Come citare questo articolo: , Giuseppe Ambrosini: una vita per il ciclismo, tra epica e scienza, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. http://rivista.clionet.it/molinari-giuseppe-ambrosini-una-vita-per-il-ciclismo-tra-epica-e-scienza. Ultimo accesso 05-04-2020.

Introduzione

La storia del giornalismo sportivo italiano è stata oggetto di alcune ricostruzioni maturate all’interno dello stesso mondo giornalistico.
Dopo il pionieristico lavoro di Paolo Facchinetti[1], sulla materia si è cimentato Aldo Biscardi[2], Antonio Ghirelli ha curato la voce “stampa sportiva” in un’opera collettanea sul giornalismo italiano[3], Italo Cucci e il sociologo Ivo Germano hanno proposto una storia «da Pindaro a Internet»[4], Gian Paolo Ormezzano ha passato in rassegna i «cantaglorie» dello sport[5], Gianfranco Colasante ha delineato una serie di ritratti dei protagonisti della carta stampata sportiva dal primo Novecento al fascismo[6].

Il segmento del giornalismo sportivo è stato invece trascurato dagli studi storici[7]. Manca un’analisi critica, basata sulle metodologie della disciplina storica, che potrebbe fornire utili indizi e spunti interpretativi sulla storia dello sport nei suoi molteplici intrecci con il contesto politico, sociale, culturale, sulla costruzione delle rappresentazioni dello sport e sull’impatto del racconto giornalistico sportivo nell’immaginario collettivo.

È in questa prospettiva che si inserisce il presente contributo su Giuseppe Ambrosini. Considerato un maestro di sport e un padre del ciclismo[8], uno scrittore capace di tradurre l’epos dello sport in scienza[9], Ambrosini ha attraversato come giornalista e tecnico la storia dello sport italiano, e in particolare del ciclismo, dagli albori agli anni Settanta, rivestendo importanti incarichi come la direzione della “Gazzetta dello sport” e la conduzione del Giro d’Italia negli anni Cinquanta a fianco del patron Vincenzo Torriani.

La ricostruzione si basa su diverse fonti – dagli articoli di Ambrosini apparsi su “Lo sport fascista” e su “La Stampa” a materiali del fondo Ambrosini conservato presso la Biblioteca Malatestiana di Cesena[10] – e si concentra in particolare sugli anni di formazione e sul periodo fascista, una fase meno nota della sua carriera ma decisiva per la maturazione di un peculiare stile giornalistico che caratterizzerà tutta la sua esperienza nella carta stampata e di una concezione dello sport e della politica sportiva che, diversamente declinata in relazione ad un contesto profondamente mutato, lascerà un segno anche nel suo impegno in ambito sportivo lungo il secondo dopoguerra.

 

La passione per lo sport, l’amicizia con Renato Serra e la vocazione giornalistica

Giuseppe Ambrosini nasce a Bologna il 13 novembre 1886. La sua formazione avviene tra Cesena e Torino, dove la famiglia si trasferisce al seguito del padre, professore di filosofia.
Nel capoluogo piemontese Ambrosini matura la passione per lo sport durante gli anni ginnasiali trascorsi nel Collegio San Giuseppe fondato dai Fratelli delle Scuole cristiane. All’inizio del Novecento gli ambienti cattolici, avversari della modernità, sono in prevalenza ostili allo sport. I padri del Collegio torinese, come quelli di altri ordini religiosi impegnati in campo educativo, intuiscono invece l’importanza della disciplina sportiva nella formazione dei giovani. Ambrosini ricorderà «con gratissimo animo» i suoi insegnanti che «avevano saputo fondere nel loro sistema didattico la sana umanità dello sport alla santità della religione, la nobiltà del sapere e la signorilità dell’educazione»[11].

A Torino continua gli studi laureandosi in legge (negli ambienti sportivi verrà chiamato “l’Avvocato”), ma la sua vocazione è il giornalismo. A ventidue anni entra nell’orbita della “Stampa sportiva”; nel 1912 fa parte del gruppo di giovani, guidati da Giulio Corradino Corradini, che fondano il “Guerin Sportivo” e l’anno successivo collabora a “Lo sport del popolo”[12].

Per distoglierlo dal giornalismo sportivo – considerato «come professione, quasi una vergogna di famiglia» in una casa nella quale «regnavano la filosofia e le lettere»[13] – il padre gli trova un lavoro a Cesena come segretario dell’Associazione agricoltori. Qui Ambrosini frequenta il giovane letterato Renato Serra, già legato a Luigi, fratello maggiore di Giuseppe, da un sodalizio umano e culturale nato negli anni del liceo e proseguito con la partecipazione alla rivista “La Voce”.
L’amicizia tra Giuseppe e Renato si consolida anche grazie al comune amore per lo sport e soprattutto per la bicicletta, una passione che coinvolge altri scrittori romagnoli come Alfredo Oriani, Olindo Guerrini e Alfredo Panzini.

Dotato di naturali mezzi atletici, Serra pratica il nuoto, la ginnastica, il tamburello, la palla col bracciale, il ciclismo[14]. Ambrosini, allenato alla pratica ciclistica dai tempi dell’università[15], condivide con l’amico le gite in bicicletta che ispirano a Serra «versi intonati all’atmosfera, alla natura, alla vita che aveva attorno e che colpiva la sua squisita sensibilità»[16]. In una conferenza dedicata a Renato Serra sportivo, tenuta a Cesena nel 1956, rievocherà

i tempi in cui la bicicletta inebriava tutti, dal poeta all’impiegato, dallo studente al professore, dalla damina all’ufficiale, per quel senso di libertà e nobiltà spirituale […], di afflato poetico, di gusto umano, direi quasi muscolare, respiratorio, visivo che essa sapeva soddisfare. Questo fermento di poesia e sano senso edonistico che la bicicletta seppe gettare nel crogiuolo della nascente civiltà moderna si unì a quello della praticità del mezzo di locomozione, del fascino delle prime grandi competizioni ciclistiche, che avevano in sé elementi di drammaticità, di fantasia, di sovranaturalità tali da dare ai propri attori una figura titanica ed eroica[17].

La Romagna diventa la terra di adozione di Ambrosini e la lezione di Serra segna profondamente la sua formazione:

Renato […] sapeva godere “la gioia fisica, la sola gioia verace – scriveva – che io conosca, quella che mi ristora e mi rifà”, aveva un intimo e istintivo gusto per quanto nello sport c’è […] di bello e di buono, di estetico e poetico, di umana aspirazione all’irrobustimento e all’abbellimento del corpo e all’elevazione dello spirito[18].

Nel 1915 Ambrosini viene arruolato nell’esercito. Partecipa attivamente alla prima guerra mondiale, rimanendo ferito[19]. Al fronte Serra scrive l’Esame di coscienza di un letterato, terminato poco prima di morire in combattimento il 20 luglio 1915 e divenuto il suo testamento spirituale.

Dopo la guerra Giuseppe viene inviato dal padre a Roma per assumere l’incarico di direttore dell’Associazione proprietari terrieri della capitale. Nel 1925 ritorna a Torino per riprendere l’attività di giornalista sportivo come redattore capo de “Il Paese sportivo”, quando il regime sta avviando la fascistizzazione dello sport.

 

Il mestiere di reporter sportivo

Alla fine degli anni Venti Ambrosini inizia a collaborare a “Lo sport fascista”, il mensile fondato da Lando Ferretti, presidente del CONI tra il 1925 e il 1928 e teorico dello sport fascista inteso come strumento per la costruzione della “Nazione sportiva e guerriera”[20]. Sulle pagine della rivista commenta le principali competizioni ciclistiche, disegna il profilo dei protagonisti delle due ruote e propone una serie di temi – la riforma dell’Unione Velocipedistica Italiana[21], la formazione tecnica dei corridori, l’applicazione al ciclismo di criteri scientifici, la questione del “campionismo” – che, come vedremo, rappresentano altrettanti fili conduttori delle sue riflessioni sullo sport, non prive di rilievi critici sulla politica sportiva fascista.

In un lungo articolo, che rappresenta una sorta di “vademecum” del reporter ciclistico, riassume la sua esperienza come cronista al seguito delle corse. Il pezzo offre un vivace ritratto dell’inviato dell’epoca alle prese con la «giostra infernale di macchine che vogliono assicurarsi un buon posto nel corteo», le strade sterrate che costringono ad «aguzzare la vista» attraverso «la tendina impenetrabile della polvere», la difficoltà di riconoscere i corridori attraverso i   particolari memorizzati alla partenza (un «berretto basco», una «borsa a tracolla», «i palmers incrociati»).

Secondo Ambrosini il buon reporter deve avere «sanità e robustezza di corpo» per sopportare le fatiche delle corse, «qualità intellettuali» – necessarie anche nel giornalismo sportivo «nonostante esso sia considerato molto più accessibile e meno esigente in materia» –, sensibilità per i lati umani del corridore e, soprattutto, sicure competenze tecniche[22]. Essere giornalista sportivo, scriverà anni dopo, significa

capire, sentire e valutare lo sport nella sua essenza umana e sociale, nei suoi aspetti sentimentali e tecnici, nelle sue espressioni spettacolari e artistiche, amarlo con sincerità, esaltarlo con misura, criticarlo con coraggio, servirlo con devozione ed onestà, non sfruttarlo con improvvisazioni, non umiliarlo con superficialità[23].

Nel 1932 l’ormai maturo giornalista viene chiamato a “La Stampa” – in quel momento diretta da Augusto Turati, presidente del CONI ed ex segretario del Partito Nazionale Fascista – con l’incarico di riorganizzare la redazione sportiva e di seguire in particolare il ciclismo. Ambrosini dà impulso alle pagine dello sport del quotidiano torinese e si distingue nel panorama della scrittura sportiva dell’epoca per uno stile caratteristico. Rispetto ai toni enfatici di altri celebri colleghi come Emilio De Martino e Bruno Roghi che privilegiano l’iperbole e la metafora roboante, predilige l’asciuttezza della cronaca, il rilievo tecnico, la precisione statistica. Il ricorso al registro retorico – pressoché inevitabile nei resoconti della gesta degli “eroi” della bicicletta – è stemperato da una prosa elegante e dal resoconto puntuale degli elementi essenziali della corsa.

Grazie all’esperienza maturata al seguito delle corse e alla sua preparazione tecnica, “l’Avvocato” si afferma come una delle figure più autorevoli dell’ambiente ciclistico italiano, ricopre incarichi di consulenza per la FCI, viene chiamato a dirigere gare ciclistiche, tiene conferenze su diversi aspetti dello sport a due ruote e si guadagna la stima degli addetti ai lavori e degli atleti diventando un punto di riferimento per più di una generazione di corridori.

 

Il ciclismo, uno sport in crisi?

Nel 1928 “Lo sport fascista” ospita una serie di contributi sullo stato di salute del ciclismo. «Ipercritico» e «bastian contrari» secondo «coloro che amano cullarsi in una rosea e beata visione […] della vita ciclistica nazionale», Ambrosini interviene con un articolo nel quale sostiene che lo sport a due ruote sta vivendo una stagione di «decadenza»: l’industria ciclistica «è in crisi», la diffusione della bicicletta è in netto regresso – in Italia circolano tre milioni di biciclette, contro i sei della Francia –, il turismo ciclistico «è trascurato»[24].

Alla crescente e quasi esclusiva attenzione del pubblico, della stampa, degli organi federali per la dimensione agonistica del ciclismo e per i suoi “divi”, nota Ambrosini, ha corrisposto il declino della pratica ciclistica amatoriale. Le nuove generazioni, attratte dai «lucri» e dagli «onori esagerati che altri sport possono dare», hanno «a schifo la polvere, il sudore, la fatica del pedalatore»:

è scomparso lo studente, l’impiegato, l’operaio che aveva il gusto di far viaggi e gite in bicicletta, che si serviva del bel cavallo d’acciaio per andare a vedere luoghi sconosciuti, ad ammirare opere d’arte, per ricreare lo spirito, per respirare aria buona a pieni polmoni e per sgranchire i muscoli. Quella generazione di atleti e di poeti della bicicletta che ha avuto i suoi cantori in Oriani e Stecchetti, è tramontata da un pezzo[25].

Con accenti che rimandano alle pagine di Renato Serra sul ciclismo, il giornalista rievoca la bicicletta d’antan e affida alla riscoperta del suo pathos la rinascita nei giovani di un autentico amore per le due ruote[26]. Più realisticamente, Ambrosini suggerisce alcuni interventi che potrebbero favorire la diffusione del ciclismo: concentrare la propaganda ciclistica in quelle regioni, specie del Sud, dove è poco utilizzata; realizzare strade sulle quali sia possibile e piacevole circolare in bicicletta; spingere le industrie ad introdurre innovazioni tecniche – come il cambio di velocità – anche nei modelli di tipo amatoriale per renderne più agevole l’uso[27]. Le sue preoccupazioni sono condivise da un altro attento osservatore del ciclismo come Guido Giardini, firma della “Gazzetta dello sport”, che lamenta il disinteresse per «la piccola regina di un tempo» da parte dei giovani, presi dalla passione per il calcio e i motori. Gli «avversari» della bicicletta sono

nella stragrande maggioranza dei giovani venuti allo sport negli anni del dopoguerra esaltandosi alle battaglie sportive degli atleti di grido, ma non educati nelle palestre ginnastiche o nelle sedi sociali, sibbene nei più moderni e lussuosi ritrovi delle moderne società calcistiche che per palestra e per sede sociale non hanno che il fumoso “bar centrale” ed il rettangolo di giuoco; oppure quelli che sono innamorati del motorismo e delle velocità folli per i quali è inconcepibile […] la fatica dei “pigia uva”[28].

Gli atteggiamenti nostalgici e “antimoderni” di Ambrosini e Giardini riflettono lo stato d’animo di chi ha vissuto l’epoca pionieristica del ciclismo e si trova a disagio di fronte ai processi di trasformazione dello sport e alle nuove scale di valori che si stanno configurando. Il primato del ciclismo in termini di popolarità inizia ad essere insidiato dal calcio e nell’immaginario di una parte della società italiana, in particolare urbana e giovanile, velocità e modernità si identificano con le automobili e le motociclette.

Di crisi del ciclismo parlano anche i vertici dell’UVI che si propongono di rilanciare il turismo sulle due ruote come forma di propaganda della bicicletta, per fare progredire l’attività ciclistica «di pari passo con gli insegnamenti del regime e per il bene della Nazione sportiva»[29]. La “Carta dello Sport”, varata nel 1928, affida il compito di dare impulso al ciclismo amatoriale alla Federazione Italiana dell’Escursionismo[30] che organizza convegni, concorsi, escursioni di massa nell’ambito del dopolavoro. Una funzione propagandistica viene svolta anche dalle staffette ciclistiche. La FIE promuove raduni nazionali delle staffette che giungono a Roma da tutta Italia per passare in rassegna davanti a Mussolini e a Augusto Turati, presidente della Federazione[31]. Secondo Ambrosini, nel complesso questi sforzi non danno però i risultati sperati. A metà degli anni Trenta il giudizio sugli organismi incaricati di promuovere l’uso della bicicletta è decisamente negativo:

finora la Federazione ciclistica non si è occupata che di corse e corridori e la federazione dell’escursionismo non ha saputo o potuto attrarre a sé la grande famiglia ciclistica. Manca da noi l’organizzazione propagandistica del vero ciclismo, come c’è, per esempio, in Francia, e sono pochissime le provvidenze adottate per diffondere e assistere la pratica ciclistica[32].

A quella data le biciclette circolanti sono 4 milioni, poco meno del doppio rispetto a dieci anni prima. La crescita media annua è di 160 mila unità, un risultato non soddisfacente per il settore; nella diffusione della bicicletta l’Italia rimane agli ultimi posti tra i principali paesi europei[33]. D’altra parte, a prescindere dall’efficacia dell’azione svolta dal fascismo in favore del “cavallo d’acciaio”, le difficoltà dell’industria ciclistica dipendono «dalla compressione del mercato interno e dalla mancata affermazione di un modello consumistico individuale di massa a seguito della politica deflazionistica della seconda metà degli anni Venti prima, e della depressione successiva al 1929 poi»[34]. Inoltre, come ha osservato Daniele Marchesini, per lo straordinario seguito popolare delle competizioni e dei suoi protagonisti il ciclismo si presta ad essere sfruttato in chiave propagandistica, ma conserva dei tratti “plebei” che contrastano con la volontà di modernizzazione del fascismo. Il regime sembra perciò privilegiare un investimento politico in altri sport individuali più in sintonia con l’ideologia fascista perché rappresentano la velocità e il rischio, come l’automobilismo, richiamano valori del mondo classico (l’atletica), esaltano la virilità e lo scontro fisico (la boxe)[35].

 

“Campionismo” e “gregarismo”

Tra gli anni Venti e Trenta il ciclismo è percorso da profondi mutamenti che riguardano il modo di correre, il profilo dell’atleta, l’organizzazione delle corse. Certe asprezze delle origini si smussano. Diminuisce la lunghezza delle corse, gli sviluppi tecnologici della bicicletta facilitano il ciclista, i regolamenti diventano meno severi. Vincere non significa più necessariamente emergere in una prova di resistenza alla fatica rigorosamente individuale. I regolamenti non scoraggiano come in passato qualsiasi forma di collaborazione tra i corridori, favorendo l’evoluzione del ciclismo verso il gioco di squadra, con un “capitano” intorno al quale si muovono i gregari pronti ad aiutarlo anche rinunciando ad esprimere le proprie possibilità agonistiche[36].

Al pari di altri sport, il ciclismo è inoltre investito da tendenze tipiche della società di massa come la spettacolarizzazione delle competizioni sportive e il “divismo” che contribuiscono alla formazione di un élite di atleti professionisti lautamente remunerati. Nella seconda metà degli anni Venti la questione del “divismo” e del “campionismo” viene affrontata dai teorici dello sport fascista, a partire da Lando Ferretti che interpreta la figura del campione in modo ambivalente: il campione si identifica positivamente con l’”eletto” che, una volta emerso per “selezione naturale” dalla massa dei praticanti,  suscita con le sue imprese uno spirito di emulazione e svolge una funzione propagandistica; viceversa, la degenerazione nel “campionismo” avviene quando l’atleta di successo si atteggia a “divo” e diventa oggetto di passiva venerazione da parte delle folle[37].

In ambito ciclistico, la discussione su questo tema si accende dopo i campionati del mondo di Budapest del 1928, quando la rivalità tra Costante Girardengo e Alfredo Binda spinge i due campioni a controllarsi reciprocamente senza incidere sulla corsa, tanto da ritirarsi una volta tagliati fuori dalla vittoria finale. Rientrati in Italia, sono accolti da un’ondata di sdegno. Per «non avere difeso con fede e volontà il prestigio dello Sport ciclistico Italiano», l’UVI commina ad entrambi una squalifica di sei mesi[38], poi ridotta a tre per consentirne la partecipazione alle classiche di fine stagione.

Anche la stampa attacca i “disertori” di Budapest e le “deviazioni” del “campionismo”. Secondo il direttore della “Gazzetta dello sport” Emilio Colombo le sospensioni sono «un monito severo e un esempio […] intesi a porre un termine alle deviazioni e agli errori di senso della misura che da tempo si rivelano in campo ciclistico professionale, ad opera dei campioni più forti e meglio retribuiti»[39]. Per il “Guerin sportivo” Binda e Girardengo «hanno avuto ciò che dovevano avere. […] Facevano troppo i loro comodi e burlavano il pubblico» che «li esaltava come eroi»[40].

Ambrosini interviene sulla questione deplorando l’«idolatrizzazione» dei campioni che «snatura le belle e vere finalità dello sport» e proponendo una riflessione sul «depauperamento» tecnico del ciclismo dovuto al fenomeno del «girardenghismo» e del «bindismo»[41], espressioni coniate per definire la schiacciante e monotona superiorità dei due ciclisti e lo stile di corsa che ne consegue, improntato «a scarsa combattività» e «all’accentramento in un sol uomo e, quindi, in una sola marca, dei quattro quinti delle probabilità di vittoria»[42].

Alla configurazione assunta dalle corse in questa fase del ciclismo Ambrosini contrappone il paradigma del corridore delle origini, concepito come colui che incarnava l’essenza dello sport, il suo autentico «contenuto spirituale e morale», fatto di capacità di rischiare, di spirito di iniziativa, di volontà di lottare[43]. Il declino di questo modello viene ricondotto all’affermazione di uno stile di corsa fondato sul binomio «campionismo»/«gregarismo» nel quale convergono gli interessi del ’”fuoriclasse” e delle industrie ciclistiche che finanziano le squadre.

Le Case programmano la stagione sportiva in funzione «dell’uomo di più vasta eco pubblicitaria» e vincolano contrattualmente i corridori alla disciplina di squadra impostata secondo il criterio della rigida subordinazione gerarchica al capitano[44]. Il gioco di squadra, «logico e inevitabile» in una corsa a tappe, esteso alle corse in linea impone uno stile «che è forza più che intelligenza, più muscolo che spirito, più calcolo che sfogo d’animo combattentistico»[45]. Nei gregari «costretti a umiliarsi per sfamarsi» si radica una «mentalità di scoraggiante servilismo» e negli avversari la convinzione che sia inutile attaccare «il formidabile blocco dell’uomo più forte»[46].

In realtà, sostiene Ambrosini, anche i campioni e le squadre più forti sono battibili se affrontate con le armi opportune – «la generale collaborazione nell’attacco, la sorpresa, la violenza e l’insistenza nell’azione di scatto» –, sull’esempio del ciclismo francese e belga caratterizzato dalla prevalenza dell’iniziativa individuale sia nelle gare in linea che in quelle a tappe, dove il gioco di squadra si forma in base ai valori che emergono durante la competizione[47]. Rispetto a questa impostazione, l’”Avvocato” considera la “corsa all’italiana” arretrata e perdente, come dimostrano i magri risultati internazionali ottenuti dal ciclismo italiano tra il 1933 e il 1936, quando in molti altri sport gli “azzurri” raggiungono straordinari successi[48].

Con un provvedimento che va nella direzione indicata da Ambrosini, nel 1935 gli organismi federali deliberano l’abolizione del gioco di squadra, suscitando una dura reazione delle case industriali ciclistiche. Grazie alla mediazione del CONI, l’anno successivo si giunge ad un accordo che prevede alcune limitazioni alla collaborazione tra i corridori[49]. La norma risulta però sostanzialmente inefficace in quanto le industrie più importanti hanno già stipulato con i corridori contratti che prevedono il gioco di squadra e le sanzioni previste dalla normativa non sono tali da scoraggiare le collaborazioni.

Inoltre al termine del 1936 la Federazione reintroduce il campionato italiano a prova unica in sostituzione della formula a prove multiple che, configurandosi di fatto come una gara a tappe, secondo Ambrosini favoriva il ricorso al gioco di squadra. Anche questo provvedimento viene vanificato perché – in omaggio alla vittoriosa campagna coloniale in Africa Orientale – la stagione ciclistica è implementata con il Trofeo dell’Impero, una competizione che si svolge in più gare riproducendo così la logica della corsa a tappe.

I propositi di Ambrosini si rivelano infine in contrasto con gli indirizzi della stessa dirigenza sportiva del fascismo che lungo gli anni Trenta, accantonate le iniziali riserve sul “campionismo”, si orienta decisamente verso lo sport spettacolo e il “divismo”[50]. Questi fenomeni vengono assecondati e piegati dal regime ai propri obiettivi di canalizzazione del consenso all’interno e di prestigio in campo internazionale. Attraverso i successi degli atleti in camicia nera, il fascismo vuole avvalorare l’immagine dell’Italia come “nazione sportiva” per eccellenza.

 

Vincere il Tour. Una questione di prestigio politico-sportivo

Dopo il 1925, anno della seconda vittoria consecutiva al Tour di Ottavio Bottecchia, il ciclismo italiano non riesce più ad affermarsi nella competizione francese. La frustrazione per le ripetute sconfitte e per il predominio francese nella Grand Boucle alimenta negli ambienti fascisti risentimenti e polemiche politico-sportive.

Alla fine del 1935 su indicazione del CONI vengono sospesi i rapporti sportivi con i paesi che sostengono le sanzioni contro l’Italia in seguito all’attacco all’Etiopia. Di conseguenza l’anno successivo i ciclisti italiani non si presentano al Tour. In vista dell’edizione del 1937, orgoglio nazionalistico e motivi di prestigio spingono i vertici del ciclismo a fare pressioni su Gino Bartali – che non ha ancora smaltito le fatiche del Giro d’Italia concluso vittoriosamente ed è in condizioni di forma non ottimali – affinché partecipi alla corsa francese[51].

Il Tour inizia il 30 giugno. Al termine della prima settimana di corsa Bartali è in maglia gialla. L’8 luglio nella tappa Grenoble-Briançon in seguito ad una brusca frenata sul fondo bagnato vola nelle gelide acque del torrente Colau. Soccorso da Francesco Camusso, riesce con grande fatica ad arrivare al traguardo. Il giorno successivo, sofferente per i postumi della caduta, perde oltre 22 minuti e scivola al sesto posto in classifica generale. Il 13 luglio avviene un episodio decisivo, più volte rievocato da Bartali, nel quale è direttamente coinvolto Ambrosini.  Il campione toscano si ritira. L’”Avvocato” lo incontra a Marsiglia al termine della tappa: 

Bartali sembrava si reggesse appena in piedi. Ci appartammo in un angolo e Gino si sedette a un tavolo, accasciandosi e nascondendosi il volto fra le mani. Così stette per qualche istante, scosso da un singhiozzo di pianto che cercava di strozzare in gola. Quando si sollevò, strofinandosi gli occhi, poté dire soltanto: “È inutile, non riesco ad andare, non ho forza di spingere, il ginocchio mi duole e sento dolore per tutta la vita”. […] Si è parlato con lui sul da farsi domani. Spositi[52] era anch’egli del parere che non dovesse continuare a soffrire e a mettere a rischio la sua salute senza la minima speranza di riprendersi. Ma Gino rimaneva in forse. Gli piangeva il cuore al pensiero della rinuncia, ma neppur lui vedeva uno spiraglio di possibilità per sé e pensava all’inutile sacrificio dei compagni. Finalmente, dopo essersi raccolto un attimo in silenzioso raccoglimento, disse tre parole: “Domattina non partirò”[53].

Il resoconto di Ambrosini avvalora la versione ufficiale che attribuisce il ritiro di Bartali ad una sua sofferta ma libera scelta e alla necessità di tutelare la sua salute. Bartali invece ha sempre sostenuto di essere stato costretto ad abbandonare il Tour per una decisione politica condivisa da Ambrosini. I dirigenti federali, imbeccati dall’alto, volevano evitare una sconfitta in suolo francese che avrebbe minato il prestigio sportivo italiano:

Vennero da me Ambrosini, il generale Antonelli e Orlandini dicendomi che bisognava tornare a casa. Per la mia salute, per non compromettere il futuro. Ma io stavo benissimo. Mi dissero che l’ordine arrivava da Roma. […] sono sempre stato convinto che quella del Tour ’37 sia stata la più grande ingiustizia patita nella mia lunga carriera[54].
Piangevo, sì, ma di rabbia. Avevo (ero 6° in classifica) solo 4 minuti di svantaggio. Sui Pirenei che cosa sarebbe successo? Invece dovetti abbandonare perché mi fu imposto[55].

Il Tour si conclude il 25 luglio con l’ennesima vittoria di un ciclista francese, Roger Lapébie. Il migliore italiano è Camusso, quarto in classifica generale. Per Ambrosini il bilancio della partecipazione italiana alla Grand Boucle ripropone una questione sulla quale insiste da anni: in Francia o si va per vincere oppure è meglio restare a casa. E per vincere occorre presentarsi alla Tour risparmiando ai migliori corridori la partecipazione al Giro d’Italia[56].

Non avere nelle gambe il Giro non è però condizione sufficiente per affermarsi al Tour. Sette anni di sconfitte italiane – nota ancora Ambrosini – sono dipesi anche dagli errori commessi dalla Federazione Ciclistica Italiana che si è dimostrata carente nella programmazione della trasferta francese e nella selezione di corridori adatti alle battaglie della Gran Boucle, ha trascurato la specifica preparazione dei ciclisti e lo studio accurato dei percorsi, non è stata capace di scegliere una guida tecnica all’altezza del compito, come quella di Pozzo in campo calcistico[57].

Di lì a poco la FCI imprime un cambio di rotta alla sua politica che converge con le richieste di Ambrosini. Il Direttorio della Federazione proibisce a Bartali di partecipare al Giro d’Italia del 1938 per consentirgli di concentrarsi sul Tour. Il provvedimento viene esteso ad altri cinque corridori individuati da Costante Giradengo, nuovo Commissario tecnico, come asse della squadra che andrà in Francia[58].

È una scelta impopolare – Bartali è ormai un beniamino degli italiani –, criticata dalla “Gazzetta dello sport”, preoccupata per l’assenza al Giro degli elementi più forti, e dall’industria ciclistica che per ragioni pubblicitarie privilegia la partecipazione dei ciclisti migliori alle corse italiane. Ma l’idea di un duplice trionfo sportivo dell’Italia in Francia – per l’estate del 1938, oltre al possibile successo al Tour, si prospetta una vittoria nei mondiali di calcio organizzati in terra francese – alletta il regime e non lascia spazio ad alternative. Anche nei commenti di Ambrosini l’aspetto tecnico-sportivo, che costituisce la sua principale preoccupazione, finisce per essere letto in chiave politica:

la menomazione del Giro d’Italia [è stata] voluta non solo e non tanto dai dirigenti del ciclismo, ma, è certo, da chi dirige tutto lo sport fascista e anche ben altro che lo sport. […] l’impresa che si vuole tentare è ben più che un’impresa sportiva e passa dal campo degli interessi e delle considerazioni materiali in quello della visione di un obbiettivo di valore nazionale e fascista[59].

Bartali è dunque costretto ad accettare un’interferenza politica di cui si lamenterà sempre perché gli impedisce di tentare l’accoppiata Giro-Tour[60]. Ed è verosimile che dietro la decisione della Federazione abbia visto ancora una volta la regia di Ambrosini o perlomeno la sua corresponsabilità come “suggeritore”. In effetti sulle aspirazioni di Bartali, come sulle riserve dei colleghi “autarchici”, l’”Avvocato” si dimostra intransigente:

Che Bartali avesse in mente di fare tutti e due [Giro e Tour] lo sanno anche i sassi, incoraggiato in questa sua tesi e aspirazione da quei cari colleghi che continuano a farsi paladini del cosiddetto “patrimonio organizzativo nazionale”, nonché responsabili primi dei sette nostri fiaschi al “Tour”, ai quali si sono aggiunti quest’anno gli autarchici di cui buona parte non ha mai visto quello che vale il “Tour” per la nostra propaganda sportiva e fascista all’estero[61].

Sotto la guida esperta di Girardengo la squadra italiana si prepara scrupolosamente per il Tour. In Francia Bartali compie un’impresa ben conosciuta dagli appassionati di ciclismo, chiudendo la corsa da trionfatore. Mentre il campione toscano durante la cerimonia di premiazione evita di esibirsi nel saluto romano, a conferma della sua avversione al fascismo, la stampa carica di significati politici l’impresa sportiva. Ambrosini si accoda al coro che esalta la vittoria nella Francia del Fronte popolare come prova della superiorità della gioventù sportiva fascista, ma gli preme soprattutto rivendicare ancora una volta la fondatezza delle sue convinzioni tecniche, sostenute «fin dal 1932», circa la necessità di affrontare il Tour con metodi adeguati, diversi da «quelli, talvolta ridicoli, del passato»[62].

 

La nascita dell’“astro” Coppi

Ambrosini ha sempre considerato Coppi «il corridore su strada più completo che sia mai esistito»:

È stato l’ultimo anello, almeno per ora, – scriverà nel 1964 – della catena di quelle figure che hanno inciso profondamente sull’anima popolare, e lo ha fatto con le qualità superiori della sua personalità umana e atletica, con l’impressionante eccezionalità delle sue imprese ciclistiche […], perfino con le vicende affettive di una vita familiare oggetto di indiscrezioni, di dissensi e di critiche e con la drammaticità di una morte quasi incredibile[63].

L’“Avvocato” intuisce le qualità del futuro “campionissimo” fin dai suoi esordi tra i professionisti. Nel 1939, appena passato da dilettante a indipendente, Coppi si mette in luce al Giro del Piemonte animando la fuga decisiva e classificandosi terzo dopo essere stato staccato da Bartali nel finale. Il «campioncino ha 19 anni», nota Ambrosini, la sua «scarsa muscolatora […] riveste linee armoniche e svelte, ben impostate in macchina e azionate in già corretto stile. […] Lo ha scovato e allevato Cavanna sui cui occhi senza luce ho visto spuntare lacrime di gioia per la affermazione del suo ragazzo»[64].

La convinzione che si tratti della «rivelazione dell’annata» e di un possibile «campione di domani» è ribadita in chiusura di stagione dopo altre buone prestazioni che valgono al ciclista piemontese l’ingaggio per la Legnano come gregario di Bartali. L’anno successivo Ambrosini celebra Coppi, vincitore del Giro d’Italia, come «l’astro della nuova generazione»[65]. Nella tappa Firenze-Modena attacca sull’Abetone e arriva solitario al traguardo conquistando la maglia rosa. Questa corsa, commenta Ambrosini, «passerà alla storia […] per la sicura consacrazione a campione di un giovane […] emulo degli “assi” attuali e sicuro successore di quelli passati»[66].

Nella Legnano saltano le gerarchie di partenza. Tolto di classifica da una serie ravvicinata di incidenti, Bartali aiuta Coppi a portare la maglia rosa fino a Milano. Per la prima volta un ciclista di vent’anni si aggiudica una grande corsa a tappe, come sottolinea Ambrosini in un sintetico profilo del vincitore:

Coppi non ha ancora vent’anni. […] Egli è il più giovane vincitore di una grande corsa a tappe, di ogni tempo e di ogni luogo […]. Serio, taciturno, non impressionabile, modesto, manca, si capisce, di esperienza, ma ha già una sua personalità indipendente, il fiuto della corsa, il dono dell’improvvisazione[67].

Il giorno dopo la conclusione del Giro, dal balcone di Palazzo Venezia Mussolini annuncia l’entrata in guerra dell’Italia. Nonostante gli sforzi del fascismo per dare un’immagine di “normalità” dello sport italiano, con la guerra le attività sportive si diradano progressivamente. Nella stagione ciclistica programmata dalla FCI per il 1941 Coppi si aggiudica cinque gare, Bartali una. In questi risultati Ambrosini vede il «fulmineo ascendere» del giovane campione a fronte dell’«improvviso declinare» di Bartali che attribuisce principalmente all’usura dovuta a sette intensi anni di carriera professionistica[68]. Il nuovo protagonista del ciclismo italiano viene descritto come un giovane «dotato di intuito grezzo, ma limpido, come il suo sguardo», potente scalatore e passista, veloce in volata, capace di sfruttare al massimo la pedalata di punta, la sua più spiccata peculiarità stilistica[69].

Nel 1942 Coppi si cimenta nel record mondiale dell’ora. Il 7 novembre al velodromo Vigorelli, in una Milano ferita dai bombardamenti, batte il primato detenuto da Maurice Archambaud. Da parte francese vengono sollevate obiezioni sulla regolarità della prova. Il record verrà omologato solo il 9 febbraio 1947 al congresso dell’Unione Ciclistica Internazionale. In quella sede sarà Ambrosini ad assumere la difesa di Coppi contro le contestazioni della delegazione francese[70], un gesto che accresce la stima del campione per il giornalista e attesta la predilezione dell’“Avvocato” per il ciclista di Castellania.

 

Tecnica e scienza per le due ruote

Analizzando il giornalismo sportivo del Ventennio, nella sua pionieristica ricerca su Sport e fascismo Felice Fabrizio introduceva una distinzione tra «gli agiografi del regime» e «una larghissima schiera di ottimi tecnici che, operando concessioni tanto vistose quanto superficiali al regime, continuarono a elaborare con tranquillità le proprie analisi tecniche»[71]. A quest’ultima categoria è riconducibile Ambrosini. Nei suoi scritti degli anni Trenta sono frequenti gli elogi al fascismo per l’impegno profuso in campo sportivo. Tuttavia, più che un “integralista” dell’ideologia sportiva fascista, Ambrosini è un innamorato della bicicletta che intende razionalizzare e modernizzare il ciclismo, uno sport «che non ha seguito il cammino del tempo» e richiede una «revisione d’uomini, ma, più ancora, di sistemi»[72]. Perciò se da un lato, come si è visto, auspica una trasformazione della condotta di corsa ispirata al ciclismo delle origini, dall’altro ritiene indispensabile un rinnovamento degli organismi dirigenti e l’introduzione nel ciclismo di un indirizzo tecnico-scientifico.

Al di là degli omaggi formali e di qualche nota positiva, il suo giudizio sulla politica della FCI è ben poco lusinghiero: i vertici della Federazione[73] operano in modo approssimativo, sono privi di un’adeguata preparazione tecnica e risultano incapaci di elaborare un progetto organico per lo sviluppo del ciclismo. Mentre i successi nelle competizioni internazionali di discipline come il calcio, l’atletica, la scherma e il pugilato «dimostrano lampantemente che le Federazioni che hanno tenuto più alto il nome dello sport fascista sono state affidate a uomini di indiscussa competenza ed esperienza»[74], in ambito ciclistico la scelta dei dirigenti non è stata felice. La gestione del ciclismo italiano, scrive Ambrosini a metà degli anni Trenta, «lascia a desiderare» perché

la presidenza […] non dà al movimento ciclistico chiarezza di idee, sicurezza di competenza, calore di passione. […] I direttori tecnici […] non sono aggiornati all’ambiente e ai sistemi d’oggi (e non li si mette nelle condizioni di aggiornarsi), mancano di una qualsiasi base tecnica, di arte didattica, di autorità morale per poter insegnare, convincere, comandare; […] non c’è contatto e collaborazione fra potere centrale e organi periferici[75].

Anche la formazione dei ciclisti, a partire dai giovani, è stata trascurata. In Italia si pensa che il corridore cresca «come l’erba dei prati naturali»:

nessuno gli insegna a stare in bicicletta, a pedalare, ad allenarsi, a rifornirsi, a correre. E ciò perché a) gli enti cui appartiene non hanno i mezzi o le persone che allevino i giovani e li avviino per la buona strada tecnica; b) le Case si disinteressano dei loro corridori, coi quali hanno quasi solo rapporti epistolari e i dirigenti li vedono, sì e no, alla vigilia delle corse; c) non esistono, come all’estero, centri d’istruzione e allenatori specifici, come anche in Italia esistono per quasi tutti gli altri sport[76].

Per costituire un nucleo di tecnici capaci di formare i ciclisti, Ambrosini propone a più riprese la creazione di un apposito corso per istruttori. L’idea viene accolta solo nel 1942, quando la Federazione ciclistica è guidata da Adriano Rodoni, vicepresidente dell’ente, in assenza del presidente, il generale Franco Antonelli, impegnato nell’Africa Orientale Italiana.

A dirigere il corso, il primo di questo genere in Italia, viene chiamato lo stesso Ambrosini[77]. Il corso si svolge a Cesena tra gennaio e febbraio del 1943, prevede cinquanta giorni di studio con lezioni, conferenze, proiezioni cinematografiche e dimostrazioni pratiche[78]. Lo scopo è «conoscere la bicicletta e le sue leggi meccaniche, l’uomo e le sue leggi fisiologiche, la corsa e i suoi principi tattici»[79]. Un obiettivo raggiunto, stando ai giudizi riportati dalla stampa sulla «bontà del metodo Ambrosini» e l’«efficacia della scuola di Cesena»[80], «il primo tentativo di combattere la faciloneria imperante nello sport»[81].

Dopo un lungo lavoro di osservazione e di ricerca, grazie al corso Ambrosini può tradurre in pratica la sua teoria sul ciclismo come «sport atletico e meccanico» da affrontare con un metodo scientifico fondato su nozioni che «provengono, nientemeno, dalla fisiologia e dalla meccanica, dalla storia e dalla psicologia, dalla topografia e dalla statistica»[82]. Per dare corpo una “scienza del ciclismo” Ambrosini spinge inoltre la FCI a sottoporre a valutazioni antropometriche sette corridori (Bartali, Coppi, Bevilacqua, Bini, Magni, Ortelli, Vicini). Da questi studi trae elementi «per proporre una formula di valutazione tecnica», basata sul calcolo della potenza di ciascun ciclista in relazione alle qualità fisiche e alle caratteristiche del mezzo, che rimarrà a lungo «un passaggio obbligato per tutti i preparatori»[83].

Dopo la guerra, i dati raccolti verranno utilizzati da Ambrosini per tracciare un confronto tra Bartali e Coppi, a partire da un’analisi dettagliata delle loro caratteristiche fisiche (morfologia, sviluppo delle masse muscolari, capacità polmonare e cardiaca ecc.) tradotte sul piano della «personalità atletica» in termini di forza e agilità, potenza e resistenza[84]. Attraverso l’analisi di ulteriori dati forniti da équipes medico-sportive, la consultazione di un’ampia letteratura internazionale, il costante aggiornamento sull’evoluzione del ciclismo, Ambrosini pone le basi per la stesura di Prendi la bicicletta e vai, il manuale considerato per lungo tempo la “bibbia” del ciclista, in grado di fornire un quadro completo delle nozioni che un corridore deve possedere: dallo stile della pedalata alla meccanica della bicicletta, dalle metodologie di allenamento alla condotta in corsa, dall’alimentazione alla cura della preparazione fisica. Uscito per la prima volta nel 1950, poi ristampato in numerose edizioni e tradotto in varie lingue, il libro consacrerà definitivamente “l’Avvocato” come un “maestro” del ciclismo. In un affettuoso ricordo del collega, Gian Paolo Ormezzano ha scritto:

Era un loico, uno studioso, davvero un tecnico; misurava gli atleti con gli strumenti e in anticipo di tanto, ma tanto tempo configurò un ciclismo scientifico fatto di tabelle, di medie, di raffronti matematici. Riuscì a imporre questo suo ciclismo anche negli anni dei cosiddetti giornalisti cantori, riuscì a reperire la logica fredda e chiara nel ciclismo “eroico” e polveroso, ed a servirla ai suoi lettori, con onestà e passione, senza una sbavatura, senza un orpello[85].

 

Il congedo dal fascismo: la concezione del Ventennio come “parentesi” nella storia dello sport italiano.

Tra il 1942 e il 1943 gli interventi giornalistici di Ambrosini si fanno sporadici. L’ultimo articolo di questa fase della sua carriera compare su “La Stampa” durante i “45 giorni di Badoglio”. Attraverso una disamina della politica sportiva fascista, il giornalista prende le distanze dal regime crollato il 25 luglio 1943. Le sue critiche sono rivolte al soffocamento di ogni opposizione anche nell’universo sportivo, alla subordinazione dello sport a criteri politici, a scapito delle competenze tecniche, alla cattiva gestione economica e organizzativa delle strutture politico-sportive affidate ad «addomesticati dirigenti» e a «trafficanti in cariche e onorificenze»[86]. Visto «con cuore anche di sportivo», scrive Ambrosini, «il mutamento di volto della vita nazionale» è «motivo di intima soddisfazione»:

Lo scomparso regime, che idealmente s’era proposto di valorizzare e nobilitare lo sport, praticamente gli aveva fatto subire la stessa sorte che alle altre attività nazionali […]. Anche in campo sportivo hanno agito come veleno deprimente e intossicante l’imposizione dei quadri dirigenti a criterio puramente politico, con conseguente spregio delle competenze, l’insofferenza della critica anche puramente tecnica e del controllo amministrativo […]. Perciò la gente capace ed onesta doveva assistere, impotente e sfiduciata, all’elevazione sugli altari di santoni improvvisati […], all’occultamento di profittatori sicuri di non essere presi con le mani nel sacco, allo sperpero di uomini e di quattrini, al contrasto e alla sovrapposizione di enti in concorrenza, al soffocamento di ogni libera e franca, se pur assennata, idea di opposizione[87].

Il filo conduttore dell’articolo è la contrapposizione tra la politicizzazione totalitaria dello sport imposta dal fascismo e l’idea del recupero di una presunta purezza e apoliticità della dimensione sportiva. Come altri esponenti dello sport coinvolti nel fascismo e ritornati poi a ricoprire incarichi di prestigio nell’Italia repubblicana, Ambrosini considera il Ventennio una “parentesi” nella storia sportiva nazionale dopo la quale sarebbe possibile riproporre la formula “lo sport per lo sport”, combattuta dal fascismo in quanto retaggio dell’età liberale. Il giornalista invita a mettersi all’opera «per ripulire, riordinare, rivivificare» lo sport:

Se sapremo purificare il nostro amore per lo sport, se riusciremo a ricostituire i quadri dirigenti col semplice criterio della competenza, dell’onestà e della laboriosità, se ridaremo fiducia agli atleti, serietà alle organizzazioni, franchezza d’espressione alla stampa tecnica […], il filo di vita che gli avvenimenti hanno oggi lasciato al nostro sport si tramuterà, in un non lontano domani, in ampia e chiara corrente risanatrice, in impeto di ripresa, in irresistibile slancio d’ascesa[88].

Dopo l’8 settembre 1943 “La Stampa” si allinea alle direttive del governo di Salò. Ambrosini lascia il quotidiano torinese. Riprenderà l’attività giornalistica all’indomani della Liberazione.


Note

1 Paolo Facchinetti, La stampa sportiva in Italia, Bologna, Edizioni Alfa, 1966. Sulle origini del giornalismo sportivo si veda anche Giulio Corradino Corradini, Penne bianche del giornalismo sportivo (1880-1915), Torino, La Nuova Grafica, 1956.

2 Aldo Biscardi, Da Bruno Roghi a Gianni Brera: storia del giornalismo sportivo, Rimini, Guaraldi, 1973.

3 Antonio Ghirelli, La stampa sportiva in Italia, in Valerio Castronovo, Nicola Tranfaglia (a cura di), La stampa italiana del neocapitalismo, Roma-Bari, Laterza, 1976, pp. 315-376.

4 Italo Cucci, Ivo Germano, Tribuna stampa. Storia critica del giornalismo sportivo da Pindaro a Internet, Roma, Il Minotauro, 2003.

5 Gian Paolo Ormezzano, I cantaglorie. Una storia calda e ribalda della stampa sportiva, Roma, 66thand2, 2015. Si veda anche Gian Paolo Ormezzano, La stampa sportiva, in Valerio Castronovo, Nicola Tranfaglia (a cura di), La stampa italiana nell’età della TV 1975-1994, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp. 333-358.

6 Gianfranco Colasante, Miti e storie del giornalismo sportivo. La stampa sportiva italiana dall’Ottocento al fascismo, Roma, Garage Group, 2013. Un altro testo sul tema è quello di Massimo Roccati, Il giornalismo sportivo, Padova, Sapere edizioni, 2000.

7 Fanno eccezione le pagine dedicate al giornalismo sportivo calcistico in Sergio Giuntini, Calcio e letteratura in Italia (1892-2015), Milano, Biblion edizioni, 2017, e alcuni interventi sulla figura di Gianni Brera per i quali si rimanda alla bibliografia che si trova in appendice al volume citato di Giuntini, pp. 325-327. Si veda inoltre Donatella Cherubini, Sport e giornalismo in Italia dal Risorgimento all’età giolittiana, in Saverio Battente (a cura di), Sport e società nell’Italia del ‘900, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, pp. 343-356. Per un caso locale cfr. Liliana Bovo, Franco Quaccia, La stampa sportiva in Piemonte tra la seconda metà del XIX secolo e l’apertura del XX secolo, “Studi piemontesi”, marzo 1997, pp. 111-120.

8 Gian Paolo Ormezzano, Morto Ambrosini maestro di sport, “La Stampa”, 25 giugno 1980.

9 Bruno Raschi, Uno scrittore con la tempra di condottiero, “La Gazzetta dello sport”, 25 giugno 1980.

10 Il fondo è costituito principalmente dall’archivio fotografico e da volumi della biblioteca del giornalista (378 testi, soprattutto di argomento sportivo, con particolare attenzione al ciclismo e a temi legati all’interesse di Ambrosini per gli aspetti scientifici dello sport). Nel sito della biblioteca è consultabile anche una mostra virtuale su Ambrosini curata da Carla Rosetti (http://mostre.malatestiana.it/ambrosini/, ultima consultazione 20 ottobre 2019) che ringrazio per avermi supportato nella consultazione del fondo. L'immagine di apertura dell'articolo è tratta proprio dal Fondo Giuseppe Ambrosini (Publifoto).

11 Giuseppe Ambrosini, Perché ho fatto il giornalista sportivo, “Vita sociale. Annuario del Collegio S. Giuseppe di Torino”, 1970, p. 36.

12 Facchinetti, La stampa sportiva in Italia, cit., pp. 31-34.

13 Giuseppe Ambrosini, Renato Serra sportivo, Cesena, Zanotti, p. 8.

14 Dino Pieri, “La mia meravigliosa bicicletta”. Renato Serra letterato ciclista (con inediti), “La Pié”, luglio-agosto 2012, pp. 150-153.

15 Dino Pieri, Giuseppe Ambrosini, un romagnolo di adozione, “La Pié”, settembre-ottobre 1980, pp. 221-224. Nel 1911 e nel 1914 Ambrosini vincerà il campionato italiano di ciclismo per giornalisti.

16 Ambrosini, Renato Serra sportivo, cit., p. 9.

17 Ivi, p. 5.

18 Ibid.

19 Documenti sulla sua esperienza di guerra, tratti dal fondo Ambrosini, si trovano nella mostra virtuale citata in precedenza, consultabile nel sito della Biblioteca Malatestiana di Cesena.

20 Sulla figura di Ferretti e il suo ruolo nella politica sportiva fascista, cfr. Felice Fabrizio, Sport e fascismo. La politica sportiva del regime 1924-1936, Rimini-Firenze, Guaraldi, 1976, pp. 18-27; 83-84; 101-102; Andrea Bacci, Lo sport nella propaganda fascista, Torino, Bradipolibri, 2002, pp. 37-52, 129-198, 223-227; Colasante, Miti e storie del giornalismo sportivo, cit., pp. 114-123.

21 L’UVI nel 1933 assumerà la denominazione di Federazione Ciclistica Italiana (FCI).

22 Giuseppe Ambrosini, Le “delizie” del reporter ciclistico, “Lo sport fascista”, anno II, n. 3, marzo 1929, pp. 54-59.

23 La citazione è riportata in Colasante, Miti e storie del giornalismo sportivo, cit., p. 164.

24 Giuseppe Ambrosini, Il ciclismo è in decadenza?, “Lo sport fascista”, anno I, n. 7, dicembre 1928, p. 60.

25 Ivi, p. 65.

26 Ibid.

27 Giuseppe Ambrosini, Un anno di corse su strada, “Lo sport fascista”, anno II, n. 10, ottobre 1929, p. 27.

28 Guido Giardini, La gioia della bicicletta, “Lo sport fascista”, anno I, n. 6, novembre 1928, p. 50.

29 Mario Rossi, Al lavoro, per l’avvenire del ciclismo, “Lo sport fascista”, anno I, n. 5, ottobre 1928, pp. 66-67.

30 Cfr. Il testo della Carta dello Sport, “Lo sport fascista”, anno II, n. 1, gennaio 1929, p. 5.

31 Si vedano ad esempio Grande giornata di ciclismo a Roma. L’on. Turati consegna i gagliardetti alle staffette delle 100 province italiane, “La Stampa”, 21 settembre 1928, e l’immagine di Mussolini che passa in rassegna le staffette convenute a Roma per la terza adunata della FIE in “Lo sport fascista”, anno V, n. 11, novembre 1932, p. 11.

32 Giuseppe Ambrosini, Inquadramento e disciplina dell’attività ciclistica nazionale, “La Stampa”, 28 febbraio 1935.

33 Daniele Marchesini, L’Italia del Giro d’Italia, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 160.

34 Ivi, p. 159.

35 Ivi, p. 106.

36 Ivi, pp. 127-173.

37 Cfr. Bacci, Lo sport nella propaganda fascista, cit., pp. 146-149.

38 Il comunicato ufficiale dell’U.V.I., “La Gazzetta dello sport”, 22 agosto 1928.

39 Emilio Colombo, La grave punizione, “La Gazzetta dello sport”, 22 agosto 1928.

40 Guerino, Gira e Binda, “Guerin sportivo”, n. 34, 5 settembre 1928.

41 Ambrosini, Il ciclismo è in decadenza?, cit., p. 62.

42 Ambrosini, Un anno di corse su strada, cit., p. 26.

43 Ambrosini, Il ciclismo è in decadenza?, cit., pp. 62-63.

44 Giuseppe Ambrosini, L’eredità del divismo va liquidata, “La Stampa”, 22 settembre 1933.

45 Giuseppe Ambrosini, Una formula, una mentalità, un sistema, “La Stampa”, 5 settembre 1935.

46 Giuseppe Ambrosini, Sistemi e mentalità da cambiare per ridare vita e lustro al nostro sport, “La Stampa”, 28 settembre 1933.

47 Ibid.

48 Nelle prova mondiale su strada per professionisti, dopo la vittoria di Guerra nel 1931 e di Binda nel 1932, la squadra azzurra, data per favorita, fallisce clamorosamente nel 1933, è seconda nel 1934 e non arriva sul podio nel 1935. Ancora più deludente è il bilancio del 1936. Degli undici titoli ciclistici in palio, fra olimpici e mondiali, la Francia ne ottiene cinque, la Germania e l’Olanda due, il Belgio e la Svizzera uno, l’Italia nessuno. Le classifica generali del ciclismo alle Olimpiadi berlinesi e al mondiale svizzero vedono l’Italia rispettivamente quarta e quinta. Cfr. Giuseppe Ambrosini, Uno sport da risanare. Il ciclismo italiano a Berlino, Zurigo e Berna, “La Stampa”, 9 settembre 1936.

49 L’accordo tra F.C.I e industriali sulla proibizione dei giochi d’intesa, “Il Littoriale”, 13 marzo 1936.

50 Secondo alcune interpretazioni questa tendenza si afferma sotto la guida politico-sportiva di Achille Starace, presidente del Coni dal 1933 al 1939, cfr. Nicola Porro, Identità, nazione, cittadinanza. Sport, società e sistema politico nell’Italia contemporanea, Roma, Seam, 1995, pp. 80-83; Bacci, Lo sport nella propaganda fascista, cit., pp. 189-198. Per una ricostruzione complessiva dell’operato di Starace in campo sportivo cfr. Enrico Landoni, Gli atleti del Duce. La politica sportiva del fascismo 1919-1939, Milano-Udine, Mimesis, 2016, pp. 165-209.

51 Stefano Pivato, Sia lodato Bartali. Il mito di un eroe del Novecento, Roma, Castelvecchi, 2018, pp. 36-37.

52 Direttore tecnico della squadra italiana.

53 Giuseppe Ambrosini, Bartali dice: “Non ripartirò da Marsiglia”, “La Stampa”, 14 luglio 1937.

54 Beppe Conti, Fausto Coppi. Il primo tra i più grandi, Torino, Graphot, 2018, p. 42.

55 Gino Bartali, Tutto sbagliato tutto da rifare, Milano, Mondadori, p. 42. Cfr. anche la dichiarazione rilasciata all’indomani della scomparsa di Ambrosini (Fece ritirare Bartali da un Tour, “Corriere della sera”, 25 giugno 1980) nella quale Bartali esprime la sua stima per le capacità professionali del giornalista ma, con la consueta schiettezza, non nasconde i dissapori che avevano caratterizzato il loro rapporto, non solo per il ritiro dal Tour.

56 Giuseppe Ambrosini, Il settimo… insegnamento, “La Stampa”, 26 luglio 1937.

57 Ibid.

58 Giuseppe Ambrosini, Sei uomini per il Tour, “La Stampa”, 6 aprile 1938.

59 Giuseppe Ambrosini, Sei nomi e due corse, “La Stampa”, 7 aprile 1938.

60 Cfr. Bartali, Tutto sbagliato tutto da rifare, cit., p. 43.

61 Giuseppe Ambrosini, Il programma di Girardengo, “La Stampa”, 9 gennaio 1938.

62 Giuseppe Ambrosini, Finalmente!, “La Stampa”, 1 agosto 1938.

63 Giuseppe Ambrosini, Sport, gioia di vivere, Roma, Editrice italiana, 1964, p. 82.

64 Giuseppe Ambrosini, Netta superiorità e vittoria di Bartali, “La Stampa”, 5 giugno 1940. Biagio Cavanna, massaggiatore cieco, allenatore di Girardengo e Guerra, era maestro di ciclismo a Novi Ligure.

65 Giuseppe Ambrosini, Fausto Coppi, astro della nuova generazione, vince la grande corsa a tappe davanti a Mollo, Cottur e Vicini, “La Stampa”, 10 giugno 1940.

66 Giuseppe Ambrosini, Coppi giunge solo a Modena e passa al comando della classifica, “La Stampa”, 30 maggio 1940.

67 Giuseppe Ambrosini, Fausto Coppi, astro della nuova generazione, vince la grande corsa a tappe davanti a Mollo, Cottur e Vicini, “La Stampa”, 10 giugno 1940.

68 Giuseppe Ambrosini, La parabola di Bartali, “Stampa sera”, 11 novembre 1941.

69 Giuseppe Ambrosini, Il nuovo astro: Coppi, “La Stampa”, 20 novembre 1941.

70 Guido Giardini, Il record di Coppi agli archivi con un voto di approvazione, “La Gazzetta dello sport”, 9 febbraio 1947. Nella sua cronaca del Congresso dell’UCI Giardini sottolinea il ruolo dell’“Avvocato” nella soluzione della vicenda. Lo stesso Ambrosini ricorda l’episodio e la sua amicizia con Coppi in un articolo scritto in occasione della morte del “campionissimo”, cfr. Giuseppe Ambrosini, Il più grande, “La Gazzetta dello sport”, 3 gennaio 1960.

71 Fabrizio, Sport e fascismo, cit., p. 161.

72 Giuseppe Ambrosini, Il Commissario tecnico della Federazione ciclistica, “La Stampa”, 19 settembre 1934; Risanare il nostro ciclismo, ivi, 9 settembre 1936.

73 Dopo Augusto Turati, negli anni Trenta si succedono come presidenti della Federazione Alberto Garelli (1930-1933), Federico Momo (1933-1936), Franco Antonelli (1937-1940).

74 Giuseppe Ambrosini, Gira cede la sua veste di CT per quella di direttore sportivo dei grigi?, “La Stampa”, 5 novembre 1938.

75 Ambrosini, Il ciclismo italiano a Berlino, Zurigo e Berna, cit.

76 Ibid.

77 Un corso per istruttori diretto da Giuseppe Ambrosini, “La Stampa”, 15 novembre 1942.

78 Giuseppe Ambrosini, Il corso nazionale per istruttori di ciclismo, “La Stampa”, 10 dicembre 1942.

79 Ibid.

80 Gino Riccardi, La bontà del metodo Ambrosini, “La Gazzetta dello sport”, 28-29 agosto 1943.

81 Luigi Chierici, Esami a Cesena, “Il brivido sportivo”, 3 marzo 1943.

82 Giuseppe Ambrosini, In tema di ciclismo. Il problema dei giovani, “La Stampa”, 11 gennaio 1942. Il primo abbozzo di una “scienza del ciclismo” risale ad un articolo pubblicato alla fine degli anni Venti: Giuseppe Ambrosini, Per una teoria del lavoro fisico del ciclista, “Lo sport fascista”, anno II, n. 7, luglio 1929, pp. 54-56.

83 Colasante, Miti e storie del giornalismo sportivo, cit., p. 170.

84 Giuseppe Ambrosini, Bartali e Coppi: il segreto della potenza, “Pirelli. Rivista di informazione e di tecnica”, anno II, n. 3, maggio 1949, pp. 19-22.

85 Ormezzano, Morto Ambrosini maestro di sport, cit.

86 Giuseppe Ambrosini, Per lo sport di domani, “La Stampa”, 8 agosto 1943.

87 Ibid.

88 Ibid.