Come citare questo articolo: , La paradossale parabola del Palermo di Maurizio Zamparini nella storia rosanero, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 1 (2017), art. nr. 30, pp. 233-241, []. http://rivista.clionet.it/di-maria-la-paradossale-parabola-del-palermo-di-maurizio-zamparini-nella-storia-rosanero. Ultimo accesso 16-12-2017.

È una strana vicenda quella andata in scena negli ultimi mesi della scorsa stagione calcistica italiana, ovvero il mancato passaggio di consegne societario del Palermo da Maurizio Zamparini a Paul Baccaglini, eccentrico personaggio televisivo rappresentante una sedicente cordata di investitori internazionali. Una vicenda che si intreccia con gli ultimi, deludenti, risultati raggiunti dalla squadra. Tuttavia non è questa la sede per una cronaca dettagliata di quanto è avvenuto. Basti ricordare che a marzo 2017 Baccaglini è stato stato nominato presidente della società, sulla fiducia, in attesa del passaggio di consegne che sarebbe dovuto avvenire sul finale di una stagione sportiva che ha visto il Palermo retrocedere dalla Serie A alla Serie B. Nè interessa soffermarci troppo su quanto sta accadendo in città dopo il mancato closing, dove l’aperta contestazione contro Zamparini è in divenire. Piuttosto è interessante evidenziare, dopo avere ripercorso brevemente la storia del Palermo calcio, il paradosso che i tifosi rosanero sono costretti a vivere quando contestano una proprietà, quella di Maurizio Zamparini che, di fatto, è stata (oggi sembra incredibile affermarlo) la più credibile mai vista in città e artefice delle maggiori glorie sportive. Anche perché il Palermo di glorie sportive ne ha conosciute ben poche nella sua storia, nonostante la squadra possa vantare nobilissimi natali che risalgono al periodo delle origini del calcio nella nostra penisola, gli anni tra il 1898 e il 1919 che Antonio Ghirelli, nella sua Storia del calcio in Italia, ha definito «l’età eroica»[1].

 

Dalle origini del calcio a Palermo al secondo dopoguerra

Secondo una superata, ma per lungo tempo consolidata, vulgata, la squadra di calcio del Palermo sarebbe stata fondata dagli inglesi in quello che viene considerato «l’anno zero del calcio italiano»[2], il 1898: l’anno in cui il Genoa vinse il primo “scudetto”; un anno dopo la fondazione della Juventus, la squadra di calcio più vincente d’Italia, addirittura un anno prima della fondazione del Milan. Lo stesso Ghirelli riporta che nel 1897 «gli inglesi tiravano i primi calci sui prati palermitani di villa Sperlinga», e nel 1898 «si organizzavano con pochi indigeni nell’Anglo-Panormitan Football and Cricket Club»[3].

È stato lo storico Vincenzo Prestigiacomo a individuare la corretta data di fondazione del Palermo, che nacque il 1° novembre del 1900 come Anglo-Palermitan Athletic and Football Club[4]. L’iniziativa non fu inglese, ma del palermitano Ignazio Majo Pagano. Rampollo di una famiglia di facoltosi proprietari terrieri, Majo Pagano aveva appena fatto ritorno da un viaggio in Inghilterra dove si era recato per perfezionare la conoscenza della lingua inglese presso il prestigioso Eton College. Durante la sua permanenza in terra britannica Majo Pagano fece conoscenza dello sport e delle regole del calcio e, dopo essere rientrato, si adoperò per la fondazione di un club calcistico cercando sodali tra i soci dell’esclusivo Sport Club di via Mariano Stabile, il salotto buono della città. Majo Pagano trovò negli ambienti britannici a Palermo terreno fertile per portare avanti la sua intuizione. La presenza di importanti famiglie inglesi a Palermo risaliva agli anni del protettorato inglese sull’isola e sui sovrani Borbone in fuga da Napoli, a cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Tra britannici frequentatori dello Sport Club che aderirono all’iniziativa ci furono il viceconsole britannico a Palermo Edward De Garston, che aveva già praticato il football prima del suo arrivo nel capoluogo e fu nominato presidente, e George Blake, trasferitosi in Sicilia dopo essere stato tra i fondatori del Genoa Cricket and Football Club, che del primo Palermo fu allenatore. Joseph Whitaker, ornitologo, archeologo e discendente della famiglia Ingham-Whitaker – che doveva le sue fortune alla commercializzazione del liquore Marsala – fu il primo sponsor della squadra per la quale mise a disposizione il terreno per realizzarvi il primo campo da gioco, “u’ pantanu” di via Notarbartolo.

Lo stesso Joseph Whitaker, cui fu data la presidenza onoraria del club nel 1903, istituì la prima competizione calcistica dell’isola, la coppa Whitaker, che a partire dal 1905 fu assegnata alla vincente della sfida tra il Palermo e il Messina. L’edizione del 1908 fu la prima vinta dal Palermo che in quella occasione indossò la caratteristica casacca rosanero. In origine la maglia del Palermo era rossoblù, combinazione dei colori identica a quella del Genoa[5]. Dopo quella finale, la coppa Whitaker non si gioco più. Ma grazie a un altro mecenate britannico, sir Thomas Lipton, magnate scozzese del tè, del caffè e del cacao, fu istituita una nuova competizione, una challenge cup, che contribuì allo sviluppo del calcio nel sud Italia: la Coppa Lipton. Si trattò di un torneo interregionale che si tenne per sette edizioni, tra il 1909 e il 1915, e che vide affrontarsi le squadre siciliane del Palermo e Messina e le campane Naples e Internazionale (da non confondere con l’Internazionale di Milano). Il Palermo prese parte a tutte le finali del torneo[6] e ne vinse 5, ottenendo così, nel 1915, l’assegnazione definitiva del trofeo. Nel 1910 il Palermo si aggiudicò anche il Trofeo dei Mille, una coppa messa in palio nel cinquantesimo anniversario dello sbarco garibaldino in Sicilia, dopo una sfida interregionale contro la squadra della Lazio.

Le glorie sportive del Palermo si può dire coincidano quasi in tutto con questo primo periodo pionieristico. Sono i modesti successi di una squadra che non si poteva considerare ancora professionistica ma il passatempo da belle époque di una ristretta cerchia appartenente all’alta borghesia e alla nobiltà. Con la guerra, il Palermo dei pionieri si sciolse. Era il 1915 quando Ignazio Majo Pagano, il fondatore del club, si arruolava volontario nell’esercito per prendere parte alla Prima guerra mondiale.

Finito il conflitto, il Palermo rinacque per iniziativa di uno dei diversi club cittadini sorti in quel periodo, il Racing, che se ne intestò l’eredità mutando il proprio nome in Unione Sportiva Palermo. Nel 1920 il Palermo vinse la Coppa Federale Siciliana, un torneo nato per dare la possibilità alle squadre siciliane di partecipare a una competizione ufficiale, dopo la mancata ammissione delle società isolane alla Prima divisione 1919-1920, la prima edizione della massima competizione nazionale dopo la guerra. Nel 1923 il Palermo vinse poi la sua prima e unica competizione internazionale, il Trofeo di Tunisi. Furono gli unici avvenimenti degni di nota di un decennio che vide il Palermo, tra il 1926 e il 1927, conoscere la sua prima gravissima crisi finanziaria e il fallimento, decretato dall’autoscioglimento della società. Nel 1927-1928 fu di nuovo una squadra minore palermitana, la Vigor, espressione degli ambienti nazionalisti e fascisti, ad acquisire il titolo sportivo del Palermo. Nel 1932-1933 la squadra rosanero – che di lì a poco avrebbe mutato i suoi colori sociali in giallo e rosso su imposizione del regime fascista – prese parte alla sua prima Serie A a girone unico. Nella stagione precedente, il 24 gennaio 1932, con la partita Palermo-Atalanta, vinta dalla squadra di casa 5-1, fu inaugurato lo “Stadio del Littorio” (l’attuale “Renzo Barbera”), poi intitolato a Michele Marrone, un ex calciatore palermitano caduto nella guerra fascista in Spagna. Ma ancora una volta, nel 1940-1941, il Palermo subì una gravissima crisi finanziaria che lo portò a essere escluso dai campionati nazionali. A raccogliere il testimone, ereditando il titolo sportivo, fu nel 1941 l’Unione Sportiva Palermo-Juventina, che successivamente adottò la denominazione Unione Sportiva Palermo, squadra che nel 1944-1945 vinse il campionato regionale siciliano, uno dei tanti tornei locali che si giocarono per la sospensione del campionato unico nazionale a causa della guerra.

L’essere inadempiente dal punto di vista finanziario caratterizzò la storia del Palermo calcio anche per quasi tutto il periodo che va dal secondo dopoguerra ai primi anni del nuovo secolo. Neanche i risultati sportivi furono mai degni di nota. Tra il 1945 e il 2002 il Palermo visse nella mediocrità, partecipando a 13 campionati di Serie A, 35 campionati di Serie B e 10 campionati di Serie C. In A, mai un piazzamento di rilievo e mai una qualificazione alle massime competizioni europee. In campo internazionale il Palermo partecipò solo a due edizioni della Mitropa Cup e a una edizione della Coppa delle Alpi, competizioni minori. L’unico trofeo vinto fu una Coppa Italia di Serie C nella stagione 1992-1993. Una mediocrità sicuramente imputabile al succedersi di gestioni societarie prive di qualunque interesse sportivo, fatta eccezione per gli anni di Renzo Barbera, «l’ultimo dei gattopardi», il presidente più amato dal pubblico palermitano. Durante la sua gestione il Palermo partecipò a due finali di Coppa Italia entrambe perse, contro il Bologna e contro la Juventus.

 

Il periodo “politico”

Esistono libri destinati a un ambito di lettura locale, circoscritto, che meriterebbero un riconoscimento diverso per l’interesse che suscitano e per la capacità di analisi mostrata dai loro autori. È il caso di Il “Palermo”. Saggio sociologico-sportivo[7], opera di un autore che si cela dietro lo pseudonimo Luca Del Tappo, di cui esistono più edizioni, l’ultima del 2005. In questa saggio l’autore ripercorre la storia del Palermo calcio analizzando, con un linguaggio informale che non rinuncia a ironia e sarcasmo, gli aspetti che ne hanno caratterizzato in negativo le varie gestioni societarie. Nel volume di Del Tappo si definisce l’intervallo di tempo tra il secondo dopoguerra e i primi anni del nuovo secolo il «periodo politico» del Palermo, quando la squadra vide le sue sorti sportive ed economiche legate a figure imprenditoriali che se ne facevano carico, di volta in volta, perché interessati ad acquisire credito presso la politica locale, e di conseguenza vantaggi economici, portando in dote clientele. Questi imprenditori trovarono sponda nella peggiore classe dirigente locale, quella democristiana, che annoverava tra i suoi protagonisti gente come Salvo Lima e Vito Ciancimino, responsabili di quello che può essere definito il periodo più buio della storia cittadina, quello del «sacco di Palermo»: una enorme speculazione edilizia, frutto di una maledetta sovrapposizione tra mafia e politica, che modificò radicalmente il volto della città, cancellando anche i luoghi storici del calcio, come il mitico “pantanu”, il primo campo da gioco del Palermo dei pionieri. Una trasformazione quella del «sacco» che è stata citata anche da Hobsbawm, nel suo capolavoro Il secolo breve, come esempio delle trasformazioni sociali radicali che sono avvenute nel nostro secolo[8].

Per spiegare quale fosse la prassi, durante il «periodo politico» del Palermo, Del Tappo usa due efficaci metafore che rimandano allo pseudonimo che ha utilizzato per firmare il libro. Spiega l’autore che uno dei giochi di strada praticati anticamente dai bambini palermitani «era l’acchittu»: «un gruppo di ragazzini […] si sfidavano a lanciare una monetina contro il muro: vinceva chi vi accostava di più la monetina». Ma «capitava talvolta un fatto non previsto: arrivava di corsa un ragazzino estraneo alla comitiva gridando “Luca!” e portava via tutte le monetine». Secondo Del Tappo: «In quello che noi chiamiamo il periodo politico della storia del Palermo a “fare Luca” sono stati vari personaggi emergenti delle striminzite attività economiche della città, e la materia del contendere non sono state le monetine ma gli appalti e i tanti piccoli e grossi favori necessari per acquistare il più rilevante prodotto locale, cioè i preziosissimi voti di preferenza necessari per legare (o fare il possibile per legare) i politici (o almeno alcuni particolari politici) alle proprie vicende economiche»[9]. «Come? Il fattore agglomerativo della politica nella città […] è sempre stato il clientelismo […]. Una squadra in generale, e il Palermo in particolare, non permette (a parte qualche caso eccezionale) di fare il principe dei favori, e cioè di “dare il posto”; però, ci sono tanti altri vantaggi non disprezzabili, a parte i biglietti e le tessere gratis. Per esempio, quando si gioca “in casa” ci vogliono le maschere agli ingressi per verificare i biglietti: quante ce ne vogliono? E si può essere sicuri che hanno davvero lavorato tutti? In alcuni borderò degli anni Sessanta-Novanta ne risultano duecento»[10]. Gli imprenditori, insomma, si impegnavano a investire nella società al fine di creare un indotto di clientele da mettere a disposizione di una politica locale pronta a ricambiare il favore. In che modo, lo ha ammesso candidamente Mario Fasino – politico democristiano, governatore della Sicilia tra il 1969 e il 1972 – che nel 1953-1954 fu presidente della società rosanero, affermando, intervistato per un altro volume riguardante la storia del Palermo calcio, che negli anni di cui ci stiamo occupando «alcune opere pubbliche, senza che nessuno avesse da ridire, vennero affidate per la realizzazione alle imprese disposte ad intervenire finanziariamente a favore delle squadre di calcio»[11].

Una prassi simile tuttavia, priva di una qualunque visione strategica e gestionale, presentava il conto ogni volta che venivano meno gli interessi di chi investiva (investimenti che sono sempre stati minimi, il necessario per allestire una squadra e iscriversi ai campionati). Con un’altra efficace metafora che rimanda alla seconda parte del suo pseudonimo Luca Del Tappo spiega così quanto accadeva: «Fare tappo o tappiare, nell’uso palermitano, è fare debiti o commissionare servizi con la precisa intenzione di trovare argomenti di forza maggiore per non pagare. Costellata di tappi è larga parte della storia del Palermo […]. Ricordiamo in particolare un fatto pittoresco: nel periodo “politico” era esposto nella sala della Presidenza una carta geografica d’Italia in cui molte località erano sottolineate ed evidenziate. Era un singolare strumento, diretto ad evitare di contattare per i ritiri gli alberghi che nel corso degli anni erano stati tappiati»[12].

Insomma, i soldi nel «periodo politico» non erano mai sufficienti e la gestione della società era effettuata, sostanzialmente, a debito. Poi ogni volta che le difficoltà economiche aumentavano e i creditori portavano il Palermo sull’orlo del fallimento si metteva una pezza con un metodo che, afferma Del Tappo, fu un «classico» nella storia del Palermo: «si fa una nuova società, che si assume moralmente l’eredità dei precedenti impegni»[13]. Ma se «ogni gestione lasciava alla successiva il peso del passivo […] a un certo punto si doveva arrivare alla resa dei conti»[14]. È il settembre del 1986 il punto più basso della storia societaria, quando al Palermo, mostruosamente indebitato, fu imposto dalla Federazione di appianare per intero la sua situazione debitoria pena l’esclusione da qualunque campionato professionistico. Ci proverà la politica a mettere una pezza, senza riuscirvi. L’allora, e tuttora, sindaco di Palermo Leoluca Orlando e Carlo Vizzini – all’epoca ministro per gli Affari Regionali nel governo Craxi II e figlio di Casimiro Vizzini, politico socialdemocratico e presidente del Palermo tra il 1957 e il 1964 – si impegnarono in frenetiche trattative romane presso la FIGC presieduta da Franco Carraro, portando garanzie che tuttavia non vennero ritenute credibili. Il Palermo subì l’umiliazione massima, quella del fallimento e della radiazione dai ranghi federali, per inadempienze economiche e debiti insanabili. Il Palermo, rifondato ancora una volta, fu poi ammesso alla Serie C2 del campionato successivo.

Negli anni a seguire, a parte la già citata vittoria della Coppa Italia di Serie C, il Palermo altalenò tra la B e la C, mentre a livello societario si ripropose il solito schema politico-imprenditoriale che vedeva nel 2000 Franco Sensi, già proprietario della Roma, acquisire la società per mettervi come presidente l’ex sindacalista della CISL Sergio D’Antoni, che appena un anno dopo sarebbe tra i candidati a governatore della Sicilia nelle elezioni regionali del giugno 2001.

 

L’era Zamparini

Quando Maurizio Zamparini acquistò il Palermo da Sensi erano in pochi a vederci qualcosa di buono nella vicenda. L’imprenditore friulano era all’epoca il proprietario del Venezia e i modi con cui fu portata avanti la trattativa che lo portò a diventare padrone del Palermo sono stati, a ragione, definiti «sconcertanti» dallo storico inglese John Foot, autore di una pregevolissima opera intitolata Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia. Ha scritto Foot: «Franco Sensi è stato contemporaneamente proprietario di Roma e Palermo, e nel 2002 vendette il club siciliano a Maurizio Zamparini. Lo stesso Zamparini aveva appena venduto il Venezia e cercato di acquistare il Genoa e il Verona. Trasferendosi poi a Palermo portò gran parte dei giocatori del Venezia con sé. Nel frattempo, qualcuno chiamo Franco Dal Cin, un imprenditore legato a Sensi, per comprare lo stesso Venezia. Il Palermo centrò la promozione in Serie A nel 2004, mentre la squadra veneta languiva tra i cadetti»[15]. È una storia poco edificante dal punto di vista etico-sportivo. Eppure, grazie a quella A, raggiunta in soli due anni, dopo 31 anni dall’ultima apparizione nella massima serie, i palermitani impazzirono per Zamparini, con buona pace delle sorti del Venezia che dichiarò bancarotta nel 2005. Ma non finì lì, negli anni successivi il Palermo entrò stabilmente nel gruppo delle dieci squadre più forte d’Italia, raggiungendo per due volte la qualificazione in Coppa Uefa, per tre volte quella in Europa League e mancando di un soffio, nel 2009-2010, una storica qualificazione in Champions League, la massima competizione europea. Per la gente di Palermo con l’avvento di Zamparini si realizzò uno degli stereotipi più diffusi al meridione, quello dell’uomo del nord che viene a “sistemare” le cose. E poco importava se anche Zamparini coltivava i suoi affari extra calcistici in città, dove ha costruito un centro commerciale. Simbolo della nuova dimensione fu anche il calciomercato, basti dire che nel 2006, nella nazionale italiana campione del mondo, militavano cinque giocatori che tra il 2002 e il 2006 erano stati acquistati e valorizzati dal Palermo: Cristian Zaccardo, Fabio Grosso, Andrea Barzagli, Simone Barone e Luca Toni. Ma soprattutto grazie a Zamparini giunse a Palermo Fabrizio Miccoli che negli anni si è dimostrato il calciatore più forte della storia rosanero.

Il Palermo di Zamparini non vinse trofei, ma nell’immaginario dei tifosi le straordinarie partite giocate e vinte contro le più forti squadre di quegli anni valevano come i trofei vinti dal Palermo dei pionieri. Giunto in A il Palermo di Zamparini guadagnò immediatamente la fama di “ammazzagrandi”. Indimenticabile nel 2005 fu la vittoria casalinga, da neopromossi, contro la Juventus di Zlatan Ibrahimovic, Alessandro Del Piero e David Trezeguet, con gol vittoria di Franco “Ciccio” Brienza, uno dei giocatori più amati di quegli anni. Storica poi la vittoria a Londra del 2006 contro il West Ham di Carlos Tevez e Javier Mascherano. Due cifre su tutte: da quando Zamparini è il presidente del Palermo, sono ormai passati 15 anni, la squadra rosanero ha sconfitto, in competizioni ufficiali, 7 volte la Juventus e 7 volte il Milan. L’entusiasmo era tale che si sprecarono i paragoni con quel Palermo delle origini del quale molti tifosi volevano riprendere la denominazione societaria “FC Palermo 1900” in luogo di “Unione Sportiva Città di Palermo” che rimandava al triste periodo post-radiazione.

Nel 2010-2011, al termine di un’altra ottima stagione, il Palermo perse la finale di Coppa Italia contro l’Inter. A Roma per l’occasione giunsero oltre 40.000 tifosi rosanero. All’inizio della stagione successiva lo slogan della campagna abbonamenti del Palermo, sfruttando una bella immagine della tifoseria rosanero nella notte della finale di Coppa, recitava «E questo è solo l'inizio». Oggi è innegabile che quello fu l’inizio di lento e inesorabile declino. Da allora fino a oggi il Palermo è retrocesso due volte in B. Dopo la prima retrocessione la squadra ha stravinto il campionato di B, ma riconquistata la A ha navigato nei bassifondi fino alla seconda retrocessione dello scorso anno. Alla base di tutto questo c’è sicuramente il disimpegno economico di Zamparini, come ha ammesso lui stesso più volte. Non è questa la sede per approfondite analisi di bilancio, ma consultando i dati disponibili su “Transfermarkt”[16], è possibile farsi delle idee. Tra la stagione 2004-2005 (l’anno del ritorno in A) e la stagione 2010-2011 (anno della finale di Coppa Italia persa contro l’Inter) il bilancio economico complessivo tra acquisti e cessioni di calciatori mostra come Zamparini ci abbia rimesso di tasca propria circa 27 milioni di euro. Dopo lo spartiacque della finale di Coppa Italia, il trend è stato invertito, con un bilancio complessivo nel periodo che va dal 2011-2012 a oggi, tra acquisti e cessioni, in attivo di oltre 99 milioni. Lo scarto è netto anche tra le due stagioni 2010-2011 e 2011-2012: nell’ultima grande stagione del Palermo di Zamparini, il presidente ci mise di tasca propria oltre 8 milioni; nella stagione successiva, anche grazie alla cessione di un altro dei grandi fuoriclasse che hanno vestito la maglia rosanero, Javier Pastore, il bilancio fu in attivo di più di 24 milioni.

Tuttavia se il disimpegno economico è legittimo, sono le modalità di questo disimpegno che hanno senza dubbio esasperato i tifosi palermitani. È noto come Zamparini abbia spesso cambiato gli allenatori delle squadre di cui è stato presidente. Mai come negli ultimi 7 anni però, in cui 18 guide tecniche si sono avvicendate sulla panchina del Palermo. In una singola stagione, quella del 2015-2016, furono 6 gli allenatori e 8 gli esoneri, se non è un record, poco ci manca. A Zamparini si deve pure il mancato rinnovo del contratto di Miccoli, andato via alla scadenza dell’impegno con il Palermo, nel giugno del 2013. All’epoca la cosa non fece scalpore, anzi. Negli stessi mesi il capitano del Palermo fu infatti coinvolto in uno scandalo seguito alla diffusione di alcune intercettazioni che lo riguardavano relative a una inchiesta per estorsione. Nelle telefonate registrate, Miccoli dialogando con Mauro Lauricella – figlio di Antonino Lauricella detto “Scintilluni”, boss mafioso del quartiere Kalsa a Palermo – si lasciava andare a insulti alla memoria del giudice Giovanni Falcone, suscitando l’indignazione della città. Zamparini tuttavia aveva scelto da tempo di non rinnovare il contratto al giocatore, con 81 reti il miglior marcatore di tutti i tempi del Palermo, probabilmente per il suo alto ingaggio.

Come se non bastasse dei soldi incassati con le cessioni quelli reinvestiti sul mercato furono impiegati per acquistare calciatori che, fatta eccezione per il fuoriclasse Paulo Dybala, pagato 12 milioni di euro nel 2012 e rivenduto per 40 milioni alla Juventus nel 2015, hanno inciso poco o nulla sulle sorti sportive rosanero. Particolare rabbia suscitò nei tifosi rosanero conoscere l’entità delle commissioni riservate ad alcuni intermediari per l’acquisto di giocatori dal rendimento del tutto insoddisfacente, come i 2,8 milioni di euro pagati a Zoran Lemic per avere mediato nel 2016 l’acquisto del calciatore, e oggetto misterioso, ungherese Norbert Balogh.

Da qualche tempo a questa parte Zamparini non fa altro che dichiarare di essere pronto a cedere la società a chi sia in grado di presentare una offerta adeguata. Da quando ha manifestato questa intenzione, due cordate arabe, una americana guidata da Frank Cascio (che deve la sua notorietà a un’amicizia con il cantante Michael Jackson) e quella rappresentata da Paul Baccaglini si sono fatte avanti per poi sparire nel nulla, dopo grandi promesse, lasciando nei tifosi la sensazione avere vissuto una farsa. Dopo la vicenda Baccaglini si è registrata una recrudescenza delle proteste da parte delle frange più radicali degli ultras. Intanto lo scorso luglio 2017 la Guardia di Finanza ha effettuato ben due controlli presso la sede della società rosanero. L'obiettivo dell'indagine sembrerebbe riguardare la verifica di possibili episodi di appropriazione indebita, falso in bilancio, riciclaggio ed auto-riciclaggio. Che scenari si prospettano per la società, non è dato saperlo. Lo scorso gennaio 2017 il sindaco Orlando ha incaricato Carlo Vizzini come consulente del Comune per gestire le relazioni con il Palermo calcio. La paura più grande dei tifosi del Palermo ha oggi le sembianze di quella radiazione del settembre 1986 che vide la coppia Orlando-Vizzini impegnata per scongiurarla, senza riuscirvi. Certo è che il paradosso è ormai compiuto: quella che per quasi un decennio è stata la migliore gestione societaria mai avuta a Palermo è oggi, senza dubbio, la più odiata della storia rosanero.


Note

1 Antonio Ghirelli, Storia del calcio in Italia, Torino, Einaudi, 1990, p. 13.

2 Ivi, p. 15.

3 Ivi, p. 19.

4 Vito Maggio, Vincenzo Prestigiacomo, 90 anni in rosanero. 1900-1990, Palermo, Memoria e Progetto, 1990, pp.11-15. Giuseppe Bagnati, Vito Maggio, Vincenzo Prestigiacomo, Il Palermo racconta. Storie, confessioni e leggende rosanero, Palermo, Grafill, 2004, pp. 15-17.

5 È nel testo di una lettera di Giuseppe Airoldi a Giosuè Whitaker, datata 2 febbraio 1905, che si trova la spiegazione del cambio di colori sociali dal rossoblù originario al rosanero, che ancora oggi veste i giocatori del Palermo: «Alcuni amici marinai mi hanno fatto notare che i colori del vostro Palermo sono sfruttati parecchio. Il Genova ha i vostri, i nostri colori. Ieri Michele Pajero era del parere di mister Blak e di Norman di cambiare il rosso e il blu in rosa e nero. Michele dice che i colori sono quelli dell’amaro e del dolce. I vostri risultati sono alterni come un orologio svizzero. In avvenire, come raccontava Vincenzo Florio al circolo Sport Club di via Stabile, quando perdete potete bere sempre il suo amaro di colore nero, mentre il rosa potete assaporarlo nel liquore dolce». La riproduzione fotografica del documento è riportata in Maggio, Prestigiacomo, 90 anni in rosanero, cit., p. 45.

6 Durante la finale di Coppa Lipton del 1912 furono riprese alcune fasi dell’incontro tra Naples e Palermo che oggi rappresentano un documento di eccezionale interesse, perché uno dei primi documenti video della storia del calcio italiano. Cfr. Antonio Papa, Guido Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Bologna, il Mulino, 2002, p. 56.

7 Luca Del Tappo, Il “Palermo”. Saggio sociologico-sportivo, Palermo, Le edizioni de il foglio, 2005 (1a ed. 1987).

8 Cfr. Eric J. Hobsbawm, Il Secolo breve. 1914-1991, Milano, Bur, 2000 (1ª ed. Rizzoli 1995), p. 8.

9 Del Tappo, Il “Palermo”. Saggio sociologico-sportivo, cit., pp. 5-6.

10 Ivi, pp. 11-12.

11 Giuseppe Bagnati, Vito Maggio, Vincenzo Prestigiacomo, Il Palermo racconta. Storie, confessioni e leggende rosanero, Palermo, Grafill, 2004, p. 51.

12 Del Tappo, Il “Palermo”. Saggio sociologico-sportivo, cit., p. 5.

13 Ivi, p. 77.

14 Ivi, p. 216.

15 John Foot, Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia, Milano, Bur, 2010, p. 581.

16 “Transfermarkt” è un autorevole sito web tedesco contenente informazioni calcistiche come classifiche, risultati, trasferimenti, carriere dei giocatori e dati delle società.