bologna, Comitato memorie di pietra della Grande Guerra, 2016, pp. 44-45.