Come citare questo articolo: , Siracusa: un polo di sviluppo industriale per la crescita del Meridione, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/salerno-siracusa-un-polo-di-sviluppo-industriale-per-la-crescita-del-meridione. Ultimo accesso 21-10-2018.

Premessa

Oggetto d’indagine del presente lavoro è un territorio che subisce alterazioni profonde per opera dell’uomo, che ne ha cambiato profondamente la fisionomia fisica e culturale. Alterazioni che dipendono da scelte lontane e che hanno riguardato i 20 chilometri di costa che dalla città di Augusta giungono fino alla periferia nord di Siracusa[1]. Un’area che, dagli ’50 in poi, venne investita da una grande rivoluzione industriale. Tale trasformazione, a prescindere da giudizi di merito, fu il frutto di un’epoca fervente di rinascita e ricostruzione, dove progresso e tecnica rappresentarono l’orizzonte verso cui indirizzare un futuro di sviluppo e prosperità. Si tratta di una vicenda la cui portata travalica indubbiamente la dimensione locale e che rimanda alle strategie di sviluppo varate nell’Italia del secondo dopoguerra, basate sul ruolo dell’industrializzazione come volano per l’economia del Meridione e legate al modello teorico dei pole de croissance[2]. Tale riferimento teorico sarà alla base dei tanti “Poli di sviluppo industriale” disseminati nel Meridione che, offrendo il vantaggio di un più razionale uso delle risorse finanziarie e territoriali, avrebbero accelerato i tempi dello sviluppo e generato effetti produttivi moltiplicativi sulle aree considerate.

 

La trasformazione del territorio e delle culture

L’esperimento siracusano rappresenterà uno dei modelli meglio riusciti di tale politica industriale, tanto che il polo fu spesso preso come esempio positivo da emulare con le statistiche che mostravano come il suo reddito provinciale figurasse ai primi posti tra le province meridionali, giungendo persino a superare il reddito medio nazionale nel 1971[3]. Ma da lì a poco, con l’incedere della crisi petrolifera degli anni ’70, anche per Siracusa sarebbe sopraggiunta la crisi, derivante da un modello di sviluppo esogeno incentrato sulla monocoltura petrolchimica, che si dimostrò fragile di fronte alle congiunture internazionali e incapace di stimolare le energie endogene. Anche per Siracusa si parlò allora di “Cattedrale nel deserto” e si palesarono gli ingenti danni ambientali che trent’anni di grande industria avevano determinato su un territorio non tutelato. Ciononostante il polo riuscì a reggere, seppur con una consistente riduzione di organico fino ai primi anni ’90, quando venne dichiarato “Area ad elevato rischio di crisi ambientale”. Da lì in poi e per tutto il decennio considerato fu un periodo altalenante di forti crisi e speranzose riprese, che porteranno però alla chiusura e riorganizzazione d’imprese e impianti e a un’ulteriore riduzione del personale. Poi a fine anni ’90, con la caduta dei prezzi dei prodotti petroliferi, gli strascichi del caso Enimont, la concorrenza della globalizzazione, la fine dell’avventura chimica dell’Eni, si ebbe il crollo che fino ad allora era stato scongiurato. Più recentemente, mentre la città diversificava la sua economia puntando sul settore turistico, il polo, grazie ai sindacati, tentava il rilancio con l’Accordo di Programma senza risultati apprezzabili. Le dinamiche odierne confermano, infine, l’esistenza concreta di quegli “effetti perversi” teorizzati da Carlo Trigilia nel suo Sviluppo senza autonomia, con quella “scarsa capacità delle istituzioni locali di creare una rete di servizi economici e sociali efficienti”[4]. D’altro canto, però, va evidenziata la straordinaria forza attrattiva della sua Area industriale che comunque continua, seppur a corrente alternata, a richiamare attenzione e finanziamenti e che dimostra come la presenza del polo seguiti, nonostante tutto, a svolgere una funzione egemone sul territorio[5].

 

“Corre il treno dell’oro nero”

Antecedente alla seconda fase della Cassa per il Mezzogiorno[6], fra i grandi poli di sviluppo del dopoguerra nel Meridione, quello di Siracusa fu sicuramente non soltanto uno dei maggiori, per dimensioni e investimenti, ma anche uno dei più longevi. Nato come polo interamente privato, soltanto dalla seconda metà degli anni ’70 ha visto l’ingresso dell’impresa pubblica, che successivamente è subentrata ad alcune imprese private in operazioni di salvataggio.

In sintonia con i tempi in cui vennero impiantate le fabbriche, si trattò di un’industrializzazione pesante, massiccia in grado di stravolgere oltre 20 chilometri di costa per rispondere alle necessità dell’industria. Questo brusco passaggio da una società agricola arretrata a un’industrializzazione forzata di tipo fordista cambiò profondamente l’immagine fisica e identitaria dei luoghi e degli uomini. “Quando i bulldozer cancellano il territorio […] si cancellano, con i riferimenti del territorio, anche quelli dell’identità”[7]. Così avvenne che la società locale, senza alternative alla povertà e all’emigrazione, dovette inventarsi una nuova identità, consona con la nuova realtà industriale. Si trattò di dismettere causi e berretto, per indossare tuta e caschetto, “perché nell’agricoltura si moriva di fame! Di fame si moriva! […] Invece nell’industria abbiamo lavorato tutti i giorni e quindi tutti i giorni portavamo u nostru stipendio a… e si stava più bene[8]. Era, infatti, come se fosse arrivata “la manna dal cielo”[9]: l’industria era sinonimo di salvezza, futuro, benessere, sicurezza. L’arrivo dell’industrializzazione determinò, infatti, il trasferimento di manodopera dall’agricoltura all’industria, l’aumento del reddito, il benessere, l’avvento della civiltà dei consumi, ma anche l’aumento delle malattie professionali, dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo[10]. Avvenne, dunque, che uno spazio vuoto di prospettive per chi lo abitava, fu intelligibile agli occhi estranei dei grandi capitalisti che lo resero altro. Occhi che seppero vedere le caratteristiche favorevoli del territorio per l’implementazione dell’industria petrolchimica e che trasformarono uno spazio agricolo in industriale.

All’epoca, comunque, l’industrializzazione coincideva appieno con lo sviluppo. Basta sfogliare i giornali dell’epoca o vedere i cinegiornali dell’Archivio Luce per avere contezza della freschezza che spirava dal vento futuro. Un filmato de “La Settimana Incom”, girato nel ’55, agli albori dell’industrializzazione isolana, parla di una Sicilia che è invasa da una nuova esaltante “architettura di oleodotti”, in cui “corre il treno dell’oro nero.” Una Sicilia che non rimpiange i “dossi brulli e sassosi”, solcati da miseri contadini, costretti a percorrere “miglia di impervio cammino o sconvolte trazzere” per raggiungere il luogo di lavoro[11]. Il “Giorno” nel ’59 affermava entusiasta: “Il contadino siciliano ha lasciato l’asino per la motoretta”[12]. Un altro filmato, sempre de “La Settimana Incom” del 1963, sulla visita dell’on. Lo Magro e del presidente della Esso al cantiere edile presso Augusta, in cui sarebbero sorte le case per i dipendenti della Rasiom, su un sottofondo musicale trionfale recita: “La città di acciaio, di tubi, di condutture da una parte, la città degli uomini dall’altra. Vicine, quasi unite, perché gli uomini non perdano tempo, perché la città possa funzionare, giorno e notte, ininterrottamente”[13]. Inni al progresso, dunque, si levarono da quasi tutti i giornali dell’epoca, pronti a decantare un “immenso sfolgorio di luci” e modernità.

Come città d’altro pianeta

tra fumi e vapori infernali

si stagliano alte colonne,

visione metafisica

gigantesche candele,

appaiono come mostri primordiali

sauri, brontosauri, pterodattili,

titani ghignanti e sbuffanti

in un immenso sfolgorio di luci

di un colossale zoo d’acciaio[14].

 

Implicazioni internazionali

Nel tentativo di comprendere le motivazioni che portarono alla costruzione del polo petrolchimico siracusano, così come più in generale dell’industria petrolifera italiana, occorre rifarsi alle questioni più ampie che animarono l’industria della raffinazione. L’ubicazione, infatti, di una serie di aziende di tale peso e dimensione, in grado di trasformare radicalmente uomini e luoghi, trova motivazioni lontane nel tempo e non risulta soltanto legata ai vantaggi offerti dalla natura e dalle agevolazioni fiscali. Si tratta di coniugare le esigenze internazionali e la ricostruzione del dopoguerra, la questione meridionale e la politica democristiana, la programmazione economica e la pianificazione urbanistica; una congerie, insomma, non indifferente di elementi che si accavallano e s’intrecciano e che permetteranno a una provincia arretrata, senza alternative immediate alla povertà e all’emigrazione, di entrare a far parte a pieno titolo nella civiltà moderna del petrolio e dei consumi.

L’industria della raffinazione, infatti, fu condizionata dal mercato e dalla possibilità di collocare i prodotti finiti in mercati esterni ai paesi produttori[15]. In questo contesto, chiaramente, la voce trasporto e la distribuzione dei prodotti petroliferi finiti iniziò ad avere un peso non indifferente. Il crescente fabbisogno energetico dei paesi industrializzati, impose di aumentare la propria capacità di raffinazione o di crearla ex novo. I governi, dunque, necessitando di greggio, s’impegnarono nell’attrarre investimenti esteri con vantaggiose politiche fiscali, cosa che determinò una riconfigurazione del commercio internazionale dei prodotti petroliferi, con il passaggio dalla raffinazione a sorgente (quando cioè la trasformazione avveniva presso i paesi produttori) ad una a mercato (con la trasformazione presso i paesi consumatori).

 

Un luogo strategico

L’Italia meridionale e la Sicilia in particolare, proprio per la sua caratteristica geografica di isola posta al centro del Mediterraneo, luogo strategico nelle rotte petrolifere, e per la necessità di uno sviluppo industriale volto alla riduzione dell’annosa questione meridionale, fu sicuramente un luogo privilegiato[16]. Ben presto, quindi, divenne un centro di raccolta di materie prime da raffinare, provenienti dai paesi del Medio Oriente e di distribuzione verso i paesi dell'Europa centrale. Qui s’inserisce l’interesse delle multinazionali per la posizione geografica della Sicilia, che la scelta liberista della Regione Siciliana seppe cavalcare. Grazie alla concessione dell’autonomia nel ‘46, che garantiva alla Regione competenza esclusiva in materia di urbanistica e industria, e facoltativa su trasporti, legislazione sociale e credito, l’isola giocò d’anticipo sulla legislazione nazionale in termini d’industrializzazione. Le giunte regionali che si susseguirono nel primo decennio di autonomia, precorrendo quanto sarebbe avvenuto successivamente col secondo tempo dell’intervento straordinario, prospettarono, infatti, una politica d’incentivi in favore dell’industrializzazione, privilegiando almeno fino al ‘57 l’iniziativa privata. Le procedure di sviluppo furono legate ai vantaggi fiscali capaci di attrarre le nuove industrie e all’assunzione diretta del rischio da parte della Regione attraverso società finanziarie[17].

A livello nazionale, invece, terminata la fase della ricostruzione post-bellica, il compito di ridurre i disequilibri tra Nord e Sud venne affidato alla Cassa per l’intervento straordinario nel Mezzogiorno (legge 646/50)[18]. Se il 1950 è l’anno d’inizio della Cassa, occorre però attendere il 1957 per l’avvio della seconda fase, che può essere definita “industrialista”. Con la legge 634/57, infatti, s’introdussero nuove forme d’incentivazione settoriale e territoriale, quali le Aree di Sviluppo Industriale e i Nuclei di Industrializzazione. L’innovazione consisteva nella realizzazione dei fattori agglomerativi di stimolo all’imprenditoria da parte degli istituendi Consorzi per le Aree, mentre i Nuclei Industriali avrebbero svolto il ruolo di coordinamento e gestione territoriale. Pensati per la piccola e media impresa per meglio concentrare gli investimenti, si assistette, invece, a un’eccessiva proliferazione degli istituti (42 tra Aree e Nuclei al 1969), mentre con la successiva Legge 1462/62 si favorirono le imprese ad alto tasso di capitale e basso impiego di manodopera[19]. Queste ultime si concentrarono principalmente nelle aree costiere e nei centri urbani, che vissero un aumento della pressione demografica, con il risultato di esaltare gli squilibri già evidenti tra zone interne e zone costiere[20]. I poli si svilupparono così separati dal tessuto socio-economico circostante, accelerando un processo di disgregazione delle economie locali.

 

Industrializzazione senza sviluppo

Ad avvantaggiarsi di tali incentivi e facilitazioni furono in Sicilia pertanto alcuni grandi gruppi industriali, che trasformarono ampie aree costiere dell’isola in raffinerie, senza che si riuscisse però a realizzare quell’aspirato sviluppo autopropulsivo, di cui tanto si favoleggiava. Anche Siracusa rientra in questo quadro, infatti, per quanto i pareri espressi nel corso degli oltre sessant’anni di vita del polo non siano unanimi, certamente l’effetto “contagio” immaginato dallo Stato non si verificò, in quanto le grandi imprese rimasero emanazione dei grandi gruppi del Nord o delle multinazionali. La produzione industriale, anche qui, in linea con quanto accadde negli altri poli meridionali, piuttosto che svilupparsi orizzontalmente sul territorio, si inseriva nel ciclo verticale della casa madre diffondendosi nelle economie settentrionali. L’indotto, seppur in parte si è realizzato con la nascita di piccole e medie imprese (nel settore della manutenzione, edilizia, trasporti, chimica secondaria, ecc.), non ha soddisfatto, infatti, certamente le aspettative; limite dovuto anche all’assenza di un piano mirato e alla spontaneità cui si affidò la realizzazione di quest’importante parte del programma[21].

Certamente di opposta veduta le opinioni contemporanee imbevute della frenesia dell’epoca per l’enorme sforzo, invero compiuto dallo Stato, dalla Regione e dai privati, con la piena convinzione che stessero “risolvendo i problemi del Meridione più che in ogni altro momento della storia dello Stato unitario”[22]. Di là dei risultati pratici, delle incongruenze e della visione negativa che molta storiografia ha evidenziato con la tematica della “Industrializzazione senza sviluppo”, va comunque rilevato, che si trattò di una grande innovazione nell’ambito dell’approccio meridionalistico, volto alla riduzione del divario economico esistente tra Nord e Sud, perché si riuscì in un periodo in cui il settore secondario rappresentava il futuro a realizzare quello che per decenni è stato uno dei maggiori poli petrolchimici del Mediterraneo. Se anche i risultati non coincisero con le aspettative, va detto, infatti, che proprio quella componente utopica, tipica di una stagione di crescita e di fervore urbanistico e pianificatorio, rappresentò una parte importante di questa storia d’Italia, in cui la capacità di elaborare visioni in grado di concepire “uno dei futuri possibili” è fondata non tanto sulle tendenze in atto, quanto “sulla detonazione di energie, attori, utopie diffuse, 'piccole utopie' che 'strisciano' il territorio, lo densificano di reti”[23].


Note

1 Nell'immagine di apertura dell'articolo panoramica aerea della raffineria Rasiom, la prima della zona, in La grande trasformazione, Morrone, Siracusa 2007, p. 32.

2 F. Perroux, Note sur la notion de “pôle de croissance”, in “Economie appliquée”, VII (1-2), 1955, pp. 307-320. Alla base del concetto dei poli vi fu la constatazione che il meccanismo automatico del mercato tende ad aggravare gli squilibri regionali piuttosto che a ridurli, per una tendenza alla naturale concentrazione industriale e pertanto in un’economia dualistica soltanto l’intervento dello Stato poteva modificarne la concentrazione spontanea. La teoria dei poli infatti partiva dalla considerazione che lo sviluppo economico, a differenza di quanto accaduto nell’Inghilterra della prima rivoluzione industriale, non procedeva per diffusione continua e automatica, ma con discontinuità, per salti. Pertanto lo sviluppo economico nelle aree arretrate si riteneva fosse possibile solo se fondato su unità di grandi dimensioni, in grado di produrre uno sviluppo accelerato che si irradiasse nel territorio, grazie alle interdipendenze capaci di rompere l’equilibrio stazionario delle economie suddette e Siracusa presenta tutte le caratteristiche dei poli industriali con la grande industria pronta a svolgere il ruolo di impresa motrice e di rimozione delle cause che sottendono la sostanziale staticità del sistema produttivo.

3 Nel settennio 1963-70, fatto 100 il reddito medio nazionale pro-capite a prezzi correnti nell’anno 1963, Siracusa figurava al primo posto tra le province meridionali con un indice di 90, seguita da Napoli e Taranto rispettivamente con 81,4 e 81, cfr. G. Tagliacarne, Il reddito prodotto nelle province italiane (1963-70), FrancoAngeli, Milano 1972. Nel 1971, considerando il reddito lordo prodotto pro-capite a prezzi correnti nell’anno 1971, Siracusa con 104,1 superava la media nazionale e si confermava prima provincia meridionale, seguita da Taranto con un indice di 98,7, cfr. Id., Il reddito prodotto nelle province italiane nel 1977, FrancoAngeli, Milano 1979.

4 C. Trigilia, Sviluppo senza autonomia. Effetti perversi delle politiche nel Mezzogiorno, Il Mulino, Bologna 1994, p. IX.

5 Per una storia del polo cfr. S. Adorno, Il Polo industriale di Augusta-Siracusa. Risorse e crisi ambientale (1949-2000), in G. Corona, S. Neri Serneri (a cura di), Storia e ambiente. Città e risorse nell’Italia contemporanea, Carocci, Roma 2007, pp. 195-217; S. Maiorca, Anno 2001. Siracusa dalla industrializzazione allo sviluppo autonomo, Assindustria Siracusa, Siracusa 2001; F. Salerno, L’industria: uomini, politiche, istituzioni, in S. Adorno (a cura di), Storia di Siracusa, economia, politica, società (1946-2000), Donzelli, Roma 2015, pp. 143-167.

6 La fase detta “industrialista”, inaugurata dalla legge 634 del 1957.

7 M. Augé, Non luoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano 2005, p. 48.

8 Intervista rilasciata da G. Cazzetta, muratore melillese assunto come operaio dalla Rasiom nel 1950, a A. Campisi e F. Milardo nel 2005, in S. Adorno, P. Aloscari, F. Salerno (a cura di), L’industria, la memoria, la storia. Il polo petrolchimico nell’area costiera tra Melilli, Augusta e Siracusa (1949-2000), Atti del convegno, Morrone, Siracusa 2008, pp. 267-268.

9 Intervista rilasciata da V. Augeri, esponente democristiano consigliere e poi sindaco di Melilli nel 1956, a S. Magnano nel 2005, in ivi, pp. 166-167.

10 Sulla questione ambientale, cfr. S. Adorno, L’area industriale siracusana e la crisi ambientale degli anni Settanta, in S. Adorno, S. Neri Serneri, Industria, ambiente e territorio. Per una storia ambientale delle aree industriali in Italia, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 267-316; M. Marsili, A. Andolfi, Immagine ambientale, Edizioni CDS, Ferrara 1985; S. Ricciardini, Alla ricerca dell’ambiente perduto, Tipografia Grafica Saturnia, Siracusa 2005.

11 G. Baldaccini, Sicilia in cammino, Cinegiornale de “La Settimana Incom”, del 06/04/55, n. 1231, in http://www.archivioluce.com.

12 Si tratta del titolo di un articolo pubblicato dal “Giorno” il 28 giugno 1959.

13 Villaggi e fabbriche, Cinegiornale de “La Settimana Incom”, del 29/03/1963, n. 2351, in http://www.archivioluce.com.

14 Poesia del sindacalista Pier Antonio Mantinei, cfr. L.S.M. Carta, L’agro priolese, dal 2000 a.C. al 2003 d.C., vol. VII (1955-1979), Tipografia Tarantello, Priolo G. (SR) 2008, pp. 143-144.

15 Sulla collocazione internazionale del polo siracusano, cfr. P. Di Gregorio, La nascita del polo petrolchimico siracusano e la collocazione internazionale dell’Italia, in R. Mangiameli (a cura di), Società locale e guerra totale, Lombardi Editori, Siracusa 2008, pp. 147-158.

16 Il territorio siracusano offriva numerosi vantaggi localizzativi, che non riguardavano solo le politiche fiscali vantaggiose messe in atto dalla Regione e dallo Stato o la sua posizione chiave rispetto alle rotte petrolifere, ma anche il basso costo della manodopera, all’epoca nell’undicesima zona salariale d’Italia, oltre alle caratteristiche fisiche della rada di Augusta, una delle più estese del Mediterraneo, l’abbondanza di falde acquifere e la presenza di risorse minerarie utili all’industria petrolchimica. Cfr. F. Salerno, Il piano dell'Italconsult del consorzio Asi di Siracusa: tra coerenza distributiva e grandi prospettive (1949-1973), in "Storia Urbana", n. 130, 2011, pp. 105-109.

17 Cfr. D. Grammatico, L’autonomia siciliana nel decennio 1947-57. I governi Alessi, Restivo, La Loggia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006; F. Salerno, Autonomia, industria e pianificazione nel primo ventennio della Regione Siciliana, in "Archivio storico siracusano", Società Siracusana di Storia Patria, 2014, in corso di pubblicazione.

18 Cfr. S. Cafiero, Storia dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno (1950-1993), Laicata, Manduria 2000; G. Pescatore, L’intervento straordinario nel Mezzogiorno d’Italia, Giuffrè, Milano 1962; C. Petraccone, Le “due Italie”. La questione meridionale tra realtà e rappresentazione, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 196-286.

19 S. Petriccione, Politica industriale e Mezzogiorno, Laterza, Roma-Bari 1976, pp. 25-27.

20 Cfr. M. Vittorini, Indirizzi strategici di assetto territoriale per l’inquadramento dei programmi di intervento nel Mezzogiorno, in “Urbanistica”, n. 57, 1971; M. Vittorini, Raffinerie e porti petroliferi in Italia, in “Urbanistica”, n. 58, 1971.

21 Cfr. P. Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale, Donzelli, Roma 2005 (1993), pp. 144-145. L’indotto, inoltre, spesso era strettamente dipendente dai grossi monopoli, che potevano anche decidere quanto e come pagare, il numero del personale da impiegare, dove e con chi stipulare gli appalti, cfr. Marsili, Andolfi, Immagine ambientale, cit., pp. 41-43; E. Peggio, M. Mazzarino, V. Parlato, Industrializzazione e sottosviluppo. Il progresso tecnologico in una provincia del Mezzogiorno, Einaudi, Torino 1960, pp. 113-119.

22 Commento di Pasquale Saraceno, citato in P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, Einaudi, Milano 1989, p. 309.

23 A. Magnaghi, Il progetto locale, Bollati Boringhieri, Torino 2006 (2000), pp. 154-155.