Come citare questo articolo: , Il Polline e la ruggine: memoria, lavoro, deindustrializzazione a Sesto San Giovanni. Un documentario e un progetto di ricerca tra storia orale, etnografia e storia pubblica, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/vol2/societa-e-cultura/documentario/garruccio-zanisi-il-polline-e-la-ruggine-memoria-lavoro-deindustrializzazione-a-sesto-san-giovanni. Ultimo accesso 16-11-2018.

Il polline e la ruggine è un documentario realizzato a costi molto bassi tra il 2015 e il 2016 e fruibile on line dall’aprile 2018 sul canale Youtube della Fondazione ISEC - Istituto per la storia dell’età contemporanea[1]. Come dice il suo sottotitolo, riguarda le dismissioni industriali nella città di Sesto San Giovanni e il dipanarsi dei loro effetti lungo gli ultimi tre decenni.

Alle spalle di questo particolare prodotto multimediale c’è però una ricerca più ampia e ci sono collaborazioni articolate tra studiosi, professionisti, istituzioni. L’obiettivo di questa breve nota è quello di illustrare il percorso tra questa ricerca e queste collaborazioni e il documentario di cui parliamo.

Il progetto che fa da più larga cornice era stato avviato nel 2013, sempre con l’obiettivo di studiare le dismissioni di Sesto, ma ha avuto una netta svolta quando nel 2014 ha ottenuto un finanziamento di Regione Lombardia. L’occasione fu rappresentata da un bando pubblico rivolto, in termini generali, alla valorizzazione del patrimonio culturale lombardo. A lanciare il bando era, appunto, la Regione Lombardia, su risorse del Fondo sociale europeo. A rispondere a quel bando sono formalmente stati la Fondazione ISEC di Sesto San Giovanni e il Dipartimento di scienze della mediazione linguistica e di studi interculturali dell’Università di Milano, un dipartimento che è a sua volta dislocato a Sesto. A ragionare intorno ai temi che il bando proponeva fummo noi due che scriviamo insieme a una collega antropologa, Sara Roncaglia. Il nostro progetto di ricerca, poi accolto dalla Regione, aveva alcuni pilastri che crediamo valga la pena di presentare: un caso di studio rilevante, un’idea di partenariato ampio, la possibilità di mettere insieme uno staff interdisciplinare, un’idea metodologica forte. Il progetto puntava infatti sia a costruire fonti orali originali sulla deindustrializzazione a Sesto, sia a provvedere come e dove garantirne la conservazione e come dare loro risalto; puntava in altre parole sia a raccogliere, sia a fare conoscere le narrazioni e le rappresentazioni delle ricadute locali di quei più ampi processi globali di riconfigurazione spaziale della produzione manifatturiera che chiamiamo deindustrializzazione.

Gli esiti della nostra indagine sono stati quindi pensati contestualmente al progetto e alla riflessione sulle criticità e sulle potenzialità di una ricerca partecipata e sono stati individuati da subito nella costruzione di un archivio audiovisivo che potesse diventare parte del patrimonio culturale della città, nella realizzazione di un documentario che facesse leva su quell’archivio e nell’organizzazione di una serie di incontri e iniziative pubbliche che fossero occasioni di restituzione dei nostri risultati alla città di Sesto e al nord Milano.

 

Le domande della ricerca

Se il farsi della storia industriale di Sesto è stata molto seriamente studiata e con molti contributi storiografici, non si può dire lo stesso del suo disfarsi e del suo trasformarsi. Ma proprio qui noi volevamo collocare la nostra indagine. Il quadro generale di riferimento che avevamo in mente era dato da una serie di quesiti che da almeno due decenni venivano gradatamente formulati nell’ambito dei cosidetti deindustrial studies e, più in generale, dagli studi attenti ai processi di ridefinizione del peso dell’industria nell’economia in diverse aree del mondo sviluppato, precipuamente in Nord America, nell’Europa occidentale e nell’Europa post-sovietica[2].

Le domande di ricerca che ci premevano di più erano quelle che avevano già fatto da guida ad altri: in che modo, in che modi le persone ricordano il lavoro industriale e la sua perdita? Come si ripensano i luoghi che sono stati industriali e sono oggi in mezzo a una trasformazione incerta? Come si ripensano e li ripensano le persone che quei luoghi non più industriali li hanno vissuti e che li vivono? Quale relazione esiste tra passato industriale e memoria di chi ne ha fatto e ne fa esperienza oggi? A quali strategie e quadri mentali, a quali narrazioni le persone fanno ricorso per dare un senso e per commentare questo passato? Quale senso e significato danno alla distruzione di un ordine sociale, economico e di vita quotidiana – quello dell’ordine della fabbrica – che pareva così radicato e pervasivo? Come viene narrata l’esperienza della caduta di questa illusione di permanenza e stabilità che era stata data dall’industria novecentesca? Quali sono gli effetti più disorientanti, più elusivi di questo passaggio che è stato, se non la fine del mondo, certo la fine di un mondo?[3]

 

Il caso di studio e la sua rilevanza: Sesto San Giovanni

Il contesto verso il quale queste domande sono state da noi indirizzate è dunque Sesto San Giovanni. Sesto, che contava quasi 100.000 abitanti nel 1981, a seguito delle dismissioni industriali iniziate a metà di quel decennio ha perso quasi il 20% della sua popolazione. Oggi ha circa 82.000 residenti, una consistenza demografica che nella Regione Lombardia la configura come il secondo comune più grande per numero di abitanti dopo Milano e il terzo più densamente popolato (con 6.951,3 abitanti/kmq) dopo Milano e Bresso, mentre i dati dell’ultimo censimento ci dicono che il 17% dei suoi cittadini non sono italiani.  

Sesto ha un’importante storia manifatturiera. In particolare, è il luogo dove alcuni grandi business di seconda rivoluzione industriale si installano all’apertura del ’900 nell’ambito dei più interessanti settori produttivi del momento, facendola rapidamente diventare non una company town ma un vero e proprio hub industriale.

Le imprese che sono grandi protagoniste di questa storia (Ercole Marelli, Breda, Falck,  Magneti Marelli e Campari) alla fine di quel secolo a Sesto non ci sono già più, però a questo luogo hanno lasciato un’identità marcata. Sesto, a cui è stata riconosciuta la medaglia d’oro della Resistenza al nazifascismo, e che anche per questo era “la Stalingrado d’Italia” – secondo un appellativo coniato da Pietro Secchia nel 1950  –, negli anni della crescita arriva a essere il quinto polo industriale italiano, con una diffusa cultura operaia e un tasso di sindacalizzazione che nel decennio successivo si colloca vicino al 90%. Un comune importante con una parabola importante quindi, e anche un interessante laboratorio politico visto che la sua amministrazione, alle ultime elezioni locali dell’estate 2017, è passata per la prima volta in settant’anni a una coalizione di centro-destra.

 

Un fuoco stretto sulle acciaierie Falck

Nell’ambito del contesto storico sestese, noi abbiamo però finito con il concentraci sul caso particolare della dismissione delle acciaierie Falck, e per due importanti motivi. Da un lato, per la rilevanza che ha di per sé questo specifico caso industriale: la Falck, che si insedia a Sesto nel 1906, vi apre in rapida sequenza quattro grandi stabilimenti (Vulcano, Unione, Concordia e Vittoria), e nella seconda parte del ’900 arriva a rappresentare la maggiore impresa siderurgica privata del paese. Dall’altro, per l’interesse che oggi rivestono gli spazi che dalla produzione dell’acciaio Falck sono stati lasciati liberi, e che costituiscono un grande vuoto nel mezzo del centro urbano. Con quasi un milione e mezzo di metri quadri, le aree Falck sono infatti l’area ex-industriale soggetta a riqualificazione più grande d’Europa, insistono nel perimetro della cosiddetta città metropolitana di Milano – che, sempre in Europa è la terza per dimensione –, distano poco più di 10 chilometri dal centro storico di Milano e anche per questa contiguità, spaziale e funzionale, rappresentano un affare immobiliare di colossale portata (che ha finito con l’attrarre l’interesse finanziario del maggior gruppo immobiliare arabo saudita). Nelle diverse incertezze che ancora pendono su questa larga porzione di terreno, l’aspetto forse più noto è che l’ultimo masterplan, firmato da Renzo Piano, vi prevede l’insediamento della “Città della salute e della ricerca” sulla base di un accordo di programma tra la Regione Lombardia, il Comune di Sesto, il Comune di Milano, il Ministero della Salute, l’Istituto Nazionale dei Tumori e l’Istituto Neurologico Besta: ospedali, università, residenze ospedaliere, e questo accanto a residenze civili, servizi, centri commerciali, un grande parco.

 

Le scelte di metodo e di prospettiva

Il nostro progetto nel suo complesso si è mosso tra storia orale, etnografia, antropologia visuale e storia pubblica. E la nostra ricerca, come abbiamo già richiamato, puntava a generare prodotti coerenti con questa prospettive: una collezione di 50 interviste in profondità, che abbiamo voluto impostare sul modello di racconti di vita e di lavoro, interviste della durata di circa due o tre ore ciascuna, per un totale di più di 100 ore di registrazione in audio e in video, integralmente trascritte, e che ora costituiscono un compatto archivio audiovisivo depositato presso la Fondazione ISEC; una dettagliata documentazione fotografica realizzata sugli spazi ex-industriali della città durante lo svolgimento della ricerca; e il documentario che qui presentiamo.

Siamo partite infatti dalla convinzione, ormai largamente condivisa, che la deindustrializzazione sia molto più che solo la perdita della produzione industriale, e che la portata culturale della deindustrializzazione sia uno smottamento che non ha ancora finito di manifestare i suoi effetti, molti dei quali – soprattutto quelli politici e culturali – hanno preso, e ancora prenderanno, visibilità solo con il tempo.

Il Polline e la ruggine porta l’attenzione sui diversi significati di un fenomeno che è un lungo processo, e non affatto un evento, ed evidenzia ancora una volta non solo come le persone ne abbiano fatto esperienza in modo diverso, e ne producano resoconti altrettanto diversi, ma anche che ne rielaborano continuamente senso e significato. L’epigrafe che abbiamo scelto di inserire dopo i titoli di testa è stata quindi pensata per sottolinearlo da subito: è tratta da una delle monografie che hanno inaugurato gli studi sulla deindustrializzazione americana con uno sguardo non esclusivamente economico-sindacale; ne era autrice una antropologa, che è stata forse la prima ad affrontare l’oggetto delle dismissioni industriali dall’ottica della sua disciplina; e crediamo riassuma bene quello che volevamo esplorare e che il documentario illumina: «The rust belt is not a static landscape, it is a cultural drama of communities in transition and people struggling to find a place for the past in the present»[4].

La singola voce a cui abbiamo affidato l’incipit[5] è stata invece scelta proprio per iniziare a dipanare continuità e discontinuità. Le dismissioni industriali a Sesto hanno una storia lunga e una cronologia peculiare: cominciano nel 1951 con la chiusura della sezione V aeronautica della Breda e hanno un’accelerazione nella seconda metà degli anni ’70 quando cessano invece le produzioni della Osva e della Pirelli Sapsa; ma il processo che possiamo chiamare di deindustrializzazione si innesca nel passaggio tra gli anni ’80 e gli anni ’90, quando progressivamente si ridimensionano e ristrutturano fino alla chiusura (o falliscono) prima la Magneti Marelli ed Ercole e poi la Finanziaria Ernesto Breda e le Acciaierie Falck; la fine del ’900 è quindi lo snodo che colloca Sesto San Giovanni tra i luoghi del mondo sviluppato che sono stati più schiaffeggiati dagli effetti dei cambiamenti tecnologici e geopolitici globali, che si iniziavano ad addensare sulle geografie della produzione manifatturiera nell’economia globale in quel torno di tempo.

 

Gli intervistati   

Gli intervistati della nostra ricerca, poi ricompresi in molti nel documentario che risulta dal montaggio stretto di brevi brani di testimonianza, sono stati infatti anche attivisti e dirigenti sindacali di quel periodo, ma sono stati soprattutto ex lavoratori e lavoratrici di Sesto e della Falck: operai e impiegati, di ufficio e di reparto, soprattutto uomini nel primo caso, perché parliamo di un contesto di lavoro che è tipicamente maschile, ma anche donne in ruoli differenti; abbiamo quindi ascoltato soprattutto persone tra i 65 e i 75 anni di età, che hanno intrecciato la propria biografia alla storia industriale della città, ma abbiamo intervistato anche giovani sestesi, figli e figlie di operai delle vecchie fabbriche, oppure nuovi cittadini, oppure ancora studenti in training nelle scuole professionali aperte in ex aree Falck.

Un aspetto non affatto trascurabile della nostra selezione di intervistati è che vi sono ricompresi alcune figure di dirigenti delle Acciaierie Falck degli anni ’80 e ’90: abbiamo voluto incontrare diversi middle manager che avevano alle spalle una lunga storia professionale in azienda, e alcuni top manager, in particolare della funzione del personale, i quali invece arrivano in azienda dall’esterno, arrivano cioè da altre imprese che avevano già subito a loro volta ristrutturazioni complesse e radicali, dirigenti che all’inizio degli anni ’90 vengono incaricati della dismissione della produzioni di acciaio da parte della proprietà.

 

I partner e lo staff interdisciplinare  

Una delle caratteristiche del nostro intervento su Sesto è stata la sinergia positiva creatasi tra molti soggetti diversi. Sotto il profilo delle istituzioni, la conduzione della ricerca è stata coordinata da tre attori principali con diversi ruoli: l’associazione culturale indipendente AVoce, di cui noi autrici di questa nota facciamo parte insieme a Sara Roncaglia; il Dipartimento di scienze della mediazione linguistica e di studi interculturali dell’Università degli studi di Milano, che è situato nel polo di Sesto San Giovanni proprio entro l’area che è stata occupata dalla Ercole Marelli fino alla riqualificazione degli anni zero e quindi a sua volta protagonista delle trasformazioni della città verso i servizi; la Fondazione ISEC. Nata nel 1973 con lo scopo di raccogliere, conservare e valorizzare fonti e documenti sulla storia della Resistenza e del movimento operaio, oggi è parte della rete che fa capo all’Istituto Ferruccio Parri. A Sesto ISEC conserva un patrimonio archivistico e librario imponente: 5 km di documenti, 170.000 fotografie, 100.000 disegni tecnici, 1.500 manifesti politici, 500 ore di interviste, 100.000 volumi, 4.000 periodici. Negli anni è diventata quindi un archivio economico territoriale, il luogo dove si è depositata la storia delle fabbriche (storia delle grandi imprese industriali, ma anche di partiti ed esponenti politici, militanti e di rappresentanti del mondo sindacale e associativo), la storia della “città delle fabbriche” come si è a lungo chiamata Sesto San Giovanni, e come continua a definirsi anche oggi anche per una diffusa attenzione (tra i cittadini e gli amministratori) a conservare queste tracce e questa storia.

Ma la conduzione della ricerca ha avuto anche altri due interlocutori imprescindibili. Da un lato, il Comune di Sesto San Giovanni: da sempre impegnato appunto nella conservazione della storia e della memoria urbana, nel tempo (e certo non senza contraddizioni) ha sostenuto molteplici interventi urbanistici e culturali strettamente attinenti alle trasformazioni post-industriali, come l’appoggio dato alla stessa Fondazione ISEC (che peraltro ha sede nella settecentesca villa Mylius che è di proprietà del Comune), ma anche lo spazio dell’ex Carroponte Breda ora dedicato a grandi eventi musicali, o il Mage che da magazzino generale e bulloneria della Falck è stato trasformato in uno spazio per piccole imprese creative (anche se attualmente temporaneamente chiuso), o il centro commerciale Vulcano che sorge dov’era la fonderia di ghisa dallo stesso nome, ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo. Dall’altro, la Direzione Generale Culture della Regione Lombardia, e in particolare l’Archivio di etnografia e storia sociale che dal 1972 promuove e finanzia ricerche sul lavoro e rappresenta un attore fondamentale nel panorama milanese non solo per la salvaguardia di archivi e beni immateriali, ma anche per la promozione di progetti, per la formazione di ricercatori e catalogatori.

Sotto il profilo delle competenze e delle professionalità, la collaborazione per la realizzazione del documentario non è stata meno fitta su piani diversi: quelli della qualità audio-video, del metodo, dei contenuti. Due storiche (noi che scriviamo) e un’antropologa (Sara Roncaglia), si sono trovate a interagire quotidianamente con un fotografo, un film-maker, due tecnici video-editor e altri tecnici di post-produzione video (pensando anche alla sottotitolazione del documentario in italiano e in inglese), un social media-manager, i musicisti jazz che hanno realizzato la colonna sonora originale del documentario e che l’hanno donata a chi lo ha prodotto; ma anche con gli archivisti della fondazione ISEC, il che ha consentito l’incrocio di fonti orali e fonti cartacee, testuali e fotografiche, disegni tecnici, a cui si sono sommati i documenti e gli oggetti raccolti durante le interviste e messi a nostra disposizione dai testimoni.

 

Criticità e potenzialità della ricerca partecipata

Shared authority e sharing authority – per richiamare la coppia di concetti prima introdotti e poi rielaborati da Michael Frisch[6] – comportano in ultima istanza la scelta di privilegiare il lavorare con il pubblico rispetto al lavorare per il pubblico. Questa è una prospettiva che certamente arricchisce la ricerca, ma che altrettanto certamente implica diverse fatiche e alcune delicate criticità, il che introduce alcune delle scelte precise che abbiamo fatto nella costruzione e confezione de Il polline e la ruggine. La prima è stata quella di rinunciare ad avere una voce fuori campo. La voce fuori campo tende inevitabilmente ad apparire come onnisciente e autorevole, a suggerire come reagire a ciò che vediamo. Nel contrapporre narrazioni e contronarrazioni, noi volevamo che restasse in evidenza il carattere congetturale del nostro lavoro di ricerca. L’insieme è stato affidato al montaggio delle voci dei testimoni, alle immagini (e al commento sonoro), ma non per questo l’abbiamo sottratto alla nostra autorialità.

La seconda scelta è stata quella di condividere il montaggiofinale delle interviste. Lo abbiamo voluto condividere, da un lato, con il film-maker che ha strettamente lavorato con noi, Riccardo Apuzzo, con il quale sono stati continui i dibattiti sulle opzioni (cosa selezionare del girato e cosa tagliare, quando e come montare, ossia cosa contrapporre, cosa affiancare e cosa tenere distinto, se aderire o meno a una cronologia, se usare altre immagini e altri materiali oltre al nostro girato e se sì quali, se usare un commento sonoro e quale, dove usarlo e come); dall’altro lato, lo abbiamo voluto condividere con i nostri intervistati. In questo passaggio, li abbiamo infatti re-incontrati tutti in piccoli gruppi convocati ad hoc, ingaggiando con loro discussioni che talvolta sono state accese e serrate. Il nostro obiettivo era infatti trovare un riscontro non solo formale che ogni intervistato si riconoscesse nel documentario senza disagio, anche laddove non ne condividesse l’impianto complessivo. Questo impianto, in ultima istanza, doveva essere nostro, così come nostra era ed è la sua responsabilità autoriale. Ma abbiamo tenuto sempre e comunque in considerazione i commenti di ciascuno e le rispettive posizioni critiche. Così, le discussioni con alcuni intervistati sono state fitte e vivaci per almeno due vasti ambiti di ragioni: sia perché l’accezione dell’espressione “tutela dell’immagine dell’intervistato” non è affatto immediatamente trasparente, perché non sono sempre leggibili, né tantomeno immediatamente leggibili, da parte dell’intervistatore i punti di sensibilità e di criticità personali degli intervistati; sia perché ci sono geografie del posizionamento e delle relazioni reciproche degli intervistati, specie se presi all’interno dell’organigramma di una grande impresa, che possono non essere affatto chiare prima di aprire discussioni e confronti di questo tipo.

La realizzazione di questo particolare prodotto della ricerca ci ha rese forse ancora più consapevoli di quello che nel lavoro con le fonti orali può rivelarsi critico, sensibile e anche inatteso quando dalla costruzione si passa alla loro utilizzazione su media diversi: il documentario, proprio nel suo montaggio, può sempre avere effetti imprevisti dalle persone nel momento in cui hanno rilasciato l’intervista (per esempio effetti di accentuazione delle dissonanze, di comico inintenzionale, di ridicolo oppure anche di forte impatto emotivo...).

Formate ai principi della storia orale, nel lavorare a Il polline e la ruggine non abbiamo mai dimenticato che intervistatore e intervistato sono coautori dell’intervista, anche se coautori con ruoli diversi. Né abbiamo dimenticato che all’intervistato resta la parola sull’esito finale di ogni forma di pubblicazione della sua testimonianza: resta perché così detta la legge (sul diritto d’autore e sulla privacy), ma resta anche laddove la legge non arriva e deve arrivare invece la deontologia e l’etica della ricerca. Al di là di quello che recita il modulo di consenso informato che l’intervistato firma prima di ogni intervista orientata alla ricerca storica, rivedere insieme ai nostri intervistati ciò che emergeva dal nostro montaggio è una scelta che abbiamo ritenuto corretta e che crediamo si sia rivelata anche molto opportuna[7].

Da ultimo, la rassegna delle forme virtuose di collaborazione che abbiamo sperimentate per realizzare questo documentario sarebbe tuttavia incompleta se non richiamassimo il fatto che esso è stato finanziato dal suo pubblico o almeno da una parte del suo pubblico attraverso appunto una campagna di crowdfunding. È stata una campagna per noi molto laboriosa perché avevamo escluso sin dall’inizio l’opzione di appoggiarci a una piattaforma on line, anche in considerazione delle dimensioni molto contenute del finanziamento di cui avevamo bisogno, e perché ciò è significato costellare la preparazione del filmato con una serie di eventi sociali aperti al pubblico[8].

 

Comunicazione e disseminazione: un doppio piano e un doppio pubblico

A proposito di pubblico, possiamo ora quindi precisare meglio a chi, con il nostro documentario, ci siamo rivolti e come abbiamo raggiunto la nostra udienza. Sul piano della comunicazione scientifica, il documentario è stato presentato agli studiosi e agli addetti ai lavori in una serie di occasioni: un primo workshop internazionale, organizzato da noi a Sesto San Giovanni nel marzo 2015, è stato seguito dalla presentazione del progetto all’interno di più convegni internazionali[9], e da una proiezione preso il Deutsches Bergbau Museum di Bochum, nella Ruhr. Sul piano più divulgativo della disseminazione sono diverse decine gli incontri pubblici e gli eventi culturali in cui Il polline e la ruggine è stato proiettato e discusso a Milano, a Sesto e nella cintura metropolitana, con i cittadini, con gli studenti universitari ed entro i laboratori organizzati dalla Fondazione ISEC, dedicati al tema del fordismo e del post-fordismo, e rivolti invece alle scuole medie e superiori locali, i quali hanno coinvolto decine di classi.

Le cifre della partecipazione del pubblico a questi eventi sono stati per noi molto confortanti, eppure potrebbero essere facilmente moltiplicati dalla fruizione del documentario via web dopo che, come si è detto all’inizio, è stato caricato in chiaro sul canale Youtube della Fondazione ISEC. Questa potenzialità ci consente di sottolineare un ambito ulteriore di collaborazione che crediamo vada citato, ossia quello con la comunità di pratiche della storia orale. Un fatto non marginale per noi è stato infatti rappresentato dalla circostanza per cui, mentre il nostro documentario si faceva, l’Associazione italiana di storia orale – a cui apparteniamo anche noi che scriviamo – apriva un tavolo di lavoro per ragionare sugli standard di produzione, conservazione diffusione delle fonti orali; da questo tavolo, a cui si sono seduti tra il 2014 e il 2015 alcuni storici, giuristi e archivisti, è poi uscito un documento di “buone pratiche” e di indicazioni deontologiche che AISO ha presentato in un convegno pubblico e in alcuni interventi specialistici[10]: abbiamo cercato di attenerci ai migliori standard lungo tutto il processo del coinvolgimento dei testimoni nella ricerca su Sesto San Giovanni, a maggior ragione consapevoli che mettere sullo schermo le vite (e i corpi) dei testimoni implica una sorveglianza particolarmente attenta e consapevole dell’equilibrio esistente tra tutela dell’immagine e libertà di ricerca, ma questi standard sono risultati ancora più cruciali nel momento in cui, attraverso appunto la fruizione on line, Il polline e la ruggine raggiunge ora una platea ampia e indifferenziata.

 

Conclusioni

Paul Thompson, in un passo molto citato[11], ha affermato che se la storia orale non sempre riesce a diventare uno strumento di cambiamento, può talvolta riuscire a spostare il focus dell’attenzione sociale, a cambiare gli equilibri tra rilevante e irrilevante nella ricerca e nella realtà, a creare una migliore comprensione dei condizionamenti culturali che influiscono su di noi. Il polline e la ruggine ha voluto muoversi in questa direzione: proporsi come un’operazione culturale capace di combinare il rigore della ricerca storica con la disseminazione dei suoi contenuti, in grado di connettere l’analisi del presente alla riflessione di più lungo periodo, di ridurre la frattura tra percezioni corrive e fondata evidenza.

Ne Il polline e la ruggine troviamo messe al centro anche delle questioni controverse: crediamo che un buon documentario che abbia valore per la conoscenza storica (e per fare storia pubblica), per affermare la natura di una questione come soggetto storico debba porre un caso e argomentare circa il suo significato, mostrare la più ampia evidenza che lo riguarda, e aggiungere un punto di vista meno noto, una visione nuova e particolare. Il punto di vista nuovo che Il polline e la ruggine propone è anche quello della media dirigenza di una grande industria italiana, in dialogo con le voci operaie, con le voci sindacali e con lo stile di management che si afferma nella svolta degli anni ’90.

Una delle citazioni più ricorrenti nei cosiddetti deindustrial studies dice: What has been labeled Deindustrialization in the intense political heat of the late 70s and early 80s turned out to be: a more socially complicated, historically deep, geographically diverse, political perplexing phenomenon that previously thought[12]. La nostra ricerca è stata tesa  a documentare anche questo, la sfiducia, il risentimento, la percezione di invisibilità sociale della classe operaia e delle classi medie che oggi deposita i suoi più diversi effetti.


Note

1 https://www.youtube.com/watch?v=KcF1GY0DBlY&vl=en. La foto che apre l'articolo è di Umberto Gillio, http://www.umbertogillio.com/.

2 Roberta Garruccio, Chiedi alla ruggine. Studi e storiografia della deindustrializzazione, in “Meridiana”, n. 85, 2016, pp. 35-60.

3 La rivoluzione deindustriale, a cura di Roberta Garruccio e Gilda Zazzara, rassegna di prossima pubblicazione sul numero 105 di “Passato e presente”, settembre-dicembre 2018.

4 Kathryn Marie Dudley, The End of the Line. Lost Jobs, New Lives in Post-Industrial America, Chicago, University of Chicago Press, 1994.

5 Gianpiero Umidi, sindacalista della Fiom Cgil che ha seguito le ristrutturazioni e le dismissioni di Breda e Falck (intervistato il 21.05.2014, a Sesto San Giovanni).

6 Michael Frisch, Hearing voices: sharing historical authority through oral history. Thought piece: from a shared authority to a digital kitchen and back, in Bill Adair et al. (eds), Letting go? Sharing historical authority in a user generated world, Philadelphia (PA), PEW Centre for Arts and Heritage, Walnut Creek 2011.

7 Sara Zanisi, Le interviste degli altri: lavorare sull’archivio sonoro di Duccio Bigazzi, in “Archivio trentino. Rivista interdisciplinare di studi sull’età moderna e contemporanea dell’Associazione Museo storico in Trento”, n. 1, 2016, pp. 215-239.

8 Si veda http://www.avoce.eu/avoce/laboratorio-industria-%e2%80%a9-anteprima-del-documentario-e-live-jazz-con-luca-mancinelli-quartet%e2%80%a9/.

9 Intervento alla “First Conference of European Labour History Network (ELHN)”, Università degli studi di Torino, 14-16 dicembre 2015, Working Group ‘Historical Cultures of Labour under Conditions of De-Industrialization’; relazione dal titolo: Memory Work: mill closings and job loss in Sesto San Giovanni; intervento al 11th “European Social Sciences History Conference (ESSHC)”, Valencia 30 marzo - 2 aprile 2016, con una relazione dal titolo Occupational Psychology and Plant Closure: Oral Narratives from the Falck Steelworks in Sesto San Giovanni (Milan); Intervento al Workshop: “(Post-)Industrial Narratives: Remembering Labour and Structural Change in Oral History”, organizzato da Deutsches Bergbau-Museum Bochum, Stiftung Geschichte des Ruhrgebiets, European Labour History Network (ELHN), Bochum 5-7 December 2016, relazione dal titolo: Visualizing Ruins: Notes on Sesto San Giovanni (Milan).

10 Il documento “Buone pratiche per la storia orale” è accessibile su sito dell’Aiso: http://aisoitalia.org/buone-pratiche-per-la-storia-orale/; vedi anche Bruno Bonomo, Alessandro Casellato, Roberta Garruccio, “Maneggiare con cura”. Un rapporto sulla redazione delle Buone pratiche per la storia orale, in “Il mestiere di storico”, n. 2, volume VIII, 2016, pp. 5-21; “Archivio trentino”, numero 1, 2016, monografico dedicato a Le buone pratiche di storia orale: questioni etiche, deontologiche giuridiche, Atti del convegno, Trento, 13-14 novembre 2015, a cura di Alessandro Casellato, pp. 75-325.

11 Paul Thompson, The Voice of the Past. Oral History, Oxford-New York, Oxford University Press, 1978, pp. 1-2.

12 J. Cowie e J. Heathcott, Beyond the Ruins. The Meanings of deindustrialization, Ithaca, Cornell University Press, 2003.