Come citare questo articolo: , Archivi, biblioteche e reti per la documentazione anarchica in Italia, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 4 (2020) []. https://rivista.clionet.it/balsamini-archivi-biblioteche-e-reti-per-la-documentazione-anarchica-in-italia. Ultimo accesso 25-10-2020.

Anarchismo e conservazione della memoria

Nel tracciare una panoramica descrittiva di archivi e biblioteche specializzati in storia, teorie e culture del movimento anarchico, il punto di partenza è la constatazione di come buona parte del patrimonio documentario prodotto nella storia del suddetto movimento, da metà Ottocento in avanti, sia andato perduto. In effetti la ragion d’essere dell’anarchismo sta nella volontà e nei tentativi di trasformazione sociale: tutto proteso verso l’avvenire, ha mostrato scarsa accortezza verso la conservazione della propria memoria collettiva.

Ciò si deve, innanzitutto, a una colpevole sottovalutazione del ruolo rivestito dalla memoria storica nella costruzione di una solida identità politica, ma anche a una serie di altri fattori. In primo luogo le travagliate vicende di molti attivisti (tra perquisizioni, carcere, esilio) che hanno concesso poco spazio al tranquillo incremento di archivi e raccolte personali; vi è poi il timore della repressione, che ha determinato la distruzione volontaria di quanto poteva rappresentare una scomoda testimonianza dell’attività politica, a volte condotta su un terreno extra-legale; ci sono gli eredi che, soprattutto se non in sintonia con i percorsi politici dei padri e delle madri, hanno fatto “spazio in casa” e quindi disperso, smembrato, venduto libri e documenti; infine, ma non ultimo, gli anarchici hanno spesso mostrato un atteggiamento di sostanziale diffidenza nei confronti di tutto quanto abbia un sentore di “museificazione”: le pubblicazioni erano fatte per circolare, non per essere conservate. Alla conservazione provvedevano piuttosto gli archivi degli organi di polizia, ed è proprio in quei fascicoli che, oggi, possiamo talvolta ritrovare opuscoli, manifesti, volantini e altra rara documentazione[1].

Qualcosa cambia a partire dagli anni Settanta del Novecento. Sull’onda del ciclo di lotte sociali che infonde nuove energie all’anarchismo, si assiste infatti alla nascita di diversi istituti culturali (archivi, biblioteche e centri di documentazione) interni al movimento, il cui scopo è da una parte approfondire la conoscenza del proprio passato, dall’altra affrontare con adeguata consapevolezza le lotte del presente. Molti di questi centri sono scomparsi con la fine di quella stagione, altri hanno invece vinto le difficoltà legate alle alterne vicende dei gruppi promotori, hanno incrementato il proprio patrimonio documentario e approfondito le conoscenze necessarie per la sua gestione, con il passare degli anni hanno sottoscritto accordi e convenzioni con gli enti locali, hanno iniziato a partecipare a circuiti di cooperazione, almeno a livello locale, e sono tuttora attivi e aperti al pubblico[2].

L’attuale panorama italiano, insieme a quello spagnolo e francese, presenta caratteristiche di notevole vivacità in questo senso, grazie appunto ad archivi, biblioteche e centri di documentazione diffusi su gran parte del territorio, anche se maggiormente concentrati nelle regioni centro-settentrionali. Sono istituti culturali che offrono un servizio non più interno al movimento anarchico ma a tutti gli effetti un servizio pubblico, cioè liberamente fruibile da tutti, aperto al confronto e, in qualche caso, gestito con criteri professionalmente validi.

 

Biblioteche, archivi e centri di documentazione “anarchici”

Con il termine “biblioteche”, all’interno di questa rassegna, si intendono dei servizi connessi essenzialmente a raccolte di libri (ma anche di altri materiali come giornali, manifesti etc.), principalmente su supporto cartaceo ma attenti anche al campo del digitale. Un elemento comune, caratterizzante nel bene e nel male queste biblioteche, è la forte presenza di donazioni, che in molti casi hanno costituito il nucleo iniziale attorno al quale è andata crescendo la raccolta, ma che molto spesso continuano a essere il canale di incremento fondamentale, talora il principale e in qualche caso l’unico. Ciò comporta il rischio di cadere in una “dipendenza” dalle donazioni, smarrendo di conseguenza il controllo dell’impianto complessivo della biblioteca, nonché la possibilità di programmarne lo sviluppo. L’aspetto positivo di questa caratteristica è che talvolta le donazioni sono lasciti importanti e consistenti che arrivano da attivisti, spesso anziani (o, successivamente, dalle loro famiglie), che nel corso della propria militanza hanno messo insieme raccolte di carta stampata attentamente curate e selezionate, trattandole con il rispetto dovuto al principale strumento di emancipazione, di crescita culturale, di dibattito politico.

Per quanto riguarda gli “archivi”, non ne parliamo nel senso strettamente considerato dalla disciplina archivistica, cioè come sedimentazione documentaria di un’attività pratica, amministrativa, che si forma in maniera spontanea e in quanto tale è antitetica alla “raccolta”, formata invece per volontà di colui che mette insieme i materiali: gli archivi anarchici sono quasi sempre costruiti a posteriori. In effetti le attività di circoli, organizzazioni e gruppi libertari non hanno quasi mai sedimentato un vero e proprio archivio, tanto che gran parte della documentazione oggi disponibile va rintracciata nei fondi personali depositati da singoli militanti (spesso unitamente alle loro biblioteche) oppure è stata riunita presso gli istituti di conservazione raccogliendo materiali di diversa origine e provenienza. Non esiste quindi una documentazione “ufficiale”. Ciò che viene conservato, dunque trasmesso alla memoria storica, è legato alle scelte dei militanti che stabiliscono di preservare alcune cose e non altre e che spesso decidono volontariamente di distruggere certa documentazione, senza seguire una regola tecnica di scarto ma in base alle loro personali valutazioni.

Infine, la definizione di “centri di documentazione” rimanda a istituti nati negli anni Settanta, molti dei quali sono stati travolti dal riflusso del decennio successivo, mentre pochi altri sono riusciti a sopravvivere e riorganizzarsi. Un centro di documentazione, a differenza di biblioteche e archivi, è prima di tutto un laboratorio di attività politica che quindi raccoglie, elabora e diffonde i documenti per un utilizzo immediato: questa è la sua finalità primaria, che ha però, come conseguenza, il fatto che tale documentazione si accumuli e, laddove il centro è sopravvissuto, ci permette di trovare oggi delle fonti di prima mano sulla cosiddetta stagione dei movimenti, nello specifico di quello anarchico.

 

I luoghi del sapere libertario: i punti di riferimento internazionale

A livello internazionale esistono due principali istituti di riferimento per la documentazione del movimento anarchico, molto diversi tra loro per impostazione, modalità di gestione e storia istituzionale. Il primo è l’Istituto internazionale di storia sociale (Iish) di Amsterdam[3]. Si tratta di un prestigioso istituto, specializzato non solo in anarchismo, ma nelle più diverse correnti d’idee del movimento operaio e socialista; è finanziato dallo Stato e ha decine di bibliotecari e archivisti che lavorano al suo interno. L’Iish è stato fondato a metà anni Trenta con il sostegno di una Cassa di risparmio legata al sindacato socialista. Grazie alla propria serietà scientifica e alla disponibilità finanziaria, nel clima europeo degli anni Trenta funestato dall’ascesa dei totalitarismi, è stato da più parti considerato come un deposito sicuro per archivi e biblioteche dal destino altrimenti incerto, se non condannate a dispersione o distruzione. Restando al solo ambito dell’anarchismo, sono presenti molti fondi documentari di anarchici italiani (tra gli altri quello di Ugo Fedeli) ma soprattutto l’Istituto conserva l’impareggiabile raccolta personale di Max Nettlau, uno dei primi storici del movimento anarchico oltre che fanatico collezionista di documenti rari.

L’altro punto di riferimento internazionale è il Centre international de recherches sur l’anarchisme (Cira) di Losanna, che è invece un piccolo centro, situato in una casa di campagna con un bel giardino, ormai inglobata nella periferia di Losanna. Ha tutta un’altra storia rispetto all’Iish: nasce infatti all’interno del movimento anarchico internazionale alla fine degli anni Cinquanta ed è oggi gestito in maniera volontaria da attivisti sia svizzeri che di altra provenienza, solo alcuni dei quali con formazione bibliotecaria e archivistica.

Il Cira coordina la Ficedl, Fédération internationale des centres d’études et de documentation libertaires. Si tratta di una Federazione assolutamente informale, nata a Marsiglia nel 1979 con il proposito di creare una rete di scambi e sostegno reciproco e di garantire una supervisione collettiva sulla conservazione del patrimonio culturale del movimento libertario. La Ficedl coinvolge diverse decine di centri in tutto il mondo, anche se è principalmente eurocentrica, non ha una struttura fissa, né un vero e proprio statuto, né un sito internet affidabile. Si riunisce all’incirca ogni due anni in incontri organizzati a rotazione dai vari centri aderenti; gli ultimi si sono tenuti a Pisa nel 2009, a Lisbona nel 2011, a Lione nel 2013 e a Bologna nel 2016 (da quel momento la Ficedl è entrata in una perdurante e preoccupante fase di stallo). Questi incontri internazionali sono più che altro momenti di convivialità e di qualche discussione, ma non avendo canali di collegamento strutturati e professionalità dedicate, la Federazione non è mai riuscita a impostare una vera e propria cooperazione.

 

I luoghi del sapere libertario: breve rassegna italiana

Uno degli istituti italiani di più antica data è l’Archivio Famiglia Berneri, che è sempre stato legato alla figura del suo conservatore, Aurelio Chessa, al quale oggi è anche intitolato[4]. L’Archivio nasce nel 1962 quando, alla morte di Giovanna Caleffi moglie di Camillo Berneri, la figlia Giliana decide di lasciare appunto ad Aurelio Chessa l’archivio-biblioteca custodito dalla madre: Chessa era stato uno stretto collaboratore di Giovanna Caleffi e di Cesare Zaccaria nella redazione del periodico “Volontà”, la principale rivista culturale anarchica del secondo dopoguerra. Il nucleo forte e fondante dell’Archivio è il fondo privato di Camillo Berneri, contenente la sua corrispondenza e i suoi documenti di lavoro, attorno al quale si è andata costruendo la raccolta. L’Archivio nasce a Genova, successivamente segue gli spostamenti del suo curatore in diverse città d’Italia, sempre alla ricerca di una sede stabile (Iglesias, Pistoia, Canosa di Puglia, Cecina). Oggi Fiamma Chessa, figlia di Aurelio, ha raccolto e porta avanti il testimone di animatrice e custode dell’Archivio, per il quale ha trovato una casa accogliente e definitiva presso la Biblioteca comunale Panizzi di Reggio Emilia, come sua sezione specializzata. Essendo incardinato nella Panizzi, l’Archivio ha anche la possibilità, sia finanziaria che logistica, di organizzare eventi e convegni sulla storia dell’anarchismo, cosa che negli ultimi anni ha sfruttato adeguatamente con una serie di iniziative che ne hanno fatto un punto di riferimento per la ricerca storica sulle culture anarchiche.

L’istituto italiano dalle radici più antiche è però la Biblioteca libertaria Armando Borghi, che si collega a una precedente esperienza fondata nel 1916 dagli anarchici di Castel Bolognese, in provincia di Ravenna. Anche se la Biblioteca libertaria riparte con una nuova storia nel 1973, tra i suoi fondatori ci sono proprio alcuni degli animatori della biblioteca del 1916, come Nello Garavini e Aurelio Lolli, affiancati dalle giovani generazioni. Negli anni la documentazione raccolta è andata crescendo grazie soprattutto alle donazioni di libri e archivi da parte dei militanti del movimento, provenienti anche dagli ambienti dell’emigrazione italiana all’estero; alcuni fondi particolarmente rilevanti sono quelli dell’urbanista anarchico Carlo Doglio e del socialista libertario Aldo Venturini. Il catalogo della Biblioteca fa parte del Polo Sbn romagnolo.

A Milano va segnalato il Centro studi libertari-Archivio Giuseppe Pinelli, nato nei primi anni Settanta nell’ambito libertario contiguo all’area dei Gaf (Gruppi anarchici federati), in parallelo ad altre iniziative come le riviste “A” e “Interrogations”, le edizioni Antistato, il nuovo corso di “Volontà”. In tutta la sua storia, da allora a oggi, la peculiarità delle sue attività culturali è stata il tentativo di un rinnovamento dell’anarchismo, per far uscire il movimento da un’identità un po’ troppo stretta, troppo ottocentesca, contaminandolo con le migliori riflessioni di ispirazione libertaria affioranti in tutti i campi, dall’educazione, all’urbanistica, all’ecologia. Ha cercato, in altre parole, di ripensarel’anarchismo alla luce del contesto sociale contemporaneo, sganciandolo dalla contemplazione delle proprie radici per renderlo un credibile punto di riferimento alternativo alla cultura dominante. La prima dotazione documentaria del Centro studi viene costituita con i materiali messi a disposizione dagli stessi promotori dell’iniziativa, dal Circolo milanese Ponte della Ghisolfa, da altri militanti e da alcune case editrici interne o limitrofe al movimento anarchico, unitamente alla biblioteca personale di Pio Turroni (anarchico cesenate, combattente in Spagna). Una raccolta particolarmente significativa, recentemente inventariata, è quella delle testimonianze orali registrate a partire dagli anni Settanta: si tratta di fonti il cui trattamento storiografico necessita di particolari accorgimenti, certamente non secondarie per ricostruire la storia del movimento anarchico. L’istituto pubblica con regolarità un “Bollettino” semestrale che ospita sia brevi articoli di ricerca, sia notizie sulle nuove acquisizioni e, più in generale, sulle attività del Centro.

Ben conosciuta nel panorama delle culture anarchiche è la Biblioteca Franco Serantini di Pisa[5], a cui è collegata la casa editrice Bfs che, tra le altre cose, ha pubblicato il Dizionario biografico degli anarchici italiani (2 v., 2003-2004) e, per una decina di anni, la “Rivista storica dell’anarchismo” (1994-2004). La Biblioteca Serantini è in Italia l’istituto con le collezioni più ricche. Possiede decine di fondi archivistici dichiarati di notevole interesse storico dalla Soprintendenza e raccolte librarie personali, sia dell’anarchismo storico otto-novecentesco, sia del secondo Novecento: uno dei nuclei principali è l’archivio privato di Pier Carlo Masini, storico dell’anarchismo con un passato anche di militanza nel movimento anarchico, poi diventato socialdemocratico, che è sempre stato un collaboratore e punto di riferimento per la Biblioteca. In totale, limitandosi alle sole monografie, la Serantini ha in catalogo oltre 50 mila volumi (gli altri istituti citati hanno raccolte librarie che si aggirano, in media, intorno ai 10-20 mila volumi).

La Biblioteca Serantini è nata nel 1979 nella sede degli anarchici pisani, crescendo, anche in questo caso, attorno alla donazione di un anziano militante. In principio la gestione e l’utilizzo erano tutti interni al Circolo anarchico, ma con il passare degli anni la Biblioteca ha iniziato a rivolgersi al pubblico esterno, alla cittadinanza, agli studenti dell’Università di Pisa, agli studiosi. Gestita con criteri assolutamente professionali, è stata una delle prime a rendere disponibile online il proprio catalogo, ha una biblioteca digitale ben organizzata e in crescita e fa parte, come ente collegato, della rete degli Istituti storici della Resistenza. Recentemente ha anche risolto il problema della mancanza di una sede stabile, problema che ha messo a dura prova i suoi servizi per alcuni anni; infatti, dopo essere stata a lungo ospitata in locali della provincia di Pisa, non essendo stato possibile il rinnovo della convenzione si è ritrovata “sfrattata” nel 2014 e costretta a collocare tutti i suoi materiali in un deposito dell’Università, fuori città. Dal 2019 la situazione si è risolta con il trasloco in una nuova e soddisfacente sede nel comune di San Giuliano Terme (PI).

L’Archivio storico della Federazione anarchica italiana, che si trova a Imola, è quanto di più vicino al concetto di un vero e proprio “archivio”, cioè l’archivio di un organismo politico, anche se la struttura organizzativa della Fai è ben diversa da quella di un partito, quindi tutto il materiale prodotto è sempre rimasto nelle mani dei singoli e dei gruppi che si sono trovati a ricoprire per un determinato periodo incarichi federali, di conseguenza conservato senza un preciso criterio archivistico. L’idea di organizzare un archivio risale a non prima della metà degli anni Ottanta, tra l’altro presa in considerazione solo da un piccolo nucleo di militanti più attenti alla conservazione della memoria storica. La consultazione del materiale più recente è riservata ai membri della Federazione anarchica, mentre il materiale più antico e tutto quello che si è andato aggregando negli anni, non strettamente interno alla Fai, è liberamente consultabile dal pubblico.

Infine, in questa carrellata certamente non esaustiva, resta da fare un accenno ad altri due istituti con particolari specificità, entrambi entrati con i propri cataloghi nel Servizio bibliotecario nazionale. Il primo è l’Arkiviu-Bibrioteka Tomaso Serra di Guasila, in Sardegna, nato nel contesto delle lotte sociali degli anni Settanta, attento alle suggestioni indipendentiste oltre che anarchiche, con una prolifica attività editoriale (anche in Sicilia esiste un Archivio storico degli anarchici siciliani). Il secondo è l’Archivio Biblioteca Enrico Travaglini di Fano, in provincia di Pesaro, la cui peculiarità è la specializzazione nell’ambito dell’anticlericalismo; l’archivio nasce infatti sull’eredità di un Circolo culturale attivo a Fano per tutti gli anni Ottanta e Novanta, a sua volta erede dei gruppi anarchici locali degli anni Settanta, la cui attività principale per almeno quindici anni è stata l’organizzazione dei Meeting anticlericali, diventati veri e propri happening di richiamo nazionale. Questo parallelamente a una specializzazione più canonica, cioè l’attenzione per la storia del movimento anarchico marchigiano.

 

Il catalogo collettivo Rebal: stato dell’arte

Queste biblioteche, insieme ad altre minori che non ho citato, da alcuni anni hanno iniziato a discutere circa la possibilità di produrre un catalogo collettivo. Un catalogo è quello strumento che trasforma una semplice raccolta di documenti in una biblioteca, perché è attraverso di esso che la biblioteca rappresenta il proprio patrimonio documentario e permette agli utenti di conoscerlo e quindi di utilizzarlo. È, in altre parole, un canale di comunicazione cui spetta la funzione mediatrice tra l’offerta di documenti di una (o più) biblioteche e la richiesta di informazioni del pubblico, consentendo di individuare, selezionare e reperire le risorse documentarie cercate.

Nel mondo delle biblioteche anarchiche, ci si è resi conto che gli “utenti”, ovvero tutti i soggetti interessati alla ricerca di documenti con cui costruire conoscenze sulla storia, le teorie e le culture libertarie (studenti, docenti, attivisti, semplici curiosi etc.), dovevano spostarsi online da un catalogo all’altro, mentre la realizzazione di un “catalogo collettivo virtuale”, o MetaOpac, avrebbe consentito di interrogare contemporaneamente tramite un’unica e semplice maschera di ricerca i diversi Opac (On-line public access catalogue) delle varie biblioteche, anche se realizzati con software differenti, come se si avesse a che fare con un unico catalogo. Senza, con questo, andare a intaccare l’autonomia delle singole biblioteche, in quanto un MetaOpac non preclude che i cataloghi rimangano fisicamente distinti e accessibili anche tramite altri canali (il proprio sito web, il catalogo del Servizio bibliotecario nazionale, altri cataloghi collettivi etc.).

I primi incontri relativi a questo progetto risalgono al 2012, da lì si è avviato un lungo processo di confronto che prosegue ancora oggi con periodiche riunioni e workshop di approfondimento tecnico. È quindi nata Rebal (Rete delle biblioteche e archivi anarchici e libertari) che ha nel catalogo collettivo (www.rebal.info) il suo fulcro centrale[6]. Il MetaOpac è certamente un aspetto qualificante della rete, ma quest’ultima non si esaurisce nello strumento tecnologico di unione dei cataloghi. Rebal, infatti, vuol tessere legami per la messa in comune di competenze e lavoro, per la condivisione delle attività richieste dalla gestione di una biblioteca o di un archivio, nonché per la risoluzione dei problemi in maniera collaborativa. Il suo principio ispiratore, come esplicitato nel Manifesto programmatico, denota una visione più politica che meramente tecnica della catalogazione collettiva: «il principio ispiratore di Rebal è la volontà di facilitare l’accesso pubblico al patrimonio culturale libertario, nella convinzione che la sua più ampia circolazione sia uno strumento importante nei processi di trasformazione sociale e di diffusione dei principi e delle pratiche antiautoritarie».

In una prima fase gli aderenti alla rete hanno raccolto informazioni sulla fattibilità del progetto e sulla sua sostenibilità in termini economici, contattando diverse ditte del settore che hanno già realizzato strumenti di questo tipo per committenti pubblici o per centri di ricerca. Alla fine però, accertata la presenza di adeguate competenze informatiche e biblioteconomiche all’interno di Rebal, il progetto è stato avviato in maniera autogestita. Questo ha significato un notevole risparmio sui costi, permettendo anche a piccoli centri di aderire senza incorrere in spese non affrontabili, ma allo stesso tempo, come tutti i lavori basati sul volontariato, ha comportato problemi di continuità nella gestione e nell’aggiornamento. D’altra parte è senz’altro positiva la responsabilizzazione degli aderenti indotta dalla pratica di autogestione, per cui i vari centri non si limitano a pagare una quota ottenendo in cambio un servizio, ma diventano parte integrante di un progetto condiviso e sono chiamati a dare il proprio contributo, nei limiti delle competenze e delle possibilità di ognuno. La gestione complessiva del progetto si basa quindi sulla più ampia collaborazione, mentre le soluzioni di natura tecnico-informatica sono demandate a uno specifico gruppo di lavoro.

Il MetaOpac è stato presentato ufficialmente al pubblico in occasione del XVII Hackmeeting (incontro annuale autogestito dedicato alle nuove tecnologie) che si è svolto a Bologna presso lo Spazio sociale XM24 dal 27 al 29 giugno 2014. Il progetto è rivolto a tutte le biblioteche, gli archivi e i centri di documentazione che fanno riferimento alla rete culturale libertaria Ficedl e, più in generale, a quegli istituti che abbiano patrimoni documentari specializzati negli ambiti dell’anarchismo e delle culture libertarie. Attualmente unisce i cataloghi di quindici centri italiani, due svizzeri e uno francese: Archivio Berneri-Chessa di Reggio Emilia, Archivio-Biblioteca Enrico Travaglini di Fano, Archivio Franco Salomone di Fano, Archivio Germinal di Carrara, Archivio proletario internazionale di Milano, Archivio storico della Federazione anarchica italiana di Imola, Biblioteca del Circolo Emiliano Zapata di Pordenone, Biblioteca del Gruppo anarchico Germinal di Trieste, Biblioteca Elio Xerri di Bologna, Biblioteca libertaria Armando Borghi di Castel Bolognese, Biblioteca libertaria Francisco Ferrer di Genova, Centro di documentazione anarchica di Roma, Centro di documentazione libertario Felix di Asti, Centro studi libertari-Archivio Giuseppe Pinelli di Milano, Centro studi libertari Luigi Fabbri di Jesi; Biblioteca del Circolo Carlo Vanza di Bellinzona (Svizzera), Centre international de recherches sur l’anarchisme di Losanna; Centre Ascaso-Durruti di Montpellier. Al catalogo collettivo partecipano non solo gli aderenti alla rete Rebal, ma anche istituti “collegati”, cioè biblioteche e archivi che hanno documentazione interessante l’anarchismo e le culture libertarie, ma che non entrano a far parte della rete di coordinamento del progetto come, ad esempio, l’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam.

Al momento Rebal non è sincronizzato con l’effettivo posseduto delle biblioteche aderenti, poiché le ricerche non vanno a interrogare i singoli cataloghi in tempo reale bensì la base di dati interna a Rebal stesso, che viene costruita con importazioni periodiche (circa una all’anno) dei cataloghi dei vari centri. Quest’operazione avviene esportando e quindi importando i dati in formato Marc (Machine readable cataloguing), un formato standard per la diffusione e lo scambio dei record bibliografici. Gli informatici stanno lavorando affinché gli aggiornamenti possano essere più ravvicinati, per questo dovrebbero mettere ogni centro aderente nelle condizioni di accedere al back office del catalogo collettivo e così autogestire il periodico aggiornamento dei dati. In prospettiva l’obiettivo è però di evitare questo continuo lavoro di rinnovamento delle banche dati, trovando la soluzione tecnica migliore per interrogare in tempo reale i cataloghi, ad esempio sfruttando il protocollo Oai-Pmh (Open archives initiative protocol for metadata harvesting).

Un’altra modalità per partecipare a Rebal, dedicata alle biblioteche che non hanno ancora un proprio catalogo, è quella di utilizzare l’installazione del software Koha presente presso la Biblioteca Elio Xerri del Circolo Berneri di Bologna, collegata al catalogo nazionale Sbn per la cattura di record bibliografici già pronti. Per quanti ne usufruiscono, questa installazione presenta un duplice vantaggio, ovvero la possibilità di utilizzare uno dei migliori software di catalogazione oggi in circolazione (Koha) senza doverlo installare in locale e di creare il proprio catalogo raccogliendo descrizioni catalografiche già esistenti.

 

Il catalogo collettivo Rebal: potenzialità di sviluppo

Il progetto Rebal nasce non senza la consapevolezza delle difficoltà a cui vanno incontro i tradizionali cataloghi online delle biblioteche, in un’epoca in cui le ricerche degli utenti non vengono soddisfatte semplicemente indicando loro la collocazione fisica di un documento. I cataloghi continuano meritoriamente a fare anche questo, ma se vogliono costruirsi un ruolo rilevante nel mondo dell’informazione devono necessariamente guardare al binomio documento digitale-accesso alla risorsa. L’utente odierno infatti, soprattutto se non rientra tra gli “studiosi di professione”, ha strategie di ricerca che innanzitutto difficilmente partono dal catalogo di una biblioteca, quanto più probabilmente da un motore di ricerca, e quello che si aspetta, o si aspetterebbe di trovare, è qualcosa in più delle sole citazioni bibliografiche.

Il gruppo di lavoro Rebal ha per questo, fin dall’inizio, avvertito la necessità vitale di realizzare un catalogo collettivo il più possibile aperto, cioè non un semplice catalogo del posseduto bibliografico di più biblioteche, ma un vero e proprio discovery tool che permetta la ricerca tra una pluralità di fonti e di risorse e in grado di sfruttare le potenzialità del cosiddetto “web semantico”. Negli ultimi anni è stato introdotto il neologismo discoverability (“scopribilità”), legato alla trasformazione complessiva che ha investito la ricerca di informazioni, in particolare in ambito accademico. I nuovi discovery cercano infatti di soddisfare interessi convergenti: le modalità di ricerca dell’informazione degli utenti (sempre più google-like), gli interessi degli editori a promuovere le proprie pubblicazioni, l’interesse dei bibliotecari a gestire un insieme integrato di fonti sempre più vasto e a gestire servizi efficaci di mediazione tra risorse e utenti.

Per Rebal, dopo aver valutato diverse opzioni, è stato scelto il software open source VuFind, sviluppato presso la Villanova University e distribuito in versione 1.0 nel luglio 2010. È un software che ha al momento una buona vitalità, viene migliorato dalla comunità di sviluppatori ed è uno strumento modulare, quindi personalizzabile e configurabile in base alle proprie esigenze. VuFind ha le potenzialità di un discovery, ma ancora solo in minima parte sono state implementate all’interno di Rebal. Ad esempio sarebbero ipotizzabili collegamenti con il mondo delle librerie e delle case editrici: non che Rebal debba prevedere il collegamento allo store Amazon, come fa Sbn, ma non è forse da rifiutare il collegamento ai siti delle case editrici specializzate in anarchismo e tematiche affini; se poi da parte di queste case editrici ci fosse un investimento verso la produzione di ebook (non in sostituzione, ma in alternativa al formato cartaceo), allora l’utente oltre a sapere che un libro esiste potrebbe anche essere tentato dall’acquistarlo in tempo reale.

Ma al di là di questi aspetti che ormai nessun catalogo online può permettersi di trascurare, le potenzialità più interessanti di un discovery sono legate al fatto che consente di effettuare la ricerca non solo all’interno dei cataloghi delle biblioteche ma anche su fonti esterne, come ad esempio banche dati oppure materiali di qualità disponibili ad accesso aperto (open access). Tutto questo può essere incluso nel discovery e pre-indicizzato, facendo sì che l’interrogazione abbia tempi di risposta molto rapidi, ed è inoltre possibile estendere ulteriormente la ricerca tramite appositi collegamenti (widget) che puntano ad altre risorse presenti nel mare dell’informazione, affidabile, in rete, come biblioteche digitali, enciclopedie online, archivi istituzionali delle Università, comprendenti tra l’altro le tesi di dottorato che vanno obbligatoriamente depositate ad accesso aperto, ma anche con le necessarie cautele Wikipedia e i progetti collegati (o meglio, nel nostro caso, Anarcopedia).

Rebal, inoltre, potrebbe tentare un ulteriore passo collegando le biblioteche digitali sull’anarchismo che stanno crescendo in rete, spesso, purtroppo, come isole autonome l’una dall’altra. Si pensi in prima battuta alle Collezioni digitali della Bfs, ma anche a tante altre piccole e lodevoli iniziative. Ciò che lascia più perplessi sono invece alcuni progetti che nascono periodicamente in forma di gruppi Facebook, raccogliendo centinaia e centinaia di Gb di libri sull’anarchismo e le culture libertarie. Spesso comprendono anche di digitalizzazioni di materiali in commercio, ma il problema non è tanto il rispetto del copyright quanto il fatto che tutto il lavoro passi attraverso un canale privato come Facebook e non si risolve nemmeno trasferendo tali gruppi su social network autogestiti, come Mastodon, perché più i Gb aumentano più diventano ingestibili perché privi di una qualunque organizzazione interna (conoscere, banalmente, quali libri di un determinato autore sono presenti è una pratica per niente facile).

Per fare veramente la differenza, le digital libraries collegate a Rebal dovrebbero essere delle collezioni di informazioni gestite tramite tecnologie digitali, sia che si tratti di materiali digitali nativi che di digitalizzazioni da originali cartacei, costruite in modo tale da consentire l’acquisizione, il recupero selettivo e la conservazione di questi materiali. Il concetto di biblioteca digitale infatti, da un punto di vista biblioteconomico, indica una collezione di materiali digitali associata ai servizi che li rendono fruibili e non può prescindere dalla necessità di preservarne l’integrità e assicurarne la persistenza nel tempo. Non è quindi un semplice “deposito” di testi digitalizzati ma presenta un’organizzazione complessiva coerente, con relazioni strutturate e un apparato standardizzato di metadati.

In conclusione, il catalogo collettivo può essere pensato come il primo tassello di una cooperazione tra biblioteche specializzate in ambito libertario, ancora tutta da costruire. Una cooperazione non solo difensiva (per far fronte alle ristrettezze economiche) ma che diventi un’opportunità di crescita visto che nessuna biblioteca, anche in un settore specializzato come quello dell’anarchismo e delle culture libertarie, può considerarsi autosufficiente dal punto di vista bibliografico. Piuttosto, ogni centro potrebbe puntare a valorizzare le proprie specificità, riducendo di conseguenza i margini di sovrapposizione tre le collezioni e, impostando una rete collaborativa basata sul reciproco scambio, ogni utente si ritroverebbe a disposizione non solo una struttura con il suo patrimonio e i suoi servizi, ma un canale privilegiato per raggiungere altre biblioteche che potrebbero soddisfare le sue esigenze informative.

La cooperazione potrebbe estendersi ulteriormente, per diventare a tutti gli effetti lo stile di lavoro di queste biblioteche, nella migliore tradizione della collaborazione e solidarietà libertaria. In particolare sarebbe utile condividere la formazione e le esperienze anche con gli istituti meno strutturati, per unire alla passione dell’impegno volontario le basi di una necessaria professionalità, decisiva per trattare al meglio il materiale documentario e, quindi, gli utenti.


Note

1 Cfr. Luigi Balsamini, Fragili carte: il movimento anarchico nelle biblioteche, archivi e centri di documentazione, Manziana, Vecchiarelli, 2009.

2 Sulle fonti relative ai movimenti degli anni Sessanta e Settanta si veda Marco Grispigni, Leonardo Musci (a cura di), Guida alle fonti per la storia dei movimenti in Italia, 1966-1978, Roma, Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione generale per gli archivi, 2003.

3 Cfr. Maria Hunink, Le carte della rivoluzione. L’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam: nascita e sviluppo dal 1935 al 1947, Milano, Pantarei, 1998.

4 Cfr. Storie di anarchici e di anarchia: l’Archivio Famiglia Berneri‐A. Chessa, Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, 2000; Fiamma Chessa (a cura di), Aurelio Chessa: il viandante dell’utopia, Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, Archivio Famiglia Berneri‐A. Chessa, 2007.

5 Cfr. Luigi Balsamini, Una biblioteca tra storia e memoria: la Franco Serantini (1979‐2005), Pisa, BFS, 2006.

6 Cfr. Abi, Una rete condivisa per le biblioteche e gli archivi anarchici, in “Bollettino” dell’Archivio Pinelli, 2014, n. 1, pp. 9-10.