Come citare questo articolo: , Calcio e potere politico-economico. Alcune riflessioni a partire da "Forever Pure" di Maya Zinshtein, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/di-maria-calcio-e-potere-politico-economico. Ultimo accesso 16-07-2018.

Si può senza dubbio affermare che il calcio sia, da lungo tempo ormai, lo sport che gode della massima popolarità a livello globale, il primo tra gli sport che suscitano le più intense passioni. E proprio per questi motivi, come evidenziato da John Foot, «il calcio è sempre stato un ricco serbatoio disponibile per usi politici»[1]. Sempre Foot ci ricorda come quello di Mussolini «fu il primo regime a sfruttare le potenzialità propagandistiche del gioco e a intervenire pesantemente nella sua direzione e gestione», innestando i principali aspetti simbolici della sua ideologia nel calcio per fare in modo che, agli occhi di una popolazione sempre più affascinata da questo sport, esso sembrasse totalmente identificato con il fascismo. Si pensi all’obbligo del saluto romano da parte dei calciatori a inizio partita, al fascio littorio stampato sulle maglie della nazionale, all’edificazione promossa dal regime di numerosi stadi (molti dei quali ancora oggi in funzione) in stile fascista. Se per il regime calcio e fascismo coincidevano, non stupisce il fatto che Mussolini fece di tutto perché l'Italia ottenesse di ospitare e poi vincesse (in maniera controversa) il campionato del mondo del 1934.

Anche il plenipotenziario della propaganda nazista Goebbels era intimamente convinto dell'importanza del calcio come strumento di promozione politica, a tal punto da annotare sul suo diario – dopo avere partecipato ad un evento sportivo in cui il pubblico «era fuori di sé» – la frase: «il calcio è un sistema eccezionale per influenzare le masse». Successivamente avrebbe scritto anche che «una sconfitta calcistica ha più effetto sul morale della popolazione della presa di una città sul fronte orientale»[2].

Tornando in Italia, dopo il 1945, accadde spesso che personaggi economicamente facoltosi e politicamente ambiziosi legassero il proprio destino a quello di una squadra per poi cercare di convertire sul piano elettorale il consenso ottenuto con il calcio. Fu l'armatore Achille Lauro il primo rappresentante di quella che Antonio Papa e Guido Panico hanno definito «la tendenza del potere politico locale ad affidare il proprio prestigio ai colori della squadra di calcio e a farne una sorta di fabbrica municipale del consenso»[3]. Lauro, anche grazie ad acquisizioni mirabolanti di calciatori come Hasse Jeppson – fuoriclasse svedese pagato 105 milioni di lire, una cifra enorme nei primi anni Cinquanta – da presidente del Napoli divenne due volte sindaco della città partenopea, poi deputato e senatore.

Ma il caso più noto di capo politico proveniente dal mondo del calcio è quello di Silvio Berlusconi. All’alba della “Seconda repubblica” italiana – mentre i vecchi partiti di massa, travolti dalle vicende dello scandalo “Tangentopoli”, perdevano sempre di più la capacità di mobilitare le persone – Berlusconi costruì la sua fortuna politica e riuscì a diventare primo ministro, grazie alla fortuna che stava facendo con il calcio proprio in quegli anni. Il discorso politico berlusconiano, infatti, si fondava proprio sulla promessa che avrebbe trasformato l’Italia come aveva trasformato la squadra di calcio del Milan. Nel 1986 Berlusconi aveva rilevato il Milan da Giuseppe Farina e giro di pochi anni aveva fatto di una squadra reduce da due retrocessioni ed economicamente sull’orlo del baratro, uno dei club più importanti e vincenti d'Europa. Che le intenzioni di Berlusconi non si limitassero alla pura passione sportiva fu subito evidente il giorno della presentazione della squadra allestita per il suo primo campionato da presidente: era il 18 luglio 1986 e all'Arena civica di Milano atterrarono tre elicotteri dai quali scesero i giocatori rossoneri mentre gli altoparlanti pompavano a tutto volume la “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner. Tuttavia non importa qui chiedersi, come ha fatto Roberto Beccantini, se quella del Milan berlusconiano «fu subito un'operazione politica mascherata o lo diventò strada facendo»[4]. Quel che è certo è che dopo Berlusconi sono stati diversi a cercare sfruttare la popolarità acquisita nel calcio per fare successo in politica o, addirittura, a tentare di fare successo nel calcio già pensando alla conquista del potere politico.

Abbiamo già accennato, nel precedente numero della rivista "Clionet"[5], del tentativo che fece l’ex sindacalista Sergio D’Antoni, con l’aiuto dell’imprenditore e proprietario della Roma, Franco Sensi, di acquisire il Palermo calcio già pensando a una sua candidatura come governatore della regione Sicilia alle elezioni del 2001. In questo articolo invece, vogliamo richiamare l’attenzione sulla storia narrata dal documentario “Forever Pure” (2016), disponibile alla visione sulla piattaforma online “Netflix”[6]. La regista, Maya Zinshtein, racconta una storia che si svolge in Israele e che ha origine dal tentativo di un oligarca russo di diventare sindaco di Gerusalemme, attraverso l’acquisto della squadra di calcio più popolare della città: il Beitar Jerusalem. Un documentario che ha il merito di mostrarci un aspetto che fino ad oggi non era emerso nelle vicende che intrecciano il calcio con la politica. Cosa può avvenire nel caso del mancato successo politico sperato?

 

«La squadra più razzista del paese»

Il Beitar è tra le squadre di calcio più popolari di Israele, gioca nella massima serie israeliana ed è uno dei club più titolati del paese, avendo vinto sei campionati e potendo vantare sette coppe nazionali nel proprio palmarès. Soprannominata anche “Menorah” – il logo della squadra è infatti il candelabro a sette bracci simbolo della religione ebraica – sin dalla sua fondazione, nel 1936, la società è stata caratterizzata da una matrice politica che la vedeva nascere come espressione sportiva del movimento sionista israeliano, perché costituitasi per iniziativa del movimento giovanile “Beitar” fondato da Vladimir Žabotinskij. Ancora oggi, il Beitar rappresenta il pensiero nazionalista vicino al Likud, il principale partito di destra israeliano, dell’attuale premier Benjamin Netanyahu. Lo stesso Netanyahu ha spesso messo in mostra il suo tifo per il Beitar, frequentando le tribune del Teddy Stadium, in particolare sotto elezioni. Un affetto ricambiato dai tifosi gialloneri che nei propri striscioni e cori si rivolgono al premier israeliano con l’affettuoso soprannome “Bibi”.

Gli eventi narrati nel documentario “Forever Pure” risalgono alla stagione calcistica 2012/2013 ma sono diretta conseguenza di quanto accadde nel 2005, quando la squadra giallonera passò nelle mani di Arcadi Gaydamak, un oligarca russo-israeliano che l’acquisì per scopi elettorali (intervistato nel documentario, lo ammette senza ambiguità), per diventare sindaco di Gerusalemme. Alle elezioni del 2008 invece, nonostante i soldi investiti nella squadra, Gaydamak non riuscì a diventare sindaco e, poco dopo, fece venire meno il suo impegno nei confronti del club di cui, tuttavia, rimase proprietario fino alla stagione oggetto del documentario, quando il magnate mise in atto quello che appare come un vero e proprio esperimento socio-politico-religioso.

Quell’anno il Beitar, dopo un brillante inizio di stagione che aveva portato la squadra a occupare le prime posizioni della classifica, fu coinvolto dal suo proprietario nell’organizzazione di una controversa amichevole internazionale contro i ceceni del Terek Groznyj di Ramzan Kadyrov, presidente della squadra e primo ministro del paese. La gara si disputò in Cecenia e fu un vero e proprio smacco per gli ultras della “Familia” – i supporter ebreo-ortodossi del Beitar, tra le tifoserie più fanatiche d’Europa – vedere la propria squadra disputare una partita “amichevole” in un paese dove praticamente il 100% della popolazione è di religione musulmana e per di più contro la squadra di un presidente che si mostra a tal punto osservante da dichiarare, in più occasioni, la legge della sharia al di sopra della legge della Federazione russa.

La partita si svolse in un pesante clima di tensione. Mentre i tifosi ceceni scandivano il coro «allahu akbar», ci volle l’esercito schierato a bordo campo per mantenere il controllo della situazione. In campo la partita si concluse con un prevedibile zero a zero. Ma non finì lì. Pochi giorni dopo la società del Beitar convocò una conferenza stampa e annunciò, a sorpresa, di avere messo preso in prestito dal Terek Groznyj, due calciatori: il difensore Dzhabrail Kadiyev e l’attaccante Zaur Sadayev. Fino a quel momento il Beitar era stato l’unica squadra israeliana a non aver mai tesserato un giocatore musulmano. Un “primato” di cui andavano orgogliosi gli ultras della “Familia”, che in un loro coro si autodefiniscono i tifosi della «squadra più razzista del paese».

 

È accaduto anche in Europa

Quando si giunge a questo punto del documentario è inevitabile che la mente corra agli anni in cui anche in Europa le tensioni politico-religiose si riverberavano nel calcio: si pensi alla rivalità tra cattolici e protestanti, che si sovrapponeva a quella tra repubblicani irlandesi e lealisti monarchici in Ulster, e che trovava sfogo nel derby di Glasgow in Scozia, tra Celtic e Rangers. Se nel corso della sua storia la società del Celtic ha avuto tra le sue fila diversi giocatori protestanti, e la cosa non è mai sembrato creare problemi ai suoi tifosi, ben diversa era la tradizione rivendicata orgogliosamente dai tifosi più accesi dei Rangers: secondo loro (nonostante tutte le difficoltà che comportava un’affermazione del genere) nessun calciatore di fede cattolica aveva mai indossato la casacca bianco-rosso-blu (i colori dell’Union Jack) fin dalla fondazione della squadra, negli anni Settanta dell'Ottocento. Questa tradizione tuttavia fu esplicitamente interrotta nel 1989, quando la proprietà dei Rangers di allora mise sotto contratto l'attaccante Maurice “Mo” Johnston. Cattolico dichiarato ed ex cannoniere del Celtic, Johnston si era messo in luce precedentemente per alcuni gesti eclatanti. Nel 1986, quando militava in biancoverde, fu protagonista di una testata ai danni di un calciatore dei Rangers durante un infuocatissimo derby che coincise con la finale della Scottish League Cup. Espulso, il giocatore si fece il segno della croce rivolto verso i tifosi dei avversari. Dopo la sua firma con i Rangers, Johnston divenne inviso ad entrambe le tifoserie. Come racconta Simon Kuper in “Calcio e potere”,

giusto prima di unirsi ai Rangers, sembrava che [Johnston] stesse per firmare [ancora una volta] con il Celtic. Quando scelse di fare altrimenti, lo Shankill, il ramo di Belfast dell'associazione dei tifosi dei Rangers, chiuse in segno di protesta. Nel frattempo, i tifosi del Celtic lo soprannominarono “La petite merde”, in onore del suo lungo periodo in Francia. Lo Scotland on Sunday definì  Johnston “il Salman Rushdie del calcio scozzese”, per avere offeso allo stesso tempo due diversi gruppi di fondamentalisti, e il giocatore adottò misure simili a quelle di Rushdie. Temendo Glasgow, prese casa ad Edinburgo. Tifosi del Celtic la attaccarono con delle molotov. Assunse una guardia del corpo ventiquattr'ore su ventiquattro. Dei tifosi del Celtic aggredirono suo padre[7].

I tifosi più fanatici dei Rangers riservarono per a Johnston un trattamento simile a quello che i tifosi del Beitar, come vedremo, dedicarono ai due ceceni. Per loro era come se non esistesse in campo, e se “Mo”, come accadde diverse volte, faceva gol non esultavano e se qualcuno lo faceva veniva aggredito. Le cose tuttavia cambiarono nel corso della stagione. Cominciarono a circolare storie su Johnston che cantava una canzone protestante a un ballo di tifosi o vere e proprie leggende metropolitane come quella di un suo presunto sputo su uno stemma del Celtic. A fine stagione fu addirittura eletto calciatore dell'anno dal fan club dei Rangers di Govan, rimanendo in squadra ancora l'anno successivo. Quando lasciò i Rangers con 46 reti in 100 presenze, lasciò comunque un buon ricordo.

 

«Per sempre puri»

In “Forever Pure” invece, non c’è “lieto fine”. Il documentario segue le vicende dei due ragazzi ceceni a Gerusalemme sin dal loro arrivo in aeroporto. Nelle prime immagini che li riguardano i due non sembravano immaginare esattamente cosa li aspettava, anche se la preoccupazione era evidente nei loro volti smarriti. Durante la conferenza stampa di presentazione vennero fischiati, insultati ed umiliati. Era solo l’inizio di un climax violento che si andò alimentando sempre di più, partita dopo partita. Gli ultras della “Familia” decisero di perseguitare i due calciatori, presidiando tutti i giorni il campo d’allenamento, intonando cori razzisti e fischiandoli in ogni occasione. Una volta tentarono addirittura il linciaggio, sventato da un gruppo di bodyguard. L’irriducibilità dei tifosi è ben rappresentata dalle parole di uno di loro che di fronte alle telecamere afferma: «Un giocatore che arriva all’allenamento e posa la sua maglia con il simbolo della Menorah sul pavimento, come fosse un tappeto da preghiera musulmano, offende i tifosi che sono cresciuti con questo club».

Tra i meriti della regista c’è sicuramente quello di mostrare bene come tra gli stessi calciatori del Beitar alcuni condividevano il fastidio di aver tali compagni in squadra, mentre altri tentavano di aiutare i nuovi arrivati ad inserirsi. Chi si espose troppo fu il portiere e capitano della squadra Ariel Harush, che passò in breve tempo dall’essere considerato l’idolo della curva ad essere trattato come un traditore, e per questo vittima dei peggiori insulti, perché colpevole di avere dato il benvenuto, il giorno della loro presentazione, ai due nuovi compagni.

Il culmine della tensione si registrò il 3 marzo 2013, in occasione della partita contro il Maccabi Netanya. Quel giorno Sadayev fece la sua prima apparizione in campo, realizzando il suo primo (e unico) gol con la maglia del Beitar. Gli ultras, anziché esultare per il vantaggio, lo subissarono di fischi, intonarono cori contro di lui e gli rivolsero minacce di morte, costringendo l’allenatore, preoccupato per l’incolumità del calciatore, a sostituirlo. Da quel giorno i tifosi della “Familia” abbandonarono la squadra, seguiti dalla maggior parte degli avventori dello stadio, lasciando la squadra giocare la parte finale del torneo – che vide il Beitar salvarsi dalla retrocessione solo all’ultima giornata – in uno stadio quasi deserto, nella curva del quale campeggiava lo striscione “Forever Pure”.

Nell’introduzione all’edizione italiana del 2008 del già citato “Calcio e Potere”, Alberto Piccinini osservava come l’autore – recatosi nei «luoghi del mondo in cui il calcio dava voce o produceva, in termini simbolici, momenti di frizione, conflitto, dissenso» – giunse alla conclusione «che le vecchie rivalità, profondamente radicate nella cultura e nella storia di quegli stessi luoghi, stavano lasciando il posto a una versione più soft, laica, animata dal senso dello spettacolo»[8]. La prima edizione del libro di Kuper era del 1994 e la sua visione risentiva, probabilmente, di quel particolare momento storico in cui era diffusa l’idea che si stesse entrando in una nuova epoca, in cui il conflitto – e il suo riverberarsi nel calcio – sarebbe venuto sempre meno all’interno delle nostre società. Merito del documentario di Maya Zinshtein – pregevole prodotto cinematografico, di cui raccomandiamo la visione per tutto quello che vi abbiamo raccontato e per molto altro – è invece quello di dimostrare, ancora una volta, non è mai troppo, il contrario: il calcio nella sua dimensione, ancora attuale, di potentissimo catalizzatore dei conflitti irrisolti della società contemporanea.


Note

1 John Foot, Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia, Milano, Bur, 2010, p. 430.

2 Entrambe le citazioni sono riportate da Erik Brouwer, Palla Prigioniera: il calcio dei dittatori, in La palla non è rotonda - I quaderni speciali di Limes, supplemento a “Limes. Rivista italiana di geopolitica”, 3 (2005), pp. 170-171.

3 Antonio Papa, Guido Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 269.

4 Roberto Beccantini, Il ventennio rossonero: l’è minga un pirla quel Berlusconi, in La palla non è rotonda - I quaderni speciali di Limes, cit., p. 41.

5 Alberto Di Maria, La paradossale parabola del Palermo di Maurizio Zamparini nella storia rosanero, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 1 (2017).

6 È possibile vedere il documentario, previa registrazione a pagamento, su www.netflix.com/it.

7 Simon Kuper, Calcio e potere, Milano, Isbn Edizioni, 2008, p. 272.

8 Alberto Piccinini, Introduzione all’edizione italiana, in Kuper, Calcio e potere, cit., p. 10.