Come citare questo articolo: , Trieste, 2019. La rotta balcanica e il “Decreto sicurezza”, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. http://rivista.clionet.it/foschini-trieste-2019-la-rotta-balcanica-e-il-decreto-sicurezza. Ultimo accesso 19-06-2019.

Con la fine dell’inverno e la prevedibile re-intensificazione dei movimenti di migranti dalla Bosnia e dalla Serbia verso l’Europa occidentale e settentrionale, Trieste si accinge ad affrontare il quinto anno consecutivo come snodo importante, ormai tra i principali, della cosiddetta “rotta balcanica”[1]. Il lasso di tempo considerato fa riferimento alla nascita mediatica del termine “rotta balcanica” nell’estate del 2015, quando flussi massicci di profughi sfociati in una crisi internazionale fecero conoscere al grande pubblico l’esistenza di una via di accesso alle frontiere europee per i migranti provenienti da Medio Oriente e Asia; una rotta che in realtà era praticata già da almeno un decennio. Incongruenze anagrafiche si riscontrano anche per le successive vicende della rotta balcanica: data per morta nel marzo 2016 in seguito agli accordi tra Unione Europea e Turchia, essa ha in realtà ripreso vigore già pochi mesi dopo. Nel giro di un paio di anni, più precisamente a partire dall’estate del 2018, il flusso di migranti in viaggio su di essa, per numeri e condizioni di vita drammatiche se non per l’interesse suscitato, ha eguagliato la situazione immediatamente precedente alla crisi del 2015.

Sulla rotta balcanica occorre procedere con ordine. Una più realistica ricostruzione cronologica del fenomeno potrebbe datarla intorno alla metà degli anni 2000. Il movimento di profughi provenienti principalmente dall’Afghanistan e dalle zone di Iraq e Turchia abitate da curdi si verificava allora sottotraccia rispetto alla rotta del Mediterraneo centrale attraverso il Canale di Sicilia, una costante fino alla crisi del 2015. La rotta di terra balcanica rivestiva un’importanza marginale per i profughi provenienti da est rispetto alle direttrici marittime: quella dalla Turchia verso le coste calabresi, usata in particolare dai curdi tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000, e quella da Patrasso e Igoumenitsa in Grecia verso i porti adriatici della penisola, praticata in maniera sempre maggiore da afghani. Gli aumentati controlli nei porti di partenza e i frequenti respingimenti da quelli d’arrivo come Venezia, Ancona e Bari, spinsero una porzione progressivamente più ampia di migranti a tentare la risalita della Penisola Balcanica nell’entroterra, attraverso Macedonia, Serbia e Ungheria. La rotta di terra permetteva un viaggio più diretto a chi entrava in Grecia dalla Turchia passando il fiume Evros, piuttosto che non attraverso il Mar Egeo, e permetteva di evitare le lunghe attese nei porti greci prima di riuscire ad imbarcarsi per l’Italia. A giudicare dai dati disponibili[2], il sorpasso avvenne tra il 2012 e il 2013. Proprio a partire da quegli anni, infatti, si verificò un nuovo fenomeno: l’arrivo in Turchia di milioni di rifugiati dalla guerra in Siria, che presto iniziarono a defluire dal paese anatolico per cercare di raggiungere l’Europa centrale e settentrionale. L’arrivo dei siriani creò le premesse per un cambiamento radicale, in termini di numeri e di visibilità mediatica: nel giro di due anni la “rotta balcanica” avrebbe strappato a quella mediterranea il primato su entrambi i fronti.

Non servirà soffermarsi sugli eventi tra il settembre 2015 ed il marzo 2016, quando il cosiddetto “corridoio umanitario” fece affluire attraverso i paesi della ex-Jugoslavia quasi un milione di persone. Sarà forse invece più utile sottolineare come la chiusura dei confini e gli accordi con la Turchia, che in cambio di cospicui finanziamenti prevedevano che i migranti giunti in Grecia vi venissero riammessi e scambiati con richiedenti asilo di nazionalità unicamente siriana da ricollocare all’interno dell’Unione Europea, non hanno che momentaneamente bloccato o ridotto i flussi lungo la rotta balcanica. Nel 2016 e 2017 decine di migliaia di migranti si sono concentrati principalmente in Grecia e in Serbia, attendendo l’occasione giusta per proseguire il loro viaggio, tornato ad essere, improvvisamente e con gran beneficio dei trafficanti, più arduo e costoso. Il lessico transnazionale dei migranti si è arricchito in questi anni di un nuovo termine-chiave: il “game”, giocare il quale indica il ripartire dopo un periodo di attesa forzosa in una delle tappe obbligate prima di un confine particolarmente ostico, il riprovare il passaggio di livello nella interminabile partita con la polizia. Dall’inizio del 2018, dati i respingimenti sempre più sistematici da parte degli agenti croati lungo il confine con la Serbia, relativamente breve e facilmente controllabile, la gran parte dei migranti bloccati in questo paese si sono spostati verso la Bosnia. In particolare, una forte concentrazione di migranti si è creata nel cantone dell’Una-Sava, la punta settentrionale del paese ed il punto più vicino all’ambito confine esterno di Schengen e a Trieste. Ma vediamo come la rotta balcanica ha influenzato la situazione a Trieste nel corso degli ultimi anni.

Nel 2015-2016, la nuova direttrice di transito attraverso i Balcani ebbe l’effetto di togliere centralità all’Italia come tappa obbligata per un numero di profughi di varia nazionalità: in particolare sparirono quasi del tutto i già menzionati afghani e curdi (in gran parte iracheni) che, anche quando diretti verso Scandinavia, Belgio o Germania, utilizzavano Roma o Milano come rendez-vous con i trafficanti che ne organizzavano gli spostamenti, permanendo per periodi anche lunghi e in diversi casi optando per chiedere asilo in Italia.

Al contrario, Trieste ed il Friuli Venezia-Giulia subirono l’influenza della rotta balcanica in maniera molto evidente, seppur per vie traverse. Una modesta percentuale dei profughi in transito lungo il corridoio umanitario balcanico, una volta giunta in Austria (o dalla Slovenia), optava infatti per puntare a Sud e venire in Italia, dove avevano parenti o conoscenti o dove speravano di avere maggiori possibilità di vedersi riconosciuto il diritto all’asilo (l’Italia offriva – e offre tuttora – ai cittadini afghani uno dei più alti tassi di riconoscimento in Europa). Questo flusso è cresciuto con l’aumento della componente pakistana tra i migranti della rotta balcanica: per i pakistani infatti l’Italia è di solito la prima scelta come meta di richiesta asilo e dalla metà del 2016 essi costituiscono la netta maggioranza dei richiedenti asilo in Friuli Venezia-Giulia (oltre che una delle nazionalità più numerose tra i richiedenti asilo in tutta Italia).

Un'altra componente fondamentale fra i richiedenti asilo a Trieste e in regione è costituita dai cosiddetti “Dublino”. Si tratta di richiedenti asilo che non hanno ottemperato alle clausole del trattato di Dublino, una serie di accordi tra i paesi UE che prevedono che il richiedente si fermi nel primo paese europeo dove giunge e viene identificato, che diventa quindi il suo paese di competenza. Fatte salve alcune eccezioni (come il blocco delle attivazioni dei casi Dublino verso la Grecia a partire dal 2009), gli evidenti squilibri di questo sistema, che mette in prima linea i paesi dell’Europa meridionale ed orientale, non hanno impedito ai paesi dell’Europa settentrionale di servirsene sistematicamente per scremare il numero di richieste di asilo da gestire. Così, ben prima della rotta balcanica, tra i richiedenti asilo a Trieste figurava già una cospicua popolazione di “Dublino” provenienti da Norvegia, Svezia, Danimarca o Gran Bretagna che, passati attraverso la penisola nel loro itinerario verso Nord, avevano lasciato le impronte e la competenza in Italia, e vi erano di conseguenza stati rispediti. Altri ancora erano riparati in Italia dopo che la loro richiesta di asilo nei paesi nordici aveva ricevuto esito negativo e si era profilata per loro la minaccia di una deportazione verso il paese di origine. Tecnicamente “Dublino” di competenza altrui, la farraginosità del sistema ed in particolare la lentezza delle istituzioni italiane nel richiedere ai paesi competenti la presa in carico dei soggetti, garantiva loro buone possibilità di una seconda chance di richiesta asilo. Questa tipologia di richiedenti asilo è aumentata esponenzialmente nei mesi successivi alla “fine” della rotta balcanica. Dalla metà del 2016 e per buona parte del 2017, uno stillicidio continuo di afghani e iracheni è giunto in Friuli Venezia-Giulia dai valichi alpini dopo aver ricevuto un esito negativo in Scandinavia o, molto più di frequente, dopo aver essersi visti costretti ad attendere tempi lunghissimi senza poter sostenere l’audizione per la richiesta asilo, mentre la priorità assoluta veniva data ai siriani, come successo regolarmente ad esempio in Germania. Da cui la decisione di molti di venire in Italia ed in particolare in Friuli Venezia-Giulia, unica regione dove già esistevano comunità di rifugiati loro compatrioti (ed un effetto di straniamento in regione dinnanzi alle minacce austriache di chiusura del Brennero e del Tarvisio in funzione anti-clandestini, in un momento in cui il flusso di migranti era diretto quasi unidirezionalmente da nord a sud).

L’effetto congiunto di questi due tipi di flussi, oltre ai più sporadici casi di arrivi via mare dalla Turchia, fece quasi quadruplicare, nell’arco di due anni, tra il 2015 ed il 2017, il numero dei richiedenti asilo a Trieste, che passarono da 350 a 1200. A partire dall’inizio del 2018, l’Italia ha iniziato ad attivare sistematicamente i casi Dublino, con un focus particolare sul Friuli Venezia-Giulia. Il risultato non è stato però una diminuzione dei flussi in arrivo dal Nord Europa, quanto una situazione di incertezza per i nuovi arrivati che, abbandonata la Germania o i paesi scandinavi, hanno preso a fare la spola tra Francia e Italia, cercando di far passare i termini per la decorrenza della competenza Dublino e poter così accedere all’audizione per la richiesta di asilo.

Infine, merita menzione una tipologia speciale di arrivi a Trieste, verificatasi in particolare nel 2017. Si tratta di quei richiedenti asilo giunti attraverso la rotta balcanica durante i mesi di apertura del corridoio umanitario (e quindi di sospensione de facto dei confini Schengen e degli accordi Dublino) i quali però, dopo essere giunti nel paese in cui intendevano richiedere asilo, sono stati considerati di competenza dei paesi UE attraversati dal corridoio umanitario come Croazia e Slovenia, e ivi deportati. Nel caso della Croazia, si tratta di migliaia di richieste di attivazione della competenza Dublino croata e di centinaia di trasferimenti effettuati, soprattutto da parte dell’Austria[3]. Di fronte all’evidente inadeguatezza del sistema di accoglienza e di gestione delle richieste di asilo in Croazia, molti di loro hanno riparato sulla più vicina città italiana, Trieste appunto.

Se quest’ultimo caso colpisce per il cinismo con cui dei paesi europei si sono “rimangiati” la parola data ai migranti al momento dell’apertura del corridoio umanitario e della retorica del Wir schaffen das, l’intero sistema Dublino sembra fatto più per incentivare uno stato di mobilità permanente nei richiedenti asilo che per prevenire il cosiddetto asylum shopping – la ricerca opportunistica del paese d’asilo che offre i benefici migliori – da parte loro. L’Unione Europea di questi anni è attraversata da flussi interni di richiedenti asilo categorizzati come Dublino e “rimbalzati” da un paese all’altro in una specie di gioco delle sedie musicali in cui le loro possibilità di stabilirsi e regolarizzare la propria posizione in un qualsivoglia stato diminuiscono di anno in anno, di paese in paese. Inutile rilevare come questi “cittadini falliti”, che hanno perso il treno dell’integrazione e sono passibili di criminalizzazione e strumentalizzazione in quanto ai margini di ogni legalità e di ogni attività economica, costituiscano lo spauracchio ideale per una continuazione delle politiche xenofobe e securitarie in gran voga in tutta Europa per alcuni anni a venire, almeno fino al palesarsi di problemi più seri.

Torniamo a Trieste. Abbiamo visto che oggigiorno la città rappresenta, per i migranti in attesa a Bihać e Velika Kladuša nel nord della Bosnia, il punto più vicino raggiunto il quale il rischio di arresti e respingimenti scema considerevolmente. Nonostante gli episodi, verificatisi a partire dall’estate scorsa, di migranti respinti dalla polizia italiana alla frontiera con la Slovenia e deportati dalla polizia slovena in Croazia, indi da quella croata in Bosnia, per chi proviene dalla rotta balcanica raggiungere la stazione di Trieste equivale a lasciarsi alle spalle le notti fra i boschi e le botte della polizia, poter proseguire verso la Francia o, per chi si accontenta, salvare il risultato ottenuto nel “game” con una richiesta asilo in Italia che permetta di tirare il fiato per qualche tempo e magari ottenere una regolarizzazione.

Se la rotta balcanica è rimasta invariata e anzi, da quando il suo asse si è spostato sulla Bosnia, Trieste ne viene investita più direttamente, é però la situazione dell’accoglienza in città a essere in procinto di un cambio radicale. ICS e Caritas, le principali associazioni che gestiscono l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati nell’ambito della convenzione CAS con la prefettura e del progetto SPRAR con il comune, erano riuscite a fare fronte all’aumento degli ospiti e addirittura a difendere il modello preesistente dell’accoglienza diffusa in appartamenti e strutture di dimensioni medie.

Il cambio di rotta dovuto alle vicende politiche locali prima – nel 2016 la nuova amministrazione di centro-destra ha ridotto i posti SPRAR in città e cancellato la storica esperienza del progetto SPRAR per persone affette da disagio mentale – e poi nazionali, minaccia ora di porre fine ad una ventennale esperienza di accoglienza e assistenza ai richiedenti asilo nel capoluogo giuliano.

Il recente Decreto Sicurezza, oltre a favorire indubbiamente i grandi centri con capienza da migliaia di persone rispetto all’accoglienza diffusa, presenta criteri di spesa per l’accoglienza dei richiedenti asilo incompatibili con l’erogazione dei servizi che fanno la differenza tra una struttura di accoglienza ed una mera sala d’attesa. Corsi di italiano, avviamento professionale, tirocini, mediazioni linguistiche, supporto legale e psicologico e attività culturali, sociali e ricreative in collaborazione con la cittadinanza, non trovano realisticamente spazio nei bandi per la gestione dell’accoglienza in uscita in questi giorni. Nonostante il numero di richiedenti asilo e rifugiati, più alto a Trieste rispetto alla media italiana, suggerisca semmai la necessità di una razionalizzazione del sistema di accoglienza con una ripartizione dei richiedenti basata su una valutazione della capacità di assorbimento di un dato territorio e che tenga conto anche delle prospettive di integrazione lavorativa, si è optato invece per una riduzione della qualità, per lo smantellamento di un sistema di eccellenza che è riuscito a tenere il passo con flussi di un’intensità inedita senza rinunciare al mandato originario dell’accoglienza. Che non è solo tenere le strade sgombre per conto della prefettura e a beneficio dei benpensanti.

A Trieste continueranno ad arrivare profughi, e molti di loro richiederanno asilo in città. I respingimenti sul confine, dalla legalità molto opinabile, non bloccheranno i flussi, mentre le occasionali operazioni di polizia contro i senza fissa dimora non freneranno l’utilizzo delle enormi aree dismesse ed inutilizzate presenti in città da parte dei migranti in transito e di quelli che, pur avendo chiesto asilo presso la locale questura, si ritroveranno privi di un posto dove stare. La fine degli articolati programmi educativi e di integrazione operati da ICS e Caritas a Trieste non contribuirà a creare un nuovo muro che tenga fuori i barbari, ma spazzerà via quell’esile barriera fatta di percorsi di autonomia, sviluppo di qualifiche lavorative e consapevolezza dei propri diritti – in sostanza, creazione di un’idea di cittadinanza – posta a difesa dell’intera società contro la barbarie della disumanizzazione dei richiedenti asilo al rango di problema di sicurezza o come manodopera ad infimo costo.


Note

1 Parte dei contenuti di questo articolo è stata oggetto della relazione “I richiedenti asilo in Friuli Venezia Giulia” nell'ambito del Festival èStoria di Gorizia, il 19 maggio 2018, presentata da Fabrizio Foschini, Luzia Savary e Giulia Scalettaris.

2 http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/statistica/i-numeri-dellasilo.

3 http://www.asylumineurope.org/sites/default/files/resources/balkan_route_reversed.pdf.