Come citare questo articolo: , Ambiente, agricoltura e relazioni sociali nella provincia di Agrigento nei primi anni del Novecento, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/di-bartolo-ambiente-agricoltura-e-relazioni-sociali-nella-provincia-di-agrigento-nei-primi-anni-del-novecento. Ultimo accesso 24-07-2019.

1. Conformazioni

Una rivalutazione degli elementi ambientali diventa un approccio essenziale per uno studio dei processi dinamici della storia e in particolare delle trasformazioni agrarie. Il dominio di questo tipo d’indagini dovrebbe, infatti, contenere un cenno, sia pur generico, sulla conformazione fisica e la distribuzione geografica di alcune forme economico-rurali e colturali tipiche delle zone agrarie elevate a oggetto di ricerca.

La provincia agrigentina è stata definita un grande “altopiano compreso tra la catena e la costa”[1]. Insieme, pianura e altopiani occupano ¼ della totale superficie. Il resto del territorio è situato principalmente in collina, anche se vicine al mare, con quote altimetriche che variano dai 300 ai 600 metri. Le vette più alte si trovano nella zona di alta collina, circoscritta al confine con la provincia di Palermo e poco estesa. Il Platani è il maggiore di tutti i corsi d’acqua e divide l’intero territorio in due parti quasi simmetriche, verso est scorrono altri corsi d’acqua, ma di minore rilievo.

Dalla valle del Belice a quella di Gela, al centro, a ovest e a sud, vediamo innanzitutto una grande prevalenza di terreni agrari formatisi sulle argille e marne cesozoiche[2]. Sono terreni soprattutto argillosi, o argillosi-sabbiosi, calcarei, pesanti, poco permeabili, che occupano tutta quanta la regione centrale della Sicilia, come ad esempio il bacino del Platani. Sono ricchi di potassio e abbastanza di azoto e humus. Per lo più poveri di calcio, di fosforo e di azoto, divengono particolarmente aridi nei periodi dell’anno poco piovosi, sì da essere poco adatti alle colture erbacee, mentre ben si prestano alle colture arboree. Nel complesso, agli inizi del Novecento, il paesaggio del vasto altopiano della regione centro-sud occidentale assumeva un aspetto caratteristico, quanto mai desolato, specie in estate, quando, dopo le mietiture, appariva come una vera steppa bruciata dal sole, e l’argilla del suolo si sfaldava in crepe e fessure[3]. Sopra i 500 metri di altezza, in zona collinare, erano presenti discreti terreni forestali, ma, sotto quel limite, anche se ben concimati e lavorati, i maggiori di essi erano franosi, sia per l’irregolare stratificazione, sia per diversa permeabilità. A causa delle piogge, concentrate in pochi mesi dell’anno, “ammollandosi le terre superiori, esse scoscendono come lave da cima a fondo e sconvolgendosi prendono un’inclinazione più dolce corrispondente alla loro poca tenacità. Vi avvengono perciò con frequenza grandi frane” dove i contadini nella “fluida melma affogano miserevolmente”[4]. Le cause di queste catastrofi, di una natura tutt’altro che benigna, erano il risultato della mancanza di vegetazione arborea estirpata dalle molteplici attività umane, soprattutto nel campo minerario, che registrava, con i giacimenti solforiferi, la più intensa attività[5]. Il predominare di suoli dal substrato argilloso, in massima parte sprovvisti della spontanea copertura di vegetazione arborea di protezione, quindi, assegnava a questi luoghi un triste primato. Le acque piovane, che non possono penetrare nell’argilla, inumidivano la terra leggera dello strato superiore, in conseguenza di ciò le falde dei monti subivano un’inclinazione con pendenze fin oltre il 40%[6].

Agli inizi del secolo scorso – racconta un testimone dell’epoca – la costruzione della ferrovia che univa la costa all’interno di questa zona dell’isola, da Agrigento e Caltanissetta, subiva, per la natura friabile del terreno, estremi rallentamenti ed era scarsamente agibile: “intere pendici vallive scivolavano con tutti i fabbricati, le scarpate delle trincee confluivano, i rilevati non reggevano più”[7]. Franosità ed erosione non sono gli unici grandi nemici del territorio. A essa va aggiunta in un triste trinomio, la presenza, fino a metà degli anni cinquanta, della malaria nei terreni piani delle vallate, che, vittime del disordine del corso dei fiumi, sono stati destinati a ospitare appantanamenti e paludi ad alto rischio epidemico.

Tuttavia i bassopiani costieri e le zone vallive del litorale, sfuggiti dagli abitanti finché il disordine idraulico vi fece regnare la malaria, e che ancora nel secondo dopoguerra – dopo la messa a punto di parziali opere di bonifica – presentavano pochi insediamenti stabili e duraturi, offrivano potenzialmente suoli più freschi, maggiormente permeabili e una maggiore fertilità, perché di natura argillo-silicea-calcarea. La maggiore lavorabilità e fertilità di queste pianure, unite alle possibilità di irrigarne le superfici solcate dalla rete fittissima dei numerosi affluenti dei principali fiumi che lo attraversano, fanno di questa plaga una regione agraria di grandi potenzialità e la differenziano dal monotono paesaggio rurale delle zone interne collinari.

Qui la regione collinare è stata caratterizzata da altipiani, colline e montagne che si susseguivano con andamento caotico. Nonostante la vicinanza del mare e dei corsi di fiume, mancava una rete idrografica di circolazione superficiale delle acque per la scarsità dello sfruttamento delle falde acquifere sotterranee. Il problema dell’acqua è stato una delle insolubili difficoltà che si sono opposte allo sviluppo economico di quest’ampia zona e hanno reso straordinariamente uniformi e monotone vaste estensioni di campi ondulati così descritte da Lorenzoni: “L’occhio spazia per chilometri e chilometri sull’ampia distesa di campi e pascoli, privi di alberi, che, una volta estirpati, difficilmente riattaccano per lo spaccarsi del terreno argilloso”[8].

Il clima così come la natura dei suoli sono fattori che mutano con estrema lentezza, quindi è possibile descriverne alcuni tratti generali che nel corso dei secoli hanno contribuito non poco a influenzare l’intero ambiente agrario e umano. In questa estrema regione meridionale è presente un clima nettamente mediterraneo con miti inverni, visto che nei periodi più freddi si hanno temperature medie mensili dai 13° ai 16°, calde estati con medie di 25°-29° e sensibili escursioni annue anche diurne[9]. Le piogge sono concentrate solo nel periodo autunno-inverno e sono scarse. Ad Agrigento si riscontrano mediamente appena 400 mm annui distribuiti, in pochissimi mesi l’anno. Effetti disastrosi di un clima così diverso per l’agricoltura sono le inondazioni. Viceversa, in primavera ed estate si riscontra una prolungata e deleteria siccità, che prosciuga le colture, già tanto sofferenti per il disordine idrografico del territorio.

La quantità media delle precipitazioni pone complessivamente l’isola in una posizione climatica a sé, rispetto al Mezzogiorno continentale e storicamente si ha una sensibile e graduale diminuzione delle piogge procedendo dalle province orientali a quelle occidentali. Così, mentre nel territorio della costa ionica si hanno mediamente 882 mm di pioggia l’anno, nelle zone centrali le precipitazioni si riducono a 505 mm, allo stesso modo si comportano le variazioni delle temperature medie stagionali[10]. Complessivamente tuttavia l’acqua non si poteva ritenere un elemento mancante, anzi ve ne era di abbondante. Ciò che nel passato era carente erano le opere idrauliche atte a disciplinarla, a utilizzarla e a renderla almeno non dannosa; infatti, se opportunamente regolata, già agli inizi del Novecento, si sarebbero potuti irrigare i campi rendendo intensiva l’agricoltura di queste plaghe[11]. Tutti questi fattori hanno, nel corso dei secoli, condizionato gli insediamenti e la distribuzione della popolazione rurale.

 

2. La questione dell’insediamento

La provincia di Agrigento nei primi decenni del secolo scorso aveva quarantadue comuni, di cui diciassette con oltre 10.000 abitanti[12], e la sola città di Agrigento superava le 30.000 unità residenti. Sempre in quegli anni, la Sicilia interna occidentale e meridionale presentava una densità di poco superiore a quella del resto del territorio nazionale, meno di 100 abitanti per Kmq produttivo nella Sicilia interna, poco più di 151 nei tratti litoranei occidentali con assoluta prevalenza di grossi centri urbani in posizione topografica spesso elevata, e a massimo grado di ruralità, in cui viveva il 75% della popolazione attiva[13].

Nella provincia di Agrigento solo il 3,8% della popolazione viveva nelle zone sparse di campagna[14]. La costa mediterranea fu abbandonata a una trascurata esistenza, e la popolazione era tutta dedita al servizio della più interna zona montana. Quando Giovanni Lorenzoni agli inizi del secolo scorso redigeva la sua relazione d’inchiesta, scrisse senza remore che la malaria in quelle zone litorali assumeva forme gravi. Il tasso di mortalità a causa della malaria era di 246 abitanti su 100.000, mentre nel resto del Paese era di dieci abitati su 100.000. Per le bonifiche in Sicilia, in base ai dati pubblicati dal ministero dei Lavori Pubblici fino al 1884, si erano spesi appena 27.000 lire, contro i 40 milioni di lire spesi nel resto del Paese; e ancora tra il 1886 e il 1910 appena cinque milioni e mezzo contro i 185 milioni stanziati nell’Italia continentale.

Su 357 comuni siciliani solo novantadue erano considerati immuni dalla malattia. Nel complesso i circondari malarici erano stimati attorno ai 597. Fra i latifondi 214 erano infettati dal parassita e ventisette di questi ultimi erano situati in quella agrigentina[15]. A causa della gravità del fenomeno la popolazione sarebbe stata costretta a un tipo d’insediamento accentrato. Non fu però questa la sola causa che indusse i contadini a vivere nei grossi borghi, invece che dispersi nelle campagne. La malaria, infatti, colpiva ugualmente quei contadini costretti a vivere la gran parte della giornata in campagna per eseguire i lavori nei campi. Il sistema d’insediamento accentrato in grossi centri rurali è dipeso, oltre che da cause naturali, anche da ragioni storiche inerenti all’organizzazione dell’attività rurale[16]. Il sistema economico e l’accesso parziale del contadino alla terra in una miriade di unità frammentate, prive cioè di un centro dove impiegare l’intera attività lavorativa, di una grande azienda agraria, hanno fatto sì che l’attività rurale fosse legata al singolo contadino che, componendo con il suo molteplice lavoro la propria impresa, costituiva una realtà produttiva di tipo mutevole, instabile e dispersiva. Il contadino era un uomo alla continua ricerca della terra: dove e come la trovava, la coltivava[17], per cui gli era impossibile garantire a se stesso una dimora stabile nei luoghi di lavoro.

In questa provincia – dichiarava il segretario della Camera di Commercio di Agrigento al delegato tecnico della commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione dei contadini in Sicilia – i contadini dormono in città, e questo è certamente molto dannoso tanto al loro interesse personale che a quello generale dell’agricoltura. Quindi – concludeva – si dovrebbero obbligare i proprietari a costruire le case coloniche[18].

A questo tipo di organizzazione spaziale del territorio concorse anche il basso tasso d’infrastrutture presenti. Riguardo alle strade, le arterie nazionali erano poche ma presenti con una rete estesa in tutta la Sicilia, quelle provinciali e quelle comunali invece si riducevano a semplici mulattiere per il loro stato di scarsa manutenzione. I latifondi erano molto spesso solcati da una sola mulattiera e, poiché il mulo restava l’unico mezzo di trasporto, era preclusa la possibilità di usare macchine agricole. Ciò favoriva, come vedremo, inoltre l’azione della delinquenza e impediva la possibilità di far decollare il commercio, che era lento e costoso.

La distanza media calcolata dal casamento dei latifondi al comune cui appartenevano andava da un minimo di 7 km a un massimo di 12 km. Nel 1904 le strade pubbliche e rotabili per ogni chilometro quadrato di superficie costituivano in Sicilia lo 0,285% (0,347% ne aveva l’Italia meridionale, 0,566% quella centrale, 0,677% la settentrionale). Non erano poi rari i comuni completamente isolati, privi cioè di strade rotabili.

Il tema dell’urbanizzazione e del popolamento della campagna ha riproposto sempre il classico schema secondo il quale le aree più sviluppate del centro e del nord dell’Italia si sarebbero avvantaggiate di una maggiore penetrazione dell’insediamento umano nelle campagne, mentre il Mezzogiorno avrebbe sofferto la scarsa urbanizzazione. Il dibattito si è andato intrecciando con quello più vasto della “costruzione della campagna” fino a far parte di una lunga tradizione di studi, che ha iniziato nei tempi recenti nuovamente a interessare un’area di ricerca composita, cui fanno riferimento gli storici dell’agricoltura e i geografi[19].

Saverio Russo[20], ad esempio, ha descritto in linee generali, differenti processi di urbanizzazione rurale nelle aree del Mezzogiorno latifondistico a cavallo tra XIX e XX secolo, offrendone una immagine molto differente. Egli rileva come all’interno di una dinamica “spontanea” del paesaggio costruito attraverso diverse scansioni, alcune regioni meridionali come la Puglia settentrionale, hanno assistito a una lunga fase di vera e propria edificazione, mentre in Sicilia, nelle zone dell’interno cerealicolo, vi è stata solo la lenta riorganizzazione di uno spazio in una certa misura costruito.

Per quanto riguarda la Sicilia, l’autore è d’accordo nel sostenere che a partire dalla seconda metà del XIX secolo a causa delle censuazioni dei beni ecclesiastici e della quotizzazione dei terreni demaniali, accanto alla masseria tradizionale cominciarono ad affiancarsi delle tipologie simili di unità fondiario-aziendali abbastanza ampie ma più razionali e dinamiche. Questi cambiamenti, pur nei loro limiti, mostravano i segni di un’avvenuta trasformazione.

Testimone del suo tempo però Sidney Sonnino aveva sostenuto e rimarcato per primo le immutabili tracce di un latifondo nudo, dove le case esistenti “sono per lo più in uno stato deplorevole, e quasi tutte poi mancano di stalle per gli animali e bovini, e di convenienti abitazioni per gli impiegati, specialmente per quelli inferiori. Si contano sulle dita i proprietari che abbiano fatto in Sicilia qualche spesa per ridurre convenientemente questi casamenti rurali [...] I giornalieri, dormono sotto capannucce provvisorie di paglia e frasche, o sotto la volta del cielo”[21].

Se i risultati delle nuove ricerche non possono completamente cancellare il valore di autorevoli testimonianze del passato, è bene forse, allo stato attuale, non mostrare un’eccessiva enfasi nel voler cogliere a ogni costo dinamismi ma muoversi piuttosto secondo un’ottica comparativa che consenta di qualificare i processi presi a oggetto di ricerca e di individuare i limiti di un’evoluzione dell’organizzazione produttiva e territoriale che coinvolge anche i quadri ambientali. Quindi se si guarda al latifondo meridionale solo dalle campagne urbanizzate diffuse nella Toscana fin dal XVIII secolo o da quella padana, come pare facesse Sonnino, si rischia comunque di non cogliere l’interna evoluzione e gli esiti diversi di ogni organizzazione territoriale.

Nella maggior parte dei casi si trattava di lente trasformazioni, parziali, che non affrontavano, come viceversa lasciava intendere la testimonianza raccolta da Lorenzoni, i problemi cruciali dell’assetto idrogeologico di pianure altamente malariche e la questione degli ordinamenti colturali. Nondimeno, se la questione dei luoghi di concentramento abitativo rientra nel novero dei fattori che del latifondo spiegano la lunga durata, dal punto di vista sociale e degli eventuali mancati sviluppi economici, non può però rappresentarne il fulcro e neanche essere individuato come l’unica causa che spiegherebbe l’intera evoluzione del latifondo.

È certo che agli inizi del Novecento l’indagine sul latifondo segnalava una situazione in movimento: su 532 latifondi, almeno 172 erano oggetto di miglioramenti edilizi, consistenti in edificazioni di case coloniche, stalle, o “capannoni industriali”, all’interno di un processo di semi intensività della cerealicoltura isolana e di un parallelo processo di erosione del latifondo[22]. Le cosiddette capanne di paglia di sonniniana memoria dei contadini avventizi cominciavano, molto lentamente, a essere sostituite da strutture in muratura. Tuttavia in Sicilia il latifondo prende delle strade differenti rispetto ad altri contesti regionali del Meridione, sicuramente rintracciabili attraverso l’ineguale ampiezza e la diversa datazione del processo di edificazione, ma soprattutto per la specificità dei fattori istituzionali, del differente ruolo della grande azienda e della grande proprietà[23]. Per fare solo qualche esempio, moltissime operazioni di credito agrario effettuate in seguito alla legge speciale del 1906 erano finalizzate al sostegno del finanziamento fondiario con la costruzione di case coloniche, stalle e ricollocazione del tessuto già esistente, piuttosto che in veri e propri investimenti agricoli e in trasformazioni degli ordinamenti fondiari. Un tale atteggiamento può trovare motivazioni in una certa timidezza dei proprietari nei confronti dell’investimento produttivo (poiché dai rendiconti del Banco di Sicilia i beneficiari erano i proprietari, qualche affittuario e solo raramente mezzadri o giornalieri), nella diffidenza delle banche a concedere credito e nella concorrenza per gli affitti della terra che aumentava la difficoltà degli enti beneficiari a trovare i capitali necessari, come dichiarava un socio di una cooperativa nei primi anni del secolo scorso: “La nostra cooperativa ha dovuto superare difficoltà per ottenere credito dal Banco di Sicilia. Le buone intenzioni dei reggitori di questo e della legge vengono frustrate nella pratica da opposizioni di qualche nemico politico. Ci fu un momento in cui per superare un’improvvisa difficoltà dovemmo ricorrere agli usurai e pagare interessi corrispondenti”[24].

Non v’è dubbio quindi che, complessivamente, l’argomento dell’urbanizzazione della campagna nelle vaste aree del latifondo cerealicolo, è stata spesso compresa, nel dibattito storico e politico del tempo, entro la questione, distorta nei suoi effetti sociali, della semplice abitazione rurale. Viceversa, si è costatato che, anche laddove il patrimonio edilizio rurale è stato cospicuo, la campagna salubre e la proprietà divisa, nelle cosiddette aree di seminativo, la residenza è stata mantenuta nei grossi borghi rurali[25]. La stessa trasformazione arborea e arbustiva raramente si traduceva in rilevanti incrementi della popolazione sparsa.

 

3. Colture, forme di proprietà e di conduzione

Accanto ai fattori storici dell’organizzazione economica, del regime di proprietà e di conduzione, la natura dei suoli, il clima e le condizioni ambientali in genere hanno influito, in percentuale non indifferente, nel tipo di colture esistenti. Due i fattori determinanti: innanzitutto la frequente mancanza o difficile reperibilità d’acqua, e in secondo luogo l’aver preferito a estesi terreni argillosi molto instabili la solida roccia delle alture, più adatta a essere utilizzata come area edificabile.

In tal senso, la provincia di Agrigento può essere divisa per comodità in tre zone differenti corrispondenti a tre distretti: Agrigento, Bivona e Sciacca, che dalla costa si diramano verso l’interno e sono delimitati tra loro dai corsi d’acqua dell’Imera meridionale, del Platani e del Belice. Tra i circondari esistono non poche differenziazioni nella composizione e nell’orografia dei suoli. I migliori terreni e le minori altitudini si presentano nel distretto di Agrigento, che confina a est con le piane del nisseno. Invece il distretto di Bivona, avendo, anche lungo la costa e nell’interno, un panorama prevalentemente collinare-montano, ha sofferto, più di tutti gli altri distretti, gli effetti dell’arretratezza nella conduzione e nei miglioramenti dei suoli. Il terzo distretto, quello di Sciacca, posto più a ovest e a contatto con la vasta piana trapanese, ha goduto di condizioni mediamente accettabili. Nel suo insieme questa provincia, che interamente si affaccia sul Mar Mediterraneo, presentava agli inizi del secolo scorso una lunga costa dominata dalle colture seminative e dai pascoli, pur con qualche presenza significativa di colture arboree che non scalfivano però il panorama di grande nudità. Su una superficie agraria e forestale di 316,296 ha., il 64,9% erano a seminativi semplici, di cui 76,677 ha., ovvero il 24%, era coltivato a frumento, il 5,4 erano a seminativi erborati, mentre i pascoli raggiungevano la media dell’isola attestandosi intorno al 21%[26].

Queste cifre indicano che le colture predominanti erano le cerealicole in estese proprietà e con cicli di rotazione fissati sulla consueta terzeria, pascolo-maggese-grano, e costituivano col pascolo brado, complessivamente oltre i 2/3 del territorio. Dove la proprietà era più spezzata, nelle vicinanze dei paesi si avevano floride nicchie di mandorleti e oliveti, questi ultimi in percentuale del 3,3%, e di vigne 6,8% sovente distrutte dalla filossera “ma – come sosteneva il barone Francesco Agnello, grosso possidente e sindaco di Siculiana – ora ricostruite completamente, e anzi ce n’è più di prima, tanto che si lamenta la crisi vinicola per l’abbondanza stessa del vino”[27]. Non mancava in qualche vallata la coltivazione in promiscuità di agrumi, ancora in piccolissima percentuale 0,09%, e in modo particolare di aranci che, già all’inizio del secolo, vi si segnalava la presenza in qualche fondo bonificato vicino al fiume Platani e nel circondario di Bivona[28].

Alla luce di quanto i dati dell’intera provincia ci hanno mostrato, è chiaro che ci si trovava di fronte a un dominante panorama agricolo-pastorale che dalla costa si arrampicava fino ai più alti rilievi dell’interno. Però, confrontando i tre distretti si possono rintracciare al loro interno alcune differenze nell’utilizzazione dei suoli. Il più grande in termini di superficie e importanza, quello di Agrigento, non mostrava alcun segno di progresso agrario. Il 67% a seminativi semplici, il 6,2% a seminativi erborati e il 18,5% a pascoli. Le aree irrigate erano esigue, solo il 0,4% del territorio, e in genere erano macchiate da un triste primato, giacché per tutta la provincia la presenza dell’acqua alla sorgente era abbondante, ma si perdeva lungo le condutture obsolete. Infine gli arboreti e i vigneti erano pari al 5,5%. La presenza in questa parte occidentale della provincia di migliori terreni adatti a rese unitarie maggiori era inficiata anche dalle numerose miniere solfifere presenti nelle zone centrale e orientale dell’isola in un comune come Recalmuto, grosso centro d’industria dello zolfo, dove parecchi possidenti si lamentavano delle condizioni delle campagne circostanti “danneggiate dalla anidride solforosa, perché i gestori delle miniere non rispettano le norme del decreto del 1891”[29].

Il distretto di Bivona prevalentemente collinare, era il più arretrato con il 71,5% della superficie territoriale a coltura seminativa di cui solo il 3,2% a seminativi erborati e il 21% a pascoli. Il distretto di Sciacca, infine, il più piccolo fra i tre, con terreni maggiormente permeabili e calcarei presentava allo stesso modo, seppur in misura leggermente minore, una superficie agraria dominata per il 54% dai seminativi semplici, il 65% da quelli erborati, e il 23% dai pascoli localizzati soprattutto non solo negli altopiani collinari, ma anche nella costa, lungo la riviera tra Menfi e Sciacca, in terreni più permeabili. In proporzione all’esiguità delle zone irrigate dell’intera provincia, le maggiori erano presenti in questo circondario con solo l’1%; similmente le aree arborate, qui in un rapporto più alto che negli altri distretti, si diffondevano per il 9,7%, in quota maggiore rappresentate da vigneti e oliveti.

Per comprendere la realtà colturale dell’agricoltura di questa provincia, e un po’ dell’intera Sicilia, nel primo cinquantennio del novecento, è lecito partire dal paradigma interpretativo generale con cui Rossi-Doria ha distinto l’intero mezzogiorno in “osso” e “polpa”[30]. Egli introdusse per primo una distinzione, chiamando l’“osso” le zone dove si praticava un’agricoltura di tipo estensivo, seminativi e pascolo, situate nelle aree collinari e montuose dell’interno della Sicilia. La “polpa”, invece, era quel tipo di agricoltura che privilegiava la coltura dell’albero, suddivisa a sua volta in coltura promiscua e specializzata, e di tipo intensivo nelle aree di nuova irrigazione.

All’interno di questo quadro che divideva in due l’agricoltura siciliana, è stato certamente più facile descrivere le trasformazioni colturali che presupponevano l’impiego di lavoro e d’investimenti (poveri) di capitali nel settore agricolo, considerato alla fine del XIX la base e la ricchezza di una nazione. Ma, come spesso accade, la realtà storica travalica i modelli teorici che tentano di spiegarla. E la realtà del paesaggio agrario della Sicilia centro-meridionale non rientrava per nulla dentro la ferrea distinzione proposta da Rossi-Doria, e nemmeno possiamo accettare l’idea di incastonare realtà scarsamente dinamiche in monoblocchi immobili, solo in considerazione del fatto che, in zone di agricoltura arretrata, non esistono alcune possibilità di cambiamenti significativi sia pur di tipo colturale. Questo modello, valido punto di riferimento, alla prova dei fatti è stato insufficiente a spiegare un fatto nuovo, che tra i due tipi di agricoltura poteva esistere una complementarietà e intere zone o aziende agricole presentavano caratteri colturali intermedi[31].

Per fare un esempio, il percorso che ha portato all’impianto dell’“albero” ha seguito una mappa non lineare. Essa ha significato la valorizzazione della terra mediante la piccola coltura promiscua nelle zone di collina; oppure nelle aree di cerealicoltura estensiva, l’inizio di miglioramenti fondiari attorno agli abitati e quindi, come ha descritto Piero Bevilacqua[32], la formazione di vere e proprie oasi a coltura intensiva e specializzata, non più votate al solo sistema dell’autosussistenza, ma alla commercializzazione dei prodotti. Si produceva, all’interno stesso dei maggiori possedimenti, una dialettica tra albero e grano. Tra le due forme di utilizzazione del suolo (coltura estensiva/intensiva) non vi era una correlazione funzionale se non per i trasferimenti finanziari che dal settore più stabile (grano) andava verso quello più ricco (l’albero). In altri casi, come abbiamo già rilevato, a coordinare le trasformazioni colturali erano l’introduzione di nuovi cicli di rotazioni e di mutati sistemi di concimazione messi in evidenza agli inizi del secolo passato dal direttore della cattedra ambulante della provincia di Agrigento che con cognizione di causa e perizia illustrava agli intervistatori come

le condizioni dell’agricoltura nella provincia sono migliorate specialmente per l’effetto dell’uso dei concimi chimici, per cui quasi ovunque si è tolto il maggese. La rotazione agraria della terzeria continua soltanto in pochi posti dove non si fa la fava. Il concime organico si usa quando lo si trova sul posto, ma non si trasporta [...]: per lo più si usa l’iperfosfato solo, il quale ha dato buoni risultati, né ha mostrato inconvenienti[33].

Tanti i quesiti che restavano irrisolti, solo per fare qualche esempio, l’insufficiente lavorazione del terreno e la precaria viabilità, la debole organizzazione dell’impresa agricola e la mancanza di conoscenze tecniche adeguate nella selezione dei semi migliori. Comunque, alla vigilia della prima guerra mondiale e ancor dopo, le colture legnose specializzate (vite, mandorlo, noccioleto, pistacchi ecc.) si estendevano su una superficie considerevole che collocava la Sicilia in posizione di testa per la produzione e la commercializzazione dei suoi prodotti. Nella provincia agrigentina questo tipo di coltura si presentava dotata di un imponente patrimonio arboreo esteso nelle terrazze delle campagne attorno ai centri abitati; su di una superficie agrario-forestale di 292.254 ha., 70.000 ha. erano posseduti a mandorleti, circa 50.000 ha. a oliveto, quasi tutto specializzato, e circa 8.000 ettari a vigneto[34]. L’intera area arborata andò crescendo nel 1929 fino al 24%. E fu la provincia che più di ogni altra si dedicò al mandorlo, dove la coltivazione di questa pianta raggiunse il 10,5% dell’intera superficie territoriale[35]. Questa preziosa pianta era coltivata un po’ ovunque, ma diffusamente negli agri più progrediti del distretto di Agrigento. L’olivo raggiunse la percentuale del 6,7% coltivata nella zona centrale, mentre i vigneti rimasero stabili lungo la costa sud occidentale. I seminativi e i pascoli arretravano il loro dominio estendendosi rispettivamente sul 60,5% e sul 10% della superficie mantenendo i caratteri stabili di un’utilizzazione povera e priva di alberi, concentrata maggiormente nella zona nord nord-est a confine con la provincia di Palermo, comprendendo gran parte del circondario di Bivona dove mancando di viabilità “si è esplicata meno la coltura intensiva”[36].

Gli agrumi, e in generale le colture specializzate ebbero uno sviluppo più accentuato dopo gli anni ’50, in relazione allo sviluppo dell’irrigazione[37]. Però alcune tendenze si avvertirono già sul finire della metà del secolo scorso volte a segnalare interessanti cambiamenti qualitativi. La coltura del mandorlo, già fortemente presente, manteneva pressappoco i livelli di estensione superficiale, rovesciando il rapporto coltura promiscua/coltura specializzata a favore di quest’ultima. Così anche l’olivo, per il 20,7% a coltura specializzata e il 12,3% promiscua; nel 1928 le proporzioni era di gran lunga capovolta: il 46% a coltura promiscua e solo l’1,4% a coltura specializzata[38]. Infine la vite, rappresentante di una via di mezzo tra la “povera” economia cerealicola pastorale e quella ricca e tecnicamente costosa degli ortaggi e degli agrumi, mostra fino al 1929 un incremento costante segno che a quella data parte dei vigneti distrutti dalla filossera erano stati ricostituiti grazie anche alla presenza di colture specializzate. Negli anni ‘50 l’incremento si attestava attorno al 12%, una percentuale poco inferiore se confrontata con altri circondari molto più progrediti nella produzione vinicola.

 

4. I produttori: proprietari e gabellotti

Intorno al paese c’è la piccola proprietà censita, quasi tutta bonificata. Al di là c’è il feudo, il quale vuole darsi sia in affitto a grossi gabelloti, i quali poi la suddividono ai contadini, facendosi molto guadagno[39]

La testimonianza dei contadini di Aragona ci offre uno spaccato della materia nuda e cruda dei rapporti sociali, dei privilegi che comportava il possesso di proprietà terriere sufficienti ai più elementari fabbisogni e l’asprezza delle condizioni di vita alla quale dovevano fare i conti giornalmente migliaia e migliaia di persone che traevano il sostentamento loro e della loro famiglia dal lavoro nei campi. E, se in parte corrisponde a quelli che erano i rapporti esistenti tra le forme di proprietà e i modi di conduzione del tempo, dall’altra nasconde sicuramente una realtà agraria molto più complessa e articolata di quanto i contemporanei potessero, forse, essi stessi percepire.

Per comprendere nelle linee generiche i profili delle numerose proprietà terriere e i diversi modi con cui erano condotte le aziende presenti nel territorio, è anzitutto utile partire da un privilegiato punto di osservazione, un qualsiasi paese rurale, il solo possibile centro della dispersa e mutevole impresa del contadino, in mancanza di una realtà d’impresa, come abbiamo già ricordato, stabilmente collocata in campagna. Attorno ai centri abitati dove si addensava tutta la popolazione agricola, si sdraiava una breve cinta di terreni coltivati con metodi intensivi, frazionati fino ai minimi termini e adatti ad accogliere la coltura di qualche pianta arborata. Questa fascia di terra rappresentava comunque spesso una percentuale minima dell’intero territorio comunale, che, al di fuori di quella cinta, si estendeva per chilometri e chilometri in maniera tale da apparire agli occhi di un visitatore quasi uniforme. Su questa terra nuda, ed è questa la caratteristica delle zone interne del latifondo contadino[40], c’erano insieme grande, media e piccolissima proprietà, rappresentate tuttavia non da pochi appezzamenti contigui, ma da moltissimi, frazionati da un gran numero di coltivatori diversi, lontani e dispersi in tutto il territorio.

L’inchiesta Lorenzoni si è sforzata di schematizzare questa composita realtà. Essa distingueva le diverse proprietà esistenti nelle province dell’interno, in cinque categorie[41]: 1) la piccolissima proprietà, estremamente frammentata si trovava nelle vicinanze dei paesi, oppure sugli antichi demani comunali quotizzati. Era posseduta dai cosiddetti borgesi che l’ebbero quasi sempre per enfiteusi, o da pochi giornalieri. 2) La piccola proprietà, come la prima insufficiente o appena sufficiente nel migliore dei casi a mantenere il proprietario, sia viva della sua rendita senza lavorarla direttamente sia la lavori egli stesso con la famiglia. 3) La media proprietà era un allungamento della piccola, posseduta dalla borghesia locale e dalla piccola aristocrazia. 4) La grande proprietà posta fuori dalla cerchia bonificata vicino ai paesi. 5) Infine, i latifondi, la faccia capovolta della piccolissima proprietà, così compenetrati tra di loro da assumere sovente l’aspetto di un unico ordinamento esistente.

Che cosa si deve intendere per latifondo crediamo che ormai sia risaputo, la letteratura a tal riguardo è vastissima. Una realtà socio-economica che per lunghissimi anni ha governato incontrastata ed è scampata agli attacchi di ristrutturazione del territorio provenienti da più parti e in tempi differenti[42]. La parola “latifondo” rimanda immediatamente all’immagine di una realtà storica trasfigurata nel mito, sempre identica a se stessa, cristallizzata e dal significato spiccatamente “letterale”: tuttavia, altri elementi ci impongono di non considerare latifondo solo la grandissima proprietà, perché finanche quella piccola ha posseduto gli stessi caratteri, generando sovente gli stessi rapporti economici e sociali di quel che si può chiamare il sistema latifondistico[43].

Nelle rilevazioni delle statistiche fasciste in merito alla politica di “trasformazione” del latifondo siciliano il numero della superficie dei latifondi era calcolato in base al numero delle aziende sopra i 200 ha., metodo quanto mai discutibile volto a semplificare la realtà, visto che il latifondo si estendeva su un territorio più ampio di quello occupato dalle superfici. Era una scorciatoia mentre il problema restava del tutto marginale[44]. Più esatto, quindi, sarebbe parlare del latifondo come di un sistema di rapporti, come di una struttura economico-sociale.

Altro torto sarebbe considerare l’economia latifondistica come espressione di un sistema agrario estensivo generato da un meccanismo spontaneo[45]. Il sistema latifondistico è un modulo di organizzazione produttiva, e non un cascame del passato, né un residuo feudale. Esattamente come per i sistemi agrari maggiormente intensivi, anch’essa sviluppò ordinamenti colturali, sistemi di colonizzazione, tipi di aziende, condizioni sociali ben determinate. Tuttavia si distingueva, come vedremo, per una più rapida capacità, quasi spontanea, di adattamento al mercato. Che il latifondo contadino rappresentò un sistema è dimostrato dal fatto che ogni suo elemento fu inseparabile da tutto il resto e che il meccanismo dei rapporti che questi conservarono riproduce gli stessi ordinamenti, secondo quelle che si potrebbero realmente chiamare leggi sue. Fu un ordinamento economico sociale che si definì con una semplice equazione: il latifondo rappresenta un tentativo di realizzare fra risorse estremamente scarse di capitale liquido (investimenti) e disponibilità di terra tanto più abbondante, la sintesi atta a fornire il più lauto prodotto (rendita).

Gli scarsi investimenti ripartiti dalle aziende sul territorio e la ricerca del profitto derivante dal meccanismo della rendita sono gli elementi costitutivi e tra di loro interdipendenti su cui poggiava l’intero sistema del latifondo. La difficoltà delle condizioni naturali (composizione dei suoli, disordine delle acque, difficoltà per la viabilità), argomento privilegiato sul finire del XIX secolo dal marchese Di Rudinì, esponente a capo degli interessi “agrari”, all’interno della dialettica trasformazione/stagnazione del latifondo, riduceva di molto i limiti di convenienza della trasformazione. Però, chi arrestava del tutto tali trasformazioni e costringeva a una “patologica” modernità, l’unica possibile, erano le figure sociali d’intermediazione con la proprietà fondiaria in grado di ricavare rendite superiori a quelle che si otterrebbero con qualsiasi altro sistema di conduzione. Un sistema, descritto da Ghino Valenti, che nel suo complesso era affatto irrazionale, bensì l’opposto, in quanto si fondava sulle condizioni naturali, economiche e sociali dell’isola[46]. La borghesia terriera del mezzogiorno latifondistico secondo la definizione di M. Rossi-Doria, è stata definita, dunque, redditiera per forza, per forza assenteista, parassita e “facinorosa”[47].

La letteratura è piena di esempi che descrivevano queste figure sociali, i gabellotti, agenti specializzati nella protezione, cointeressati, imprenditori, professionisti, refrattari a ogni investimento, dediti al solo sfruttamento delle risorse disponibili e attivi partecipanti ai network politici e amministrativi. A metà degli negli anni ’30 nel secolo scorso, un proprietario prevenne una trivellazione, offertagli senza obbligo alcuno di partecipazione al costo, con il rifiuto paradossale di procedere a migliorie quand’anche avesse riportato in superficie l’acqua necessaria all’irrigazione[48]. Nella maggioranza dei casi, la maggiore convenienza a mantenere un regime di appropriazione di rendite piuttosto che aderire alla trasformazione in capitali costanti di una parte della loro proprietà si evince da uno studio riportato da Vouchting circa il confronto dei bilanci aziendali di due fondi diversi. Il primo condotto secondo il sistema tradizionale, il secondo con un ordinamento rivolto al miglioramento e quindi con l’impiego costante d’investimenti col sussidio statale previsto dalle leggi di bonifica. A parità di condizioni ambientali, il risultato finale era sbilanciato in favore di un maggior guadagno del proprietario del fondo privo d’investimenti e di conseguenza dei sistemi agrari tradizionali che consolidavano, come abbiamo già visto, legami tra rendita e profitto. Un proprietario era quindi maggiormente allettato a usare il denaro, invece che nella bonifica dei vecchi fondi, già di sua proprietà, nell’acquisto di fondi addizionali nell’ampliamento e arrotondamento della sua proprietà. Lo sfruttamento del terreno allo stato naturale, con aggiunte piccole, offriva un più stabile compenso che non quello di terre nuovamente migliorate, e non mancavano pure qui gli esempi, dove un massimo di reddito privato sembrava perfino essere legato a un minimo di capitali stabilmente investiti nel terreno, se non addirittura all’assenza di essi. Era raro immaginare un privato che volesse tentare di rompere il giro vizioso di questo sistema agrario che nessun’altra specie di sfruttamento intensivo del suolo poteva eguagliare quanta a reddito da lui ricavabile[49]. Però i latifondi non erano governati solo dalla proprietà assenteista poco curante di mantenere produttive le loro terre, che non voleva dire – e bene sottolineare – incapacità e disinteresse ma esitazione all’investimento, e nemmeno si esauriva alla sola funzione di “incassare le non sudate rendite”[50].

Dagli anni dell’inchiesta Lorenzoni sino al primo conflitto bellico, sebbene l’esistenza di una tendenza positiva a suddivisioni di grandi proprietà e quotizzazioni di demani comunali[51] operati tra il 1901 e il 1907, non si ebbero importanti e significative variazioni nella struttura della proprietà fondiaria. La normativa del 1906 diretta a favorire l’enfiteusi e la proprietà coltivatrice non ebbe, infatti, estesa applicazione, inoltre le numerose agevolazioni non aderivano alla particolare congiuntura in atto sicché risultarono incapaci di incidere sul grande possesso fondiario[52]. Complessivamente la crescita della piccola proprietà coltivatrice nel periodo precedente alla guerra fu del 7% dei terreni quotizzati[53]. Le innumerevoli testimonianze raccolte dai contemporanei asserivano che, se le rimesse degli emigranti riuscivano a conquistare a prezzi elevati qualche pezzetto di terra, non intaccarono però la compagine del latifondo. A causa dell’invasione della filossera – che colpì gravemente l’agricoltura e in modo particolare i coltivatori diretti – molte piccole proprietà furono vendute o abbandonate, incorporate più spesso nella media e grande proprietà. Tra il 1908 e il 1914 si ebbe, poi, un aumento degli articoli catastali ma esso fu dovuto più che alla formazione di nuove piccole proprietà autonome, alla suddivisione ereditaria e al fenomeno delle quotizzazioni.

Solo gli anni del dopoguerra furono caratterizzati da un vasto processo di frazionamento della proprietà terriera e da profonde modificazioni nelle varie categorie degli attivi in agricoltura[54]. Questa nuova fase di formazione della piccola proprietà coltivatrice ebbe caratteri e aspetti ben diversi dalle antiche suddivisioni o quotizzazioni di demani comunali, in quanto si costituiva a spese della grande proprietà latifondistica privata e con modalità differenti rispetto ai consueti modi di trapasso, non più l’affitto bensì la compra/vendita per contrattazione.

I fattori climatici e ambientali hanno rappresentato una delle cause condizionanti l’organizzazione economica e sociale. Abbiamo accennato, ad esempio, alle cause che hanno generato il lungo processo d’insediamento in vere e proprie agrotowns. Proprio in questi luoghi, tra un dedalo di case arrampicate, di vicoli stretti, e sistemi fognari insalubri, una classe media impiantava rapporti sociali di produzione utilizzando una fitta rete di relazioni sociali verticali e orizzontali e una massiccia dose di violenza e intimidazione per monopolizzare lo sfruttamento delle risorse esistenti e accumulare maggiori profitti. Quest’orizzonte dello sfruttamento in un sistema ecologico-ambientale disordinato può essere considerato una credenza mantenuta nel corso dei secoli che ritiene l’abbondanza e lo spreco come elementi che a un certo punto hanno prevalso e rovesciato l’antica pratica del disciplinamento e l’applicazione di tecnologie al fine di produrre il massimo del sostentamento con il minimo di dispersione di energia naturale. Purtuttavia, non si trattava di un sistema sottosviluppato, esisteva il mantenimento di quote di ricchezza crescente e costanti nel tempo sotto il controllo di un ristretto gruppo sociale, bensì di una forma squilibrata di modernità, forse l’unica possibile se consideriamo i comportamenti adattivi assunti dagli attori sociali rispetto agli ostacoli di tipo ambientali. Il profitto e il guadagno di attività agricole illecite si estorcevano attraverso la forza del ricatto e della violenza sociale. I gabellotti in cambio di protezione ricevevano altrettanti favori e privilegi. Alle loro dipendenze avevano un numero altissimo di precarie figure lavorative, come pecorai, caprai, contadini tutti armati e muniti di regolari porto d’ami, interessati a tacere o a testimoniare a loro favore.

Non siamo nella provincia palermitana, dove la dimensione del commercio di primizie agricole e non solo, che aveva il centro nella cosiddetta conca d’oro, richiedeva maggior domanda e offerta di protezione e di efficaci agenti d’intermediazione. La provincia agrigentina, prevalentemente arida, asciutta e idrogeologicamente dissestata, offriva al ceto medio la possibilità di lucrare su rendite, pascoli, e commercio di prodotti agricoli. Da qui partì la grande emigrazione oltreoceano a imbastire interessanti collegamenti e rotte commerciali con l’America. Nella provincia agrigentina, diversamente da quella palermitana, un nucleo legato alle originarie attività agricole di una Sicilia del feudo emigrò più o meno clandestinamente oltreoceano scalando ben presto le vette dei traffici illeciti. I maggiori rappresentanti non disdegnarono di mantenere ben salde le origini e per tutta la loro esistenza furono attivi in un continuo via vai tra le due sponde dell’antico e del nuovo mondo[55]. Ciò che rendeva forte la presenza nel territorio di questo gruppo sociale di estrazione mafiosa erano le relazioni cointeressate e di accomodamento con il potere politico.

 

5. I mafiosi

All’indomani delle consultazioni elettorali (1913, con il suffragio allargato) nel collegio di Bivona si scatenò una vera guerra di mafia tra due gruppi contrapposti: quello del deputato vincente Antonino Parlapiano Vella[56] contro il gruppo dell’onorevole uscente Domenico De Michele[57]. La disputa politica tra i due candidati si svolse secondo una logica di contesa criminale. Esiste, conservato negli archivi di Stato, un documento che ci consente di conoscere questo pezzo di storia politico-mafiosa nelle agrotowns della provincia di Agrigento. Si tratta della relazione del sottoprefetto Oddone, una straordinaria testimonianza della realtà descritta con “linguaggio, libero, chiaro, senza riguardi”[58].

Il sottoprefetto già allora utilizzò parole e anticipò concetti in seguito tradotti in leggi nel nostro recente ordinamento penale che riconosce la mafia come uno specifico reato di tipo associativo. Secondo il funzionario lo scenario cupo e criminoso esistente, era, infatti, determinato dalla presenza pervasiva nel territorio di una “associazione delittuosa” che ha “numerosissimi e temibilissimi adepti con leggi proprie” che “emana ed esegue condanne, si riunisce per organizzare reati, per dividere proventi”. I loro capi erano tutti gabellotti in stretta relazione in modo da creare un’organizzazione vera interprovinciale, o addirittura regionale. La mafia non disegnava di intrecciare relazioni con la politica e di prendere parte alle competizioni politiche e amministrative. L’aggancio con la politica era fondamentale per generare un fitto patto di protezione-favoreggiamento per il buon esito degli affari leciti e illeciti.

Nel caso specifico il sottoprefetto descrisse la genesi e l’esito del dualismo tra i due politici per accaparrarsi in ciascuno dei comuni del collegio il maggior numero di voti, facendo ricorso ai servizi della mafia che, a sua volta, si divise “parteggiando per l’uno o per l’altro candidato” in una sequenza di escalation di reati quali l’abigeato e il furto di animali da restituire sotto l’obbligo di votare per il candidato indicato, le rapine, l’intimidazione e l’omicidio. Fu il caso, ad esempio, dell’omicidio del pericoloso capo mafia Pietro Simonaro, gabellotto del ricchissimo notabile e proprietario Parlapiano Vella, ucciso nel 1913 da mafiosi assoldati da De Michele. Alla fine di quell’anno il figlio di Pietro, Emanuele Simonaro si vendicò del padre uccidendo in aperta piazza del municipio Giuseppe Vacante dello schieramento avversario. Per le gravi lesioni riportate da arma da fuoco, il Parlapiano aveva tentato di salvare la vita al suo gabellotto facendolo operare d’urgenza nell’ospedale che lui aveva da poco costruito ma non ancora del tutto funzionante. Questo particolare è molto significativo perché indica il livello di controllo totale non solo delle risorse dell’economia locale ma anche dei circuiti finanziari e dei servizi connessi al welfare sociale. Un dominio totale, come sosteneva Giovanni Falcone.

Il nodo dei rapporti tra mafia e politica è ben dipanato dalle affermazioni dei notabili i quali confermavano che i mafiosi prendevano parte attiva alle competizioni politiche senza che loro potessero esercitare alcun controllo sulle azioni criminose dei “facinorosi”. Lo schema non è quello fuorviante di una mafia alle dipendenze della politica, anche se, nel nostro caso, i notabili erano essi stessi appartenenti nel circuito delinquenziale. Così, i notabili diventavano l’anello di congiunzione tra i grandi proprietari (l’aristocrazia terriera) e i mafiosi che diventavano investimento sicuro ai fini della scalata politica: li proteggevano, li assumevano ai loro servizi nelle loro aziende, creando, dove occorreva, posti di campiere, gabellotti. I mafiosi erano ben lieti di intervenire per fini utilitaristici sotto “qualsiasi forma”. Così Il De Michele aveva a suo servizio numerosi pregiudicati non meno pericolosi di quelli della parte avversaria.

Certo Piazza Nicasio [...] affiliato alla mafia di Corleone denunciato per rapina [...] per correità in omicidio, per associazione a delinquere [...]. È in intimi rapporti con Cascioferro Vito di Accursio, nato a Palermo, notissimo capo della maffia siciliana imputato nell’omicidio di Petronisono avvenuto nel 1909[59].

A proposito di Cascioferro, proveniente da una famiglia palermitana di gabellotti assurse a ruolo di notabile di Bisacquino (altra agrotown della provincia di Palermo confinante con quella di Agrigento) grazie ai servizi resi proprio al De Michele. Fu poi assolto nel 1911 al processo sull’omicidio del poliziotto italo-americano per la deposizione di De Michele il quale testimoniò che l’imputato nella notte in cui era avvenuto il delitto era ospite in casa sua.

I notabili facevano parte di ampi circuiti politico-delinquenziale che garantiva ai membri dell’organizzazione stipendi, protezione, aiuti vari, anche per sottrarli a eventuali responsabilità penali. L’intera politica locale era a capo di un’industria di affari illegali capace di assumere sempre nuovo personale al proprio servizio.

A Santo Stefano Quisquina i frequenti omicidi, tra cui nel 1911 del socialista Lorenzo Panepinto, condussero gli inquirenti a scoprire una vasta associazione per delinquere e a denunciare una ventina di gabellotti affiliati alla mafia interprovinciale. Dopo accurate indagini e riservati avvisi di denuncia, la notizia divenne di dominio pubblico, complice l’estesa rete di relazione della mafia. I mandati di cattura non sortirono effetti perché i sospettati si diedero alla latitanza e tutta la mafia fu allarmata mobilitando a suo favore la vasta rete di alleanze: deputati, nobili influenti, sindaci, segretari comunali si diedero da fare per cercare di avere informazioni ed esercitare pressione sui funzionari della prefettura e sui magistrati. Lo stesso De Michele, una volta interpellato a chi gli chiedeva consigli su come procedere, diede precise istruzioni:

Per S. Stefano il mio pensiero è persecuzione a nessuno. Lettera anonima, denunzia capate in aria [...] portare sfiducia il prestigio delle autorità… Certo tutto finirà in una bolla di sapone. Tutto per lettere anonime e sospette. In tema di associazione c’è la flagranza. Occorrerebbe scrivere all’avvocato che sollecitasse il “non luogo”[60].

Di solito, l’intesa azione di prevenzione e repressione da parte dei funzionari di Pubblica sicurezza e di inquirenti era vanificata dal sistema di protezione che eludeva le investigazioni e dava ai ricercati una sicura latitanza. Se arrestati, l’organizzazione criminale tendeva a intercedere all’interno del procedimento penale, e se vi erano delle condanne si arrivava fin alla procura generale o al Ministero della Giustizia affinché le pene fossero ammorbidite. L’offerta di protezione verso tutti gli affiliati era uno dei segnali di somministrazione di notevoli iniezioni di audacia agli adepti e, dall’altra parte, incuteva timore tra le pubbliche autorità, sulle quali si esercitava una costante pressione. Anzi, i mafiosi erano “avezzi a considerare autorità e funzionari come strumenti docili del loro volere”. Le pressioni, le tergiversazioni, le minacce implicite e manifeste ai funzionari e magistrati erano una consuetudine consolidata. Alcuni funzionari, spaventati del potere esercitato dai notabili in odor di mafia, per timore di vendette, rappresaglie, sostituzioni, insomma per il quieto vivere, cedevano alle premure di questi ultimi, perché anche un solo giustificato diniego di porto d’armi a un uomo fidato di mafia poteva sollevare un putiferio e terminarsi con un ammonimento o sospensione del funzionario considerato inetto e privo di tatto mentre svolgeva le sue regolari funzioni, secondo la legge dello Stato. Inoltre accadeva che molti funzionari accettassero volontariamente la protezione dei notabili per avere appoggio e favori, diventando strumenti delle loro mani e portavoce degli interessi della mafia. La maggior parte restava a disparte “per non aver noie, grattacapi, per non far sollevare protesta, per non incorrere nelle vendette delle persone influenti”[61].

Questi scenari, caratterizzati da sanguinose atrocità, riflettevano le mutevoli aggregazioni d’interessi di gruppi di famiglie, di raggruppamenti concorrenti tra loro per il controllo delle risorse pubbliche e private. Lo scenario in cui si esercitava tale impunità, come abbiamo descritto, era quello delle aperte campagne costituite da immensi latifondi spopolati, così chi commetteva l’omicidio aveva tutto il tempo di mettersi al sicuro, a grandi distanze dal luogo in cui aveva abbandonato il cadavere sperduto nelle lande sconfinate, e di trovare riparo nel momento in cui le autorità ne venivano a conoscenza a seguito dei sopralluoghi. E nelle agrotows, finiva con toni pessimisti il sottoprefetto, l’eccessivo popolamento e la necessità di controllo generavano un fenomeno di assoluto “mutismo e l’azione della giustizia è fortemente intralciata e dalle stesse parti lese o dai parenti, dai quali non è possibile ottenere indicazioni che potrebbero mettere sulle tracce degli autori”. Il sottomondo e il sovramondo si sarebbero conosciuti solo con le confessioni degli uomini di mezzo.


Note

1 S. Scrofani, Sicilia. Utilizzazione del suolo, nella storia, nei redditi e nelle prospettive, ESA, Palermo 1962, p. 208.

2 V. Morani, I terreni della Sicilia, “Giornale di Scienze naturali ed economiche di Palermo”, 45, n. 4, sez. I, 1948.

3 F. Milone, L’Italia nell’economie delle sue regioni, Roma 1955, p. 969.

4 Due Sicilie: Direzione generale dei Ponti e Strade e delle Acque e Foreste e della Caccia, Memoria intorno alle devastazioni prodotte dalle acque a cagion de’ disboscamenti, del direttore generale funzionante dei ponti e strade, e delle acque, foreste e caccie Carlo Alfan De Rivera, Napoli 1825.

5 A. Cumin, La Sicilia, Catania 1944, p. 12; sullo zolfo M. Colonna, L’industria zolfiera siciliana: origini, sviluppo, declino, Catania 1971; Il corpo delle miniere e l’area dello zolfo in Sicilia: secoli 19-20, Caltanissetta 2000; G. Barone, C. Torrisi, Economia e società nell’area dello zolfo, Caltanissetta 1989.

6 Scrofani, Sicilia. Utilizzazione del suolo, nella storia, nei redditi e nelle prospettive, cit., pp. 206 e 209.

7 T. Fischer, La penisola italiana, Einaudi, Torino 1902, p. 324.

8 G. Lorenzoni, Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia, Roma 1909-10, vol. VI, tomo I, p. 11 (il corsivo è nostro).

9 G. Merlini, Le regioni agrarie in Italia, Bologna 1948, p. 21.

10 F. Vouchting, La questione meridionale, Ist. edit. del Mezzogiorno, Roma 1955, p. 13.

11 F. Milone, Memoria illustrativa della carta della utilizzazione del suolo in Sicilia: fogli 21, 22, 23, Cnr, Roma 1959.

12 Istituto centrale di statistica, Comuni e loro popolazione ai censimenti dal 1861 al 1951, Roma 1960, p. 265-266.

13 Merlini, Le regioni agrarie in Italia, cit., p. 149.

14 Lorenzoni, Inchiesta, cit., vol. VI, tomo I, p. 43.

15 G. Jerna, Il problema del latifondo, in “Il Giornale dell’Isola”, 30 aprile 1922.

16 R. Monheim, La città rurale nella struttura dell’insediamento della Sicilia centrale, in “Annali del Mezzogiorno”, vol. XII, 1972; il tema è stato affrontato nella sua complessità da Vouchting, La questione meridionale, cit., pp. 18 e ss.

17 M. Rossi-Doria, Riforma agraria e azione meridionalista, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2003, p. 44.

18 Archivio centrale dello Stato (d’ora in poi Acs), Giunta parlamentare d’inchiesta sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia (Gpi), Resoconto stenografico degli interrogatori fatti a Girgenti addì 11/04/1908, b. 5, p. 51.

19 Segnaliamo solo alcuni importanti riferimenti. I saggi contenuti nei tre volumi della Storia dell’agricoltura nell’Italia contemporanea, a cura di P. Bevilacqua, Marsilio, Venezia 1990, in particolare i saggi di P. Bevilacqua, Tra Europa e Mediterraneo. L’organizzazione degli spazi e i sistemi agrari nell’Italia contemporanea e Clima, mercato e paesaggio agrario nel mezzogiorno, vol. I, Spazi e paesaggi; L. Gambi, G. Barbieri, La casa rurale in Italia, Firenze 1970; M. Rossi-Doria, Dieci anni di politica agraria nel mezzogiorno, Bari 1958.

20 F. Mercurio, S. Russo, L’organizzazione spaziale della grande azienda, in “Meridiana”, 1990, n. 10, in particolare  pp. 95-108.

21 S. Sonnino, I contadini in Sicilia, Firenze 1925, p. 24.

22 Lorenzoni, Inchiesta, cit., vol. VI, tomo I, p. 314.

23 S. Lupo, I proprietari terrieri del mezzogiorno, in Storia dell’agricoltura nell’Italia contemporanea, cit., vol. II, Uomini e classi, p. 139.

24 Lorenzoni, Inchiesta, cit., vol. VI, tomo II, p. 375.

25 S. Lupo, Storia e società nel mezzogiorno in alcuni studi recenti, in “Italia contemporanea”, 1984, n. 154.

26 Lorenzoni, Inchiesta, cit., vol. VI, tomo I, p. 63.

27 Acs, Gpi, Resoconto stenografico degli interrogatori fatti a Girgenti addì 11 Aprile 1908, b. 5, p. 8.

28 Lorenzoni, Inchiesta, cit., vol. VI, tomo II, p. 265.

29 Acs, Gpi, Resoconto stenografico degli interrogatori fatti a Girgenti addì 11 Aprile 1908, b. 5, p. 13.

30 M. Rossi Doria, Scritti sul mezzogiorno, Einaudi, Torino 1982.

31 Lupo, I proprietari terrieri nel mezzogiorno, cit.

32 Bevilacqua, Clima, mercato, e paesaggio agrario nel Mezzogiorno, cit., pp. 651 ss.; dello stesso autore vedere anche Forme del paesaggio ed evoluzioni dell’habitat. Alcune ipotesi, in “Meridiana”, 1990, n. 10, pp. 81-86.

33 Acs, Gpi, Resoconto stenografico degli interrogatori fatti a Girgenti addì 11 Aprile 1908, b. 5, p. 62.

34 G. Molè, Studio inchiesta sui latifondi siciliani, Roma 1929, p. 34.

35 Scrofani, Sicilia. Utilizzazione del suolo, nella storia, nei redditi e nelle prospettive, cit., p. 263.

36 Acs, Gpi, Resoconto stenografico degli interrogatori fatti a Girgenti addì 11 Aprile 1908, b. 5, p. 61.

37 Nel territorio di Ribera allo stato attuale si hanno colture specializzate di agrumi. È utile accennarlo come valido esempio di lenta trasformazione in un territorio considerato fino agli ’50 come uno tra i più depressi dell’intera isola.

38 F. Buffoni, Tendenze dell’economia siciliana, 1901-1961, in P. Sylos Labini (a cura di), Problemi dell’economia siciliana, Feltrinelli, Milano 1966, tab. p. 321.

39 Asc, Gpi, Resoconto stenografico degli interrogatori fatti a Girgenti addì 11 Aprile 1908, b. 5, p. 28.

40 Rossi Doria, Riforma agraria e azione meridionalista, cit., pp. 42-44.

41 Lorenzoni, Inchiesta, cit., vol. VI, tomo I, pp. 231-232.

42 Rossi Doria, Riforma agraria e azione meridionalista, cit.

43 È il “latifondo contadino” come lo definiva, con suggestivo ossimoro, M. Rossi-Doria: realtà che nelle tecniche produttive, così come nelle forme del paesaggio cui dava luogo, poco si distingueva dalla grande azienda cerealicola, che era latifondistica anche sotto il profilo proprietario. Per altro verso, tramite i disperati contratti in uso nelle campagne esso costituiva una vera e propria appendice della grande proprietà propriamente intesa.

44 V. Gayda, Problemi siciliani, Roma 1937, p. 38.

45 Vouchting, La questione meridionale, cit., p. 264.

46 Per un esauriente schema che riassume il dibattito circa le cause della formazione del latifondo nel mezzogiorno, Lupo, I proprietari terrieri nel mezzogiorno, cit.

47 Rossi-Doria, Riforma agraria e azione meridionalista, cit., p. 54.

48 Istituto Vittorio Emanuele III per il bonificamento della Sicilia, Seconda campagna di esplorazioni geo-idrologica in Sicilia, Palermo 1936, p. 26.

49 Vouchting, La questione meridionale, cit., pp. 279-285.

50 Lorenzoni, Inchiesta, cit., vol. VI, tomo I, p. 169.

51 Si operarono vendite in circa 357 comuni dell’isola, ma solo in pochi casi interessarono il latifondo, cfr. Lorenzoni, Inchiesta, cit., vol. VI, tomo II, pp. 815-855.

52 L. Libertini, La distribuzione delle terre in Sicilia dal 1860 ad oggi, in “Archivio storico per la Sicilia orientale”, 57, 1954, fasc. I e III, p. 212.

53 N. Prestianni, E. Taddei, Rapporti fra proprietà, impresa e mano d’opera nell’agricoltura italiana, vol. IX, Sicilia, Palermo 1931.

54 Il movimento della proprietà terriera in relazione all’ascesa dei contadini imprenditori in proprio è documentato dalle statistiche del Ministero delle Finanze sui trasferimenti degli immobili, riportate in V. Ciarroca, Il mercato dei terreni in Italia, in “Rivista italiana di Scienze economiche”, 1940, n. 9, p. 1173.

55 Ricordiamo, ad esempio la vicenda di Nick Gentile, originario di Siculiana, socio di Lucky Luciano e uno tra i maggiori esponenti del narcotraffico. Le vaste relazioni e attività in America non gli impedirono di essere riconosciuto proprio nella sua provincia di origine come uno dei “boss” più influenti fino alla metà degli anni Settanta. Originari di Siculiana anche le famiglie Cuntrera-Caruana che, da semplici gabellotti, nel secondo dopoguerra assunsero il ruolo principale di snodo del traffico internazionale di droga in tre continenti.

56 Parlapiano Vella aveva una propria organizzazione criminale mafiosa e si garantiva in ogni comune un elenco di uomini a lui fidati. Ad esempio a Lucca Sicula, tramite l’avv. Gestivo, s’impegnò a scarcerare Salvatore Genova, capo mafia locale e condannato per omicidio del sindaco di Lucca. Durante l’elezione, Genova iniziò a rubare gli animali che venivano restituiti soltanto dopo aver ottenuto la promessa di votare per Parlapiano. A chi non possedeva animali si mandavano lettere di minacce e intimidazioni. In Acs, Ministero dell’Interno (Mi), Direzione generale della pubblica sicurezza (Ps), b. 34, Rapporto del prefetto di Girgenti sulla lotta politica nel circondario di Bivona, s.d.

57 Il barone Domenico De Michele commerciante di olio e di cereali, sindaco di Burgio, divenne deputato nel 1903, nelle elezioni suppletive in seguito alla morte del deputato Parlapiano Vella. Alle elezioni del 1904 si presentò col blocco liberal-moderato riuscendo a sconfiggere Nitti, appoggiato dai fratelli Parlapiano, nipoti del defunto zio. G. Barone, Gruppi dirigenti e lotte politiche a S. Stefano Quinsquina dall’Unità al fascismo, in Id. (a cura di), Lorenzo Panepinto: democrazia e socialismo nella Sicilia del latifondo, Istituto Gramsci Siciliano, Palermo 1987, p. 57.

58 Acs, Mi, Ps, b. 34, Rapporto del sottoprefetto Oddone, s.d.

59 Ivi, p. 5.

60 Ivi, p. 9.

61 Ibidem.