Come citare questo articolo: , Davvero guerra e dittatura si addicono al fumetto?, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 1 (2017), art. nr. 11, pp. 114-118, []. http://rivista.clionet.it/cantarelli-davvero-guerra-e-dittatura-si-addicono-al-fumetto. Ultimo accesso 16-12-2017.

Il fumetto non è più un giocattolo esclusivo dei bambini, da tempo. Molti ormai lo hanno compreso e ne sono incuriositi. La strada per crescere è stata lunga e impervia, ma è stata tutta quanta solcata. Anche il genere di guerra si è pertanto ricavato uno spazio fisso nel catalogo di tanti editori, una guerra descritta e rivissuta utilizzando proprio le amate nuvolette.

Le possibilità del reportage bellico a fumetti sono ormai acclarate, quasi ricercate, giudicate economicamente sostenibili perfino dall’editoria nostrana, sempre a caccia di mode e autori trendy da spremere per sopravvivere. Tutto questo soprattutto dopo il successo editoriale, invero clamoroso, di Zerocalcare in libreria (Kobane calling, 2016).

È quindi abituale ormai rivolgersi al fumetto anche per l’analisi, la comprensione e la vivisezione biografica dei contesti bellici e delle società governate da regimi autoritari, quasi un cliché editoriale per comics e bande dessinée nel corso degli ultimi anni. Si pensi ad esempio ai fantastici viaggi a Est del canadese Guy Delisle (Pyong Yang su tutti, 2003), o prima ancora alla Sarajevo spiritata del belga Hermann Huppen (Sarajevo Tango, 1995), oppure alla stessa autobiografia emotiva dell’iraniana Satrapi (Persepolis, 2000-2003).

 

L’editoria italiana scopre il reportage

Già l’Italia, sempre un poco indietro, ma come è andata esattamente? Sempre ultimi? Come ai tempi del rock di Celentano?

Guerra e dittatura a fumetti abbiamo detto essere ormai una proposta editoriale costante anche per gli editori italiani variamente specializzati in fumetto. Costoro, grandi o piccoli che siano, si trovano intenti a rincorrere, tramite un crescente numero di titoli, il break even point che ne consente la sopravvivenza. Mantengono quindi a catalogo almeno un autore ciascuno del genere guerresco, convinti che l’escamotage possa incidere sulle loro sempre magre vendite.

Ma la si pensava molto diversamente fino a un paio di decenni fa. Si credeva che la guerra a fumetti fosse da confinare, ben che andasse, all’umorismo magico e surreale delle Sturmtruppen, o addirittura solamente alla gloriosa epica da falsa serie B della collana italo-argentina Super Eroica.

Un piccolo libro fece però capolino alla fine degli anni ’90, per la Punto Zero editrice di Andrea Plazzi, Lettere dalla Serbia: un fumettista sotto le bombe di Alexander Zograf (1999), inducendo un primo sospetto sul fatto che il mezzo potesse essere utilizzato per esplorare anche territori molto seri. Fu subito seguito dai Saluti dalla Serbia, della attentissima Black Velvet di Omar Martini. Era una guerra assai concreta quella jugoslava, proprio alle porte di casa nostra, che veniva narrata quasi in diretta sotto le bombe dalle asciutte missive di Zograf. L’effetto di realtà era superiore alle pagine scritte, risultava tutto potenziato.

Le due benemerite case editrici bolognesi erano allora assai attive e scommettevano per prime sul potenziale delle graphic novel. Intuirono e aprirono nuove strade, insieme alla Phoenix di Daniele Brolli; bolognese naturalmente anche la vera progenitrice del fumetto d’autore in Italia, la Granata press di Luigi Bernardi, già direttore dell’Isola Trovata.

Il libro di Zograf, un piccolo successo oggi largamente dimenticato, lasciava intendere l’esistenza di impensate capacità, poi divenute ovvie, della relativamente “nuova” arte del fumetto. La nona arte era ancora percepita come nuova in Italia malgrado si apprestasse a compiere un centinaio di anni, secondo le stime più diffuse già allora tra i critici. A Ferrara del resto, nel 1996, era appena stato celebrato il centenario del fumetto, con la spettacolare mostra “Gulp! 100 anni di fumetto” (catalogo Electa).

Fu a partire dagli anni '90 quindi che anche per la nostra penisola il fumetto si fece grande, adulto, invero sempre meno ingenuo.

 

Il gigante Will Eisner

L’americano Will Eisner con Last day in Vietnam (2000) è stato il primo autore a riuscire davvero a stare lontano dalla guerra d’azione, dalla durezza bieca pur se già raffinata dei soldati di ventura di “Hora Cero”, o nella migliore delle ipotesi dai mercenari psicologicamente più complessi raccontati dal reporter Ernie Pike di Hugo Pratt e Oesterheld (1957). La crudezza della guerra di Eisner è invece tutta subita, pur in prima linea. Induce altre riflessioni, non si compiace mai di nulla. Un capolavoro di paura e umanità.

Ma altri autori statunitensi meritano sicuramente un encomio speciale in materia di giornalismo a fumetti. Joe Sacco ad esempio, un maltese trapiantato a New York, utilizzò con profitto già dai primi anni '90 il fumetto come reportage.

Avendo ottenuto un qualche successo negli Usa specialmente con i comics ambientati in zone di guerra (Palestine, Gorazde, Gaza), Sacco fu inizialmente poco tradotto all’estero, ma poi capito e ripreso dalla solita pionieristica Phoenix Editrice (Palestina una nazione occupata) e oggi rilanciato da Mondadori, marchio Oscar Ink, trattato come un classico sempre a catalogo.

 

Il monumentale Maus

Se Joe Sacco ha fatto scuola e lanciato il giornalismo a fumetti, raccontare la guerra tuttavia non è mai facile. Ancor meno lo resta per il fumetto. Si stenta ad uscire dal reportage istantaneo, raramente si è in grado di inquadrare almeno una decade, se non un’epoca intera.

Di fronte al crescere di una moda editoriale evidente ma senza grandi nuovi autori, viene da chiedersi se il fumetto sia davvero in grado di uscire dall’intrattenimento puro, dall’azione cui sembrava inizialmente destinato e confinato, quell’azione che ancora oggi tutto sommato ne decreta il successo tra le folle, tipica dei super incassi dei super eroi cinematografici, combattenti straordinari che risolveranno pure super-problemi, ma problemi in fondo tutti di pancia, sovente super semplificati, in fondo poco intelligenti.

A ben vedere per la Storia (che non è semplicemente cronaca) non vi è stata una copiosa vita a fumetti. Il regno di Maus: a survivor's tale (1986-91) appare a tutt’oggi incontrastato. Art Spiegelman in Maus utilizza con disinvoltura e naturalezza il racconto-intervista di un reduce della Shoah, mischiato alla mimesi degli animali disegnati. Se le strade per descrivere guerra e dittatura tramite l’allegoria zoomorfa erano state aperte in un certo senso da Orwell, con la sua Fattoria degli animali, Maus resta un capostipite inarrivabile, purtroppo solitario, l’unico racconto a fumetti che possa competere alla pari con un romanzo storico. All’interno della stessa vignetta la Storia è vissuta e reinterpretata.

Il Maus di Spiegelman commuove, “resta” e sedimenta come un romanzo; aggiunge e non sottrae alla Storia, proprio come un romanzo, ma è solo un fumetto.

Di Maus è uscita da poco per Einaudi la traduzione della imponente esegesi completa, Metamaus, ma Art Spiegelman stesso non conosce a fondo le ragioni di questa alchimia vincente (tanto scandagliata nel Metamaus), e infatti in seguito non la ripete. In fondo, prende forse il treno di un giorno.

 

Altri tentativi: Tardi e Briggs

Si tentò di avvicinarlo. Fu raggiunto per un attimo, almeno quanto ad ambizione, dalla C'était la guerre des tranchées di Tardi (un’opera del 1993, che riprende una storia realizzata nel 1983 e conosce poi sporadici seguiti).

Libro magnifico dalla gestazione lunghissima, che escludendo però la possibilità biografica, si rifugia senza filtro nella memoria collettiva della Prima guerra mondiale. La realtà della guerra di trincea è rivissuta infatti come citazione grafica di altre opere dell’immaginario collettivo, di vecchie foto, di quadri o di film come “La Grande Illusione” di Renoir. La ricostruzione è in tal modo realistica e perfetta, ma non si distinguono i combattenti, tutti egualmente imbruttiti dal conflitto. Tardi ottiene personaggi poco efficaci, che spariscono di fronte alla Storia, perché tutti in fondo interscambiabili. E in tal modo finisce anche involontariamente per ridurre invece di espandere le possibilità del romanzo disegnato.

Il piccolo Ethel & Ernest (1998) di Raymond Briggs – a cui si riferisce l'immagine di apertura di questo articolo – è poi da molti considerato un altro delicato classico del genere di guerra, tutta vista da dentro l’Inghilterra violentata dai bombardamenti nazisti. Ma purtroppo Briggs non è interessato a centrare in pieno il bersaglio. Il film di animazione che ne è stato tratto (2016) forse manca di ritmo, ma anche il libro originale non convince fino in fondo, perché nell’ansia di seguire i due protagonisti in vari momenti della loro vita finisce per dare troppo spazio a quel minimalismo che evita sistemicamente il confronto diretto con la grandiosità della Storia. La guerra diventa marginale nella storia d’amore della coppia, ma qualcosa stride, suona irreale. Come se all’uomo fosse davvero consentito vivere al di fuori della Storia.

 

Il Sudamerica di Alberto Breccia

Per comprendere le dittature dell’età contemporanea abbiamo già richiamato l’esempio felice della Satrapi per l’Iran e il successo di Delisle per l’esplorazione dell’Oriente, autori mai banali. Esistono poi un paio di libri particolari in ristampa proprio in questi giorni, entrambi disegnati dall’argentino Alberto Breccia, che vanno segnalati perché esemplari.

Il primo è un libro semplice, che negli anni ne ha però “sepolti” tanti altri sullo stesso argomento. Curiosamente fu esso stesso sepolto, per evitare che cadesse nelle mani dei militari argentini. Si tratta della ristampa del Che (1968), disegnato da Breccia e scritto da Hector Oesterheld, sceneggiatore e intellettuale, eliminato dalla giunta militare argentina nel 1977 e desaparecido, buttato nell’oceano: un atroce destino che lo accomuna alle figlie.

Il Che è un’opera pensata per una larga diffusione, volutamente asciutta ed elementare: un messaggio universale contro tutte le dittature. Racconta la biografia di Ernesto Che Guevara e nel farlo mette a nudo la guerra “sporca” delle dittature, ignorando ancora che saranno purtroppo sostituite da altre dittature ancora.

Il secondo libro di Breccia in ristampa a breve è Perramus (1981), che con il suo stile allusivo e surreale è ancora in grado di insegnare tanto, e dettare un vocabolario di resistenza contro le forme autoritarie e populiste del mondo odierno. Con Perramus non siamo lontani dalla statura del Cinema-Contro, quella del “El Viaje” di Fernando E. Solanas.

 

Una conclusione

In un tempo in cui sfugge l’interpretazione e il senso della Storia, occorre aggrapparsi alla salda boa offerta contro la guerra dai soliti noti, Maus o Will Eisner. Occorre rileggere, per trovare un po’ di conforto; rileggere il Che, libro vivente più volte sepolto e dissepolto, quasi un moderno morto vivente capace di descrivere la profondità d’animo pur guardando dalla superficie. O anche il Perramus e i suoi interrogativi sulle dittature.

Saprà la non più nuovissima arte del fumetto virare verso altre profondità, indurre altre riflessioni? Si spera nel passaggio di qualche autore nuovo (Delisle forse?) che ci raccolga come profughi, offra il chiarimento, doni un’altra possibilità anche al fumetto.