Come citare questo articolo: , La Ddr tra storia e memoria, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/vol2/societa-e-cultura/spazio_europa/pasqualini-la-ddr-tra-storia-e-memoria. Ultimo accesso 16-11-2018.

Prima e dopo la caduta del muro: storia, identità e memoria di una Germania divisa

Nata il 7 ottobre 1949, un mese dopo la fondazione della Bundesrepublik Deutschland (Brd), la Deutsche Demokratische Republik (Ddr) o Repubblica Democratica Tedesca (Rdt) fu uno dei pilastri dell’Europa orientale. Fu il campo su cui sperimentare la creazione e lo sviluppo del socialismo reale. Successivamente, la costruzione del muro di Berlino, eretto il 13 agosto 1961, rappresentò «la traduzione non metaforica della situazione di inconciliabilità tra le due Germanie»[1]. Con il muro di Berlino, la cortina di ferro si materializzò dando vita a due mondi contrapposti e impedendo la libera circolazione. La Ddr imbastì un sistema rigido e autoritario, controllato in maniera maniacale da quella che fu probabilmente la più potente polizia segreta della storia[2], la Stasi, scudo e spada del partito socialista unitario di Germania, il Sozialistische Einheitspartei Deutschlands (Sed).

Dopo quarant’anni di esistenza, i problemi interni alla Ddr iniziarono a farsi sentire. Sospetto di brogli elettorali, mancanza di consenso popolare attivo, disagio generale di cui si resero portavoce soprattutto gli intellettuali[3], portarono inevitabilmente alla crisi. A ciò si aggiunse il peso non trascurabile degli atteggiamenti sovietici, soprattutto a partire dal 1985 quando, con l’ascesa di Gorbaciov, si avviò un programma che si scostava dalla linea dura portata avanti dai suoi predecessori. Con il venir meno dell’appoggio sovietico, braccio di repressione del consenso popolare, la Ddr era destinata ad avere ancora vita breve. Manifestazioni di massa e ribellioni si intensificarono sempre di più e si estesero in tutta l’Europa orientale. In più, il fenomeno delle fughe dalla Ddr aveva ormai assunto dimensioni inarrestabili e, quando il governo ungherese aprì la frontiera con l’Austria, nel 1989, diventò un vero e proprio esodo in massa. Di fronte all’impossibilità di arrestare la spinta popolare, il regime fu costretto ad assumere toni più tolleranti ed aprì le frontiere. «Una decisione», quella di liberalizzare i viaggi all’estero, «che diventa fatidica perché sfocia in un clima di grande confusione, nell’apertura a furor di popolo, e forse non consapevolmente deliberata da nessuno, del muro di Berlino»[4]. Un errato calcolo, definibile come «il più colossale nella storia della burocrazia»[5]. Con la caduta del muro infatti si aprirono nuovi problemi. La Ddr sentiva forte l’esigenza di un rinnovamento interno che mirasse al riequilibrio tra organi parlamentari ed esecutivo, che smantellasse dunque le vecchie forme di potere per giungere alla formazione di un sistema democratico. Ma nella Germania dell’Ovest già si stavano adoperando in vista di una riunificazione, la quale presupponeva la capitolazione della Ddr e il suo conseguente incorporamento nei sistemi di mercato occidentali. Si percepiva dunque chiaramente il clima di discussione attorno alla possibilità di una riunificazione. E se da una parte nella Ddr spiccava una volontà di esistenza autonoma e di rinnovamento rivoluzionario portata avanti da intellettuali e movimenti, dall’altra l’opinione pubblica iniziò ad essere attratta dalla possibilità della riunificazione.

Di fronte ad una situazione di ingovernabilità e di peggioramento della situazione economica che vide l’acuirsi del disagio sociale, la Ddr dovette sottostare all’accelerazione del processo di adeguamento all’ordinamento giuridico e statuale della Repubblica Federale. La Ddr abbandonò ogni tentativo di tutelare la propria identità e, il 3 ottobre 1990, entrò in vigore il trattato Einigungsvertrag, il quale «consisteva nell’estensione all’intero territorio della futura Germania unificata dell’ordinamento giuridico ed economico-sociale […] della Repubblica Federale Tedesca, con la graduale espulsione della legislazione della Ddr incompatibile con il nuovo ordinamento»[6]. In meno di un anno la Germania ritornò così ad essere una grande potenza riunificata. La velocità con la quale venne raggiunta l’unità non tenne conto degli umori del popolo e della difficoltà nell’elaborare un senso di appartenenza comune. Si pone dunque ora il problema di una reale unificazione psicologica del popolo dei tedeschi che, come afferma Wolf Lepenies, «da nazione divisa, sono diventati una nazione scissa»[7]. La Germania post-unificazione si trova così ad affrontare nuovi problemi.

Risentimento e presunzione diventano i nuovi sentimenti di un popolo che non si sente appartenere ad un’unica nazione. Il risentimento politico dell’Est, che nel giro di pochi mesi ha visto cancellati quarant’anni della propria esistenza, si mescola a sentimenti nostalgici verso forme di vita preesistenti. La presunzione dell’Ovest sottovaluta il reclamo orientale al mantenimento di una propria identità e dimentica che gli anni della divisione sono stati il prodotto di una guerra atroce nonché l’unico modo che ha consentito loro di vivere in una democrazia. Il considerare il collasso della Ddr con toni trionfalistici da parte dei vicini occidentali, e il perpetuare del rancore dei tedeschi orientali, portarono dunque ad un’ulteriore profonda scissione: una scissione di culture, una scissione intrinseca negli animi dei cittadini. La rapidità con cui è stato messo in atto il processo di privatizzazione delle imprese orientali ha trascurato l’importanza di un’integrazione culturale, ha fatto passare in secondo piano il grande ruolo che la Ddr svolgeva ad esempio nel campo della cultura e della scienza. Il trionfo del capitalismo ha scartato ogni revisione che si rendeva necessaria ed ora il pensiero socialista sente il bisogno di sopravvivere in un mondo in cui però non trova spazio. Infatti, «non solo l’ideologia comunista è tramontata; le aspettative comunitarie di tutti gli abitanti della Rdt vengono deluse da una cultura politica che si organizza sotto forma di mercato e che non irradia il tepore di una comunità di anime, ma tende a una fredda composizione degli interessi»[8]. Probabilmente, come ipotizza Lepenies, il rifarsi all’antifascismo della prima Rdt anche nella Germania unita, come patrimonio ideologico da preservare, sarebbe un ottimo inizio per il superamento della scissione dei popoli, nonché un apporto positivo al sistema capitalistico occidentale.

L’ideologia antifascista si era infatti affermata come pilastro della Ddr e dunque come strumento di legittimazione del suo potere. Come chiarisce Martin Sabrow[9], l’antifascismo in quanto ragion d’essere della Repubblica Democratica Tedesca era un antifascismo legittimatorio, strumentale e prescritto. Legittimava il potere dello Stato della Sed, fungeva da strumento di difesa contro ogni accusa legata al periodo fascista, ed «imponeva il pensiero storico ufficiale del partito in contrapposizione a modelli interpretativi del passato concorrenziali o opposti»[10]. L’antifascismo come specchio identitario della Ddr si poneva in conflitto simbolico dunque con l’anticomunismo che l’Europa occidentale aveva assunto come strumento di ridefinizione della propria identità. Svuotato del suo carattere prescrittivo e della sua canonizzazione da parte dello Stato, sembra comunque che l’antifascismo della Germania orientale abbia acquisito credibilità all’interno della popolazione in forza del suo ruolo di de-colpevolizzazione con il passato nazista.

L’antifascismo nella RDT era quindi parte dell’autocoscienza collettiva e contemporaneamente culto prescritto dallo Stato. Derivava la forza della sua legittimazione dalla sconfitta della barbarie hitleriana e trasponeva tale legittimazione nel presente, equiparando la politica antifascista del passato alla politica antimperialista del presente e dunque ponendosi come baluardo nei confronti del nemico occidentale che veniva, con tale paragone, esorcizzato. Essa contribuì contemporaneamente al rasserenamento mentale di una parte nella nazione tedesca dell’Est, accelerò la rimozione attraverso l’eroicizzazione e interpretò la sconfitta del 1945 come liberazione[11].

Quando l’antifascismo della Ddr si confrontò con la questione dell’unificazione, venne posto in secondo piano fino ad essere completamente escluso da quello che appunto poteva essere il nuovo patrimonio comune tedesco, un patrimonio rinvigorito dall’apporto ideologico positivo dell’esperienza orientale.

Che cosa accadde dunque all’identità dei tedeschi orientali dopo il collasso del sistema economico e politico della Ddr? Quali meccanismi, anche e soprattutto psicologici, seguono il processo di transizione che vede l’assorbimento di un sistema all’interno di un altro?

Un meccanismo che scatta in coloro che in primis hanno vissuto la divisione consiste nel cosiddetto Mauer im Kopf[12], che altro non è se non il risultato della memoria del muro di Berlino, il quale persiste nella mente dei tedeschi che lo hanno vissuto. Daphne Berdahl, che ha compiuto un attento studio etnografico su una zona di confine dopo il 1989, definisce il wall in our heads come il prodotto di un processo attraverso il quale la politica di confine che un tempo divideva la Germania è stata sostituita, dopo il 1989, dall’invenzione di una sorta di cultura di confine attraverso pratiche di costruzione di diversità e di reinvenzione di nuove identità[13]. Ossi e Wessi dopo la caduta del muro sono dunque facilmente riconoscibili dal semplice modo di vestire, dal gergo, dall’aspetto fisico, perfino, dicono, dal loro profumo. È come se le personalità dei tedeschi fossero state plasmate dall’esistenza del muro. E ora dunque percepiscono di essere diversi gli uni dagli altri e in alcuni casi vogliono loro stessi ostentare tale diversità, che comunque si appiattirà con il tempo soprattutto perché i tedeschi orientali adatteranno man mano il proprio stile di vita agli standard occidentali. L’assenza di un confine paradossalmente appare dunque come una consistente presenza. Il muro rimane ben visibile nella mente dei cittadini poiché, dopo la sua caduta, si sentono privati di un’identità che si era formata durante gli anni della cortina di ferro, e si sentono costretti a ricreare nuovi modelli di vita. Emerge così il nesso indissolubile tra passato e presente, ma anche l’importanza di mantenere viva la memoria e allo stesso tempo di “elaborare il lutto” (Trauerarbeit)[14].

La questione della memoria e in generale del rapporto con il passato della propria nazione è un risvolto indissolubile dalla storia. Spesso il passato è difficile da metabolizzare tanto da ostacolare l’elaborazione di una memoria pubblica. Spesso lo è talmente tanto da sfociare in negazionismo. Avendo combattuto due guerre mondiali, essendo stata legata a poteri dittatoriali e a ideologie naziste, avendo poi subìto una profonda divisione e sentendo dunque in primis il peso della guerra fredda, la storia della Germania risulta particolare e, di conseguenza, il processo di rielaborazione della memoria tedesca rappresenta un caso unico. La lingua tedesca è l’unica ad aver coniato due termini che ben rispecchiano il rapporto tra una nazione e il proprio passato: Geschichtsaufarbeitung Vergangenheitsbewältigung[15]. Questi potrebbero probabilmente definire quel processo di riflessione e di accettazione del proprio passato, nonché anche di espiazione della colpa storica, processo che non va comunque additato come atteggiamento negazionista ma come piuttosto attenta autocritica. Si potrebbe definire come un atteggiamento che, attraverso la comprensione e il superamento del proprio passato, giunge alla conservazione della memoria, assumendo come imperativo morale la massima «to remember is the secret of redemption»[16]. La Germania, anche se successivamente ad un iniziale rifiuto di innalzare a luoghi della memoria alcuni episodi legati al nazismo, dopo aver fatto i conti con il proprio passato, sembra essere giunta all’autocritica e alla redenzione per mezzo del ricordo.

Le politiche della memoria che ha messo in atto la Ddr sono sempre legate a quell’antifascismo pedagogico senza il quale si sarebbe creato un vuoto ideologico che non avrebbe retto la costruzione del socialismo reale che era in corso. La Ddr, mossa da intenti demagogici, è infatti riuscita a camuffare il passato di un popolo vinto con il passato di un popolo di vincitori antifascisti che, con l’aiuto dell’armata rossa, si sono adoperati per far rinascere il paese. Si sentì subito l’importanza, nella prima Repubblica Democratica, di legare la propria memoria ad un passato di lotta antifascista e ci si impegnò quindi a commemorare con forza gli eroi caduti mentre sferravano l’ultimo colpo di grazia al nazismo. La Ddr però, «volendo celebrare soltanto gli eroi […] dimentica le “semplici” vittime del terrore nazista»[17], gli ebrei, la cui memoria è stata per molto tempo accantonata, oppure menzionata soprattutto in relazione alla lotta contro il terrore hitleriano e dunque non propriamente alla persecuzione e al genocidio. Sono dunque taciuti gli errori, sono taciute le adesioni all’ideologia nazista, viene tralasciato il problema degli stupri perpetrati dai russi, sono esaltati soltanto gli atti eroici che hanno portato alla liberazione della Germania. Dopo tutto,

la celebrazione di una memoria si fa sempre a detrimento di un’altra. Nel caso specifico, nella politica commemorativa della RDT è stata sacrificata quella dell’adesione all’ideologia nazista. […] Gli antifascisti che presero le redini della “nuova” Germania alla fine della guerra vedono, a loro volta, svelato il proprio passato. I conti che devono rendere sullo stalinismo rischiano di infangare il loro passato di antifascisti, quel passato rimodellato, idealizzato, rivisto e corretto a loro cura, ma che era il solo passato rispettabile di cui la Germania potesse vantarsi. […] La commemorazione è un atto politico di cui hanno pienamente utilizzato la portata. Perciò, più che l’adesione all’ordine sociale da essi instaurato, la componente principale dell’identità tedesca orientale sarà forse stata l’adesione a quella che fu la memoria fondatrice della DDR[18].

 

La Ddr oggi, tra memoria e Nostalgia

Attorno alla memoria della Repubblica Democratica si è instaurato un dibattito che oppone diverse tendenze: da un lato emergono le rappresentazioni nostalgiche, dall’altro emerge «una generale demonizzazione del passato della DDR»[19] che delegittima il sistema della Germania orientale, definendolo come uno Stato di non diritto. In questo processo di rielaborazione del passato, i media, codificando la realtà, svolgono un ruolo fondamentale nonché quasi pericoloso, contribuendo alla formazione di una memoria comune attraverso schemi che si radicano col tempo nell’immaginario. Infatti, «le rappresentazioni che emergono possono poi nel tempo oggettivarsi e diventare parte della “memoria comune”, fino a cristallizzarsi in degli stereotipi»[20], come ad esempio dimostrano le immagini stereotipiche del “tipico tedesco dell’Est”, l’Ossi, e del “tipico tedesco dell’Ovest”, il Wessi. Si tratta di stereotipi che richiamano a quei sentimenti di risentimento e di presunzione di cui parlava Lepenies: da una parte è ben visibile la superiorità morale di cui si sentono investiti i tedeschi occidentali, dall’altra invece emerge quella vittimizzazione che colpisce i tedeschi dell’Est. Le differenze che risaltano dalle immagini di Ossi e Wessi non si risolvono in rapporti di alterità bensì in relazioni gerarchizzate. «Tale inquadratura gerarchica del rapporto con l’altro fa poi da presupposto alla costruzione di una disparità tra tedesco orientale e occidentale nel presente. Oggi a contraddistinguere negativamente i tedeschi orientali è un senso di ingratitudine, il non saper apprezzare i vantaggi della democrazia occidentale»[21]. Inoltre, concentrarsi sulla rappresentazione della Repubblica Democratica come stato antidemocratico ha legittimato la Repubblica Federale ad ergersi come soluzione positiva e dunque a «fondare culturalmente e simbolicamente il nuovo Stato»[22], additando i tedeschi orientali come responsabili del mancato adattamento, come dunque capro espiatorio per i problemi della Germania unita, colpevolizzandoli di avere ancora il Mauer in Kopf. Le rappresentazioni mediatiche – per la maggior parte occidentali – escludono le narrazioni della dimensione quotidiana del passato orientale e prediligono il leitmotiv dello spionaggio. Mettono in scena racconti di vittime e oppressori, conferendo dunque un taglio drammatico alla realtà tedesco-orientale. Se da una parte tale strumentalizzazione della repressione viene messa in atto per non rischiare di edulcorare il carattere dittatoriale della Ddr, dall’altra finisce però per ostacolare il processo di auto-comprensione che permetterebbe una miglior formulazione di un senso comune tedesco, nonché una riflessione meno stereotipata sul passato. Alcune recensioni cinematografiche ad esempio criticano film come Good Bye, Lenin! per la sua versione edulcorata dei fatti, non apprezzando abbastanza la vena ironica sulla quale la trama gioca. Secondo alcuni, il 2003 e l’uscita di Good Bye Lenin! inaugurerebbero una nuova fase del modo di ricordare la Ddr[23], con una vena nostalgica, che in ogni caso fa da contraltare alla linea preponderante che continua a relegare la Ddr al ricordo negativo della Stasi e del muro. Due rappresentazioni dunque che vanno di pari passo tuttavia non escludendosi a vicenda:

La rappresentazione della DDR come dittatura rappresenta il nucleo centrale della memoria comune. La versione ostalgica, sebbene incongruente rispetto a tale nucleo, non ne minaccia l’esistenza. […] Anche se il nucleo centrale non garantisce un principio organizzatore che renda coerenti i diversi contenuti, il codice mediatico è elastico, trasforma le differenti oggettivazioni in immagini e simboli anonimi così da farle percepire compatibili. La versione ostalgica non disturba quindi il sapere comune sulla DDR come dittatura comunista perché non offre un appiglio nel mondo concreto[24].

Barbara Grüning[25] mette inoltre in evidenza come le norme e i valori appresi dalla società vengano interiorizzati dal singolo che, nel tempo, li adatta e li rielabora in base alla propria esperienza personale. In questo contesto le memorie individuali non appaiono come passivi serbatoi di ricordi bensì come attive risorse simboliche che mettono in atto un processo di riflessione e di rielaborazione necessario per riorientarsi in un quadro sociale completamente stravolto. Le narrazioni autobiografiche dunque appaiono come prodotti culturali che mescolano esperienze individuali con contenuti offerti dalla società. Da qui emerge anche il ruolo preponderante svolto dalla cultura politica, che in qualche modo fornisce una lente con la quale guardare il proprio passato. In altre parole, l’agire del tedesco orientale sarebbe determinato dagli schemi interpretativi del passato, improntanti anche dalla cultura politica, la quale però viene interiorizzata dal singolo in maniera differente, in base soprattutto all’aspetto generazionale. Le esperienze della transizione potrebbero risultare complicate poiché richiedono un continuo rimodellamento e riadattamento dei modelli culturali al sistema sociale attuale. Per questo emerge l’importanza non solo di cosa ricordare, ma anche di come ricordare. «Raccontare e raccontarsi è indice di apertura e attenzione al presente, mentre il sottrarsi alla narrazione, o vedersi rifiutato l’ascolto, può comprendere un ritirarsi nel privato e un disinteresse rispetto alle trasformazioni in atto nella società»[26]. Di conseguenza l’importanza di raccontare e raccontarsi si ricollega alla necessità di un mutuo riconoscimento tra i cittadini tedeschi, il quale permetterebbe un’integrazione etica[27]. Condividere la propria esperienza storica implicherebbe dunque una continua definizione e ridefinizione della propria identità, e dunque favorirebbe l’elaborazione di un senso comune tedesco che consideri preziosa ogni memoria individuale. È chiaro dunque come talvolta il ricordare individuale sia un ricordare nostalgico e come, più in generale, a partire dai primi anni duemila, si sia affermata una nuova tendenza del ricordare, modellata da sentimenti ostalgici.

L’ostalgia non è solo un fatto di riflessi tardivi ma anche il sintomo di una riflessione in atto: una riflessione che – partendo dalla prospettiva dell’avvenuta reintegrazione e di una forte coscienza di sé – analizza a ritroso la crisi della trasformazione e il crollo della vecchia società. La si potrebbe definire il sentimento di un uomo che, pur avendo avuto fortuna nella vita, non riesce a essere soddisfatto[28].

Il termine Ostalgie è stato coniato nel 1993 e designa il rimpianto del mondo scomparso del socialismo. Dà un nome a quella nuova pratica della memoria collettiva, mossa dal desiderio di preservare tracce di una cultura cancellata dalla Storia. Infatti, «dopo essersi conosciuti a vicenda, Ossis e Wessis si sentono più estranei di prima»[29] e «dopo l’abbuffata di Ovest, nella Germania orientale si è sempre più diffuso non solo un senso di delusione, ma anche un senso di nostalgia per la Rdt»[30]. Di fronte alla massiccia disoccupazione, considerata come prezzo da pagare per il benessere occidentale, si iniziò dunque a rimpiangere il comunismo, tanto che la frase “non si stava poi così male” divenne quasi un motto proverbiale. Ostalgia è rivendicazione identitaria, è una tendenza riflessiva che mescola “desiderio struggente” e “pensiero critico”[31] e che considera inevitabile il fatto che il passato faccia necessariamente parte di noi e non si possa cancellare. Si tratta di un modo di elaborare il lutto e di superare le difficoltà che implica la transizione, un modo per mantenere vivi i punti di riferimento della comunità venuti meno. L’Ostalgie si propone di combattere la duplice battaglia «contro lo stereotipo di un paese monoliticamente dittatoriale e contro l’imposizione di nuovi modelli dominanti nell’epoca della globalizzazione»[32], una battaglia combattuta dagli oppressi che, accerchiati dal mercato occidentale, rivendicano il fatto di avere qualcosa di buono da offrire al neonato Stato. Probabilmente è grazie all’Ostalgie che si sta avviando, seppur lentamente, il processo di incontro delle due culture, incuriosite l’una dall’altra. È nata ad esempio la cosiddetta Wostalgie, ossia l’attrazione che la subcultura dell’Est ha esercitato sugli ambienti alternativi occidentali, i quali sognano una «Ost-West-Fusion, che non ha niente a che vedere con l’unificazione tedesca ufficialmente celebrata il 3 ottobre di ogni anno, quanto piuttosto con il tentativo di costruire un’identità comune transnazionale e plurale»[33]. L’Ostalgie promuove una microstoria della quotidianità che fornisce l’altro rovescio della medaglia, ridisegnando il volto della Ddr in tutte le sue sfumature. I sentimenti ostalgici sono ben visibili anche in quei movimenti nati dalla volontà di salvaguardare il patrimonio artistico della parte orientale di Berlino, volontà di mantenere quei simboli e quei monumenti che rischiavano di essere rimossi come ad esempio il celebre Ampelmann, l’omino del semaforo, o il monumento di Nikolaj Tomskij a Lenin, la cui rimozione vede veri e propri movimenti di protesta[34].

Dunque, il dibattito pubblico sul passato della Ddr oppone la storia di un regime autoritario alla storia della quotidianità, raccontata attraverso sentimenti ostalgici. La nostalgia in questo contesto assolve la funzione correttiva delle posizioni ufficiali. Facendo un passo ulteriore, svuotando cioè le due tendenze del loro carattere di presunzione o in certi casi delle loro pretese utopistiche, si potrebbe dunque delineare quella che fu la realtà nella Germania orientale.

Superare lo schema dicotomico dittatura-democrazia, tenendo conto delle memorie del quotidiano, non significa tanto e soltanto riconsiderare la complessità della società della DDR, quanto gettare una nuova luce sulle “eredità del passato”, non riducibili a un insieme oggettivato di norme, abitudini e stili di vita da conservare o rifiutare tout court. Si tratta piuttosto di modi di vedere e riallacciare il passato (o i passati) e il presente che offrono spunti di riflessione riguardo al processo di transizione e costruzione della cultura politica e dei modelli di convivenza nella Germania unita[35].

L’Ostalgie è stata, come ovvio, sfruttata ed utilizzata dai media, e non solo. Letteratura, cinema e commercio hanno saputo giocare su un sentimento della minoranza fino a farlo diventare una vera e propria moda. La Germania intera ha visto l’espandersi di una vera e propria commercializzazione della cultura materiale della ex-Rdt, i cui simboli hanno conquistato i negozi della Berlino contemporanea, diventando un must del commercio dei souvenir. La mercificazione dell’Ostalgie è avvenuta non solo attraverso la commercializzazione di oggetti ostalgici ma anche attraverso la nascita di locali in cui è stata riprodotta l’atmosfera della Ddr. O, ancora, come già accennato, attraverso l’arte, il cinema, la letteratura e attraverso programmi televisivi, come ad esempio gli Ostalgie-Show. Emerge dunque come

un sentimento che alimenta il desiderio per un passato che non c’è mai stato rappresenta uno strumento potente per l’ingegneria del desiderio che alimenta la vivace dinamica del consumo. La nostalgia è infatti un aspetto centrale della cultura commerciale contemporanea, essa rappresenta un mezzo per suscitare il desiderio di mondi di cui in realtà non si è mai avuto esperienza. […] La piega nostalgica che caratterizza la rappresentazione di tanti oggetti del consumo contemporaneo evoca l’illusione di aver perduto qualcosa che in realtà è spesso letteralmente inventato dalla cornice simbolica nella quale si allestisce il consumo[36].

La mercificazione della cultura ostalgica implica, in questo caso, un maggior riavvicinamento delle culture tedesche e una graduale integrazione culturale. Si potrebbe affermare, con un ironico paradosso, che la «trasognata nostalgia del comunismo perduto è finalmente diventata merce»[37], entrando così a far parte della società dei consumi del tardo capitalismo, e che, dal canto suo, il mondo occidentale sta riscoprendo, pur attraverso la logica dei souvenir, la quotidianità andata perduta dell’ex Ddr.


Note

1 Enzo Collotti, Dalle due Germanie alla Germania unita, Torino, Einaudi, 1992, p. 129.

2 «Dopo la caduta del muro i media tedeschi definirono la Germania Est “il più perfezionato stato di sorveglianza di tutti i tempi”. […] Si calcola che nel Terzo Reich hitleriano vi fosse un agente della Gestapo ogni duemila cittadini, e nell’Urss di Stalin un agente del Kgb ogni seimila persone circa. Nella Ddr c’era un agente o informatore della Stasi ogni sessantatré persone. Se si aggiungono gli informatori part-time, alcune stime portano la percentuale a un informatore ogni 6,5 cittadini». Anna Funder, C’era una volta la Ddr, Milano, Feltrinelli, 2010, p. 55.

3 Con il caso Biermann, già nel 1976, venne meno il rapporto di fiducia tra intellettuali e potere che si stava da poco consolidando. Biermann era un intellettuale accusato di «rivolgere la sua satira “nel nome di un socialismo anarchico-piccolo borghese” contro il regime esistente della DDR», intellettuale a cui venne negata la possibilità di rientrare nella Germania Est dopo un soggiorno nell’Ovest, perché ritenuto scomodo. (Cfr. Collotti, Dalle due Germanie alla Germania unita, cit., p.174).

4 Franco Soglian, La riunificazione della Germania 1989-1990, Roma, Carrocci, 1999, p. 36.

5 Ibid.

6 Collotti, Dalle due Germanie alla Germania unita, cit., p. 290.

7 Wolf Lepenies, Conseguenze di un evento inaudito, I tedeschi dopo l’unificazione, Bologna, Il Mulino, 1993, p. 33.

8 Ivi, p. 82.

9 Cfr. Martin Sabrow, Antifascismo e identità della Repubblica democratica tedesca, in Alberto De Bernardi, Paolo Ferrari (a cura di), Antifascismo e identità europea, Roma, Carrocci, 2004, pp. 255-268.

10 Ivi, p. 257.

11 Ivi, pp. 264-265.

12 Letteralmente “muro nella testa”.

13 Cfr. Daphne Berdahl, Where the world ended, Re-unification and identity in the German borderland, University of California, 1999, p. 167.

14 Cfr. Lepenies, Conseguenze di un evento inaudito, cit., p. 51.

15 Cfr. Timothy Garton Ash, Trials, purges and history lessons: treating a difficult past in post-communist Europe, in Jan-Werner Muller (ed.), Memory and Power in Post-War Europe, Studies in the Presence of the Past, Cambridge University, 2002, pp. 265-282.

16 Ivi, p. 266.

17 Sonia Combe, RDT, Le commemorazioni per superare il passato nazista, in AA.VV., A est, la memoria ritrovata, Prefazione di Jacques Le Goff, Torino, Einaudi, 1991, pp. 121-144: p. 127.

18 Ivi, pp. 143-144.

19 Barbara Grüning, Luoghi della memoria e identità collettive: la rielaborazione del passato tedesco orientale, Roma, Carrocci, 2010, p. 16.

20 Ivi, p. 18.

21 Ivi, pp. 27-28.

22 Ivi, p. 21.

23 Ivi, p. 40.

24 Ivi, p. 20.

25 Barbara Grüning, Diritto, norma e memoria, La Germania dell’est nel processo di transizione, Macerata, Eum, 2010.

26 Ivi, p. 11.

27 Ivi, p. 502.

28 Definizione di Ostalgie secondo Ahbe, in Joachim Trenkner, «C’era una volta un paese…», in Filip Modrzejewski, Monica Sznajaderman (a cura di), Nostalgia, Saggi sul rimpianto del comunismo, Milano, Mondadori, 2003, pp. 97-105: p. 100.

29 Ibid.

30 Ibid.

31 «La nostalgia riflessiva […] può essere ironica e umoristica. Essa rivela che il desiderio struggente e il pensiero critico non sono l’uno l’opposto dell’altro, dal momento che i ricordi e le emozioni non cancellano la compassione, il giudizio o la riflessione critica». Cfr. Svetlana Boym, Ipocondria del cuore: nostalgia, storia e memoria, in Modrzejewski, Sznajaderman (a cura di), Nostalgia, Saggi sul rimpianto del comunismo, cit., pp. 1-88: p. 60.

32 Eva Banchelli, Memoria delle cose, memoria dei luoghi: considerazioni sul fenomeno dell’Ostalgie, in Eva Banchelli (a cura di), Taste the East, linguaggi e forme dell’Ostalgie, Bergamo, Sestante, 2006, pp. 9-32: p. 16.

33 Ivi, p. 24.

34 Cfr. Matteo Bertelé, Die Russen kommen! Fortuna e ricezione del patrimonio iconografico sovietico a Berlino dalla caduta del Muro, in Eva Banchelli (a cura di), Taste the East, cit., pp. 165-198.

35 Grüning, Diritto norma e memoria, cit., p. 13.

36 Paolo Capuzzo, “Good Bye Lenin”. La nostalgia del comunismo nella Germania unificata, in “Studi culturali”, 2004, n. 1, pp. 151-165: p. 160.

37 Ivi, p. 161.