Come citare questo articolo: , Signore e Signori, buonanotte. L’infinita crisi della Repubblica italiana fra demagogia e corruzione, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/guzzo-signore-e-signori-buonanotte. Ultimo accesso 21-10-2018.

Il 15 giugno 1978, per la prima volta un Presidente della Repubblica italiana firmava le proprie dimissioni anticipate: il democristiano Giovanni Leone preferiva chiudere con sei mesi di anticipo il proprio mandato, piuttosto che subire un’inedita e clamorosa procedura d’impeachment, promossa dal Partito comunista. La pietra dello scandalo era il turbinoso e pesante giro di tangenti attivato dall’azienda aviatoria Lockheed per corrompere funzionari e governanti europei, spingendoli a favorire l’acquisto massivo di veicoli militari. Un “affaire” che coinvolgeva parlamentari e ministri – di differenti casacche partitiche – fino a lambire la credibilità dell’operato del Capo dello Stato.

Giovanni Leone era arrivato quasi per caso al Quirinale – faticosamente eletto nel 1971 con il decisivo apporto dei voti del MSI – soltanto perché la DC si era spaccata al proprio interno sulle candidature alternative dei due pesi massimi del partito, Amintore Fanfani e Aldo Moro. Dotato di scarsa verve oratoria – peraltro zavorrata da qualche difetto di pronuncia e da una fortissima cadenza partenopea – oltreché incredibilmente impacciato nella sua gestualità pubblico-istituzionale, Leone aveva visto la sua immagine minarsi già nei primi anni del suo mandato: in particolare, il silenzio e le imbarazzate espressioni durante i funerali per le vittime delle grandi stragi del 1974 (gli 8 morti dell’attentato di Piazza della Loggia a Brescia e i 12 causati dalla bomba sul treno Italicus), lo avevano fatto marchiare come un cortigiano dell’ormai logoro e degenerato potere democristiano, dopo trent’anni di governo ininterrotto ed obbligato. 

Non a caso, quando nel 1976 il collettivo di affermati registi (Age, Benvenuti, Comencini, De Bernardi, Loy, Maccari, Magni, Monicelli, Pirro, Scarpelli, Scola), riuniti appositamente nell’etichetta produttiva “Cooperativa 15 maggio”, decide di rappresentare satiricamente il grave grado di corruzione raggiunto dal sistema Italia, è la maschera di Giovanni Leone che viene individuata quale sineddoche perfetta della necrosi di sistema. L’atto conclusivo del loro film a episodi – Signore e Signori, buonanotte – lo pone difatti al centro del “Salone delle cariatidi” (si veda l’immagine di apertura dell’articolo), circondato dalle massime cariche dello Stato, dell’esercito, della Chiesa – tutti uomini anzianissimi e derelitti, ma sempre abbarbicati al potere –, intento ad inaugurare un grottesco anno pregiudiziale, che rapidamente si trasforma in una tarantella napoletana al ritmo di Funiculì Funiculà. Il dileggio fisico, lessicale e comportamentale – tirato fino al limite del demenziale – è in effetti la cifra distintiva di questa pellicola, che risponde in qualche modo al frustrato afflato progressista degli autori, ed al loro correlato bisogno di restituire alle élites dirigenti almeno una quota simbolica del fango in cui esse suppostamente hanno impaludato il Paese.

Alla metà degli anni ’70, l’Italia si è realmente avviluppata in una crisi multiforme che stratifica recessione stagflattiva (il PIL precipita in negativo nel 1975; l’inflazione sfiora il 20% nel 1974 e resta sempre sopra il 15% fino al 1977), inefficienze amministrative, clientelismi, abusi e assistenzialismi (dai “sacchi” urbanistici delle città alle baby-pensioni, fino agli sprechi della Cassa del Mezzogiorno ed alle speculazioni finanziarie alla Sindona), degenerazioni ecologiche (su tutte, il disastro ambientale di Seveso del 10 luglio 1976), cancrene mafiose e gangsteristiche (come le Bande di Vallanzasca, Turatello, dei Marsigliesi e l’Anonima Sequestri), offensive terroristiche e trame eversive (fra ultimi colpi della strategia della tensione e ascesa della guerriglia brigatista), finendo per seppellire gli ultimi riverberi di “miracolo economico” e per invischiare quella mobilitazione popolare che dal ’68 stava strappando storici progressi civili (divorzio e Statuto dei lavoratori, su tutti).

Percepite come specchio e concausa di questa regressione della civilizzazione, nella ricostruzione cinematografica le istituzioni sono “sepolcri imbiancati” da crepare per esporne la putrefazione, senza tuttavia esimere dalla sua parte di stigma una cittadinanza sempre più vuota d’imperativi morali e di tensioni empatiche. Si è di fronte ad un raro esercizio di satira “populista”, attivo vale a dire in maniera biunivoca sui due termini dell’interazione basica del potere: l’establishment e la massa degli “uomini comuni”. Al primo viene strappato il velo del “mandato di rappresentanza democratica”; alla seconda l’illusione della purezza irresponsabile: entrambi nudi al cospetto dei propri vizi e delle proprie patologie, la loro dialettica strutturale salta, incrinando il patto sociale che presiede alla convivenza organizzata nella res publica.

La greve e feroce parodia di Signore e Signori, buonanotte si dipana attraverso una proiezione distopica a corto raggio temporale, battuta dalle musiche di Lucio Dalla e Antonello Venditti, ed imperniata su fantasmagoriche edizioni del Tg3 – da notare come la terza rete nazionale sarebbe nata solo il 15 dicembre 1979 – che alternano servizi in esterna, rubriche, spot, fiction e approfondimenti in studio. Alla conduzione, il giornalista Paolo T. Fiume (Marcello Mastroianni) che lungo il trascorrere del tempo mostrerà di possedere l’insieme dei caratteri del “tipo italiano medio-progressista”, figlio della Liberazione ma rieducato all’edonismo consumista: ancora capace di alcune rivendicazioni deontologiche o di stupore indignato di fronte alle più esplicite nefandezze della corruzione, e tuttavia già ammansito al declivio generalizzato della nazione; finalmente col disperato bisogno di ritrovare un’oasi d’amore al di fuori dell’unidimensionalità meccanizzata del vivere moderno.

Dopo aver fatto precedere il “buonasera” da uno scaccolamento e da un emblematico “Che palle!”, l’immaginario speaker del Tg3 inizia ad illustrare – con una difficoltà tale da portarlo ad accendersi una sigaretta in diretta e a discutere animatamente con la regia – le assurde notizie del giorno, le quali narrano di un ribaltamento fenomenologico ed etico di ogni normale prassi: navi ammiraglie della Marina che vengono incredibilmente adibite alla navigazione, dopo fallimentari tentativi di trasformarle in bische clandestine, cliniche o alberghi; turisti tedeschi che sopravvivono alla balneazione nel mar Tirreno, spingendo il Vaticano ad interrogarsi sull’autenticità del miracolo; commissioni parlamentari per la soppressione degli enti inutili che chiudono i loro lavori con un raddoppiamento dei numeri, creando tra gli altri un istituto per la tutela degli scampati alle eruzioni vesuviane di Pompei ed Ercolano, ed uno per la scarcerazione dei “tubi Innocenti”; bambini estremisti di sinistra che provocano scontri con la polizia durante l’occupazione della loro scuola elementare.

Mentre inizia a delinearsi un flirt fra Paolo T. Fiume e la sua giovane assistente di studio, il telegiornale passa ai servizi: qui la paradossalità si tinge di spietatezza padronale e di strafottenza politicante. Gianni Agnelli è stato rapito, ma egli stesso, in un filmato super-8 diffuso dai sequestratori, rassicura la nazione che i 25 miliardi del suo riscatto saranno rapidamente pagati dalla sua “vera” famiglia: gli operai della FIAT, cui verranno prelevati 3 giornate di paga-base, una quota una tantum, gli assegni familiari e la cassa integrazione. A seguire, il ministro della partecipazioni, ormai non più statali ma “private”, risponde così alle incalzanti domande relative alle gravi accuse di sottrazione di fondi appartenenti alle mense degli orfani:

Giovanotto, dimettermi mai. Questa sarebbe una mossa sbagliata. […] io non mi dimetto per combattere la mia battaglia da una posizione di privilegio! Dal mio posto posso agevolmente controllare l'inchiesta, inquinare le prove, corrompere i testimoni, posso insomma fuorviare il corso della giustizia. […] Io le leggi le rispetto e soprattutto la legge del più forte! E siccome in questo momento io sono il più forte, intendo approfittarne, è mio dovere precipuo […] verso l'elettorato che mi ha dato il voto per ottenere da me posti, licenze, permessi, appalti, perché li spalleggi in evasioni fiscali, in amministrazioni di fondi neri, crolli di dighe mal costruite, scandali, ricatti, contrabbando di valuta! […] Io sto dicendo che l'elettorato vede in me un prevaricatore. Se invece voleva scegliere un uomo probo, onesto e per bene, ma che dava i voti a me? Addio ragazzo. Andiamo, andiamo. 

Al termine dell’edizione, parte una programmazione di rubriche e serial: se possibile, efferatezza e cinismo salgono ulteriormente di livello. Una normale lezione televisiva di quella lingua inglese che proprio negli anni ’70 comincia ad imporre il suo predominio internazionale, finisce per rivelare retroscena di commercializzazione dell’essere umano e di cospirazione golpista legati all’imperialismo yankee, trasformandosi da corso didattico a duplice attentato mortale coinvolgente dignitari del terzo mondo, sicari e agenzie segretissime. Un perverso risiko bipolare giocato sulla pelle delle democrazie occidentali e dei popoli in via di decolonizzazione, cui l’Italia partecipa con apparati di sicurezza nazionale che, invece di svolgere il ruolo di tutori della Costituzione, si perdono fra abusi, vessazioni, bieche macchinazioni, lassismo e pressappocaggine: in un telefilm che segue l’inquietante lezione d’inglese, si assiste allora al patetico tentativo dei vertici della questura di strumentalizzare un finto allarme bomba in un commissariato, per riaccreditarsi presso l’opinione pubblica quali ultimo baluardo della legalità, bersagliato dai sovversivi, facendo per un attimo dimenticare anni di topiche e di ingiustizie. La pantomima si concluderà con l’esplosione letale di un vero ordigno, procurato all’uopo per rendere maggiormente verosimile l’operazione mediatica, fra le mani degli stessi dirigenti che stavano piazzandolo nascostamente nella stazione di polizia.

Intervallate da una “pubblicità progresso” che loda i padri esportatori di capitali in Svizzera, si passa ad una serie d’inchieste sulla persistente “questione meridionale”, basate sulla situazione di Napoli: un bambino sottoproletario costretto a lavorare duramente per mantenere gli 8 fratellini, la madre malata ed il padre disoccupato, decide di porre fine alla sua vita lanciandosi dal balcone della sua fatiscente casa, poche ore dopo esser stato premiato dal Vescovo perché esponente di famiglia numerosa. Di fronte a questo dramma di sovrappopolamento, miseria e sfruttamento, un presunto ricercatore neo-malthusiano della “Università di California” spiega che una soluzione può essere rappresentata dal cannibalismo sugli infanti poveri, come suggerito già a suo tempo da Jonathan Swift. In una tavola rotonda finale, moderata da Paolo T. Fiume, con i 4 ultimi sindaci di Napoli – sicuramente consanguinei, avendo tutti lo stesso cognome e la stessa fisiognomica – nessuna reale discussione riesce ad attivarsi fra insulti telefonici dei telespettatori ed analfabetismo lessicale degli ospiti: i politici perdono infine il loro tenue contegno, dandosi a divorare il plastico della metropoli vesuviana posto a scenografia dello studio (evidente l’omaggio a Le mani sulla città di Francesco Rosi), spingendosi addirittura nella loro bulimia a rubare l’orologio del giornalista, che è costretto ad una rissa pur di recuperarlo.

Preoccupanti caroselli pubblicitari, dedicati alle montagne di spazzatura nel centro storico di Roma o alla malasanità, introducono rubriche scientifiche sulla recente scoperta del “virus scudocrociato della corruzione” e sul divieto di praticare il relativo vaccino in Italia, per via della paralisi economica che un eventuale debellamento comporterebbe. A ruota, il Tg3 torna ai servizi d’attualità per raccontare il definitivo svuotamento morale della pubblica autorità, attraverso i casi di un generale che opta per il suicidio dopo aver perso le sue stellette e decorazioni in un water, e di un integerrimo ispettore che partito con l’intento di arrestare – durante un ricevimento nella sua villa – un notabile corrotto, si scopre così sensibile al potere ed alla mondanità da lasciarsi rapidamente ridurre a cameriere servente della festa. Il focus si sposta quindi su un pensionato milanese che dovendo fare affidamento su un assegno mensile ridicolo ed inadeguato al costo della vita, è costretto a quotidiane peripezie (come lavarsi alla fontana pubblica o pranzare con una iniezione di vitamine scroccata al consultorio) senza tuttavia mai lamentarsi… salvo poi in ultimo impazzire alla parola “filetto”, pronunciata dal giornalista che lo intervista.

Chiusi i reportage, la rete manda in onda un telequiz ricalcato su “Rischia Tutto” ma intitolato “Il Disgraziometro”, il cui gioco consiste nel dimostrarsi più iellati di ogni altro concorrente. Dei tre finalisti, il primo viene eliminato perché pur essendo muto e pur avendo perso sul treno un miliardo di lire – da riciclare per conto di un imprenditore evasore – la sua azione viene considerata dal notaio una “stronzaggine” e non una disgrazia. La seconda conquista solo pochi punti nonostante il suo status di “vedova vergine”, dovuto al suicidio del marito, sposato per procura, alla vista di lei durante la loro luna di miele. Il vincitore è allora il terzo partecipante che, oltre ad una ingiusta detenzione, corredata da stupri di massa in cella, resta fulminato durante la prova pulsante, raggiungendo il massimo grado di disgrazia possibile.

Prima del già citato “ballo delle cariatidi”, l’ultimo capitolo della grottesca programmazione è uno sceneggiato ambientato nel ’500 pontificio, che narra delle antiche arti italiche del raggiro e della trama di palazzo: lo scontro fra i cardinali Piazza-Colonna e Canareggio per ascendere al Santo Soglio è talmente feroce che non vengono risparmiati omicidi (compreso l’ultimo Papa) e compravendite di voti. Ciò nonostante, le due fazioni restano in costante parità numerica e l’unica soluzione all’orizzonte pare essere l’elezione di un pontefice di transizione, possibilmente anziano, malato e disinteressato al potere temporale: viene così individuato il moribondo Felicetto de li Caprettari, che da dieci anni vive poveramente ed allettato. Dopo aver faticosamente accettato la nomina, egli rivela clamorosamente di essere in perfetta salute e di aver seguito con pervicacia una pluriennale finzione, architettata proprio per arrivare a questo risultato. Il suo primo atto da Papa sarà la condanna a morte dei due cardinali in lotta.

Al termine di una tale lunga visione – che con tratto cinico e bilioso ha portato alla luce un nomos comunitario in via di regressione verso lo “stato di natura”, con la moderna barbarie a costituzionalizzarsi sulle rovine di una ormai marcia civiltà post-industriale – il primo istinto sarebbe quello di chiudersi in un egoistico e rassegnato disfattismo, all’insegna del “tanto peggio tanto meglio”. Invece, in chiusura dell’edizione notturna del Tg3, Paolo T. Fiume scopre che alzando lo sguardo dalla scrivania piena di direttive della regia, e azzardando una rottura delle convenzioni borghesi, è ancora possibile ritrovare una nuova linfa di bellezza fra i contemporanei fiori del male: e così saluta tutti noi posteri, buttando a terra ogni scaletta, rifiutando di aderire alla propria mansione come a un’insondabile penitenza rivolta al dio-merce capitalista, e andando a baciare appassionatamente – e contro qualsiasi regola di senso comune – la sua assistente, con la quale ha sperimentato gli unici scampoli di umanità di questa assurda giornata telegiornalistica.