Come citare questo articolo: , «Lo scopo della mia vita». Anita Mondolfo, una bibliotecaria contro il Regime, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. http://rivista.clionet.it/serini-lo-scopo-della-mia-vita-anita-mondolfo-una-bibliotecaria-contro-il-regime. Ultimo accesso 19-06-2019.

Quella di Anita Mondolfo è la storia di una figura «di indiscutibile originalità nel panorama bibliotecario italiano»[1], di una personalità pressoché sconosciuta, se non agli addetti ai lavori, di una donna coraggiosa e caparbia alla quale la politica bibliotecaria italiana deve moltissimo. Bibliotecaria, paleontologa e docente, ha fornito apporti significativi allo sviluppo e alla crescita del sistema bibliotecario attraverso la sua azione diretta e contributi scientifici di altissimo livello pubblicati sulle maggiori riviste e nei principali repertori italiani. Ha preso parte attiva alla vita dell’Aib (Associazione italiana biblioteche) «caldeggiando proposte di indubbia lungimiranza come quella relativa all’accentramento di schedatura»[2] ed ha formato una generazione di eminenti bibliotecari, tra cui spicca il nome di Emanuele Casamassima[3], suo insigne allievo, lasciando «l’eredità di un impegno e di una rielaborazione teorica non comuni»[4].

 

Una carriera folgorante

Anita Mondolfo, all’anagrafe Annita (nome voluto dal padre in onore dell’eroe dei due mondi al cui seguito, da giovanissimo, si era unito), nacque a Senigallia, in provincia di Ancona, il 9 febbraio del 1886 da Giuseppina Tarsi, casalinga anconetana, e da Elia Mondolfo, entrambi ebrei. La coppia, coniugata dall’agosto del 1879, aveva già altre due figlie, rispettivamente di sei e di quattro anni più grandi dell’ultimogenita: Ines, casalinga come la madre, e Alba, di professione contabile commerciale[5]. Nella cittadina adriatica “la dotta”, così era stata ribattezzata dai familiari a causa della sua passione per lo studio, rimase fino al conseguimento della maturità classica per poi trasferirsi a Firenze dove intendeva iscriversi alla Sezione filosofia e filologia del prestigioso Istituto di studi superiori pratici e di perfezionamento, scuola di studi rigorosi e di grande severità intellettuale e morale, dove si erano laureati, tra gli altri, Cesare Battisti e i fratelli Ugo Guido e Rodolfo Mondolfo, parenti della stessa Anita, sebbene appartenenti ad un altro ramo.

Questo primo periodo di formazione estremamente positivo per la Mondolfo, stimolata da un clima intellettualmente fervido e arricchito dalla conoscenza di persone a cui sarà unita da sinceri vincoli di amicizia per il resto della sua vita, si concluse nel 1908 con la discussione della tesi in filologia classica. Alla laurea, seguì l’iscrizione al Corso di perfezionamento e alla Scuola di paleografia. Nel frattempo, aveva anche ottenuto il primo incarico come supplente presso la Scuola tecnica e commerciale femminile cittadina che ricoprì per tutto il 1908. Diventare insegnante, però, non era il suo sogno. Per questo aveva tentato il concorso come sottobibliotecaria alle biblioteche governative, risultando tra le vincitrici. Sua prima sede di servizio fu la Biblioteca nazionale di San Marco a Venezia (1909-1911), dalla quale venne trasferita, per suo espresso desiderio, alla Nazionale centrale di Firenze (1911) in cui non solo ritrovò l’amica Teresa Lodi ma dove, appena ventiseienne, Salomone Morpurgo, colpito dalle sue evidenti capacità, le affidò la responsabilità delle sale di consultazione.

Negli anni della prima guerra mondiale, profuse le sue energie, insieme all’amica Elody Oblath, fidanzata di Giani Stuparich, a favore delle sottoscrizioni per i figli dei richiamati in guerra; inoltre, prese parte ad iniziative di soccorso in favore dei profughi veneti e friulani rifugiatisi a Firenze, sfollati dopo la rotta di Caporetto, come attesta la nomina a direttrice dell’Ufficio di mobilitazione civile per l’assistenza. Negli anni del dopoguerra maturò la sua coscienza antifascista avvicinandosi alle idee di Gaetano Salvemini e di Piero Calamandrei, al cui movimento parteciperà più direttamente nel secondo dopoguerra (sarà candidata con "Unità Popolare" alle elezioni del 1953). Risale probabilmente a questo periodo la conoscenza di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile, il quale avrà un ruolo centrale in alcuni frangenti cruciali della sua biografia. Negli anni Venti, inoltre, si iscrisse come socia al Lyceum, un’associazione culturale riservata alle donne da cui però si allontanerà presto. Le ragioni di tale abbandono non furono mai chiarite: se appare troppo azzardato ipotizzare motivazioni di tipo razziale, è invece molto più probabile che la causa sia da rintracciare nel progressivo allineamento dell’associazione al fascismo. Dal 1930 fu tra i componenti dell'Associazione dei bibliotecari italiani e dell'Istituto italiano del libro fondato da Giuseppe Fumagalli.

Le nomine ministeriali la portarono a cambiare più volte sede di lavoro, sebbene ciò non implicasse mai lasciare la Toscana, sua terra di adozione. Dopo due anni come reggente presso la Biblioteca governativa di Lucca[6] (1926-1928) con la qualifica di bibliotecaria di gruppo A, alla Mondolfo, che intanto aveva brillantemente superato l’esame per la promozione a bibliotecario direttore di seconda classe, fu affidata la direzione della Marucelliana di Firenze[7] (1928-1936), dove, senza accantonare lo studio dei fondi antichi, diede prova, nonostante l’esiguo numero di collaboratori, di notevoli doti pratiche e organizzative ponendo la sua azione in linea di continuità con quella modernizzatrice già avviata dal suo predecessore Guido Biagi, riattivando iniziative molto gradite al pubblico come quella delle letture serali, sospese a causa della guerra.

Le sue oggettive capacità direzionali e gestionali nonché l’ottimo curriculum che era già riuscita a costruirsi non costituirono però una ragione sufficiente per sentirsi al riparo da pericoli personali e ritorsioni  professionali dal momento che la Mondolfo cominciava ad avvertire come una minaccia sempre più pressante il clima di progressiva irreggimentazione ideologica che si respirava nel Pese e che, nella fattispecie, andava a gravare su quanti operassero come dipendenti pubblici. Perciò si convinse della “opportunità” di iscriversi, nonostante le sue simpatie politiche di segno opposto, al Fascio di Firenze. Una scelta “obbligata” per certi versi, dettata solo dall’amore e dal rispetto per il suo lavoro, ma probabilmente giunta troppo tardi dal momento che siamo già nel 1933, anno in cui l'appartenenza al partito fascista era diventata conditio sine qua non per il mantenimento della propria posizione lavorativa. Non solo. Cinque anni più tardi il fascismo si sarebbe avviato concretamente sulla strada dell’antisemitismo e l’iscrizione al partito si rivelò inutile rispetto a questa inesorabile deriva razzista, smentendo la speranza che, grazie alla tessera del Pnf, «il regime, a quel punto, non avrebbe potuto nuocerle, né arrivare a destituire – come invece farà – un funzionario delle sue capacità professionali e del suo impegno»[8].

Il 1936 fu l’anno in cui raggiunse uno dei punti più alti della sua luminosa carriera: la direzione della prestigiosissima Biblioteca nazionale centrale di Firenze. Da uno dei centri più importanti della tradizione bibliografica italiana quale era appunto l’istituto fiorentino, la Mondolfo avallò un nuovo schema unificato di soggetti che però sarebbe stato pubblicato, corredato da una sua prefazione, molti anni più tardi, nel 1956, con il titolo di Soggettario per i cataloghi delle biblioteche italiane. In questo caso, la Mondolfo riprese un’idea che aveva già proposto nel 1931, al primo congresso dell’Associazione dei bibliotecari italiani in cui auspicava, sulla base delle tesi di Desiderio Chillovi, punto di riferimento della biblioteconomia italiana dell’Ottocento, l’introduzione di forme di unificazione catalografica e l’azione di una schedatura “internazione” volta a favorire la diffusione e a facilitare gli scambi con gli istituti bibliografici esteri.

Intanto, nel 1937, dopo appena un anno, il Ministero le comunicò il trasferimento alla Biblioteca universitaria di Padova. Il motivo di tale precipitosa e opinabile decisone, dietro cui altro non si celava che un declassamento, fu dichiaratamente politico[9]. Nell’estate del 1937 le biblioteche fiorentine avevano subito l’ispezione ministeriale guidata da Francesco Pellati che aveva passato in rassegna comportamenti e scelte del personale che vi lavorava. Da tempo la Mondolfo era considerata sospetta sia in quanto ebrea sia in quanto parente del noto intellettuale socialista Rodolfo Mondolfo, inviso al fascismo, nonché vicina ad altri importanti oppositori come Gaetano Salvemini, Gaetano Pieraccini ed Edmondo Cione. Anche per questo era finita sotto sorveglianza da parte della questura di Firenze, la quale aveva intercettato una sua lettera diretta all'«oppositore Benedetto Croce». Come si legge dalla relazione ispettiva, oltre ad altri episodi riferiti ma non documentati (tra cui l’aver trattato con durezza gli impiegati fascisti durante gli anni a Lucca, o il non aver esposto la bandiera italiana né tenuto il ritratto di Mussolini nel suo ufficio alla Marucelliana), due furono quelli che pesarono ai fini dell’allontanamento finale. Il primo era relativo alla sua opposizione a siglare nel 1925 la “sottoscrizione del dollaro” (per l’aiuto alla patria a pagare i debiti di guerra con gli Stati Uniti) se non si fosse tolta l’intestazione al Duce; il secondo riguardava un altro diniego: quello di far parte dell’Associazione fascista della scuola, giustificato dal fatto di essere già membro dell’Associazione delle biblioteche italiane[10]. Come se non bastasse, le era stata, inoltre, annullata d'ufficio l'iscrizione al Partito nazionale fascista formalizzata quattro anni prima[11]. Solamente grazie all'aiuto e alla mediazione di Giovanni Gentile, riuscì, con l’animo gravato da «una grande tristezza e una grande amarezza»[12], a ottenere di essere inviata a Roma, in forza alla Biblioteca Angelica prima e all’Alessandrina poi, per occuparsi della collana ministeriale «Indici e cataloghi delle biblioteche italiane» e della redazione di alcune voci dell'Enciclopedia italiana, alla quale offriva la sua collaborazione già dall’inizio degli anni Trenta. Fu un anno duro, segnato da un progressivo isolamento sociale e da una non minore marginalizzazione professionale, mitigati soltanto dalla frequentazione di casa Gentile e dal gruppo di lavoro che ruotava appunto attorno all’Enciclopedia, additata da molti come covo di ebrei.

 

1938-1942: licenziamento, confino e altre “sventure”

Nel 1938, con l’entrata in vigore delle leggi razziali, la situazione precipitò irrimediabilmente. Nell’agosto di quell’anno, in concomitanza con l’inizio delle pubblicazioni de “La Difesa della razza”, la Direzione generale per la demografia e la razza, facente capo al Ministero dell’Interno, avviava un censimento speciale rivolto a tutti gli ebrei presenti sul territorio nazionale. Tale rilevazione era stata anticipata da una circolare del ministro Giuseppe Bottai nella quale si chiedeva la compilazione di cosiddette schede personali per il «censimento del personale di razza ebraica» da parte della totalità dei dipendenti, di ruolo o meno, operativi in tutti i comparti del Ministero dell’Educazione nazionale. I moduli, da restituire al dicastero, prevedevano la compilazione di una serie di campi obbligatori (nome, cognome, data e luogo di nascita, composizione del nucleo familiare) seguita da un questionario di sette domande alle quali si poteva rispondere solo affermativamente o negativamente tranne al quesito quinto in cui veniva data la possibilità di precisare modi, tempi e motivazioni della eventuale conversione a una fede diversa da quella ebraica. I risultati di questa rilevazione, giunti dopo sollecitazione ministeriale in ottobre, si tradussero nel provvedimento di esclusione degli ebrei, come previsto dal regio decreto legislativo del 17 novembre 1938 per tutti gli impieghi pubblici e assimilati[13].

Tra i settori sottoposti a indagine c’era, ovviamente, anche quello bibliotecario. Dalla rilevazione, emerse che il 6,6% degli impiegati delle biblioteche pubbliche governative appartenenti al cosiddetto gruppo A, vale a dire alla categoria di rango più alto per l’accesso alla quale era necessario possedere un titolo di studio universitario, era di origine ebraica (pari a 6 impiegati su 91). Anita Mondolfo, all’epoca funzionaria di VII grado con la qualifica di bibliotecaria di 2ª classe, compilò la sua scheda personale tra l’agosto e il settembre del 1938[14]. Il 13 febbraio 1939, insieme ad altri sette impiegati di “razza” ebraica, venne dispensata dal servizio e, come da prassi, si procedette al suo licenziamento; meno di due settimane più tardi, sulla base delle nuove disposizioni legislative, fu costretta ad autodenunciarsi in qualità di appartenente alla razza ebraica[15]. Il 10 giugno 1940, giorno dell'entrata in guerra dell'Italia al fianco dell’Asse, fu arrestata come «ebrea antifascista» con l’accusa di essere un soggetto altamente pernicioso, «capace di turbare l'ordine pubblico in tempi eccezionali»[16]. Scongiurato il pericolo di essere subito condotta in un campo di concentramento, rimase in regime detentivo per quattordici giorni nel carcere di Regina Coeli, a Roma, per essere successivamente trasferita, accompagnata da un foglio di via e sotto scorta, a Montemurro, località montuosa e desolata dell’entroterra potentino. Qui subì tutte le ristrettezze e le difficoltà cui andarono incontro molti altri internati[17]. Nessuna possibilità di svolgere attività politica e di informarsi mediante giornali o altri mezzi che non risultassero preventivamente sottoposti a censura, nessun contatto con i familiari che non fosse stato autorizzato dal Ministero dell’Interno, nessuna facoltà di disporre dei propri documenti e dei propri averi. Inoltre, poiché nella sua veste di dipendente pubblica percepiva una pensione minima, la Mondolfo venne giudicata in grado di provvedere autonomamente al proprio sostentamento. Unico, e insperato, appoggio fu quello che le giunse dalla popolazione locale la quale, venuta a conoscenza della sua storia, non mancò di farle sentire la propria vicinanza. In questo sofferto frangente, la British Federation of University Women (BFUW) provò ad interessarsi al suo caso cercando, invano, di garantirle lo status di rifugiata[18].

Nell’agosto del 1940, grazie all’indefessa opera di mediazione e di pressioni dispiegata dall’amico Giovanni Gentile (che dal primo giorno di carcerazione era intervenuto in sua difesa), ottenne il trasferimento a Senigallia[19], altra località d'internamento per dissidenti politici. Qui, tra vani tentativi di revoca dell’internamento e altrettanto inutili istanze di proscioglimento dalle accuse, in una delle quali, per scrollarsi di dosso l’imputazione di attività antipatriottiche, ricordò anche le tante iniziative di assistenza e di mobilitazione di cui fu promotrice e protagonista durante la Grande guerra, trascorse oltre due anni prima di arrivare alla svolta decisiva. Bisognò attendere infatti il 18 dicembre del 1942 quando, a seguito della dolorosa supplica traboccante di «dignitosa disperazione»[20] inviata in autunno a Gentile – che non aveva mai cessato di profondersi nell’opera di intercessione e di aiuto nei suoi confronti – poté tornare libera in seguito al provvedimento di grazia concessole da Benito Mussolini. Finiva così il suo internamento, un’esperienza terribile che, come molti altri che l’avevano subita, tenne sempre e soltanto per sé, custodita in un silenzio raramente violato, pieno di composto dolore e di decoro. Un silenzio che nemmeno la documentazione archivistica consente di squarciare perché ciò «che ci perviene è una sorta di istantanea che contempla solo i mesi, o gli anni, della reclusione», un periodo che, anche per Anita Mondolfo come per molte altre che riuscirono a sopravvivere, «fu solo una parentesi da scordare»[21].

Il 1943 fu un anno travagliato, di passaggio. Il clima di incertezza e di caos che serpeggiava per il Paese rese indispensabile per Anita e per il resto della famiglia cercare una qualche disperata via di salvezza, rifugiandosi nelle campagne limitrofe a Senigallia e cambiando spesso nascondiglio per evitare di finire nelle mani dei nazifascisti. Solo nell’estate del 1944 la situazione migliorò: la notizia della duplice liberazione di Senigallia e di Firenze nonché la proclamazione di Roma “città aperta” la porteranno a reputare ormai maturi i tempi per tentare il ritorno nella capitale. Nel mezzo di una guerra disastrosa, con un’Italia spaccata in due e con le vie di comunicazioni “normali” precluse, Anita Mondolfo raggiunse la capitale in maniera a dir poco rocambolesca: a bordo di un camion di soldati alleati israeliti.

 

Il filo interrotto

A Roma, dall’agosto al novembre 1944 fu riammessa in ruolo come soprannumeraria alla Biblioteca di archeologia e storia dell'arte. Ma la Mondolfo, forte anche della titolarità per grado di carriera, puntava ad essere reinserita là dove si trovava prima di essere colpita dagli ingiusti provvedimenti persecutori del regime. Tuttavia, la reggenza della Biblioteca Nazionale di Firenze era stata assegnata, dal 1941, ad Anna Saitta Revignas[22] che era in attesa di un provvedimento di riconferma da parte del Ministero che si trovò così impegnato a dirimere una contesa di non semplice soluzione. Per cercare di districarsi tra le legittime attese e richieste delle sue due valide dipendenti trovatesi, senza volerlo, una contro l’altra si decise di applicare, in ambito bibliotecario, un principio simile a quello dello sdoppiamento delle cattedre che, in ambito universitario, aveva permesso di reinserire i docenti ebrei allontanati: in applicazione di tale regola, la Mondolfo sarebbe diventata direttrice della biblioteca mentre alla Saitta Revignas sarebbe andata invece la Soprintendenza. La vexata quaestio, rimasta in sospeso a seguito del diniego della Mondolfo rispetto all’opzione proposta, ebbe un felice epilogo soltanto il 21 giugno del 1945 con il trasferimento nella “sua” Firenze e la doppia nomina di direttrice e soprintendente bibliografica con, in più, la promozione per merito al ruolo di bibliotecaria direttrice di prima classe e grado sesto. Qui rimase al timone fino al 1953 distinguendosi, ancora una volta, per le consuete autorevolezza, serietà, competenza e umanità[23]. Le stesse doti che trasudano dalle pagine di denuncia pubblicate nel 1942 su «Il Ponte», rivista fondata da Piero Calamandrei, in cui, nel chiamare alla mobilitazione tutte le forze del mondo bibliotecario affinché fossero messi in sicurezza cataloghi e repertori bibliografici pesantemente e, spesso intenzionalmente, danneggiati dalla guerra, condannò la spietata volontà distruttrice di certe operazioni:

Quello che non sapevamo, quello che alla mente repugna di ammettere è che nel secolo della cultura trionfante si possano incendiare appositamente le biblioteche, si possa farle saltare per mine accuratamente disposte nei sottosuoli, ma anche questo ci ha fatto vedere la Germania[24].

L’impronta data alla Biblioteca, la spinta innovatrice e la visione modernizzatrice, unite alle innumerevoli attività e iniziative messe in campo in quegli anni[25], le fecero guadagnare la stima e il plauso pressoché unanime della comunità degli studiosi e degli addetti al settore, come testimoniato dalle incisive parole con cui Ettore Allodoli dipinse il suo ritratto: «energia, competenza, urbanità sono le doti che si riuniscono in lei, le doti che ci vogliono. […] La Dott.ssa Anita Mondolfo è un efficace esempio di come si possa stare degnamente a capo di una così grande istituzione interessante gli studiosi d’ogni paese civile»[26].

Questi anni intensi furono anche segnati dalla volontà di ribadire la centralità delle biblioteche popolari come ineludibili strumenti di promozione della democratizzazione delle masse. Tale profondo convincimento portò la Mondolfo a formalizzare la sua iscrizione all’Unione italiana della cultura popolare, coronata, nel 1948, dall’elezione nel direttivo della Federazione italiana delle biblioteche popolari insieme a Riccardo Bauer e a Ettore Fabietti, autorevoli promotori delle iniziative a sostegno della lettura e della divulgazione popolare. In quella veste, denunciò senza mezzi termini la dannosità della politica di ostracismo adottata dal fascismo[27], con sistematica intenzionalità, ai danni del tessuto delle biblioteche popolari creato dall’ente pensato da Filippo Turati. La nascita dell’Ente nazionale biblioteche popolari e scolastiche (ENBPS), tenuto a battesimo dal regime, di fatto smantellava quella rete senza sostituirla con qualcosa di altrettanto valido, perpetuando lo stato di ignoranza delle masse proprio nel periodo in cui, nel resto d’Europa, si andava diffondendo quel concetto di “biblioteca per tutti”, anticipatore di quello oggi condiviso di public library.

Ricoprì anche incarichi di docenza: si occupò infatti, per un triennio, dell'insegnamento di biblioteconomia alla Scuola speciale per bibliotecari e archivisti paleografi dell'Università di Firenze[28]. In quegli anni prese corpo, in maniera finalmente esplicita, anche la sua decisione di impegnarsi in prima persona in politica, candidandosi (in modo simbolico, va detto, al punto che non ci fu campagna elettorale a suo supporto) tra le fila di Autonomia socialista nel collegio di Firenze-Prato. Sebbene la performance elettorale in ambito locale non sia stata particolarmente brillante (52 i voti presi dalla Mondolfo e 8800 dalla lista), essa tuttavia, a livello nazionale, consentì di vanificare il disegno della Democrazia cristiana di accaparrarsi il premio di maggioranza previsto dalla cosiddetta “legge-truffa”. A tutto ciò si aggiunse la nomina a ispettrice generale bibliografica, ultimo significativo sigillo della sua brillante carriera prima del definitivo pensionamento nel 1955.

In realtà, avendo raggiunto i limiti di età e di servizio, la sua ultima qualifica professionale avrebbe dovuto essere quella di direttrice di biblioteca di 1ª classe ma ciò non piacque alla Mondolfo che chiese ed ottenne una proroga rispetto al provvedimento del 1° maggio del 1953 con il quale si stabiliva il suo collocamento a riposo. Per differire il suo allontanamento dal lavoro fece appello alla norma in base alla quale ai docenti universitari ebrei era stata riconosciuta la facoltà di protrarre l’insegnamento fino ai 75 anni, facendo presente che disposizioni analoghe avrebbero dovuto essere prese anche per gli altri impiegati della pubblica amministrazione che, in quanto ebrei, avevano subito simili trattamenti discriminatori. La sua richiesta però, in un primo momento, non venne accolta, tanto che si creò l’inedita situazione di una biblioteca come la Nazionale in cui figuravano due direttrici: la Mondolfo, ben intenzionata a non lasciare il suo posto, e Irma Merolle Tondi, fresca di nuova nomina. Lo stallo si risolse con un compromesso: revocato il provvedimento di collocamento a riposo, la Mondolfo ricevette la qualifica e l’incarico di ispettrice bibliografica di grado quinto; in più, le fu concesso il privilegio di lavorare a Firenze anziché nella “naturale” sede romana del ministero.  

Nell’ultimo decennio della sua attività lavorativa, Anita Mondolfo, per nulla piegata dalle non poche traversie che aveva dovuto subire, fu tra le più attive protagoniste della vita culturale italiana. Fu lei a promuovere la costituzione della Sezione toscana dell'Aib, nel cui primo Comitato regionale venne eletta (1949-1952) ricoprendovi anche la carica di vicepresidente; rieletta pure nel triennio successivo (1953-1956), si dimise nel 1955, in concomitanza con la fine dei suoi altri impegni lavorativi e istituzionali. Tra questi ultimi, non possono non essere ricordati quelli, di grande prestigio, svolti come componente della commissione per il riesame della legge sul diritto di stampa, della rappresentanza italiana nella Commissione per l'educazione, la scienza e la cultura dell'Unesco, del Comitato direttivo del Centro nazionale per il catalogo unico delle biblioteche italiane.

La professionalità della Mondolfo fu indiscussa: la sua biografia professionale e il ricco corpus bibliografico dei suoi scritti lo attestano in maniera inequivocabile[30]. Nel 1956, al congresso AIB tenuto a Trieste, ricevette pubblici riconoscimenti da parte di tanti colleghi che ne ricordarono i molti meriti e le consegnarono la medaglia d’oro alla carriera.

Negli anni che precedettero il ritorno nella terra natìa, la Mondolfo continuò a spendere le sue migliori energie nello svolgimento delle attività predilette: ultimò la bibliografia degli scritti dell'amico e sodale Piero Calmandrei oltre ad una serie di articoli dedicati a importanti personaggi del panorama culturale italiano nonché il saggio sullo scrittore irlandese Alfred William Benn, la cui biblioteca era stata acquisita dalla Nazionale negli anni della sua direzione. Contestualmente, uscirono alcune voci da lei redatte per il Dizionario enciclopedico italiano e per il Dizionario biografico degli italiani. Ebbe anche il tempo di realizzare uno dei suoi sogni: recarsi in Israele, con l’amica Flora Levi D’Ancona, per vedere da vicino la vita all’interno di un kibbutz.

Dopo aver assistito, impotente e sgomenta, alla tragica alluvione del 4 novembre 1966, nel maggio del 1968 maturò la decisione di ritornare definitivamente a Senigallia. Volle stabilirsi nella stessa casa della sua infanzia che aveva fatto ricostruire dopo il terribile terremoto del 1930. Negli ultimi nove anni della sua vita, assistette alla progressiva scomparsa dei suoi affetti più cari, sia tra gli amici che tra i parenti, mentre continuò a lavorare per assicurare alla sua città natale il lascito della sua ricca biblioteca[29]. La morte la colse alla veneranda età di novantuno anni, il 4 marzo 1977.

A fronte di necrologi e di articoli sui giornali che ne annunciavano la scomparsa, oggi, la figura della Mondolfo sembra esser stata pressoché dimenticata. I riconoscimenti ufficiali su riviste professionali scarseggiano, la stessa cittadina marchigiana che pure le ha dato i natali non la ricorda, non la celebra e, di fatto, pare aver rimosso l’esempio di una donna che, come si può leggere sulla sua lapide nel cimitero israelita senigalliese, «amò la cultura in modo particolare e ne trasse grande soddisfazione».


Note

1 http://bollettino.aib.it/article/view/8369.

2 Silvia Serini, Anita Mondolfo, in http://www.tuconmecontrolediscriminazioni.wordpress.com.

3 Sulla figura di Casamassima si rimanda a Tiziana Stagi, Una battaglia della cultura: Emanuele Casamassima e le biblioteche, Roma, Associazione italiana biblioteche, 2013.

4 Elisabetta Francioni, Bibliotecari al confino: Anita Mondolfo, in «Bollettino AIB», vol. 38, 1998, n. 2, p. 167.

5 Comune di Senigallia, Ufficio di Stato civile, estratti di nascita e di morte.

6 Anita Mondolfo, Un biennio di lavoro nella R. Biblioteca governativa di Lucca, «Accademie e biblioteche d’Italia», 3/1929, n. 2, pp. 185-189 (articolo originariamente attribuito ad Amos Parducci cui seguì rettifica nel numero successivo).

7 I direttori delle biblioteche pubbliche governative, «Accademie e biblioteche d’Italia», 7/1933, n. 1, pp. 72-73.

8 Francioni, Bibliotecari al confino: Anita Mondolfo, cit., p. 175.

9 Archivio centrale dello Stato (d’ora in avanti Acs), Ministero dell’Interno, Polizia politica, busta 854, fasc. Anita Mondolfo.

10 Acs, Ministero della Pubblica istruzione, Accademie e biblioteche, 1926-1948, b. 74, fasc. “Ispezione alle biblioteche di Firenze”, Relazione dell’ispettore generale Francesco Pellati, s. d. [databile al luglio del 1937].

11 Carlo De Maria, Le biblioteche nell’Italia fascista, Milano, Biblion, 2016, pp. 195 e segg.

12 Gabinetto scientifico letterario G.P. Viesseux, Archivio contemporaneo A. Bonsanti, Fondo Orvieto, lettera di Anita Mondolfo ad Angiolo Orvieto, 17 settembre 1937.

13 Regio decreto legislativo 17 novembre 1938, n. 1728, Provvedimenti per la difesa della razza italiana.

14 Carlo De Maria, Biblioteche, in Id. (a cura di), Fascismo e società italiana. Temi e parole-chiave, Bologna, Bradypus, 2016, pp. 74-77.

15 Simonetta Carolini (a cura di), “Pericolosi nelle contingenze belliche”: gli internati dal 1940 al 1943, Roma, ANPPIA, 1987, p. 635.

16 Francioni, Bibliotecari al confino: Anita Mondolfo, cit., pp. 167-189.

17 I documenti concernenti l’arresto e la detenzione di Anita Mondolfo si trovano in Acs, Min. dell’Interno, Direz. gen. P.S., Div. AA.GG.RR., Serie Categ. A5G IIª Guerra mondiale - Internati civili, b. 237.

18 Andrea Hammel, Anthony Grenville, Sharon Krummel, Refugee Archives: Theory and Practice, The Yearbook of the Research Centre for German and Austrians Exile Studies, 9, 2007, p. 120.

19 Sulla realtà del campo di Senigallia si rimanda a Giuseppe Morgese, L’internamento a Senigallia, in Marco Severini (a cura di), La Resistenza in una periferia. Senigallia e il suo circondario tra 1943 e 1944, Fano, Aras Edizioni, 2014, pp. 117-133; sull’internamento in regione si rinvia a Maila Pentucci, Ebrei internati nelle Marche: percorsi di impegno politico, antifascismo e Resistenza, in Edoardo Bressan, Annalisa Cegna, Ead. (a cura di), Storie di donne e uomini tra internamento e Resistenza nelle Marche, Macerata, Eum, 2017, pp. 137-155.

20 Francioni, Bibliotecari al confino: Anita Mondolfo, cit., p. 181.

21 Annalisa Cegna, Alcune riflessioni sull’internamento femminile fascista, in «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», 3/2018, n. 35.

22 Antonio Giardullo, Anna Saitta Revignas, direttrice della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, e le vicende belliche del 1944, in Il linguaggio della biblioteca. Scritti in onore di Diego Maltese, vol. 2, raccolti da Mauro Guerrini, Firenze, Regione Toscana, Giunta regionale, 1994, p. 447.

23 Dieci anni di vita delle biblioteche italiane: le biblioteche di Stato, Roma, Palombi, 1957, pp. 68-69.

24 Anita Mondolfo, Le biblioteche d’Italia e la guerra, «Il Ponte», 2/1946, n. 6, p. 550.

25 Tra le altre, si ricordino almeno: revisione dei cataloghi per autori e periodici, aggiornamento catalogo generale per soggetto, reclami delle copie d’obbligo, completamento delle serie dei periodici interrotte, nuovi acquisti, incremento delle schedature a seguito di nuove importanti e pregevoli acquisizioni librarie (di intere biblioteche, di fondi o di manoscritti preziosi) frutto, spesso, di donazioni, riorganizzazione sale riservate e sale di conservazione, creazione della sezione di Bibliografia generale.

26 Ettore Allodoli, I collaboratori di Arte mediterranea: profili, «Arte mediterranea», settembre-ottobre 1949, p. 82.

27 Anita Mondolfo, Esperienze delle biblioteche popolari in Italia, in Atti del primo Congresso nazionale della cultura popolare, Firenze, Palagio di Parte guelfa, 15-18 ottobre 1947, Milano, Vallardi, 1948, pp. 51-56.

28 http://www.aib.it/aib/editoria/dbbi20/mondolfo.htm.

29 Oggi, la sua ricca biblioteca, in cui figurano testi di biblioteconomia, storiografia, critica letteraria, politologia accanto a riviste di settore, ritagli di giornale e pubblicazioni legate al mondo ebraico, è custodita all’interno del Fondo Anita Mondolfo, ospitato dalla Biblioteca Antonelliana di Senigallia (a cui si riferisce la foto di apertura dell'articolo).