Come citare questo articolo: , La storia del Coni: un libro con alcuni capitoli ancora da scrivere, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. http://rivista.clionet.it/giuntini-la-storia-del-coni-un-libro-con-alcuni-capitoli-ancora-da-scrivere. Ultimo accesso 12-11-2019.

Rispetto all’importanza, sia politica che organizzativa, rivestita dal Comitato olimpico nazionale italiano (Coni) nella dimensione dello sport italiano la storiografia per molto tempo ha mostrato verso questo tema un’attenzione decisamente inferiore alle attese. Una storia del Coni completa ed organica resta ancora da scrivere, e solo a datare dagli anni Ottanta del secolo scorso si è iniziato a cercar di colmare una simile vistosa lacuna.

Sino ad allora il patrimonio esistente era di fonte prevalentemente interna: il Coni stesso che si raccontava ed editava. In quest’ottica il primo testo cui riferirsi è Il Coni e le Federazioni sportive, curato da Donato Martucci (coadiuvato da Enzo Poggi) e risalente al 1962. Martucci ricopriva in seno al Coni il ruolo di “Capo del Servizio Stampa e Propaganda”, una qualifica un po’ sinistra evocante il Ministero della Cultura Popolare di fascistica memoria, il che la diceva lunga sulle finalità d’una tale pubblicazione. L’opera fu comunque ristampata e ampliata nel 1966, passando da 453 a 482 pagine e venendo aperta dall’autorevole prefazione di Giulio Onesti che ne illustrava chiaramente i contenuti:

L’esigenza di pubblicare una nuova edizione del volume Il Coni e le Federazioni sportive si è fatta urgente. Dal 1961 ad oggi la storia dello sport si è arricchita di fatti e imprese, di conquiste e di progressi. E se gli annuari hanno una vita effimera, quelli sportivi sono ancora più esposti a deterioramento […]. L’opera vuole sintetizzare l’attività dello sport ufficiale propriamente detto che si sviluppa dalle società sportive e giunge sino al vertice […]. Si tratta di un libro di consultazione e di ricerca in cui gli appassionati potranno trovare molti dati utili, anche riferentisi al lontano passato. Perciò i compilatori si sono limitati a una pubblicazione sobria nella veste editoriale. Dopo una relazione sull’attività del Coni e dei suoi servizi, vengono sviluppate le voci relative ai singoli sports che le federazioni sportive nazionali hanno attentamente curato, ciascuna per la sua parte. Sono pertanto riveduti e migliorati gli albi d’oro degli atleti italiani vincitori di medaglie ai giochi olimpici, nonché quelli dei partecipanti ai giochi. È stata inclusa anche una descrizione dei principali impianti sportivi italiani[1].

Trattandosi – per esplicita ammissione di Onesti – d’una specie d’annuario anziché d’una vera e propria ricostruzione storica, quest’ultima risultava piuttosto approssimativa e, relativamente alla costituzione del Coni, si limitava ai seguenti ragguagli: «Nel 1914 l’on. Carlo Montù riunì nel suo ufficio alla camera dei Deputati i rappresentanti dei vari sports e in tale riunione fu costituito il Coni. L’on. Montù venne eletto alla presidenza del nuovo organismo sportivo, la cui segreteria fu affidata al cap. Ercole Morelli»[2].

Sul periodo fascista la pubblicazione, quasi a voler applicare alla lettera il pensiero onestiano su «lo sport agli sportivi», evitava qualsiasi tipo di giudizio fermandosi a osservare che, «nel 1944 il nuovo governo italiano nominò l’avv. Giulio Onesti Commissario del Coni. Gradualmente le federazioni sportive riassunsero l’assetto democratico e da allora le nomine vengono fatte su basi elettive»[3]. In totale, compresa la cronologia dei suoi presidenti e segretari, alla storia del Coni venivano riservate tre pagine appena. Una sinteticità che, a voler essere maliziosi, esprimeva la volontà d’evitare ogni approfondimento d’un organismo la cui democraticità e rappresentatività reale, nel corso del Ventennio e anche dopo, apparivano perlomeno dubitabili. Al contrario, soprattutto in ordine a diversi uomini restati ai suoi vertici, sembrava delineare una sostanziale continuità tra il Coni fascista e quello che Onesti pilotò per un trentennio nell’Italia repubblicana nata dalla Resistenza.

 

La funzione critica di Fabrizio e Provvisionato

Questi aspetti, taciuti o abilmente nascosti, cominciarono a venir posti in discussione con il ’68 e l’incandescente decennio successivo. La stagione della contestazione globale, delle “narrazioni” non direttamente riconducibili al clima manicheo della Guerra Fredda, bensì all’emergere d’una “nuova sinistra” contrapposta alle famiglie storiche della socialdemocrazia e del comunismo europei, che investendo – da Tommie Smith e John Carlos in avanti –[4] la medesima sfera dello sport non potevano non toccare nel nostro Paese anche il Coni[5]. Da qui i primi esempi d’una analisi politica della sua storia, consegnata ad alcune parti di due opere che conservano intatto il loro valore di messa in discussione d’un canone sin lì apparentemente intangibile e sacro. Quello relativo alla presunta autonomia del Coni e alla sua vantata “apoliticità”, tradotti, negli adattamenti di Onesti alla realtà italiana, in una sorta di neo-neutralismo decoubertiano.

Si allude a Storia dello sport in Italia di Felice Fabrizio e a Lo sport in Italia (usciti a poca distanza l’uno dall’altro tra il 1977 e il 1978) di Sandro Provvisionato, un “extraparlamentare” formatosi alla “scuola alternativista” dell’Unione italiana sport popolare (Uisp) e responsabile del suo settore tecnico nazionale. Per Fabrizio, colui che con i suoi studi pionieristici (a partire dalla tesi di laurea discussa nel 1973 all’Università Cattolica di Milano, che sarebbe stata rielaborata nell’importante saggio Sport e fascismo. La politica sportiva del regime 1924-1936, edito da Guaraldi nel 1976) va considerato il “padre” della storiografia sportiva italiana, occorreva innanzitutto interrogarsi su quali fossero stati gli autentici cambiamenti nel passaggio dal Coni del fascismo al Coni presieduto da Giulio Onesti:

È mutato qualcosa nello sport italiano, che nel 1946 riprende con rinnovato vigore la propria attività? All’apparenza molto, pochissimo nella sostanza, a dimostrazione del fatto che per lo più si è modificato per conservare […]. Ad approfittare di questo stato di cose è il Coni, che non soltanto non è stato liquidato, ma neppure è stato ricondotto, secondo le direttive chiaramente espresse nel giugno del 1945 dai “reggenti” delle Federazioni, alle sue attribuzioni prefasciste di semplice organo di coordinamento, di assistenza e di tutela. Sotto la guida dei “dioscuri” Onesti e Zauli il Comitato Olimpico, messo  al passo con la nuova realtà politica e istituzionale da un decreto legge del 1947, che lo pone alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio, conserva la propria struttura gerarchica e pesantemente burocratica e rafforza una posizione di privilegio incontrastato destinata a frustrare, attraverso l’assunzione di una dimensione onnicomprensiva, ogni tentativo di sviluppo di movimenti paralleli o alternativi di largo respiro. L’assetto organizzativo dello sport italiano rimane dunque piramidale, giacché il processo di democratizzazione, impostato sul principio dell’elettività delle cariche, garanzia di partecipazione “dal basso” e di ricambio, stenta ad avviarsi, ostacolato com’è da un modello di conduzione istituzionalizzato nel corso del “Ventennio”[6]

Analogamente, l’impianto fortemente critico di Provvisionato si evince da questo eloquente passaggio – coincidente con molte delle posizioni di Fabrizio – del suo volume:

Intanto nei due anni in cui Onesti e soci hanno avuto il tempo di restaurare il potere centrale del Coni, si è andata meglio definendo la sua struttura burocratica. Che cosa è cambiato nel Coni e quindi di riflesso nella struttura complessiva dello sport italiano nel dopoguerra? Da un punto di vista formale il cambiamento appare addirittura radicale. Non c’è più dipendenza totale del Coni e dello sport dal Partito fascista, ma invece una riconquistata autonomia che permetterà al Coni, sempre sul piano unicamente formale, di rivendicare una propria autonomia politica. Il presidente del “nuovo” Coni non è stato nominato dall’alto, ma invece democraticamente eletto dai presidenti federali […]. In realtà, di riforma democratica del Coni è impossibile parlare: Onesti e il suo seguito ampiamente e minuziosamente selezionato, hanno avuto, come abbiamo visto, tutto il tempo per preparare i giochi delle cariche interne, ma anche per predisporre la continuità di una struttura che a suo fondamento non aveva certo caratteri democratici. L’accentramento è pressoché totale: i delegati regionali del Coni che dovrebbero essere istanze decentrate del sistema sportivo in effetti non dispongono di nessuna autonomia decisionale, né tantomeno finanziaria e adempiono a semplici funzioni rappresentative. Le Federazioni sportive rimangono rigidamente controllate dal Coni da cui dipendono economicamente e al loro interno la democrazia è un fatto del tutto formale. Il sistema dello sport italiano è infatti basato su una concezione piramidale della democrazia […]. Il modello dell’organizzazione sportiva nazionale rimane quindi assolutamente verticistica e piramidale. L’epurazione mancata riporta ai vertici delle federazioni sportive uomini seriamente compromessi con il fascismo, e grazie alla solo formalmente modificata legge istitutiva, il Coni sancisce la sua funzione assistenziale e paternalistica[7].

Insomma: gli scritti di Fabrizio e Provvisionato parevano rinviare al noto adagio di Tomasi di Lampedusa, al trasformismo post-unitario del “cambiare tutto per non cambiare niente”. Laddove, il “Gattopardo” dei due autori tanto severi, rispondeva al nome di Giulio Onesti. Si era in presenza, evidentemente, di valutazioni che risentivano di qualche eccessiva forzatura, del clima di acuta ideologizzazione che connotava una tale temperie. Tuttavia le loro tesi demolitorie avevano una ragion d’essere. Per potere intraprendere una seria rilettura storica del Coni, occorreva sottoporlo a una critica radicale. Bisognava abbattere per ricostruire, muovendo, nei suoi confronti, da un incalzante “revisionismo storico” stavolta di sinistra. Ciò che nessuno, né i partiti del cosiddetto “arco costituzionale” a livello legislativo e di controllo, né, tolta l’Uisp, tra gli Enti di promozione sportiva (Eps), aveva ancora fatto dal dopoguerra sino a quell’altezza.

 

La svolta degli anni Ottanta, cominciando dal periodo fascista

Se Felice Fabrizio e Sandro Provvisionato, pur con i limiti sottolineati, posero le basi per intervenire storicamente sulla materia-Coni, come si è detto furono gli anni Ottanta a segnare un deciso salto di quantità e qualità negli studi[8]. Lavori che, indicandone le principali linee seguite, possono schematicamente suddividersi in tre fondamentali filoni: 1) inerenti al Coni in età fascista; 2) orientati a definirne meglio le complesse origini; 3) afferenti all’inafferrabile figura di Onesti. Una nuova fase favorita da una progressiva crescita d’interesse per la storiografia sportiva, anche in ambito accademico e nel solco della fortuna conosciuta dalla storia sociale, e dal nascere di alcune tribune di dibattito in cui poter sviluppare questa tendenza.

In particolare grazie all’avvio delle pubblicazioni nell’aprile 1984 – per impulso di Luca De Longis, Adolfo Noto, Paolo Ogliotti, Lauro Rossi e Luciano Russi – di “Lancillotto e Nausica”[9]. Rivista, come recitava il sottotitolo, di “critica e storia dello sport”, che consentì di convogliarvi numerosi interventi altrimenti destinati a non trovare altrove spazio nei periodici storici tradizionali. Più segnatamente, il quadrimestrale romano dedicò al Coni un suo numero monografico del 1986 in cui ebbe adeguato rilievo un lungo articolo di Lucio Rigo, Cerchi olimpici e fasci littori[10], che faceva finalmente luce sulle strategie di conquista e assoluto asservimento al potere mussoliniano subite dal Coni sulla tranche 1924-1936. Dalle Olimpiadi di Amsterdam a quelle di Berlino. Una politica totalitaria che, con Augusto Turati e Achille Starace, vide ricoprire la presidenza del Coni da due alti gerarchi che erano pure, contemporaneamente, segretari del Partito nazionale fascista (Pnf). Il Coni costituiva un ufficio del partito, lo sport uno strumento al servizio della “fabbrica del consenso”. Di una siffatta piena sottomissione del Comitato olimpico al regime, Rigo coglieva le prove non già solo, come fino a quel momento era avvenuto, in fonti di seconda mano, cioè tramite gli organi di stampa, ma ricorrendo a carte originali attinte dall’Archivio centrale dello Stato. Un notevole passo innanzi nell’accreditamento della storia dello sport quale soggetto che può concorrere a una miglior comprensione della storia contemporanea, nonché un primo ponte gettato verso il mondo universitario, in precedenza assai scettico nel riconoscergli una legittimazione che oltrepassasse i confini angusti degli istituti superiori di educazione fisica (Isef).

Nel medesimo numero di “Lancillotto e Nausica”[11] compariva un secondo contributo di notevole interesse. Una raccolta, curata da Lauro Rossi sotto lo pseudonimo di Girolamo Savoldo, delle trasmissioni sportive che ogni sabato l’Ente italiano audizioni radiofoniche (Eiar) irradiava per conto del Coni. Trasmissioni che, per il segretario generale del Coni Giorgio Vaccaro, dovevano servire «da ottimo punto di riferimento a chi domani avrà il desiderio e il compito di vagliare il processo di evoluzione con il quale, anche nel settore sportivo, si manifestò la vitalità italiana»[12]. Sempre sulla tematica Coni e fascismo un altro utile materiale venne prodotto nel 1996 da Angela Teja, la quale, inquadrando il problema, individuava la netta frattura intercorsa tra il Coni dell’età liberale e quello d’impronta mussoliniana:

Se fino ai primi decenni del Novecento, lo sport non aveva trovato sostenitori nei governi italiani che si erano succeduti, fu proprio il fascismo a scoprire in esso dapprima un mezzo per ottenere consenso fra le masse e poi un simbolo di potere politico anche a livello internazionale. La storia del Coni è dunque anche la storia dello sport in Italia: dapprima la vicenda di un ente privato, nato per il volere di pochi entusiasti che ogni quattro anni si riunivano per designare la rappresentativa alle Olimpiadi […]. Lo sport era soprattutto un mezzo che l’individuo aveva per crescere sano, per forgiare il proprio carattere, per ricreare lo spirito dalle fatiche del vivere quotidiano, oltre che per propria soddisfazione personale. Il secondo momento di questa storia inizia quando il Coni passa alle dipendenze del Partito Nazionale Fascista (1926), ribadisce ufficialmente di essere una “Federazione delle Federazioni” (1927) e poi un ente di personalità giuridica (1934), strumento partitico e testimone di potere politico[13].

Altrettanto significativo è stato un intervento di Antonio Lombardo. Questi se ne è occupato nell’ambito d’un volume collettaneo dedicato a sport e fascismo (2009), esaminando in specie i rapporti intrattenuti dal regime con Pierre De Coubertin e il Comitato internazionale olimpico (Cio). Relazioni, osservava Lombardo, sin da subito improntate al reciproco riconoscimento: «Così come Coubertin e il Cio non trovarono una sola argomentazione per porre in discussione la realizzazione dell’Olimpiade nella capitale tedesca, a maggior ragione non si erano posti alcun problema nei confronti del fascismo italiano. Anzi, a soli sei mesi dalla marcia su Roma, Coubertin organizzò per la prima volta in Italia una sessione annuale del Cio al Campidoglio, presenti le massime autorità italiane, Mussolini e il re compresi»[14].

Più recentemente due eccellenti studi cui guardare sono stati compiuti da Patrizia Dogliani (Coni e sport fascista, 2015), che ha ripercorso le tappe fondamentali di costruzione e consolidamento del Coni fascista all’interno di un volume curato da Francesco Bonini e da Lombardo[15], e da Nicola Sbetti, il quale, in un “Quaderno” della Società italiana di storia dello sport (Siss) del 2015, si è soffermato sul caso di Giorgio Vaccaro. L’ex generale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn), segretario del Coni, presidente della Federazione italiana giuoco calcio (Figc) e della Federazione italiana rugby (Fir)[16], che nel 1950 venne ufficialmente espulso dal Cio di cui continuava ad essere uno dei membri italiani. Un’esclusione che, secondo Sbetti, non venne richiesta dal Ciò né «fu dovuta principalmente al suo passato fascista bensì a un più complesso conflitto di poteri in seno al Coni»[17]. Un “regolamento di conti” tutto interno ai vertici del massimo organo di governo sportivo nazionale. Vale a dire che «per la triade Onesti-Zauli-Bonacossa, che nel secondo dopoguerra aveva preso in mano la gestione dello sport italiano, Vaccaro rappresentava una potenziale minaccia, in quanto, pur avendo perso le cariche che deteneva in epoca fascista aveva ancora forti connessioni personali con esponenti dello sport italiano»[18]. L’ennesima attestazione di quanto il boicottaggio dell’epurazione politica in Italia avesse finito talvolta col trasformarsi, con degli effetti negativi anche in campo internazionale, in una perversa “eterogenesi dei fini”. Tant’è proprio Giulio Onesti, allorché era stato nominato Commissario straordinario del Coni col compito di scioglierlo e liquidarne i beni, si era opposto alle pratiche epurative con un suo articolo apparso, il 14 dicembre 1944, sul “Corriere dello Sport”:

Un coro unanime – affermava – si è levato, innanzi tutto, per chiedere la liquidazione dello “sport fascista”. Ma che cosa è questo sport fascista o non si tratta piuttosto di una delle solite truffe del fascismo, che applicò le sue sigle e la sua etichetta sull’attività, sui beni, sul lavoro di tutti gli italiani antichi e moderni? […] Ma di fascista non c’è proprio niente. O meglio, c’è la storia di una cattura, di una appropriazione indebita, di uno sfruttamento, che nel congegno del famoso totalitarismo accentratore ha colpito lo sport come ogni altro ramo della vita nazionale […]. Occorre dunque aver un giusto senso della proporzione e della realtà, giudicare serenamente, accogliere le giuste e precise accuse, ma respingere decisamente i parti della fantasia ed ogni tipo di illogica esagerazione. Altrimenti ne resta gravemente offeso lo sport, cioè un fenomeno sociale che per sentimenti e intenti, per volontarismo ed altruismo, per spirito di cavalleria e di giustizia costituzionale è da considerarsi tra i più puri, se non il più puro della nazione[19].

Resta da chiedersi se il primo presidente del Coni post-fascista, quando fece le sue pressioni sul Cio per estromettervi Vaccaro, si ricordò di aver scritto quell’articolo? Se si pentì di tali sue concezioni d’allora di cui andava così orgoglioso? Vi è da dubitarne. Peraltro il pezzo citato ha un innegabile valore nella weltanschauung di Onesti. Qui si rinviene già, in fieri, il credo fondato su “lo sport agli sportivi”, l’autonomia (vera o falsa) dalla politica.

Sebben “Gattopardo” o “Mattei” dello sport, Onesti, quindi, elaborò per tempo, con la seconda guerra mondiale ancora in corso e la Resistenza al nord, il proprio progetto d’un Coni sì indipendente ma della “continuità” assai più che della “discontinuità”. Non improvvisò nulla. Il suo disegno era chiaro e facile da bloccare immediatamente se lo si fosse veramente voluto. A lasciarlo fare, impedendogli di perseguirlo con determinazione, furono le forze della sinistra “ciellinistica” (suo mentore Pietro Nenni) dalle quali, almeno originariamente, proveniva. A esse, alla loro mancanza di una qualsiasi strategia rispetto allo sport da riformare integralmente e rilanciare su basi nuove nell’Italia democratica, debbono essere imputate le maggiori responsabilità che gli permisero di divenire il “paladino” dello sport decoubertiano puro, neutro. Di giocare, sempre più, una partita “in proprio”. La sua, che gli garantì di regnare da monarca assoluto dal 1946 al 1976. D’inventarsi da “padre padrone” un Comitato olimpico all’“italiana”, ossia con una delega governativa “in bianco”, libera da limitazioni economiche in ragione degli introiti del Totocalcio, sconosciuta agli enti similari operanti negli altri paesi del mondo. Di poter rivendicare di fronte a tutti i suoi nemici, forte anche degli innegabili successi organizzativi e d’immagine sortiti dalle Olimpiadi invernali di Cortina (1956) ed estive di Roma (1960)[20], la bontà del suo peculiare sistema. In qualche modo per Onesti valeva la stessa formula con cui un suo grande estimatore, Giulio Andreotti, col quale intrattenne uno stretto e amichevole rapporto, liquidava gli avversari: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Nella fattispecie, l’opposizione espressa esclusivamente da alcuni Eps non addomesticati dalle sue logiche di assorbimento clientelare e, su tutti, dall’Uisp contaminata dai furori della contestazione[21].

Chiusa questa parentesi e proseguendo nella rassegna Coni-fascismo, si deve da ultimo segnalare il saggio di Tito Forcellese L’Italia e i Giochi Olimpici (2013)[22]. Nello specifico il capitolo cui rinviare è il secondo: “Roma capitale dell’Impero ma non dei Giochi” (pp. 75-163). Un’accurata trattazione che rivisita le due candidature, in epoca fascista, della capitale d’Italia alle Olimpiadi del 1940 e 1944[23]. Qualora l’obiettivo si fosse realizzato, tra il 1936 e appunto il ’44 il patto “Tripartito” Berlino-Tokio-Roma si sarebbe esteso dalla politica allo sport facendo dei Giochi olimpici una “bandita di caccia” dei regimi totalitari di destra. All’interno di questo processo, Forcellese indaga con profondità documentaria soprattutto lo scambio di “cortesie” tra Giappone e Italia riguardo all’Olimpiade del ’40. Un “gioco delle parti” dal quale il Coni venne letteralmente “tagliato fuori”, a riconferma di quanto poco contasse in periodo fascista fungendo da semplice appendice del partito.

Il 14 febbraio 1935 Benito Mussolini ricevette Yotaro Sigimura (ambasciatore nipponico a Roma e membro del Cio) e Michimasa Soyeschima (membro Cio) in un incontro al quale non venne invitato a prender parte nessuno dei membri italiani del Cio (Carlo Montù, Paolo Thaon Di Revel, Alberto Bonacossa)[24] e neppure il presidente (Starace) e il segretario (Vaccaro) del Coni. Ad assistere il duce era unicamente il Sottosegretario agli esteri Fulvio Suvich. Mussolini vi stabilì in solitudine che Tokio potesse/dovesse sostituire (col favore dei pronostici) Roma quale principale candidata ad ospitare le Olimpiadi del 1940, ma nel contempo sembrò pretendere (non si sa perché e a quale titolo?) che a Oslo, dove nella sessione Cio del 25 febbraio-1° marzo 1935 doveva essere decisa la prossima città olimpica, si scegliesse pure contestualmente quella del 1944. Ovviamente ritenendo, nella sua visione, che non potesse altro che risultare, quale risarcimento per la concessione fatta ai giapponesi, l’Urbe. Si trattava di un delirio d’onnipotenza, tuttavia Sigimura tese ad accreditare questo risultato del colloquio, mentre Mussolini, secondo alcuni, si sarebbe spinto al massimo a garantire a Tokio i tre voti italiani per il 1940. Comunque sia, l’incauto o scaltro Sigimura rese pubblica questa versione dell’accordo “privato” raggiunto fra i due paesi, ed è evidente come ciò non potesse che suscitare delle forti irritazioni in seno al Cio, sentitosi gravemente scavalcato nelle sue prerogative. Conseguentemente il suo presidente, Henri Baillet-Latour, spostò dalla sessione di Oslo, dove pure il Giappone ottenne le Olimpiadi agognate, a quella di Londra (1936) ogni decisione in merito ai Giochi del 1944.

Ma cosa indusse Mussolini ad essere così accondiscendente verso l’alleato orientale? Non solo l’ideologia. Da un lato stava riorientando il suo asse politico ed economico asiatico dalla Cina proprio verso l’impero del “Sol Levante”. Dall’altro, in vista dell’invasione dell’Etiopia, voleva garantirsi l’appoggio internazionale del Giappone, anche se questo aveva da poco lasciato la Società delle nazioni. Di fatto la spericolata operazione tentata da Mussolini, che confidava troppo nel suo stile da “statista d’assalto”, si rivelò un totale fallimento. A Londra, Roma raccolse 11 voti (3 tedeschi, 2 ungheresi, 1 bulgaro, 1 ungherese, 1 peruviano) contro i 20 andati alla capitale inglese, i 2 ottenuti da Detroit e 1 da Losanna. Un insuccesso politico, diplomatico e sportivo cancellato solamente dal deflagrare del secondo conflitto mondiale, che portò alla soppressione di entrambe i Giochi del ’40 e del ’44.

 

Il nodo delle origini

Un altro nodo storiografico sul quale, nei decenni da poco trascorsi, ci si è arrovellati e impegnati a fondo per dirimere svariati dubbi e incertezze è stato quello relativo alle origini del Coni. Anche se può apparire incredibile, ancora negli anni Ottanta del Novecento a tal proposito si brancolava nel buio. Le opinioni divergevano, non si riusciva a fare chiarezza su ciò che si intendesse veramente per Coni, si dibatteva se alcune forme organizzative temporanee dovessero essere considerate una sua preistoria o il vero abbrivio della sua storia, e quindi mancava un anno preciso cui ancorarsi. La “prova regina” con cui iniziarne la cronologia.

Il primo ad affrontare seriamente quest’intrico di questioni è stato Antonio Lombardo, il maggiore storico italiano dell’olimpismo moderno[25] nonché autore di un importante saggio su Pierre De Coubertin[26]. A lui si deve un articolo del 1989, pubblicato su “Ricerche Storiche”, che può essere posto a base degli studi avviati su questo specifico e di cui vale riproporre l’emblematico incipit:

Le origini del movimento olimpico in Italia, da collocare nel periodo che va dal 1894 al 1914, sono avvolte in un fitto mistero. I pochi studi e ricerche condotti in Italia sulla storia delle Olimpiadi moderne e del Comitato nazionale olimpico si limitano a fornire alcuni accenni, molte volte contraddittori e quasi sempre viziati da vistosi errori, sulla partecipazione, o mancata partecipazione, italiana alle prime edizioni dei Giochi o abbozzano qualche data sulla nascita del Comitato. Di conseguenza, una ricerca su questo tema e su questo periodo, come su tante altre questioni di storia dello sport in Italia, deve, tra l’altro, avere una scrupolosa impostazione filologica[27].

Innanzitutto, per soddisfare l’esigenza filologica invocata da Lombardo, era necessario sgombrare il campo da una serie di organismi propedeutici che in precedenza erano stati scambiati per un embrionale Comitato olimpico italiano: 1) la “Commissione italiana per i Giuochi olimpici” di Atene del 1906, le cosiddette Olimpiadi intermedie; 2) un secondo ”Comitato olimpico italiano”, dovuto a Eugenio Brunetta d’Usseaux e finalizzato alla partecipazione ai Giochi di Londra (1908), di cui aveva reso notizia anche la “Revue Olympique” del maggio 1907; 3) un “Comitato permanente delle federazioni sportive” sorto a Milano il 4 febbraio 1913. Le prime due esperienze, per quanto significative, avevano avuto la fisionomia di semplici coordinamenti tecnici e di scopo, viceversa la terza cercò di assumere un carattere consolidato e duraturo. Il Coni pertanto, e non paia paradossale, sorse proprio con l’obiettivo (più o meno esplicito) di ostacolare se non bloccare tout court l’ascesa del dinamico “Comitato permanente” sponsorizzato da “La Gazzetta dello Sport”. Le sue lontane origini – innescate da una lotta tra fazioni rivali – non sono perciò così esattamente nobili e disinteressate come, in generale, la vulgata intorno alla purezza dell’olimpismo vorrebbe lasciar credere. Dapprincipio, il Coni sorse più per impedire che per fare. Mentre il temuto “Comitato” si riconosceva in un modello di sport borghese di matrice anglosassone, i fautori del Coni gli contrapponevano una concezione sportiva più tradizionalista ed educativa nella quale s’identificavano il potente e onnicomprensivo mondo ginnastico e i teorici dell’educazione fisica. E l’olimpismo, a ben vedere, costituì esattamente un compromesso tra questi due poli. Ad avvicinarli, vincendo le reciproche diffidenze, provvide Carlo Montù, e la loro sintesi fu la fondazione del Coni avvenuta nella riunione convocata a Roma, il 9-10 giugno 1914, nello studio alla Camera dei deputati dell’onorevole Carlo Compans de Brichanteau. Per inciso, a proposito degli errori marchiani e delle approssimazioni denunciate da Lombardo, si ricordi come l’annuario del 1966 (Il Coni e le Federazioni sportive) la collocasse nello studio, anziché del Compans, di Montù, che però deputato non lo era più da molti anni. Coni che, scrivevano i resoconti giornalistici del tempo, aveva il fine precipuo di «divulgare il fondamento educativo delle Olimpiadi moderne»[28]. Una creatura sportiva i cui massimi artefici furono dunque, inoppugnabilmente, Carlo Compans de Brichanteau e Carlo Montù, divisi, peraltro, su un punto essenziale: il tipo di relazioni da instaurare tra Coni e federazioni. «Montu – ha notato Lombardo in un suo ulteriore contributo (2015) – poneva alla base del Coni la nuova realtà delle federazioni, al contrario di Compans, il quale invece pensava al Coni come un ente separato, posto sopra le federazioni»[29]. Anche in questo caso prevalse, infine, una mediazione: Compans de Brichanteu ne ricoprì la prima presidenza, ma Montù ne fu di fatto il “presidente ombra”, agendo con intelligenza «per smantellare il Comitato permanente e convincere le singole federazioni ad abbandonarlo»[30]. Un parto in conclusione oltremodo sofferto e complesso, riuscito per la lungimiranza e la tenacia dimostrate dal piemontese Montù: un liberale (deputato dal 1904 al 1909), docente del politecnico di Torino e generale d’artiglieria, che durante la guerra di Libia fu il primo italiano della storia colpito in un combattimento aereo[31].

Alle ricerche di Antonio Lombardo su questo argomento, ne sono seguite altre di buon spessore. In successione, bisogna menzionare dapprima quella che nell’aprile e nel luglio 1992 videro Claudio Spironelli concentrarsi sulla figura di Compans de Brichanteau[32]. Spironelli ha avuto il merito di studiarne le carte inedite, evidenziando il valore del rapporto che, dal 1907, egli stabilì con Eugenio Brunetta d’Usseaux: l’aristocratico subalpino segretario generale del Cio e stretto collaboratore di Pierre De Coubertin. Decisamente più corposo il lavoro di Gianfranco Colasante su La nascita del Movimento Olimpico in Italia (1996): un volume di grande formato di 254 pagine, che spazia dal 1894 al 1914. Edito dal Coni, costituisce il maggior tentativo esperito da questo organismo per ripercorrere, in modo più attendibile del passato, la propria storia.

Il libro di Colasante offre numerosi spunti significativi e una documentazione di prim’ordine. Tra questa, si segnala quello che può venir ritenuto il primo Statuto del Coni. Statuto steso da Fortunato Ballerini nel 1913, e di base per il successivo e ufficiale del 1914. Non sono note le eventuali modifiche che possano esservi state apportate al momento della fondazione, ma esso sembra ben esprimere quel dualismo tra sport ed educazione fisica, Coni centrale e federazioni nazionali, che solo la diplomazia di Montù seppe conciliare costruttivamente:

1.   È costituito in Roma un Comitato Nazionale Olimpico Italiano con lo scopo di organizzare le rappresentanze ginnastiche e sportive per partecipare alle Olimpiadi Internazionali.
2.    Il Comitato adotta il vessillo nazionale.
3.    Il Comitato è rappresentato da un Consiglio composto di 3 delegati di ciascuna Istituzione o Federazione nazionale che potrebbe essere rappresentata alle Olimpiadi.
4.    Un delegato di ogni ramo olimpico funziona da segretario.
5.    Il Consiglio nomina nel proprio seno una Presidenza, composta del Presidente, del V. Presidente, del Segretario generale, del Cassiere, dell’Economo e di due delegati presso il Comitato Internazionale Olimpico di Parigi. Nomina altresì una Commissione tecnica composta di un delegato per ciascun ramo.
6.    Ogni Istituzione rappresentata paga al Comitato una tassa proporzionale annuale.
7.    La scelta della squadra o dei campioni olimpici sarà proposta per merito al Comitato dal Presidente della Istituzione competente.
8.    Il Comitato a garanzia della perfetta preparazione fisica e morale dei candidati alle Olimpiadi può ordinare tutte le prove necessarie.
9.    Ogni partecipante all’Olimpiade deve sottoporsi incondizionalmente a tutte le prescrizioni stabilite dal Comitato durante le Olimpiadi.
10.  Un Ordine Olimpico è istituito dal Comitato e diretto dalla Presidenza[33].

Del 2006 è viceversa il volume a più voci (Franco Carminati, Cristina Bianchi, Gianfranco Colasante) Alle radici dell’Olimpismo italiano. L’opera ruota attorno al ruolo giocato dal conte Eugenio Brunetta d’Usseaux nelle fasi genetiche del movimento olimpico nazionale e al lavorio sotterraneo che assolse in funzione della creazione del Coni, e come osservato nell’introduzione da Giovanni De Luna rappresenta un contributo importante per affrontare

il “mistero” Brunetta d’Usseaux alla radice, aggredendolo direttamente sul piano delle fonti. Alle ricerche d’archivio sfociate nel saggio di Carminati si affiancano così gli epistolari conservati dal Cio (settanta lettere di Brunetta al barone De Coubertin e all’alter ego del barone, Godefroy de Blonay, rappresentante svizzero del Cio a partire dal 1899) sui quali Cristina Bianchi ha costruito il suo saggio dedicato all’attività di Brunetta in seno al Cio. Più in generale, si tratta di un percorso dal particolare al generale che si snoda attraverso tre cerchi concentrici: la biografia di Brunetta (Carminati), il suo ruolo nel Cio (Bianchi), il rapporto con lo scenario più vasto della nascita di un moderno movimento sportivo dell’Italia tra Ottocento e Novecento (Colasante)[34].

Concludendo: Compans di Brichanteau, Montù, Brunetta d’Usseaux, questi i tre nomi intorno ai quali ha ruotato la dinamica sfociata nella nascita del Coni. Un “terzetto” accomunato dalla provenienza sabauda, il che testimonia il ruolo nevralgico recitato da Torino alle origini dello sport italiano[35].   

 

Il regno del “Gattopardo” Onesti

Dal 1972 Giulio Onesti annoverò due nemici giurati in seno al Coni: Renzo Nostini e Claudio Coccia presidenti della Federazione italiana scherma (Fis) e della Federazione italiana pallacanestro (Fip). La coppia tentò di detronizzarlo nel Consiglio nazionale del 3 maggio 1972, astenendosi sul bilancio 1971 e respingendo quello del 1972. Ciò nonostante negli ordini del giorno presentati, pro o contro Onesti, egli raccolse 24 voti favorevoli, 3 contrari, 4 astenuti, sbaragliando nettamente Nostini, il quale si fermò a 6 sì, 22 no, 3 astenuti. Un aiuto basilare alla battaglia anti-onestiana di Nostini, il suo più fiero avversario, venne dalla legge n. 70 del 20 marzo 1975, che tre anni dopo avrebbe provocato la caduta di Onesti. L’articolo 32 di tale testo, con cui venivano emanate delle disposizioni sul riordino degli enti pubblici (il famigerato “parastato”) e del rapporto di lavoro del personale dipendente, determinava infatti anche la possibilità «per i membri dei consigli di amministrazione degli Enti pubblici di essere confermati nel loro ruolo per una sola volta».

Su Onesti prese quindi a gravare una “spada di Damocle” cui non poté sfuggire. Il 29 aprile 1977, a scrutinio segreto, venne riconfermato presidente del Coni dal suo Consiglio nazionale con 28 voti su 29. Di concerto Onesti annunziò che avrebbe abbandonato la presidenza al termine del quadriennio olimpico. Da parte sua Nostini, contestando la validità dell’elezione in base alle norme della legge 70, presentò un ricorso al Tribunale amministrativo regionale (Tar) del Lazio. Tar che, il 13 marzo 1978, lo accolse, dichiarando illegittima l’elezione di Onesti. Una eclatante bocciatura contro cui, il 28 aprile 1978, la Giunta esecutiva del Coni avanzò a sua volta un ricorso presso il Consiglio di Stato. A questa durissima contesa legale pose termine, il 7 luglio 1978, la decisione assunta dal Consiglio di Stato di rigettare l’istanza del Coni. Onesti fu gioco-forza costretto a dimettersi e, il 4 agosto 1978, con 31 consensi su 31, nuovo presidente del Coni divenne il suo “delfino” Franco Carraro[36].

Una lunghissima stagione di storia dello sport italiano si esauriva così miserevolmente a colpi di “carte bollate” e arringhe. Onesti veniva scalzato non già da una rivoluzione dal basso, bensì per una velenosa “congiura di palazzo”. Il suo trentennale regno finiva nel modo peggiore, e alla sua scomparsa, l’11 dicembre 1981, sarebbe cominciata una sorta di beatificazione del raffinato “monarca” dello sport italiano. Monarca assoluto ma “illuminato” (memorabile la sfuriata contro i presidenti del calcio professionistico da lui definiti “Ricchi scemi”) e specialmente formidabile navigatore-manovratore. Questo indubbiamente; altrimenti non si spiegherebbero la sua straordinaria capacità diplomatica (tra le definizioni affibbiategli quelle di “Sua eminenza il cardinale Onesti”, “Kissinger dello sport”) di tessere alleanze importanti (con Andreotti anzitutto), scegliersi collaboratori di vaglia (per primo Bruno Zauli di cui, delineando la natura complessa e talora non idilliaca del rapporto con Onesti, ha scritto una esauriente biografia Gianfranco Colasante)[37] e conservare per oltre tre ininterrotti decenni, attraversando tutte le tempeste vissute nel frattempo dalla Prima Repubblica, il potere.

La sua vicenda umana e di alto dirigente sportivo avrebbe quindi ben meritato una adeguata riflessione storica, ma all’opposto si preferì procedere solo nel verso dell’enfasi agiografica. Del culto della personalità. A inoltrarsi per primo in una tale direzione fu il volume – curato da Mario Pennacchia – Giulio Onesti. Rinascita e indipendenza dello sport italiano (1986), e a raccontarlo vennero chiamati Giulio Andreotti (“Un ‘consolato’ imbattibile”), Nino Benvenuti (“Mi bastò una sua frase”), Livio Berruti (“Signore dello sport”), Franco Carraro (“Viene dopo mio padre”), Beppe Croce (“Generoso con i deboli duro con i potenti”), Giorgio De’ Stefani (“Tre storici momenti di commozione”), Klaus Dibiasi (“L’abbraccio a Montreal”), Alberto Marchesi (“Il canottiere dell’Aniene”), Indro Montanelli (“I successi pagano”), Renzo Nostini (“Lo sport la sua ragione di vita”), Gabriella Onesti (“Una colonna di granito”), Gino Palumbo (“Il culto dell’indipendenza”), Mario Pescante (“Il suo amore per gli atleti”), Paolo Pietrangeli (“Una lettera da incorniciare”), Gustavo Tuccimei (“Fuori i secondi”), Paolo Valenti (“Un uomo per tutte le stagioni”), Gualtiero Zanetti (“Onestà e superiore distacco”). Un coro di testimonianze unanimemente entusiaste, e persino il suo implacabile nemico Nostini, versando “lacrime di coccodrillo”, intese rendergli l’onore delle armi arruolandolo post mortem in una “santa crociata” contro gli Eps:

Al di là di ogni considerazione personale e politica, a Giulio Onesti devono essere riconosciuti una grande qualità ed un indubbio merito: aver fatto dello sport la sua ragione di vita, al punto di non aver mai voluto lasciare questo ambiente anche quando avrebbe potuto aspirare, al di fuori dello sport, a cariche ed incarichi di grande prestigio […]. Sul piano della politica sportiva svolta da Onesti, non si può tacere che l’aver voluto egli fare dello sport una cittadella inattaccabile, se da un lato può essere stata considerata cosa necessaria, dall’altro ha provocato ed incentivato l’assoluto distacco dello Stato, caratterizzato da un profondo (e da me tante volte denunciato) disinteresse. E’ stato in virtù di questo disinteresse dello Stato che in anni passati si è spianata la strada al proliferare ed allo sviluppo degli enti di promozione sportiva, andati ad occupare gli spazi dello “sport sociale” che proprio per fatto istituzionale avrebbero dovuto essere occupati dallo Stato. Allora i partiti promossero tali iniziative ed oggi gli stessi sembra tentino di impossessarsi dello sport riducendo l’autonomia del Coni, proponendo l’entrata degli enti di promozione sportiva nel Consiglio nazionale del Coni, con una pericolosa commistione di ruoli e di competenze. Io credo che oggi Onesti, se fosse vivo, sarebbe un mio incrollabile alleato nella battaglia che ho condotto e sto conducendo nei confronti delle iniziative che più parti politiche svolgono a danno dell’autonomia e dell’indipendenza del Coni. Entrambi abbiamo sempre voluto il bene dello sport. Ma le nostre opinioni erano in contrasto a proposito delle strade, dei mezzi, delle strategie da utilizzare. Per il resto, non vi è stato alcunché di personale nella mia opposizione, maturata attraverso anni di attività e di lavoro in comune[38].  

Scorrendo gli altri ricordi spiccava quello di Montanelli, dal quale affiorava un tema tutt’affatto secondario: la collocazione di Onesti. Quell’appartenenza partitica che, il 22 giugno 1944, spalancò al giovane avvocato piemontese, nato a Torino il 4 gennaio 1912 e laureato in diritto canonico, le porte del Coni nelle vesti di liquidatore notarile. Il celebre giornalista toscano sosteneva d’esser sicuro che Onesti non fosse «mai stato fascista» e aggiungeva che «sotto l’occupazione lavorò per il Cln e le sue idee lo avvicinarono a Nenni»[39]. Stando così le cose Giulio Onesti avrebbe fatto la Resistenza, sarebbe stato un partigiano socialista. Ma dove, quando, come e inquadrato in quali formazioni? Ciò non è dato sapere. Nessuno dei suoi biografi offre informazioni dettagliate al riguardo. Questi suoi trascorsi resistenziali continuano ad essere avvolti da un fitto mistero, tanto da dubitarne.

Così come assai nebulosa appare la sua militanza politica, che gli valse la fiducia di Nenni e l’incarico da Commissario straordinario e da “reggente” del Coni. In tal senso non è superfluo chiedersi se fu mai socialista per davvero. Ossia per sincera e autentica – come garantiva ad esempio Giulio Andreotti – adesione. I suoi ultimi contatti col Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup) risalgono all’aprile 1946, quando intervenne al suo congresso nazionale svolgendovi un intervento sullo sport di natura eminentemente amministrativa[40]. Anche, e soprattutto in quella, sede cercò pertanto di presentarsi come un “tecnico”, ancorché come un politico prestato al Coni dalla politica. Vi ribadì nuovamente la sua volontà di autonomia e indipendenza. Il partito di Nenni lo candidò pure alle elezioni del 1946 per l’Assemblea costituente non riuscendovi però eletto, e qui s’interrompono i suoi legami pubblici noti con il Psiup. Un rapporto che, in definitiva, sembrerebbe essere stato fugace, debole e per molti versi opportunistico. Essenzialmente utile, ai suoi inizi, per dare la scalata al Coni. Qualche indizio abbastanza fondato induce piuttosto a credere che Onesti, pur senza manifestarlo apertamente, con la scissione di Palazzo Barberini si sia via via avvicinato a Giuseppe Saragat e al partito socialdemocratico, forza più moderata e con il “centrismo” entrata stabilmente nelle orbite di governo. Tant’è un Onesti all’“opposizione”, affianco di socialisti e comunisti, negli anni dell’inattaccabile egemonia democristiana non si riesce proprio nemmeno ad immaginarlo. E peraltro, in occasione della sua prima incoronazione a presidente del Coni il 27 luglio 1946, sconfisse (con 16 voti su 23) giusto un esponente saragatiano: quell’Aldo Mairano, candidato del Partito Socialista dei Lavoratori (Psli) nelle elezioni epocali del 18 aprile 1948[41].

Tutte queste domande, queste ipotesi, non trovano ovviamente risposte né vengono minimamente affrontate nel libro collettivo orchestrato da Pennacchia, le cui parti migliori vanno individuate in due sue altre sezioni: nella selezione di alcune delle più importanti interviste concesse da Onesti a Luigi Gianoli, Mario Gherarducci, Antonio Ghirelli, Vanni Loriga, Gianni Melidoni,  Sergio Valentini, ecc.; e soprattutto nella preziosa raccolta di documenti sulla sua “agenda” e sulle riunioni del Consiglio nazionale e della Giunta esecutiva del Coni dal 1944 al 1981 (pp. 73-225). Giunta esecutiva del Coni le cui deliberazioni, nel 2012, sono state studiate anche da Franco Cervellati e Marco Marchioni[42].

L’apologia di Onesti ha toccato il suo acme in due volumi di Tonino De Juliis: Dal culto dell’indipendenza all’eredità rinunciata del 2000 e Il Coni di Giulio Onesti del 2001. Gli intenti del primo, mirante a tracciare una sintetica storia del Coni, si evincono sin dalla pagina inaugurale dell’opera aperta dall’epigrafe “Lo sport agli Sportivi”, e laddove si spiegava che il suo scopo era «mettere nel giusto rilievo i gravi pericoli corsi dall’organizzazione sportiva e le eccezionali doti politiche e diplomatiche di Onesti, nonché le chiare scelte da lui fatte fin dall’inizio per la sopravvivenza e l’autonomia del Coni e per la ricostruzione e lo sviluppo dello sport italiano»[43]. Premesso ciò, De Juliis snocciolava in 11 punti le ragioni che a suo parere, nel periodo più critico, quello “commissariale” del passaggio dal Coni fascista al Coni democratico, ne attestavano la statura di sommo dirigente sportivo:

1. Invece di “liquidare” il Coni, come gli era stato chiesto alla nomina a “reggente”, rese l’Ente più forte e caparbiamente ne difese l’autonomia;
2. impedì che il Coni fosse ridotto al solo compito della preparazione e della partecipazione ai Giochi Olimpici e fece sì che l’Ente mantenesse tutte le sue prerogative nonostante i tentativi di smembramento;
3. impedì l’epurazione dei dirigenti e degli atleti colpevoli di rapporti con il fascismo, opponendosi ad ogni vendetta e difendendo un patrimonio che apparteneva al Paese e non a un regime;
4. evitò il trasferimento della sede del Coni a Milano, allorché spirò forte il “vento del nord” dopo la fine della guerra;
5. svolse una intelligente e proficua attività politica e diplomatica per superare, alla fine della guerra, le divisioni fra Nord e Sud, radicate anche nello sport, e per creare rapidamente le condizioni necessarie alla riunificazione del movimento sportivo e alla ricostruzione degli organi con libere e democratiche elezioni;
6. al quesito se lo sport dovesse essere riservato ad una élite o se dovesse essere aperto a tutti, scelse senza indugi la seconda strada e favorì subito il processo di socializzazione dello sport nel Paese;
7. scelse il “volontariato” dei dirigenti quale leva magica per la ripresa e lo sviluppo dello sport;
8. avviò la battaglia culturale per l’affermazione dello sport proprio nel momento in cui sussisteva il maggiore atteggiamento di snobistico disprezzo per lo sport, considerato un perditempo senza significato e, soprattutto, uno strumento del fascismo per ragioni di propaganda e di prestigio;
9. a seguito della soppressione totale dei contributi statali al Coni, con i concorsi pronostici sul campionato di calcio (all’inizio gestiti dalla Sisal per conto del Coni) assicurò i mezzi finanziari e soprattutto l’indipendenza finanziaria all’Ente, ben comprendendo che l’autonomia delle fonti di finanziamento era la migliore misura di salvaguardia dell’autonomia del Coni e dello sport;
10. sebbene si parlasse da più parti della necessità di una “nuova legge” per lo sport in sostituzione di quella “fascista” del 1942 e pur avendo costituito una commissione per la formulazione di un progetto sugli ordinamenti sportivi, con acume e con grande obiettività si rese conto che la legge istitutiva del Coni non andava abrogata ma soltanto modificata per democratizzare la struttura organizzativa, conservando tutte le altre norme utili ed anzi pregevoli, perché erano consone alla natura dell’Ente e potevano consentire al Coni di agire con la massima efficienza;
12. riuscì a conservare al Coni, grazie ai buoni uffici di Alberto Bonacossa, il posto nel consesso olimpico e, a differenza di quanto verificatosi per i Comitati Nazionali Olimpici di Germania e Giappone, fece sì che il Coni fosse invitato ai V Giochi invernali di St. Moritz e ai Giochi di Londra della XIV Olimpiade del 1948[44].

De Juliis condivideva tutto di Onesti (dalla non applicazione dell’epurazione al mantenimento della legge del 1942)[45] e col suo peana ne elevava il “gattopardismo” ad arte. Tanto Fabrizio e Provvisionato avevano cercato di demolire, quanto lui voleva costruire o ricostruire per erigere un mito, trasformando in oro, valori, ogni segno lasciato dall’azione onestiana. Ergo, per De Juliis il maggior pregio di Onesti era stato il “conservare”, attuando una latente “restaurazione” ed evitando qualsiasi strappo traumatico, tra diverse ere, considerando lo sport per sua intrinseca natura immune da qualsivoglia inquinamento politico. Delle intenzioni agiografiche simili si colgono anche nell’altro suo testo, Il Coni di Giulio Onesti, arricchito da una presentazione di Giulio Andreotti che scriveva:

Ricordare Giulio Onesti è un dovere, che va oltre l’ambito degli sportivi militanti e riguarda l’intera nazione che si entusiasma in alcuni momenti “azzurri”, ma non avrebbe potuto farlo se una mente lucida non avesse saputo creare per gli atleti e per le società una cornice di rispetto e di stimolo affrancandoli da ogni passato politicizzato ed evitando nuovi schemi di politicizzazione. Socialista come convinzione personale, non fu mai uomo di partito. Anzi la sola volta nella quale fu costretto a presentarsi candidato per la Camera dei Deputati i soli contatti che prese furono per scongiurare di non votarlo. Riuscì nell’intento tanto che da quel momento i servizi elettorali lo lasciarono in pace. Non è un caso che il perfezionamento del passaggio del Totocalcio al Coni avvenne nel momento di massimo contrasto tra il partito socialista con noi della maggioranza governativa. Nacque allora tra Onesti e me (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri) un rapporto che, quando Giulio si sposò, divenne di famiglia. Per molti anni mia moglie ed io passavamo insieme a Gabriella e a Giulio i pomeriggi e le sere della domenica. In questa luce va posta la collaborazione del governo per le Olimpiadi invernali del 1956 e per i giochi di Roma del ’60[46].        

Tra il pubblico e il privato, questa presentazione quasi intima che entrava sin in alcuni risvolti confidenziali e familiari, in realtà dice molto. Svela la qualità del rapporto Onesti-Andreotti: amicale e politico insieme. Riesce infatti difficile credere che una così intensa vicinanza personale non comportasse un qualche convergente sentire, se non sul piano strettamente ideologico, su quello politico-sportivo. Ovvero una particolare sensibilità dell’uomo di governo Andreotti verso le problematiche sportive poste dall’amico e presidente del Coni Onesti. Tutto ciò, è scontato, non è sufficiente a dar ragione della lunga presidenza Onesti, ma almeno un poco aiuta. Si fatica a non pensare che in qualche frangente un intervento andreottiano dall’alto non abbia giovato a trarre d’impaccio, nelle più delicate questioni relative al Coni e alle organizzazioni delle due Olimpiadi italiane, il suo fraterno sodale.

Tornando a De Juliis, il suo secondo libro non reca novità rispetto a quanto già si sapesse (o si è voluto far sapere) di Onesti, mentre la prima biografia sulla sua persona, più equilibrata e corrispondente a dei minimi criteri di scientificità storica, appare a tutt’oggi quella licenziata da Augusto Frasca nel 2012. Neppure Frasca è mosso da un un’esigenza di revisione critica, tuttavia il suo lavoro non elude alcuni punti sin lì debitamente aggirati dagli altri autori. Ad esempio non si è sottratto dallo scavare nella vita di Onesti in periodo fascista. E in un brano della sua biografia si può leggere:

Dell’appartenenza e dell’attività di Onesti nell’ambito dell’Opera Nazionale Dopolavoro, esplicata sul finire degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40, esistono varie testimonianze, prima d’esse le confidenze […] rilasciate a metà degli anni ’70 dall’ing. Giovanni Romagna, dirigente dell’Opera Nazionale Dopolavoro e presidente del Dopolavoro dell’Urbe tra il 1939 e il 1942 nella sede centrale romana in via capo d’Africa[47].    

Di sicuro Onesti combatté con l’esercito in Jugoslavia, nell’aprile 1941 venne ricoverato all’ospedale militare di Roma per le ferite riportate su quel fronte, e alla fine del ‘41, da ispettore per il Veneto dell’Opera Nazionale Dopolavoro (Ond), ne accompagnò il presidente Rino Parenti in una visita di rappresentanza a Venezia. Così, dal passato di Onesti riemerge una sua compromissione non proprio veniale col fascismo. Fu un dirigente dell’Ond, la struttura di massa del regime che si occupava di assistenza, ricreazione e sport all’interno del mondo del lavoro. Quando venne reclutato da Nenni non era in definitiva totalmente digiuno di questioni sportive, un suo discreto tirocinio l’aveva compiuto in epoca fascista, e la riscoperta di questi tasselli mancanti dà più senso al suo ripudio dell’epurazione. In che modo poteva esservi favorevole, se tali provvedimenti avrebbero potuto colpire lui stesso?[48]

Seppur lentamente, ad iniziare dal testo di Frasca e da un articolo di Francesca Mazzarini ospitato sulle colonne di “Lancillotto e Nausica” nel 2010[49], le ricerche condotte attorno a Giulio Onesti stanno dunque cominciando ad assumere un maggior contenuto e credito storiografico. E una prova di ciò è dato dall’opera, fresca di stampa, Giulio Onesti. Sport, politica e cultura nella storia di un grande italiano[50]. Una raccolta di saggi cui hanno concorso Augusto Frasca (“Il lungo viaggio di Giulio Onesti”, pp. 10-23), Sergio Giuntini (“Giulio Onesti e la Scuola Centrale dello Sport”, pp. 24-45), Gianfranco Colasante (“Zauli e Onesti. I due ‘nemici’ che costruirono il Coni”, pp. 46-63), Antonio Lombardo (“Onesti e lo sport scolastico nell’Italia dell’immediato dopoguerra”, pp. 64-81), Tito Forcellese (“Giulio Onesti e il Parlamento. Nelle prime due legislature repubblicane: relazioni indirette e reciproche influenze”, pp. 82-101), Nicola Sbetti (“La politica estera di Giulio Onesti 1944-1949”, pp. 102-122). Come balza agli occhi si tratta – buon marchio di garanzia – di tutti i principali studiosi che nel corso di questi ultimi anni, da diversi versanti, si sono cimentati con la storia del Coni. Una storia da completare e sempre in “cerca d’autore”, ma ormai – pensiamo tra gli altri ai lavori realizzati sulle istituzioni sportive italiane da Francesco Bonini, Veruska Verratti, Mimmo Cacciuni Angelone ed Enrico Landoni –[51] con delle basi di partenza e dei margini di sviluppo promettenti.


Note

1 Giulio Onesti, Prefazione, in Donato Martucci (a cura di), Il Coni e le Federazioni Sportive, Roma, Stabilimenti Tipografici Carlo Colombo, 1966, p. 5. Nella fotografia di apertura, Giulio Onesti, presidente del CONI, e Giulio Andreotti visitano la Mostra della fotografia sportiva, 1951.

2 Ivi, p. 9.

3 Ivi, p. 10.

4 Lorenzo Jervolino, Trentacinque secondi ancora. Tommie Smith e John Carlos: il sacrificio e la gloria, Roma, 66tha2nd, 2017.

5 Alberto Molinari, Gioacchino Toni, Storie di sport e politica. Una stagione di conflitti 1968-1978, Milano-Udine, Mimesis Edizioni, 2018.

6 Felice Fabrizio, Storia dello sport in Italia. Dalle società ginnastiche all’associazionismo di massa, Rimini-Firenze, Guaraldi, 1977, pp. 127-128.

7 Sandro Provvisionato, Storia dello sport in Italia. Analisi, storia, ideologia del fenomeno sportivo dal fascismo a oggi, Roma, Savelli, 1978, pp. 46-48.

8 Guido Panico, La storiografia dello sport in Italia: gli inizi (1983-1996), in Saverio Battente (a cura di), Sport e società nell’Italia del ‘900, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012, pp. 11-24.

9 Paolo Ogliotti, Lancillotto e Nausica. Una coppia ormai storica celebra il trentennale del suo primo incontro, in “Quaderni della Società Italiana di Storia dello Sport”, n. 3, 2014, pp. 50-56.

10 Lucio Rigo, Cerchi olimpici e fasci littori, in “Lancillotto e Nausica”, n. 2, 1986, pp. 12-35.

11 Oltre ai due testi citati in queste pagine, quel numero del maggio 1986 di “Lancillotto e Nausica”, introdotto da Mario Caravale, conteneva i seguenti altri pezzi riguardanti il Coni: Sandro Provvisionato, Invece di una liquidazione (pp. 36-53); Antonino Fugardi, Miliardi e medaglie (pp. 54-59); Romano Bretti pseudonimo di Lauro Rossi (a cura di), Almeno la fanfara! Una lettera di Montù a Giolitti (pp. 64-65); Giulio Onesti, Lo straordinario Giulio. Quando un commissario diventa presidente (pp. 72-75); Bruno Zauli, Roma finalmente olimpica (pp. 76-79); Luciano Minerva, La Scuola Centrale (pp. 104-106); Giovanni Bagaglia, La Biblioteca (pp. 106-106-107).

12 Girolamo Savoldo (a cura di), Più oltre, più celere, più alto. Cronache radiofoniche del Ventennio, in “Lancillotto e Nausica”, n. 2, 1986, p. 85.

13 Angela Teja, Coni e fascismo, in “Sport & Loisir. Storie, pratiche, culture”, dicembre 1996, p. 57.

14 Antonio Lombardo, Il fascismo alle Olimpiadi, in Maria Canella, Sergio Giuntini (a cura di), Sport e fascismo, Milano, Franco Angeli 2009, pp. 56-57.

15 Patrizia Dogliani, Coni e sport fascista, in Francesco Bonini, Antonio Lombardo (a cura di), Il Coni nella storia dello sport e dell’Italia contemporanea, Roma, Edizioni Studium, 2015, pp. 107-120.

16 Mario Pennacchia, Il Generale Vaccaro. L’epopea dello sport italiano da lui guidato a vincere tutto, Roma, Nuove idee, 2008.

17 Nicola Sbetti, Il caso Vaccaro. L’espulsione del membro italiano del Cio e i risvolti internazionali di un “regolamento di conti”, in “Quaderni della Società italiana di storia dello sport”, n. 5, 2015, p. 65.

18 Ivi, pp. 65-66.

19 Giulio Onesti, Giro d’orizzonte, in Mario Pennacchia (a cura di), Giulio Onesti. Rinascita e indipendenza dello sport italiano, Roma, Lucarini, 1986, pp. 231-233.

20 La bibliografia relativa alle Olimpiadi di Cortina (1956) risulta piuttosto esile. Tra i rari titoli si segnalano: Massimo Spampani, Cortina olimpica. La grande tradizione degli sport invernali tra passato e presente, Bologna, Renografica, 2005; Sergio Giuntini, Il preludio di ghiaccio. Cortina 1956: le prime Olimpiadi invernali in Italia anticipano i Giochi di Roma, in “Lancillotto e Nausica”, n. 3, 2006, pp. 6-19. Sulle Olimpiadi di Roma (1960) si rinvia invece a questi studi: Augusto Frasca, Vanni Loriga, Roma olimpica. La meravigliosa estate del 1960, Cassina de Pecchi, Vallardi, 2010; Marco Impiglia, L’Olimpiade dal volto umano. Tutti i giochi di Roma 1960, Roma, Libreria Sportiva Eraclea, 2010; David Maraniss, Roma 1960. Le Olimpiadi che cambiarono il mondo, Milano, Rizzoli, 2010; Barbara Scaramucci, Claudio Ferretti, Roma 1960. Le Olimpiadi della TV, Roma, Rai-Eri, 2010; Francesco Bonini, Italo Insolera, Francesca Mazzarini, Leopoldo Tondelli, Le Olimpiadi del “Miracolo” cinquant’anni dopo, Milano, Franco Angeli, 2011.

21 Bruno Di Monte, Sergio Giuntini, Ivano Maiorella, Di sport raccontiamo un’altra storia. Sessant’anni di sport sociale in Italia attraverso la storia dell’Uisp, Molfetta, Edizioni La Meridiana, 2008.

22 Tito Forcellese, L’Italia e i Giochi Olimpici. Un secolo di candidature: politica, istituzioni e diplomazia sportiva, Milano, Franco Angeli, 2013.

23 Livio Toschi, Romane Olimpiadi. Giochi frivoli e ludi necessari (1908-1960), in “Lancillotto e Nausica”, n. 3, 1988, pp. 28-41; Id., Roma olimpiaca. Schermaglie della diplomazia e scelte urbanistiche, in “Lancillotto e Nausica”, n. 1-2-3, 1995, pp. 68-79; Id., I Giochi negati. Roma e le Olimpiadi del 1940 e del 1944, in “Lancillotto e Nausica”, n. 1, 1997, pp. 74-85.

24 Cesare Bonacossa, Vita al sole di Alberto Bonacossa, Milano, Società Editrice Stampa Sportiva - La Gazzetta dello Sport, 1956.

25 Antonio Lombardo, L’Italia e le Olimpiadi moderne 1894-1924, Roma, Nuova Cultura, 2008.

26 Antonio Lombardo, Pierre De Coubertin. Saggio storico sulle Olimpiadi moderne 1880-1914, Roma, Rai-Eri, 2000.

27 Antonio Lombardo, Alle origini del movimento olimpico in Italia (1894-1914), in “Ricerche Storiche”, n. 2, 1989, p. 297.

28 Antonio Lombardo, La nascita del Coni. Una nuova interpretazione (1913-1921), in Bonini, Lombardo (a cura di), Il Coni nella storia dello sport e dell’Italia contemporanea, cit., p. 31.

29 Ibidem.

30 Ivi, p. 32.

31 Tonino De Juliis, Carlo Montù il fondatore del Coni, in “Lo Sport Italiano”, dicembre 1995, pp. 36-39.

32 Claudio Spironelli, Carlo Compans e la nascita del Coni. Per una storia delle istituzioni sportive italiane, in “Ludus. Sport & Loisir”, n. 1, 1992, pp. 62-68; Id., Tra politica e sport. Carlo Compans e le Olimpiadi di Londra del 1908, in “Ludus. Sport & Loisir”, n. 2, 1992, pp. 120-129.

33 Gianfranco Colasante, La nascita del Movimento Olimpico in Italia. Dal conte Brunetta d’Usseaux alla costituzione del Coni (1894-1914), Roma, Coni, 1996, pp. 207-208.

34 Giovanni De Luna, Introduzione, in Cristina Bianchi, Franco Carminati, Gianfranco Colasante, Alle radici dell’Olimpismo italiano. Il conte Eugenio Brunetta d’Usseaux (1857-1919), Torino, Stamperia Artistica Nazionale, 2006, p. 5.

35 Luciana Manzo, Fulvio Peirone (a cura di), Sport a Torino. Luoghi eventi e vicende tra Ottocento e Novecento nei documenti dell’Archivio Storico della città, Rivoli, Tipolito Subalpina, 2005.

36 Franco Carraro con Emanuela Audisio, Mai dopo le ventitrè. Le 1000 vite di un riformista, Milano, Rizzoli, 2017.

37 Gianfranco Colasante, Bruno Zauli “il più colto uomo di sport”. Il romanzo ritrovato del Coni (e dello sport) fino alla “grande bellezza” di Roma ’60, Roma, Garage Group SRL, 2015.

38 Renzo Nostini, Lo sport sua ragione di vita, in Pennacchia, Giulio Onesti. Rinascita e indipendenza dello sport in Italia, cit., p. 53.

39 Indro Montanelli, I successi pagano, in Pennacchia, Giulio Onesti. Rinascita e indipendenza dello sport in Italia, cit., p. 41.

40 S. Giuntini, ”L’oppio dei popoli. Sport e sinistre in Italia (1892-1992), Roma, Aracne, 2018, p. 180.

41 Sergio Giuntini, Riccardo Grozio, Aldo Mairano. L’importanza di un ideale, Roma, Antonio Pellicani Editore, 1993, p. 14.

42 Marcello Marchioni, Franco Cervellati, La Giunta del Coni. Il traguardo delle 1000 riunioni, San Giovanni V., Grafica V., 2012.

43 Tonino De Juliis, Dal culto dell’indipendenza all’eredità rinunciata, Roma, Società Stampa Sportiva, 2000, p. 13.

44 Ivi, pp. 14-15.

45 Diego De Carolis, Il Coni e le Federazioni nel quadro normativo nazionale, in “Lancillotto e Nausica”, n. 1-2-3, 1999, pp. 60-77.

46 Giulio Andreotti, Presentazione, in Tonino De Juliis, Il Coni di Giulio Onesti. Da Montecitorio al Foro Italico, Roma, Società Stampa Sportiva, 2001, p. 7.

47 Augusto Frasca, Giulio Onesti. Lo sport italiano, Roma, Coni - Fondazione Giulio Onesti, 2012, p. 24.

48 Il caso più emblematico della mancata epurazione praticata da Onesti nel campo dello sport è quello relativo a Mario Saini. Eletto presidente della Federazione italiana di atletica leggera (Fidal) piemontese nel 1934, Saini quell’anno concorse anche all’organizzazione dei campionati mondiali universitari e dei campionati europei atletici a Torino. Combattente con le Camicie nere della “3 gennaio” nella guerra d’Etiopia, nel 1940 divenne segretario della Fidal e, con la creazione del Coni nella Repubblica sociale italiana (Rsi), il 28 marzo 1944 suo segretario generale al fianco del presidente Puccio Pucci. Ciò nonostante, Saini fu nominato da Onesti vice-segretario del Coni nel 1948, capo del sevizio gestione impianti sportivi nel 1952 e, dal 7 dicembre 1963 al 6 luglio 1973, ricoprì la carica di segretario generale del Coni dell’Italia democratica. Lo stesso, identico ruolo rivestito nella Rsi.

49 Francesca Mazzarini, Il miracolo di Onesti. Dalle fiamme di guerra alla fiaccola olimpica, in “Lancillotto e Nausica”, n. 1-2, 2010, pp. 26-35.

50 Aa.Vv., Giulio Onesti. Sport, politica e cultura nella storia di un grande italiano, Roma, Coni Servizi S.p.A - Scuola dello Sport, 2018.

51 Francesco Bonini, Le istituzioni sportive italiane: storia e politica, Torino, Giappichelli, 2006; Veruska Verratti, Società sportive e tessuto civile in Italia. Una storia istituzionale, Torino, Bradipolibri, 2012; Mimmo Cacciuni Angelone, Il Coni, in Battente (a cura di), Sport e società nell’Italia del ‘900, cit., pp.269-305; Enrico Landoni, Coni e federazioni sportive nel dibattito politico-parlamentare del secondo dopoguerra, in “Rivista di Diritto Sportivo”, n. 1, 2015, pp. 203-230.