Come citare questo articolo: , La scomparsa dell’edicola e l’apocalisse della carta, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/cantarelli-la-scomparsa-dell-edicola-e-l-apocalisse-della-carta. Ultimo accesso 21-10-2018.

Predizioni

Quando penso a quel che potrebbe, quel che sta per accadere alla carta, ai suoi modi di stampa, al diritto o meno che si ha di stampare, alla possibilità della scomparsa di quell’amato origami culturale che ha determinato per secoli la conoscenza delle cose dell’universo, condizionando il nostro modo di lasciar traccia del pensiero, la mente mi torna automaticamente alla letteratura, ai grandi romanzi di anticipazione. Dal mio canto penso subito ad un libro misconosciuto, quasi profetico, che incontrai qualche anno fa mentre ero perso su sentieri mitteleuropei, solchi scavati principalmente in Italia da Claudio Magris.

Faccio riferimento a Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal (Einaudi, 1965), scrittore di Praga. Vi è contenuto un salvataggio curioso e attuale, una alternativa alla distruzione e scomparsa della carta, dei libri stessi. Il protagonista, trovandosi trafitto dalle schegge del cambiamento sociale comunista, fatti ormai tutti i lavori, si trova a far fronte di persona alla distruzione dei libri stessi, che è chiamato a macerare in un sotterraneo di Praga. Allora non resiste, gli si spezza il cuore, vuole resuscitarne il significato, reinventandone un uso, crea sì balle da macerare, conficcando però ben visibili in quei cubetti le frasi migliori che riesce a recuperare. Pare quasi la moda effimera anni ottanta delle frasi di Walt Whitman, stampate sulle t-shirt. Sarà forse proprio questo ciò che saremo chiamati a fare? Ha davvero senso lottare ancora per la conservazione della carta? Non è meglio in fondo creare il suo multiplo e salvarlo sul web?

Tante altre sono le profezie letterarie apocalittiche partorite dal ’900 e molte hanno coinvolto l’essenza stessa della letteratura. Molte volte si è immaginata la fine del libri, facendola coincidere con la nascita di una neo-lingua (teorizzata soprattutto nel 1984 di George Orwell), un nuovo linguaggio attento, privo di carattere, imposto da qualcuno dall’alto, volto ad annullare la volontà nella finzione di rafforzarla, per un esito tutto sommato non troppo dissimile da quella serie di convenzioni che ci vediamo imposte o che ci siamo autoimposti nelle nostre chat quotidiane, anch’esse spiate e governate da un Grande Fratello. Una lingua assolutista che vorrebbe distruggere ogni altra forma di convenzione e comunicazione, che meno che mai necessita di essere stampata.

Si è immaginata la parabola orwelliana anche dall’altro lato della cortina di ferro, dove già ben visibile era un governo totale. Mi riferisco in particolare al Noi-Niero di Evgenij Zamjatin, pubblicato nel 1924, dove il Benefattore è pronto ad annientare tutto l’Io rimasto per far prevalere la volontà del Noi. Ricorda i testi murali di recenti pubblicità elettorali (“Io siamo noi” campeggiava per il Pd nel vicino 2013), manifesti elettorali di carta che tra l’altro nel 2018 risultano quasi scomparsi dai lati strade, contrariamente alle previsioni del Brazil di Terry Gilliam, risultano superati dallo spamming mirato.

In Zamjatin effetto ovvio della cancellazione di alcune parole scritte è la scomparsa della articolazione stessa dei pensieri complessi, dove l’Io va sostituito al Noi perenne, l’articolare quindi diviene inutile e va abolito. In un processo inverso, per via dell’esaltazione dell’Ego, il tutto ricorda il dominio della semplificazione nei nostri messaggini, dell’esprimerci tramite social, mail e dintorni, dove scompaiono gli articoli dalle frasi per far posto all’acronimo (Lol), al neologismo e alla rapidità (la prossima settimana che ha ormai perso il “la”).

Ancora più raffinata del racconto profetico The Fireman di Ray Bradbury (1953) è probabilmente la sua eccelsa trasposizione filmica, che ne accentua il valore filosofico. È il Fahrenheit 451 di Francois Truffaut (1966), cifra che rimanda alla temperatura di combustione della carta. In un mondo che al massimo riesce ancora a leggere manga privi di parole, in piedi su treni di regime, l’unico rifugio contro la distruzione dei libri ormai avvenuta sarebbe il mandarli a memoria. Un gruppo di cospiratori, una cerchia di appassionati, rifiuta di accettare la sentenza statale sulla distruzione dei libri, rende quindi inutile il rogo della traccia scritta e stampata, imparando i testi integrali, naturalmente, un poco ciascuno per quel che si riesce, aiutandosi vicendevolmente, in un non luogo lontano dalle città. Si potrebbe parlare anche di altre previsioni della letteratura distopica, da Huxley a Philp K.Dick, o Stanislav Lem...

È davvero inesorabile la china decadente presa dalla carta? O si procederà invece a un suo recupero, come accaduto di recente al vinile? LP che recuperano temporaneamente le posizioni di vendita perse nei decenni, forse a causa della miglior esperienza di ascolto analogico, ma del tutto indipendentemente dalla presunzione di eternità della loro sostanza, sogno infranto del Dvd. Il vinile misto a cartoncino è oggi un prodotto vincente, malgrado contemporaneamente inizi a rivelare qualche segno del tempo trascorso, specie sulle vecchie cover di cartone plastificate, ma a volte anche sul disco stesso, come testimonia il caso delle prime bolle emerse su alcune tirature francesi di vinili anni ’60 a marchio Vogue. Il vinile è morto poi risorto, ma è un caso di sorprendente sopravvivenza che potrebbe risultare esempio da seguire quando dovrà risorgere la carta, che deve invero ancora sparire del tutto.

È convenzione comune datare al 1866 la fine del libro antico, data dell’invenzione della rotativa di Manzoni che pose fine al metodi di stampa manuali indirizzando verso quelli meccanici, invenzione quasi coeva del procedimento di Ritte-Keller nel 1882, che aprì la via alla cellulosa e al solfato segnando la fine della produzione artigianale della carta generata dal recupero di stracci di lino e canapa a favore dei derivati del legno. Illuminanti in tal senso i saggi del bibliofilo e giallista Hans Tuzzi (al secolo Adriano Bon), che nel suo Collezionare libri antichi, rari, di pregio (Milano, Bonnard, 2000) ripercorre tutta la appassionante storia segreta della carta.
Chi in vita sua abbia acquistato o maneggiato anche una sola copia di un libro stampato a inizio ’800 si renderà del resto presto conto del fatto che la carta antecedente il ventesimo secolo era di impasto clamorosamente migliore. Resta bianca, candida per decadi, non decade. Non fosse per i frequenti piccoli morsi di surmolotto o per eventuale scarsa cura nella sua conservazione, un vecchio Code Napoleon parrebbe stampato ieri e si sarebbe tentati di assaggiarlo, visto il candore che ne attesta inequivocabilmente bontà e datazione.

La carta chimica attuale non pare invece ben disposta alla conservazione, in particolare quella utilizzata oltre la crisi economica del 1972 e il definitivo bando draconiano della legge Cossiga sulla coltivazione della canapa sativa del 1977, ma la sua scarsa serbevolezza non è parte del sentore comune. Difficile anche tornare oggi ai vecchi metodi di produzione, vista la conversione definitiva verso la pasta di legno di ormai tutte le cartiere. 

Distruzioni di massa sono del resto già avvenute nell’indifferenza generale, si pensi alle riviste gloriose degli anni ’70 come “Epoca” o “Panorama”, o le più elitarie “Ubu” o "Rockerilla". Difficile ormai ritrovarle integre, comprensive degli inserti pronte da rileggere, arduo comprenderne il fascino dei testi, persi tra le pieghe di pubblicità e desideri ormai scomparsi. 

 

La scomparsa dell’edicola

Ho fatto un sogno. Ero bambino ma non troppo, stavo sdraiato sull’amaca di un giardino estivo ancora privo di zanzare. Leggevo un tipico successo popolare trasversale da edicola, un Urania.

Una copertina dalla carta scintillante era poggiata al sole sulla sedia di vimini lì accanto, attendeva per una seconda lettura anche un argenteo Millemondi estate, o forse invece un dorato Editrice Nord, non si leggevano più i nomi degli autori, tante lettere “V”, forse Roberto Vacca o Valerio Evangelisti, non saprei dire, ma di sicuro qualcosa di acquistato, scavando accanto a fotoromanzi e fumetti, in una edicola-libreria che avevo sotto casa.

Così le si chiamavano le più evolute, quasi a nobilitarne il contenuto, di solito privo di volumi, considerati rare eccezioni dell’assortimento. Le pagine interne che cercavo di leggere su quell’amaca erano bianche, slavate, ma il titolo del libro nel sogno emergeva chiaro, era una cosa che pareva allora irreale: “La città senza edicole”. Al risveglio sono travolto da una sorta di certezza mista a nostalgia, non ho capito cosa stessi leggendo, non è accaduto niente ma forse invece tanto, quei tempi di sicuro non torneranno. Ci guardano straniti i bambini mentre sfogliamo un quotidiano su una panchina, forti di altre tavolette, quasi interrogassimo le rune.

L’edicola è stato uno strumento di divulgazione culturale unico, quasi un motore politico. Il chiosco diffuso ha garantito che un intellettuale difficile come Umberto Eco fosse accettato a ogni livello, tramite “Linus” o la “Bustina di Minerva”. Ma anche che un professore come Sergio Pernigotti rendesse edotti dei misteri dei geroglifici gli italiani più volenterosi, tramite articoli affascinanti. Sul mensile “Archeo” fece apprezzare la decrittazione dei geroglifici degli scavi di Ebla a tanti ignari italiani curiosi. L’esistenza dei chioschi ha reso popolare il genere giallo e la fantascienza, ha fatto sì che le proposte culturali di un Odb Oreste del Buono potessero appassionare masse di studenti e meno giovani, reso possibile che persone di ogni età e ceto sociale restassero sempre informate sull’attualità politico-culturale nostrana. Pur continuando a schierarsi in prevalenza con Montanelli o Fortebraccio, potevano anche accedere agli eventi più elitari, partecipando attivamente a dibattiti in origine destinati a un Sartre o un Arpino, senza che questi apparissero i prodotti sazi di un élite culturale.

La diffusione del chiosco su tutto il territorio nazionale è quindi stata importantissima, non per nulla sorvegliata dai Comuni, tramite licenze. Concesse rigorosamente in proporzione al numero di abitanti, su bandi improvvisi e attesissimi dai misteriosi criteri di graduatoria, erano oggetto di frequenti controversie. Al momento dell’apertura della graduatoria stessa o del superamento della soglia di accesso fatale si registravano incomprensioni coi pochi selezionati, accuse di aver seguito criteri di mera affiliazione politica. Insomma decisamente l’apertura di un’edicola era un affare di Stato, cooptata vista la grande penetrazione del mezzo culturale. Certo in alternativa si potevano comprare licenze davvero costosissime sul mercato delle attività commerciali ben avviate, tanti lo hanno fatto.

Il miracolo dell’edicola è stato attuato in primis economicamente dai distributori, che con un sistema diffuso di conto vendita su tutto l’assortimento, pur bilanciato da bassa scontistica di base, hanno creato una alternativa solida al settore librario preesistente, governato al contrario da sconti più alti ma contemporaneamente da un reso difficile dell’invenduto, quindi dalla necessità di grande specializzazione e competenza degli addetti ai lavori.

Temuta dai librai tradizionali, conservata negli anni come gemma preziosa dai distributori specializzati, l’edicola era il refugium peccatorum dei disoccupati culturali e di altri espulsi dalla produzione, che potevano aprire anche non fossero stati dotati di qualsiasi competenza selettiva dei titoli, o magari solo di cultura di base, tanto l’edicola produceva, per il suo stesso meccanismo dei resi assoluti, un profitto quasi automatico.

La diffusione dell’edicola è stata gestita in modo assai uniforme dagli Stati democratici europei. Valga l’esempio emblematico di Barcellona, che nell’ansia libertaria del dopo Franco non per nulla si riempì di chioschi, per poi trovarsene oggi invece quasi priva, se non sulle Ramblas. Per uno strano caso di libertà negata e genuino entusiasmo poi improvvisamente sopito, il caso della capitale catalana appare oggi lo specchio del trascorrere di un’era.

Un salto nella concretezza. I dati che prenderemo a riferimento sono principalmente i dati periodici dei rapporti FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali), dati che inquietano e inducono brutti sogni a chi ha visto passare le due epoche. I freddi numeri sono drammatici. Nei primi 15 anni del nuovo secolo i giornali venduti nelle edicole in Italia si sono dimezzati, da 6 milioni di copie del 2000 si è passati ai 3 milioni scarsi attuali. Gli occupati, i mitici edicolanti, da 10.000 a 4.000 unità. Il fatturato delle edicole scende del 5 per cento annuo, inesorabile. Il numero delle edicole cala anch’esso di 13.000 unità, ne restano 28.000, di cui però solo 18.000 non ancora invase da cartoleria, giochi o tabacchi. Non oso cercare i dati più recenti, mi bastano questi FIEG del 2016.

Nessuna inversione di tendenza in atto, sento dire di licenze comunali, quelle una volta lottate, riportate senza acquirenti in Comune, il politico locale ha sempre meno mezzi per favorire i propri adepti. Ma vedo anche scomparire i chioschi dalle strade, venduti addirittura su Subito.it al prezzo di una casetta da giardino. Cosa sta davvero succedendo? Delle cause si dibatte ormai troppo poco, una discussione considerata da storici o collezionisti, si tenta piuttosto di risalire la china con qualsiasi mezzo, travolti dagli effetti di una crisi che è ormai data per scontata.

Si consiglia alle edicole di selezionare meglio, trasformarsi e differenziare, come fosse facile. Tra le motivazioni della crisi inarrestabile dei prodotti da edicola si citano solitamente per primi e in ordine sparso la crisi economica in sé o il cambio di abitudini del lettore. L’informazione è finita prioritariamente sul web, la qual cosa ha imposto un metodo di consultazione del tutto diverso, immediato, solitamente poco profondo, l’uso di un linguaggio anche approssimativo purché rapido e diretto. Il trasferimento massivo delle notizie su internet le tiene in continuo movimento svalutandone la lettura su carta, l’abitudine quotidiana alla lettura dei fatti sul web, di solito priva di analisi approfondita, è fatto conclamato, evidente. Ne deriva un linguaggio nuovo. Oltre alla scomparsa del famoso congiuntivo e dell’articolo, assistiamo ad un tentativo di imitazione dell’inglese e della sua capacità di sintesi (ancora emblematico risulta l’uso insistito di “prossima settimana”), l’ascesa degli acronimi, di iperboli di lode o biasimo, di facili isterismi, risate sperticate, l’uso di espressioni gergali un tempo bandite dalla carta stampata, spesso poste a chiosa degli articoli più problematici, a caccia di simpatie negate dal contesto, che tendono a rendere ciò che per sua natura è serio un po’ più serioso, in pieno stile faccine del cellulare. Opinioni e provocazioni superficiali invadono appaiate anche le terze pagine dei quotidiani di carta, opinioni e contendenti politici sono messi a confronto e incolonnati in forma di litigio in stile whatsapp.

Pareri virtuali, twittati, e temporanei si moltiplicano e risultano spesso umorali, senza vero costrutto. Esternazioni pronte a scomparire rapidamente sostituiscono l’ormai l’artificioso battibecco politico, che fino nel XX secolo fu ritmato esclusivamente a mezzo stampa, a cadenza quotidiana e diurna, lontano dalla continua metamorfosi delle opinioni che invece invade oggi tutti i minuti disponibili dei giorni e delle nostre notti, in forma di notifiche.

Per spiegare la perdita di autorevolezza della carta stampata, la disaffezione nei suoi confronti, la scomparsa dell’abitudine al passaggio in edicola una volta al giorno, va messa anche in conto l’avvenuta scomparsa, anche fisica, delle ultime grandi firme del giornalismo italiano, con conseguente perdita di capacità di influenzare dei quotidiani. Sostituiti maldestramente da influencer e youtuber, spesso deboli nelle loro segnalazioni dotate di malcelati secondi fini commerciali, qualcuno dei giornalisti di riferimento del nuovo secolo prova tuttavia a reagire e resistere.

Come la Gabanelli, che si rifugia ora negli ottimi approfondimenti di Dataroom (“Corriere della sera” online), video trascritti e bene impaginati che ricordano da vicino i tentativi degli allegati di “Le Monde” o “The Guardian”. Altri come il Gramellini insistono nel voler cercare di scrivere “bene”, convincono che è ciò che serve per fidelizzare e farsi leggere. Uscito dalla riserva indiana della “Stampa”, dove teneva la rubrica quotidiana “Buongiorno”, Gramellini coltiva ancora bei sogni di scrittura brillante sulle pagine del “Corriere”. Resiste così come si faceva una volta, con una tessitura meditativa e sempre brillante, ma là fuori sostanzialmente non sono stati mai rimpiazzati i vari Flaiano o Bianciardi, i Biagi o Montanelli. Costoro appaiono uomini di un’altra epoca, fenotipi del ’900 legati a un diverso mezzo di diffusione, funzionali a un secolo in cui il popolino tanto leggeva, ambiva alla propria erudizione percependola come chiave decisiva per le proprie ambizioni, sapendo che avrebbe aperto loro le porte della ascesa sociale. Scrivere bene oggi non pare davvero sinonimo di inclusione delle alte sfere del giornalismo italiano o in altri circoli, tutt’altro, meglio forse avere uno spirito rissoso.

La decadenza delle edicole è comunque un grosso problema da risolvere per gli editori. Qualcuno reagisce da una decade aumentando sistematicamente il prezzo dei quotidiani, cresciuto fino al doppio, ciò accade soprattutto nei paesi francofoni o germanici, altre testate chiudono. Finita è anche la sbornia della scoperta degli allegati, in stile “L’Unità”, con un picco che fu raggiunto nel 2009. Creati inizialmente per un nobile intento culturale, dare il libro a chi non lo compra o sa selezionare, sono divenuti un escamotage buono solo per tirare avanti, utilizzati per sopravvivere. Malgrado in molti casi gli allegati siano tuttora un grosso successo commerciale, finiscono quasi sempre per far apparire il quotidiano definitivamente il vero accessorio.

La trasformazione è in atto, il solco tracciato. La faremo finita coi chioschi, basta con “Linus“, con la libera carta in ogni angolo d’Italia. Basta gettare perle ai porci, obsoleto rivelare a mezzo stampa al cittadino svolte ufficiali e definitive, nell’era del trasformismo ognuno oggi ha già la sua di verità e la persegue con tenacia. Andiamo quindi tutti controcorrente, ma nello stesso gorgo, lungo un fiume dove le opinioni sono in continuo cambiamento e se si arenano temporaneamente è laddove è momentaneamente opportuno farlo.

Il treno delle implicazioni della neo lingua creata dai nuovi media poi è in arrivo a breve, anzi è già qui. Non si parla più. Non si guarda più negli occhi quando si parla. Si pigiano tasti con gesti sempre più evoluti, ma tutti insieme senza capire nulla. Tutto vuole restare e nulla che resti, si perde la memoria delle cose più vicine, fenomeno del resto noto da secoli, verba volant e solamente scripta manent.

 

La chiusura delle librerie indipendenti

Se i quotidiani e il loro canale distributivo scompaiono meglio così, sostiene già qualche partito politico. Contenevano in fondo solo tesi precostituite, verità di comodo prefabbricate dall’alto per altri interessi, lontane dal reale.

Benché la nobiltà del libro resti un punto fermo nell’immaginario comune, una sorte simile a quella dell'edicolante sembra toccare al libraio: la pur suggestiva libreria indipendente e familiare pare struttura antica, bella come una carrozza dell’800, ma in via di imminente rottamazione.

Quantomeno è quello che emergerebbe dai dati dello Studio Nielsen (“L’Espresso”, 17-1-2018) sulla editoria nostrana, dati per una volta ben suddivisi per canale di vendita che si possono leggere e in modo sempre più drammatico più si procede geograficamente verso Sud. La loro sintesi è chiara. Si scopre che i grandi numeri del venduto sono possibili perlopiù nelle catene librarie (Feltrinelli, Mondadori, Giunti… ) o per le librerie online, mentre le cosiddette librerie indipendenti sembrano ormai destinate ad un consumo più raro, quasi emozionale. Dedite al lancio di nuovi autori o di fenomeni particolari, legano la propria sopravvivenza alla capacità di divenire piccoli centri culturali, alla estrema specializzazione. Un esempio ne è “La libreria delle Donne” di Bologna, che tiene in assortimento solamente autrici femminili.

Scolorisce ormai il ricordo romantico e profumato di certe librerie generaliste, come fu quella di via delle Moline, sempre a Bologna. La figura del libraio muore forse contemporaneamente al rimpianto gestore delle Moline, Gregorio Kapsomenos, un greco esiliato che ritornando dai suoi viaggi all’Elba degli anni ’70, non si accontenta dello star laggiù a vender libri e prendere il sole in quella piccola Grecia, rientra a Bologna con una idea stanziale e culturale in testa, da condividere con la moglie Marta, che realizza concretamente nella Libreria delle Moline.

Ma questo tipo di percorso resta appunto un ricordo. Più frequente ormai è il percorso inverso, il libraio che si dirige, volente o nolente, verso la vendita occasionale delle fiere o in località turistiche. Piuttosto che tentare di stabilirsi, di fondare un centro di ritrovo per lettori viandanti, cosa che non sembra economicamente più sostenibile, suo malgrado il libraio si smaterializza, affonda come una balena bianca progressivamente su Facebook o Maremagnum, per non riapparire più in superficie.

Traiamo alcune conferme dai soliti spietati numeri. Secondo AIE (Associazione Italiana Editori) e il suo Rapporto sullo stato dell’editoria 2017 pubblicato online e anche su “La Lettura”, il mensile del “Corriere della Sera”, le librerie a conduzione familiare nel 2010 erano 1115, ma nel 2017 ne restavano solo 811. Occorrerebbe aggiungere anche circa 300 fumetterie, librerie specializzate alla moda che sfuggono abitualmente alle statistiche librarie, ma che resistono stabili al crollo verticale delle librerie indipendenti. Processo inverso per le catene (Mondadori, Feltrinelli, Giunti… ) che passano da 789 a 1052 punti vendita.

Questo destino è condiviso da altre attività commericali, come quelle alimentari, spesso inglobate e inghiottite del tutto dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata). La produzione dei libri di carta intanto cresce, del 5 per cento all’anno. Calano annualmente le tirature, ma altrettanto cresce annualmente il numero di titoli in vendita. Più titoli vendono meno, almeno secondo la rivista “Tirature 2017” (Giorgio Mondadori ed.). I dati delle tirature non consentono però necessariamente di concludere se vi sia stata la reale fruizione del libro, visto che per motivi distributivi occorre stampare tanto e gran parte dello stampato giace nei magazzini dei librai o distributori, e infine degli editori. La stampa rapida e digitale sembra oggi fornire nuovo fiato agli editori in questo campo.

Secondo dati ISTAT (studio pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” del 27-12-2017) nel 2016 i lettori in Italia sono scesi in un solo anno dal 42 al 40,5 per cento del potenziale alfabetizzato. I non lettori in Italia restano in definitiva ben 23 milioni. Considerando anche i lettori inconsapevoli, i fruitori di libri di foto, viaggio o cucina, chi legge qualcosa salirebbe comunque solo al 68 per cento del potenziale. Sempre lo studio Nielsen, (“L’Espresso”, 17-1-2018) mette in rilievo che solo metà degli abitanti del nord leggerebbe un libro all’anno, al Sud si arriva a uno su quattro.

Il dubbio è ora lecito. Non è che con i librai indipendenti, specie a Sud, sono affondati sotto traccia anche molti potenziali lettori? Non sarebbe il caso di riconoscere il ruolo culturale svolto per anni da librai ed edicolanti, ora che la battaglia è finita e la guerra con i colossi del web è persa? Magari semplicemente facilitandone apertura e tassazione.

Ci si vorrebbe convincere che la capacità di selezione dei titoli è inutile, che la capacità del singolo è ormai abbastanza grande da sola. Lo studio solitario non ha bisogno di un libraio commerciante, ci bastano i consigli di chi ha acquistato questo e poi ha acquistato anche quello. Valgono le stellette del lettore “Chissàchi” che ha visto e neppure acquistato anche il libro “Chissàcosa”. In assenza di recensione possiamo sempre cliccare pure su “mi sento fortunato”. Per qualcuno quindi non si necessitano intermediari del tutto, neppure riviste di critica, visto che i lettori sono diventati essi stessi i recensori del web. I consigli uniformanti di Wikipedia sono poi sempre reputati esatti, utilizzati a piene mani anche  per le ricerche scolastiche.
Gregorio, dove sei a consigliarmi le tue letture? Per dipanare questa matassa, servirebbero invece letture che vadano oltre i numeri. Finisce il libro come finirono i geroglifici, o finisce tutta la Storia, per come è stata raccontata finora? La carta è infinita, come nella Biblioteca di Babele di Borges?

Posto che la chiusura delle librerie storiche e familiari sia da giudicare un delitto in piena regola, cosa non da tutti ammessa, Amazon e i suoi fratelli Tax Free sarebbero tra gli indiziati principali dell’omicidio, così come lo furono gli E-Pub per la carta. La questione rimane molto controversa. Non sarà forse un vero delitto, ma indicare quel tipo di assassino ha proseliti illustri tra librai ed editori: E/O edizioni ad esempio non lo si troverà più su Amazon.

 

I giovani leggono ancora? Il caso del settore young, Francia e Italia a confronto

I giovani under 14 sembrerebbero invero leggere tanto. Il mercato cosiddetto “Young” o “Young Adult” è uno dei pochi settori editoriali che gode ancora della massima salute, non tutto è perduto.

Possiamo addentrarci nella caverna buia dei comportamenti giovanili puntando la nostra lampada su alcuni dati significativi, che riguardano un tipico prodotto pre-adolescenziale: il fumetto. Per il mercato francese esiste infatti un recente e attendibile studio di mercato della multinazionale di consulenza GFK dell’ottobre 2017, commissionato dal Syndicat National de l’Edition (rintracciabile sul sito di GFK), che ci chiarisce qualche idea. Il dato del fumetto francese pare trasferibile, nelle dovute proporzioni, anche a tutto resto del mercato per ragazzi.

I consumatori di Bande Dessinée sarebbero ben 8,4 milioni, cresciuti del 20 per cento negli ultimi 10 anni. Le lettrici di fumetto in Francia superano i lettori maschi, sono il 53 per cento del totale. Qui va però considerato che nella vicina terra gemella sicuramente non esistono barriere culturali nei confronti delle arti grafiche. I fumetti sono venduti da tre canali principali: librerie indipendenti per ben 2,7 milioni di lettori; 3,8 invece dalle catene; 1,3 da internet e 1,7 dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata).

Si rileva un dato particolare: gli acquirenti di fumetto hanno un’età media di 41 anni, contro i 42,5 del libro in generale e i 44 della letteratura Adult. Molti fumetti saranno anche regalati ai più giovani, pare fino alla metà, ma il dato dell’età media degli acquirenti è tuttavia molto alto, inaspettato. Solo il 18,2 per cento del totale dei compratori sono veri ragazzini under 14. Viene il dubbio che il mercato Young abbia aperto la caccia, e infine catturato, il lettore adulto, che magari vuole solo regalare ai piccoli qualcosa per abituarli alla lettura, per trasmetter loro un surrogato di sapere passato. Si vuole forse solo insegnare loro la calligrafia, invitarli ad uscire dalle macchine, dalla magia ripetuta e ripetitiva della PS4, dove un videogioco intelligente come Minecraft rappresenta pur sempre l’eccezione.

In Italia non abbiamo studi articolati recenti sull’argomento, ma tenendo a parte la questione femminile, lo studio francese parla anche di noi. I dati italiani più attendibili sono ancora una volta quelli dell’AIE, Associazione Italiana Editori, che redige ottimi report periodici sull'argomento, rendendoli anche disponibili sul proprio sito, ma nessuna ricerca disponibile pare risolutiva, i dati di vendita non confermano che esista certamente un buon numero di giovani lettori pronti a percorrere le vie dei padri.

I padri intanto sono stati definitivamente conquistati dal fumetto. Da surrogato dell’infanzia (“Corriere dei Piccoli”) a surrogato dell’eros della vita avventurosa (le riviste d’autore) l’adulto è sempre stato attratto dal fumetto. Nel 2012 il tentativo di conquista del lettore maturo toccò il suo apice con 1722 opere classificate come Graphic Novel sul mercato, il 10 per cento di tutta la Fiction. Gipi dichiarò a “La Lettura” di aver venduto in cinque anni almeno 100.000 copie dei suoi libri a fumetti. Temporaneamente nel 2017 la moda di genere impone in Italia i libri a fumetti di Zerocalcare, la cui continua ristampa fa pensare a un risultato di vendita ancora superiore.

Il ragazzino, cui il settore Young sarebbe orientato, è dunque davvero il fruitore finale? Animazione, film e altre arti visive sembrano prevalere nei gusti dei veri Young, poco inclini alla pazienza della lettura. Nessuno studio attendibile assicura poi che comprendano quel che leggono, sempre non si voglia invece giudicare positivi, in rapporto alle personali aspettative, i risultati degli esami invalsi periodicamente sostenuti in terza media dagli studenti italiani, visto che il 34% degli studenti nel 2018 ha saputo completare la prova di italiano. Un allarme culturale indubbiamente esiste: il prodotto che acquistano non è tra i più formativi, i ragazzi che comprano fumetto sono quasi sempre trascinati nell’acquisto di impulso dai film, magari di supereroi, e serie televisive, condizionati dalla moda di turno quando leggere tra l’altro non pare molto cool.

Se secondo Daniel Pennac, che non fu certo uno studente modello, non è affatto vero che i giovani non leggono (parere articolato espresso durante il Festival della letteratura di Mantova il 16-9-2017), tuttavia si moltiplicano le ricerche più o meno attendibili volte a dimostrare il contrario. Grande enfasi trovò qualche anno fa una ricerca della Free University di Berlino. Era il 2012, alla domanda su quale fosse stato il ruolo di Hitler nella seconda guerra mondiale, la metà degli studenti di Liceo tedeschi lo ritenevano addirittura un leader democratico (“Corriere della Sera”, 20-6-2012).

Anche tanti adulti è noto non sanno affatto ricostruire le alleanze della prima guerra mondiale. E quelle di Napoleone chi le ricorda? Quante ne ha cambiate in quindici anni! Marengo, Lipsia. Chi può dire quale fosse il ruolo di Alcibiade nella Sparta classica? Ha senso essere fiduciosi? Difficile avere una risposta definitiva dai numeri in questo caso.