Come citare questo articolo: , La “grande abbuffata”. L’aristocrazia terriera siciliana alla vigilia del voto referendario, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 1 (2017), art. nr. 23, pp. 191-197, []. http://rivista.clionet.it/di-bartolo-la-grande-abbuffata. Ultimo accesso 16-12-2017.

Il contribuito intende mettere a fuoco un episodio che vide protagonista l’aristocrazia terriera siciliana alla vigilia del referendum istituzionale. Dopo la guerra, infatti, in Italia, come nella maggior parte delle nazioni sconfitte, si determinò un cambio di regime e di forma istituzionale, questa volta fondato non sul potere di un solo partito, come luogo e catalizzatore degli interessi sociali (che di per sé è sempre stata una contraddizione), ma sulla dialettica dei partiti di massa e sul rafforzamento dell’istituzione parlamentare. Questo contributo, oltre a descrivere il tentativo aristocratico di rimediare a un'eventuale sconfitta monarchica, fa parte di una più ampia riflessione (a cui sarà dedicato un dossier nel prossimo numero della rivista) sul ruolo svolto dall’aristocrazia nel Novecento.

Il ceto aristocratico siciliano, che per centinaia di anni è stato il detentore del potere economico, politico e sociale dell’isola, come reagì di fronte ai cambiamenti epocali e ai nuovi cambi di regime in senso democratico? È possibile ipotizzare che, nel rapporto con la politica e il potere, l’aristocrazia abbia sì giocato un ruolo decisivo nel mantenere una propria funzione preminente, ma allo stesso tempo, accanto alla permanenza dei vecchi ideali e delle vecchie norme di vita, vi sia stato anche un mutamento del vecchio ordine. Quindi è possibile affermare che, nel Novecento, lo spirito di adattamento del ceto aristocratico lo rese co-protagonista dei nuovi eventi culminati con le guerre mondiali. Il paradigma della “persistenza” della nobiltà come fulcro delle società europee, suggerito da Arno J. Mayer[1], trova una sua corrispondenza e dei riscontri anche col caso siciliano. Si può supporre che, in questo squarcio di Novecento, l’aristocrazia abbia assunto, con diverse modalità rispetto al secolo precedente, un ruolo centrale, in quanto ceto in sé; e cioè l’idea che la centralità sociale non sia dipesa solo e necessariamente dall’esclusività del titolo ma da una consuetudine comunemente accettata di considerare l’aristocrazia “non (o non soltanto) una condizione privilegiata, ma un’alta selezione di gusti e abitudini”[2]. Non ci sentiamo di affermare che, alla fine, a sopravvivere sia stato solo “l’archetipo nobiliare”[3]; non l’aristocratico in quanto tale ma il binomio affermazione sociale-esclusività del titolo, mentre l’intero ceto era già stato interamente imbalsamato e perfino esposto in una macabra cripta. Diversamente, pensiamo che, oltre all’archetipo, abbia resistito anche la condizione reale: le radici, le provenienze, l’appartenenza fondamentale a un ramo di antico lignaggio, la transnazionalità, rispetto a chi, invece, lo divenne in seguito ad attività borghesi, il famoso schema “dei gattopardi e delle iene”. Tutto ciò è stato un fattore ancora condizionante sul piano politico, culturale e dei comportamenti sociali.

 

1. Fuori dall’ideologia

Il paradigma del “declino”, della “decadenza” e, non ultimo, della “sopravvivenza” per descrivere l’involuzione della nobiltà nel XX secolo ha permeato, come ha rilevato Gian Carlo Jocteau, gran parte degli studi storiografici sull’aristocrazia[4]. Il principale motivo è da imputare al fatto che la storiografia è stata a lungo influenzata da una corposa opera letteraria che ha trasferito su di essa immagini e suggestioni condizionandone l’analisi attraverso il consolidarsi degli stereotipi. Nel panorama culturale novecentesco molte opere letterarie ci hanno restituito il “piacere” di una ricerca ossessiva sul tema del crepuscolo dell’alta società tradizionale. Le molteplici suggestioni finivano quasi tutte nel convergere verso un unico orizzonte, quello dell’assoluta estraneità, quasi verginità, politica della nobiltà che di riflesso si chiudeva in sé, in una nostalgica resistenza fatta di consuetudini familiari, stili di vita, consumi, cerimonie, e avversa a un mondo borghese affannato e privo d’idealità. Questa descrizione della progressiva spoliticizzazione dell’aristocrazia ha acceso il lume della sua idealizzazione ed ha prodotto una seducente e struggente riflessione sull’incompatibilità tra la nobiltà e la modernità. Il desiderio verso la descrizione del gusto, della bellezza, dell’eleganza e dell’arte non deve trarre in inganno perché ha avuto il sapore di un auspicio sul collasso delle società democratiche. L’idealizzazione non è altro che una trasposizione capovolta del principale tratto distintivo dell’aristocrazia, che si riduce all’esercizio del potere, indipendentemente se siano davvero stati coltivati sinceri sentimenti antidemocratici.

Altra spia del fatto che la storiografia abbia negato rilevanza politica e culturale alla nobiltà, avvalendosi d’immagini e stereotipi letterari, e senza alcuna pretesa di rigorosa aderenza con la realtà, emerge dall’interpretazione storica che si è data del famoso romanzo Il Gattopardo scritto dal nobile siciliano Tomasi Lanza di Lampedusa. Anche in questo romanzo la vicenda della famiglia aristocratica di fine Ottocento è stata rappresentata come un modello esemplare di una Sicilia fuori dal tempo e dalla storia, in cui i mutamenti istituzionali, politici ed economici non riuscirono a intaccare la sostanza dei rapporti sociali e dei comportamentali collettivi. L’opera quindi è stata l’espressione più alta e raffinata di un secolare e apologetico sicilianismo, prima letterario e poi anche psicologico e storico. Eppure da un punto di vista storico la vicenda polifonica narrata ha le carte in regola per mostrare elementi di una straordinaria critica storica, non solo perché si rifà a certi affreschi “stilizzati” sulla Sicilia presenti nella famosa inchiesta Franchetti-Sonnino, ma anche perché rappresenta una formidabile critica a certi stereotipi sulla Sicilia e allo stesso sicilianismo. Gli storici hanno spesso intravisto nell’opera il manifesto di un sentimento reazionario della storia, votato all’immobilismo, in cui al centro della vicenda troviamo per l’appunto la rappresentazione decadente di un ceto che rifiuta l’impegno politico. In un saggio letterario Massimo Onofri[5] avvisa che l’errore frequente è stato quello di identificare la voce del Principe protagonista del romanzo con il punto di vista dell’autore, mettendo in luce come in realtà l’autore del romanzo avrebbe compiuto una critica al sicilianismo, a quell’ideologia auto celebrativa che la classe dirigente isolana accampava ogni qualvolta era oggetto di attacchi, di polemiche e di passaggi di status. Il romanzo, quindi, non sarebbe il documento del sicilianismo, bensì una sua straordinaria elaborazione critica.

Dodici anni prima dalla pubblicazione del romanzo di Tomasi di Lampedusa, l’isola viveva una fase anomala e concitata dall’imminente referendum istituzionale. Quando in Sicilia la guerra finì prima che nel resto del continente s’innescò una forte mobilitazione politica di movimenti, partiti, ceti sociali, interessi diversi, ognuno dei quali tentò manovre, alleanze, iniziative, per ricomporre gli equilibri politici e istituzionali franati dopo il collasso del regime fascista. La storiografia ha ampiamente descritto questa fase convulsa come “l’epopea delle classi subalterne”, in cerca di riscatto sociale, politico ed economico contro le forze conservatrici rappresentate dai ceti tradizionali dominanti. In realtà, tutto il quadro sociale era molto frammentato. La nobiltà si presentava “dispersa”, in parte fusa con l’élite economica emergente[6] e, per rimanere nell’ambito letterario, in parte irrimediabilmente decaduta, dedita alla sola compiaciuta contemplazione di un mondo decaduto “ai margini del silenzio e del tempo”[7]. La conflittualità crescente nelle campagne, le quotizzazioni nuovamente alla ribalta delle cronache economiche con i decreti sulle terre incolte, le rendite sempre meno redditizie, il crollo degli imperi, il ridimensionamento delle monarchie, l’avanzata della società e della politica di massa, la grande industria, avevano sì stracciato le antiche uniformi del potere, travolto abitudini e mentalità, ma la prospettiva della caduta della monarchia e dell’avvento di un nuovo regime repubblicano non aveva posto termine all’age des vanités[8]. A ogni passaggio un nuovo patto o compromesso. L’erosione della proprietà terriera si traduceva nell’erosione del controllo locale, cionondimeno fino alla metà degli anni Cinquanta la grande aristocrazia terriera riusciva nell’intento di conservare le terre migliori e a vendere a buon mercato le peggiori, utilizzando, in entrambi i casi, financo le leve pubbliche di una riforma agraria giunta fuori tempo massimo[9]. È il caso di alcuni possedimenti dei Lanza Trabia che saranno espropriati dall’Ente siciliano di riforma agraria con elevati indennizzi. Ciò ridefiniva e trasferiva il potere in altri spazi e luoghi economico-sociali, con la dilatazione della dimensione urbana e l’apertura di nuovi mercati su scala globale. Il principe Nicolò Pignatelli d’Aragona, possessore di estensioni sconfinate nella Sicilia meridionale, si fece portavoce degli interessi non più agrari ma dello sfruttamento dei sottosuoli nella ricerca degli idrocarburi da parte dei privati secondo le leggi del mercato. Pertanto, bisognerebbe rileggere i processi come l’abbandono delle terre, dei centri rurali, l’espulsione della forza lavoro nelle campagne e la ripresa dell’emigrazione come congiunture che sconvolsero maggiormente gli equilibri e anche le esistenze dei ceti subalterni, mentre le grandi famiglie dell’aristocrazia terriera siciliana seppero riadattarsi alle dinamicità delle nuove congiunture economiche. Negli anni in cui Tomasi di Lampedusa si apprestava a completare la sua opera, retrodatandola ai tempi del trapasso della Sicilia alla casa Savoia, non faceva altro che svelare questa matrice adattiva, e nello stesso tempo tratteggiarne gli angoli semi oscuri caratteriali, psicologici del ceto di appartenenza. Il giudizio sui comportamenti dell’élite siciliana, “la loro vanità è più forte della loro miseria”[10], era un misto di critica e di presa d’atto. Questi erano gli anni in cui la moglie dello scrittore, la baronessa Alexandra Wolff Stomersee, introduceva a Palermo lo studio della psicoanalisi, un elemento di grande novità, vivacità e capacità di veicolari modelli culturali transnazionali. A questo punto possiamo affermare che a rimanere per così dire immobile, in uno stato “di raggiunta compiutezza”, inalterata, non era la realtà, lo scorrere delle vicende, che, viceversa, mutando di continuo trasformavano i contesti di riferimento, bensì l’auto percezione del ceto nobiliare, i suoi simboli e i rituali e, ancor più importante, l’esercizio del potere.

 

2. Un’operazione di propaganda?

A causa delle diverse tradizioni regionali, la storiografia ha mostrato che nel caso italiano, quando si riflette sulla nobiltà, non ci si può riferire a un corpo omogeneo, ma siamo costretti ad annoverare casi e tipologie differenti[11]. Sappiamo che si è molto dibattuto sulla differenza quasi “antropologica” tra antica “nobiltà di sangue” e “nobiltà di toga” e di più recente acquisizione dei titoli. Purtuttavia anche l’alta aristocrazia, quella più antica, non rappresentò al livello di elitè un nucleo centrale di rilevanza nazionale. Le diversità regionali determinarono sensibilità discordanti anche nella fedeltà al monarca e più in generale nella visione della politica. Alberto Maria Banti, in un fondamentale saggio, cita le osservazioni e i commenti di Leone Carpi, studioso delle élite italiane, sulla specificità della nobiltà siciliana. Essa sarebbe stata, in linea con le specificità regionali, “avversa ai Borboni e non sinceramente amica all’Unità d’Italia e alla Monarchia costituzionale di Casa Savoia”[12], entrambi percepiti come forestieri. Tra di essi, “parecchie eccezioni di famiglie illustri”, ci sarebbero anche coloro che, rompendo con una retorica del passato che “ricorda l’isolamento, la dipendenza da estranee genti, o da una dinastia italica da essi a giusta ragione aborrita”, opterebbero per la carta identitaria: “le passioni regionali autonomistiche sono difficili a sradicarsi fra popolazioni insulari e resistono di sovente persino al più ardente patriottismo nazionale”[13].

Considerata nel suo insieme, l’aristocrazia siciliana sarebbe stata permeata da uno scetticismo politico, che, talvolta, finiva per vaneggiare un ritorno a un idilliaco passato che, in realtà, non era mai esistito: ecco il riferimento ironico del Gattopardo, e a quello stato di eterna contemplazione del “nirvana”[14], altezzosa e colma di sdegno verso le vicende terrene. Nondimeno, questo sicilianismo non sarebbe stato supportato da nessuna azione concreta, perché quei nobili siciliani travolti dalla passione autonomistica sarebbero stati usuali a vaneggiamenti, e non avrebbero condiviso “nessuno amore alle armi e alle forti discipline, unici mezzi efficaci a recare aspre molestie ad un governo che non si ama e non si disprezza”[15].

Questo particolare atteggiamento da parte dell’aristocrazia, nel trapasso da un regime a un altro, sembra sia stato una costante, ogni volta che si compiva una transizione di regime. Siamo alla vigilia del referendum del 2 giugno del 1946, con un governo provvisorio e una corona che viveva una frattura con il resto del paese. Siamo anche all’interno di una riflessione che per abitudine prende a riferimento i pericoli di una “revanche nobiliare”. Senza considerare le diverse lealtà dinastiche e i passati che ogni famiglia aveva alle spalle, perché credere a possibili congiure in danno delle nuove istituzioni per far trionfare un passato che, nella forma autonomista, era spento per sempre? Non si trattava di sostituire un sovrano con un altro. Possono aiutarci a comprendere meglio queste dinamiche gli eventi che antecedettero il referendum in Sicilia.

Sin dal 1944 il sicilianismo divampava nuovamente attraverso il focolaio del separatismo, e le élite tradizionali ne furono nuovamente coinvolte, quasi a rinnovare antichi sentimenti sopiti. In un quadro politico disarticolato e dagli esiti ancora incerti, l’aristocrazia avrebbe tentato di far alleare il re al separatismo in previsione di un responso negativo delle urne sul problema istituzionale. Dentro e attorno al separatismo, fenomeno che ebbe una brevissima durata, transitò il gotha mafioso dell’epoca, il banditismo politico e pezzi del conservatorismo siciliano[16]. Il “vento del Sud” contrapposto al “vento del Nord”, dei partiti di massa. La posta in palio era la lotta per l’assemblea costituente e il referendum istituzionale, ma soprattutto l’accreditamento come forza autonoma in grado di stipulare un nuovo compromesso in previsione del nuovo regime democratico. Per questo motivo, tentò di giocare in più tavoli, anche quello paramilitare con la formazione dell’Evis (Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia), il braccio armato dell’indipendentismo, il cui finanziatore era il barone Stefano La Motta. Esponente di rilievo della pattuglia separatista fu Lucio Tasca di Bordonaro, discendente del ramo dei Lanza di Scalea, una delle famiglie nobili più importanti del panorama europeo, strenui difensori delle rendite agrarie. Era il figlio dell’ex sindaco di Palermo agli inizi del Novecento, abile imprenditore vinicolo che utilizzò le tecnologie più avanzate di tutta la conca palermitana; era stato nominato sindaco di Palermo dal governo alleato. Assieme a lui una folta schiera del patriziato che intese conciliare l’indipendentismo con la difesa del loro ceto: erano persuasi, almeno da quanto si leggeva dalla propaganda, che la forma repubblicana avrebbe posto fine ai loro privilegi. In realtà, dopo, si capì che tale convinzione non era supportata da alcun dato reale. La Corona, da parte sua, aveva nella famiglia Lanza, nei Mirto, già gentiluomo della regina Maria Josè e che aveva messo a disposizione la sua villa agli alleati, nella famiglia Alliata, nei Paternò Castello di San Giuliano, e nel principe di San Vincenzo, delle sponde di sicuro affidamento. In questo modo, la nobiltà siciliana era tornata a sentire il fascino dell’istituzione monarchica acquisita durante il Risorgimento[17].

Secondo i reportage dell’inchiesta curata da Tonino Zito, ai primi di maggio del 1946 il duca catanese Franz di Carcaci e il principe Michele Bonanno di Linguaglossa, con la consulenza del barone Majorana della Nicchiara, si misero alla testa dell’operazione[18]. Erano i plenipotenziari del gruppo di patrizi isolani dediti alla causa indipendentista. Il primo era un altro esponente di primo piano del separatismo. Il figlio Gaetano, capitano dell’Evis, era in carcere. Il secondo dirigeva un giornale separatista a Roma, il “Vento del Sud”, diretto da Gianni Granzotto, ma non correva buon sangue con la casa Savoia. La sua famiglia anticamente non gli aveva riconosciuto il titolo di Re d’Italia e per questo motivo erano stati privati del titolo nobiliare. Le proposte, dopo lunghe trattative, sarebbero state due: i separatisti avrebbero appoggiato elettoralmente la monarchia e se il risultato fosse stato sfavorevole al re, quest'ultimo si sarebbe rifugiato in Sicilia, assumendone la corona (in un primo momento si era optato per incoronare il figlio ancora adolescente del re). Se invece il referendum avesse dato esiti favorevoli ci sarebbe stata l’unione delle due corone senza parlamenti separati, come invece avrebbero voluto i separatisti. La contropartita sarebbe stata l’amnistia per tutti gli aderenti all’Evis. Una vittoria repubblicana, infatti, avrebbe avuto il sapore di un’ulteriore imposizione del “vento del Nord”, e nel qual caso la presenza del principe avrebbe trasformato l’isola in una roccaforte monarchica, in grado rilanciare una rivolta anti-repubblicana. A tal fine, Carcaci assicurò il Re che i monarchici avevano già provveduto a rifornirsi delle armi necessarie alla rivolta con un cargo commerciale proveniente da Tangeri. Umberto II, non volle compromettersi più di quanto non si vociferasse nell’opinione pubblica nazionale e la proposta fu bocciata dallo Stato Maggiore dell’Esercito. Il potere monarchico si era indebolito, e nella fase terminale, la corona assumeva un effimero esercizio della prerogativa regia in materia nobiliare. Alla fine, i partiti repubblicani furono messi a conoscenza di tale tentativo, e non se ne fece più nulla. Finì tutto in una cena a casa di un armatore palermitano, al suono di un disco di boogie-woogie sorseggiando vini densi come succo di more, non solo perché gli alleati fecero sapere che si sarebbero opposti a qualunque ipotesi di una Sicilia in opposizione all’esito del referendum, ma soprattutto perché gli stessi congiurati rimasero ugualmente soddisfatti “per la loro breve incursione nel sempre verde campo della storia”[19]


Note

1 Arno J. Mayer, Il potere dell'ancien regime fino alla prima guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 1982.

2 Giovanni Alliata di Montereale, Esperienze di un italiano. Avventure e polemiche, Napoli, Adriano Gallina editore, 1990, cit., p. 31.

3 Pinella Di Gregorio, Nobiltà e nobilitazione in Sicilia nel lungo Ottocento, “Meridiana”, n. 19, 1994, p. 112.

4 Gian Carlo Jocteau, Nobili e nobiltà nell’Italia unita, Bari-Roma, Laterza, 1997.

5 Massimo Onofri, La modernità infelice. Saggi sulla letteratura siciliana del Novecento, Cava dé Tirreni, Avagliano, 2003, pp. 140-149.

6 Margherita Bonomo, Le gattoparde. Sentimenti e potere di una famiglia aristocratica nella Sicilia borbonica (1824-1863), Acireale, Bonanno, 2011.

7 Raffaele Poidomani, Carrube e cavalieri, Ragusa, Thomson, 1969.

8 Gian Carlo Jocteau, I nobili del fascismo, in “Studi Storici”, n. 2, 2004, p. 724.

9 Giuseppe Barone, Stato e Mezzogiorno. Il primo tempo dell’intervento straordinario, in Aa.Vv., Storia dell’Italia repubblicana. 1. La costruzione della democrazia, Torino, Einaudi, 1994, pp. 351-369.

10 Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli, 1985, p. 166.

11 Jocteau, Nobili e nobiltà nell’Italia unita, cit.

12 Alberto Maria Banti, Note sulla nobiltà nell’Italia dell’Ottocento, in “Meridiana”, n. 19, 1994, p. 26.

13 Ivi, p. 26.

14 Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, cit., p. 166.

15 Banti, Note sulla nobiltà nell’Italia dell’Ottocento, cit., p. 26.

16 Salvatore Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli, 1996, p. 194-196.

17 Alliata di Montereale, Esperienze di un italiano. Avventure e polemiche, cit., p. 61.

18 Tonino Zito, Il separatismo e la casa Savoia, in “Sicilia domani”, 1964. Anche Filippo Gaja, L’esercito della lupara, Milano, Area, 1962.

19 Zito, Il separatismo e la casa Savoia, cit., p. 8.