Come citare questo articolo: , S+P+O+R+T Script per una storia della memoria sportiva, a Reggio nell’Emilia, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. https://rivista.clionet.it/canovi-sport-script-per-una-storia-della-memoria-sportiva-a-reggio-nell-emilia. Ultimo accesso 18-01-2020.

1. L’antefatto

Tra il 2015 e il 2016 la Fondazione per lo Sport del Comune di Reggio Emilia ha sostenuto e realizzato il documentario lungo (84’34”) Hasta la memoria! S+p+o+r+t Una certa idea di città[1]. La committenza faceva seguito ad una significativa sequela di più brevi storytelling, realizzati sempre su supporto visual, relativamente a discipline e soprattutto a società sportive attive nel territorio comunale di Reggio Emilia.

Il format narrativo, rivolto a cerchie di ascolto fortemente automotivate, ha riscontrato aperta simpatia nel pubblico, continuando ad alimentare nuovi video e affollate presentazioni sin alle soglie di quest’estate 2019[2]. Altrimenti, il documentario d’impronta storica – ancorché pensato in forma public e intessuto di una preziosa trama di voci narranti – non ha a tutt’oggi goduto dell’opportunità di una promozione istituzionale. Indifferenza, sospensione di giudizio o che altro? Si tratta di un’opera che è stata prima concepita e poi accompagnata in seno alla principale istituzione che presiede allo sport reggiano; pertanto, pur considerando i mutamenti che sono nel frattempo intervenuti nella governance della Fondazione, non so a tutt’oggi spiegarmi le ragioni della mancata restituzione. Ma ciò che risulta particolarmente frustrante, per chi pratica la storia orale, è l’impossibilità di portare a esito il cerchio della rammemorazione attivato con l’intervista al testimone[3].

 

2. Una certa idea di città

La storio-grafia, con il trattino alla maniera di Michel De Certeau, si pratica interpolando scienza e fiction, l’analisi della fonte insieme all’interpretazione[4]. In ogni sceneggiatura a carattere storico, giusta questa riflessione, si cela un duplice livello narrativo, uno funzionale concentrato sulla messa in scena delle storie rappresentate, l’altro volto a farne ontologicamente un oggetto metanarrativo. Ci sono le storie e, soprattutto, i luoghi dove gli attori sociali si riconoscono soggetti della storia; al tempo stesso, l’atto medesimo dell’osservazione sul campo diviene parte cogente della rappresentazione storica.

Nell’economia narrativa di questo documentario afferiscono tre modalità, in chiave di storia della memoria. Il dispositivo visual assolve alla funzione guida di ordito. La parola di memoria – costruita tramite la conduzione di una quarantina di interviste audio e video – funge da sottotesto, sublima la autenticità dell’immagine e scalda lo storytelling. Il commento a carattere storico, ricorrente in una ventina di interventi, mentre informa e spiega vi funge da controtempo.

Per quanto concerne i contenuti, si è scelto di camminare –  e far camminare lo spettatore – nelle geostorie, intersecando e sovrapponendo il piano evenemenziale con la geografia dei luoghi; una postura che può generare nello spettatore spaesamenti, ma è poi quella della vita vissuta. Il tempo e lo spazio sono i due paradigmi fondativi per restituire la stratificazione profonda e plurale di ogni esistenza, la quale si fa cammino e storia con le memorie che – latenti, riconoscenti, silenti – la abitano. In tal modo il documentario, mentre dipana memorie sportive, anche avvincenti, restituisce il senso e il sentimento del farsi città, nel corso del ‘900 e più specificamente dopo il 1945.

Ora, “Clionet” mi consente l’opportunità di descrivere il percorso di costruzione del film sopra citato, formulando a voce alta qualche buon interrogativo storiografico in argomento. C’è un primo focus metodologico: quale correlazione passa tra direzione impressa alla ricerca documentalistica e articolazione della trama narrativa? E sussiste, non banale, un problema di traduzione linguistica: come restituire qui, in forma scritta e analitica, il ritmo sincopato del documentario, compreso tra meditazioni rapsodiche pronunciate in prima persona attorno alla morfologia memoriale della città e il disteso narrare dei testimoni sui luoghi dello sport.

 

3.  «Prendete la parola sport»

La prima scena che il film rappresenta è l’Archivio comunale di Reggio Emilia, colto nella sua vita pulsante di archivio che funge da terminale e crocevia degli affari correnti; un luogo composto di scaffali ordinati e chilometri di carte, facilmente raggiungibili dal personale addetto con scale e montacarichi al seguito. L’ambiente fisico è un capannone sito nell’area detta di Bazzarola, una striscia di forese lottizzato per fini industriali che si dirama dalle aree residenziali a carattere intensivo poste lungo via Papa Giovanni in direzione della nuova tangenziale a sud-ovest della città.

L’archivio corrente del Comune – sono le primissime battute che pronuncio nel film – «non finisce di sorprendermi»[5]. Si tratta di uno spazio che a differenza degli archivi storici – preposti alla conservazione e alla consultazione mirata da parte dei singoli studiosi – è stato progettato per il trattamento moderno ed efficiente di milioni di carte amministrative. Quelle medesime carte che negli anni a venire diverranno rare, irripetibili agli occhi dello storico, vengono qui processate ai fini di garantirne la reperibilità secondo tempi rapidi e definiti. Far partire il documentario dal luogo presente in cui le memorie della città vengono smistate e solo temporaneamente riposano ha corrisposto ad una scelta metodologica – di sguardo e di ascolto – che era attesa dalla committenza (la Fondazione) come dai collaboratori stretti (il cameraman e la consulente alla produzione). Dal geostorico – posto il mandato affidatomi: di riallocare nella geografia della città una storia quasi secolare di sociabilità sportiva – ci si attendeva che sapesse «intendere le chiavi del tempo»[6] e, una volta intese, riappaesare le parole che furono entro la cerchia del paesaggio qui ed ora abitato[7].

In verità, come in ogni opera di storia della memoria, vi era da rituffarsi nel lutto del passato per discernere tra le polveri e i silenzi: che cosa lasciare nell’oblio, a quali documenti riconoscere lo statuto di fonte storiografica, chi scegliere come antenato culturale. Ma tutto ciò andava pure visto e partecipato con lo spettatore; così è nata l’idea di situare simbolicamente tra le scartoffie comunali (come le chiamano confidenzialmente gli addetti) lo sparo d’inizio del film. Un bel pum dal sapore futurista, regalatoci dal letterato e giornalista sportivo Luciano Serra:

Prendete la parola SPORT, scomponetela – s p o r t – agitate bene, appallottolatela e fatela calciare, allungatela ovalmente, fatela volteggiare in aria, gettatela in piscina[8].

 

4. 1945, l’aria di maggio spira finalmente al Mirabello

13 maggio 1945, di domenica. La partita di calcio tra “Garibaldini” e “Patrioti-Reggiana” è la prima data che viene facile ricordare, in una cronistoria degli eventi sportivi memorabili a Reggio Emilia dopo la Liberazione[9]. Si gioca allo stadio Mirabello e termina 2-0 per i partigiani delle formazioni di montagna. La domenica seguente, medesimo sito, sotto l’insegna ufficiale “A.C. Reggiana” sono i Patrioti ad infliggere un sonoro 7-1 alla compagine dei militari inglesi. Il Mirabello – come raccontano nel documentario Paolo Primavori e Alberto Pioppi – sta a Reggio Emilia come il Boca Junior al ventre popolare di Buenos Aires: è lo stadio del cuore, difeso e coccolato allo spasimo sin nella temperie della guerra[10]. L’8 di maggio, la fine della guerra in Europa e l’annuncio della riapertura dello stadio di football Mirabello avevano fatto il paio su “Reggio Democratica”[11].

Tacciono le armi, almeno quelle legali, riprendono le partite, con formazioni che testimoniano, nei nomi, di un trapasso storico. Si gioca a calcio secondo tradizione, ma le insegne sono prese dalle affiliazioni politiche nuove: se Cadelbosco mette in campo i suoi “Garibaldini”, Castelnuovo Sotto gli oppone il “Fronte della Gioventù”. Il cambio del nome non coincide sempre con quello della testa, ma a Reggio furono allora in tanti a credere nella valenza rigenerativa dell’epurazione. Per la forza attrattiva che esercitava nei confronti dei più giovani, lo sport all’indomani della Liberazione fu investito dalla politica di precisi compiti ricostruttivi.

Piazza pulita anche nello sport, titola il 16 maggio l’organo del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (Cpln): il soggetto cui ci si riferisce è il Coni, il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, un ente che era stato fascistizzato nel nome dell’«incremento sportivo nazionale» e normato nel bel mezzo della guerra[12]. Già il 7 maggio, su proposta del Cpln, la Allied Military Government retta dal tenente colonnello Radice aveva designato commissario del Coni il ragioniere Virginio Camparada, di area azionista[13]. Rimarrà in sella per un buon trentennio. Come primo atto, trasferì la sede sportiva presso il Partito d’azione, sotto i Portici della Trinità, all’epoca il più moderno crocevia di transiti urbani. I principali partiti antifascisti si preoccuperanno di affiancargli una rosa di collaboratori: Amilcare Bedogni (Partito socialista di unità proletaria), Giuseppe Guerra (Partito comunista italiano) e l’ingegnere Giuseppe Zatelli (Democrazia cristiana). Nasce l’associazione Reggio Sportiva, dove sono chiamate a cooperare società e uomini senz’altro molto diversi per pratica sportiva, chi inserito nel circuito professionistico e chi radicato nella filosofia del dilettantismo. Nel comitato direttivo, agli sport più strutturati e popolari – A.C. Reggiana, Pugilistica Reggiana, O.G.I. Pallacanestro, Atletica Leggera, Pattinaggio, Velo Club Reggio, Club Alpino Italiano, federazioni Caccia e Pesca, Tennis Club, Moto Club Reggiano – si affiancano discipline sportive all’epoca meno esibite, quali scherma e pallavolo, quindi le più recenti passioni in lingua inglese, rugby e hockey[14].

Ma come fare per concertare istanze tanto differenti, gli atleti professionisti accanto ai dilettanti, la spinta emancipazionista delle donne con i pregiudizi delle società sportive, la domanda giovanile di sport a fronte della penuria indicibile di impianti sportivi? Quella risposta, all’insegna della convivenza, funse da paradigma. Lavorare insieme per il bene comune della cittadinanza è l’atout – dall’eminente valore retorico –  che a dispetto di corsi e ricorsi storici non abbandonerà più lo sport reggiano.

 

5. Lo spettacolo (democratico) dello sport

Proviamo ad immaginare questa Reggio impaurita quanto affamata che si riappropria dei propri angoli, che balla e gioca e corre ad ogni angolo, con una libertà sconosciuta ai giovani cresciuti sotto la cappa del fascismo di stare insieme, riversarsi nelle piazze liberate, finalmente senza coprifuoco né bombardamenti… Dopo il lutto della guerra, infilarsi al dancing “Luna amica” o in qualche altra balera fuori porta, inventarsi lì per lì un gioco sportivo all’aperto, ingaggiare con l’amico del cuore una bella corsa in bicicletta fino alla fontana di Albinea o farsi magari la prima nuotata nel canalazzo Tassone sono tutti modi per risentirsi a casa. Perché la democrazia non è un vestito da indossare, ma un respiro collettivo che la gente ha bisogno di riconoscere prossimo e condividere nei luoghi di sempre.

Una città di pratiche ludiche, sportive e culturali, diffuse diventa uno spettacolo in sé: i primi circuiti agonistici successivi alla Liberazione sono così disegnati ricalcando la morfologia del territorio. Il 17 giugno 1945 la prima corsa ciclistica – denominata naturalmente “Coppa della Libertà” - si disputa su strade di città[15]. Grande è il tifo. Nelle fotografie d’epoca conservate presso la Biblioteca “Panizzi” la folla assiepata lungo i due viali di accesso ai Teatri e al Parco del Popolo (Allegri, Nobili) funge da autentica protagonista[16]. Poi il movimento di partecipazione sportiva prenderà la via degli stradoni polverosi diretti nel forese (S. Pellegrino, via Adua), per espandersi e invadere l’intera provincia. Lo sport trova in quegli anni grande spazio nelle manifestazioni popolari promosse dai partiti e dal sindacato Cgil ancora unitario. La festa del Primo Maggio, in modo particolare, accomuna senza soluzione di continuità il corteo alle esibizioni sportive (ciclismo e pugilato sono fra i più amati), il comizio alla banda musicale.

D’altronde è proprio dello sport accendere dinamiche competitive, muovere economie, reali quanto simboliche. La grande gara di bocce (86 le squadre partecipanti!) promossa su “Reggio Democratica” dalla U.S. Gardenia alla fine del maggio 1945 è forse il primo torneo con premi in denaro (il monte raggiunge le centomila lire). Ma è il gioco del calcio, più diffusamente, anche nei quartieri di periferia, a suscitare il coinvolgimento in forma di sponsor dei piccoli esercizi commerciali e a muovere qualche denaro; emblematica la vicenda della Falk al Buco del Signore, indomita come l’araba fenice, nata una prima volta nella barberia di Renzo Arati, rinata una seconda al Bar Sport[17]. Di premi, altrimenti, non si ha notizia quando sulla pista ex Savoia affidata in gestione al Coni scendono in campo la sezione Pallacanestro della “Reggio Sportiva” e una rappresentativa di profughi lituani (ne dà l’annuncio sempre “Reggio Democratica” del 24 giugno 1945)[18].

Con o senza denari, tuttavia, l’agonismo, il tifo, la voglia di vincere e sognare insieme ai propri campioni fanno dello sport, subitaneamente, uno spettacolo globale. Sui fogli locali, finalmente plurali, al di là del calcio le cronache sportive guadagnano spazio e lettori. Se ne occupano giovani e brillanti penne, tra i quali il pedagogista Loris Malaguzzi: intellettuali che dedicano attenzione alla pratica dello sport e ne restituiscono un riconoscimento culturale[19]. Il Coni epurato dà così vita ad un settimanale di critica sportiva, “Reggio Sport”[20].

 

6. Ma Reggio era proprio povera!

Tanto dinamismo doveva però fare i conti con lo stato agonico degli impianti sportivi. All’uscita dalla guerra, di spazi scoperti, Reggio ne aveva appena due, vetusti e nemmeno di proprietà comunale: il “Tocci” in centro storico, ricavato dentro un’area di pertinenza dell’Opera Pia Orfanatrofi (era anche chiamato “campo degli orfani”); il “Mirabello” fuori porta S. Pietro, frutto di una riconversione ad usi civili, essendo nato come campo di addestramento[21]. Consacrato all’atletica dal fascismo (basti pensare che l’aveva in gestione l’Opera Nazionale Balilla), il “Tocci” era tuttavia inadatto allo scopo per ubicazione e modestia delle dimensioni; la prospettiva di chiudere i battenti come campo sportivo, unitamente all’incertezza del quadro gestionale, spiega la prolungata precarietà d’esistenza e le poche risorse che vi furono destinate negli anni della ricostruzione.

Parimenti scarsa era la dotazione di palestre. La cosiddetta “Gil”, acronimo di Gioventù Italiana del Littorio, aveva rappresentato l’emblema politico della nazionalizzazione sportiva delle masse. L’aspetto paradossale è che, a tutt’oggi funzionante, continua ad essere chiamata nello stesso modo, nonostante la liberazione partigiana e il successivo rimodellamento del nome, prima come “Casa della gioventù italiana” e ora come palestra “Guidetti”. L’altra palestra di regime, sdoppiata in realtà tra una interna, più piccola, e una esterna, più grande, si trovava in via Guasco: in uso all’Opera nazionale Balilla, è stata poi demolita per far posto al “Palasport”.

Mentre «in via Monte Pasubio resiste tuttora la più suggestiva tra le palestre cittadine, con il suo bell’ovale e gli alti finestroni: un liberty severo, nato per far sgambare i selezionati equini del mitico Baron Franchetti»[22]. La “Pasubio”, come viene ancora chiamata, in una Reggio povera di spazi pubblici in buone condizioni igieniche è stata a lungo utilizzata dalle scuole. Sede di meeting sportivi, nel dopoguerra insieme alla palestra sita in via Guasco fu richiesta per tantissimi altri usi, dalle manifestazioni colombofile alla sofferta convocazione per liquidare i licenziati delle “Reggiane”, nell’ottobre del ’51. Tra le palestre d’antan nella città, è tuttora in auge la “Pascoli”, una scuola primaria battezzata nel 1936 con il nome di “Impero”: ben dotata di strumentazioni didattiche (compresa una sala proiezioni), è stata per decenni ugualmente prestata alle troppe scuole cittadine (soprattutto gli istituti superiori) sprovviste delle minime dotazioni sportive[23].

Guido Gollini, a lungo dirigente comunale del settore, denuncia nel film come nonostante il grande impegno del Comune, anche a Reggio Emilia si sia registrato un gap persino imbarazzante tra il basso volume di investimenti e la domanda crescente di formazione sportiva[24]. La sua indignazione fa meditare. C’è voluta la rivoluzione culturale dei servizi alla persona per sfatare i pregiudizi sociologici e di genere, quindi trasformare la famigerata “ora di ginnastica” in educazione motoria. «Se stavi in campagna – è il commento inserito nel documentario – avevi da lavorare, altro che sudare per la ginnastica! E se poi eri femmina, fare sport non stava nemmeno tanto bene»[25]. Ha inoltre pesato la debolezza strutturale dei finanziamenti statali, riversati di preferenza sugli impianti del Coni o limitati ai complessi scolastici creati ex novo. Per cambiare davvero le cose, a Reggio Emilia, c’è voluto il decentramento nei quartieri: «Tante furono le scuole dell’infanzia edificate, altrettante le palestre scolastiche. Praticare almeno uno sport diventa, in quegli anni, sinonimo di buona e moderna reputazione sociale»[26]. Il film ne dà conto con una lunga sequenza in cui, scatto dopo scatto, fotografa e georeferenzia le opere sportive realizzate tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento[27].

 

7. Il richiamo ancestrale delle acque, nella geografia dell’Emilia “anfibia”

Ma la vera invenzione sportiva di Reggio, partorita nel clima depresso di una perdurante guerra fredda, fu la piscina[28]. Ancora per decenni, tra i campagnoli del forese reggiano, sfidando la sorveglianza dei dugaroli della Parmigiana-Moglia ci si continuerà ad immergere nei canali di bonifica e specialmente nel Canalazzo Tassone, la principale via d’acqua che collega alla città la bassa pianura[29]. Ma è poi quella sempre acqua di Po, poco nitida quand’anche pulita. Pensandosi finalmente cittadine, le donne furono finalmente poste nella condizione di poter spogliarsi con agio e rivendicare una nuotata igienica, in stabilimenti attrezzati con spogliatoi e servizi adeguati. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento le giovani dei quartieri popolari faranno della piscina – mentre il mare rimarrà a lungo un sogno irraggiungibile – la propria passerella d’estate, dove provare l’ebbrezza del primo costume, la libertà di mettersi in “due pezzi”…[30]

Giovanni Tadolini, nuotatore della “Reggiana Nuoto”, ha raccontato con bello spirito di testimone il senso epocale di quel passaggio per i destini dello sport reggiano. Scandisce tre date: Guastalla, 1929, la prima edizione della “Traversata” del Po (nonché prima gara sportiva nella provincia di Reggio che comprendesse il nuoto); Reggio Emilia, 1946, la prima competizione provinciale di nuoto, in un tratto del Canalazzo Tassone attrezzato alla belle meglio; Reggio Emilia, 1950, la prima competizione di nuoto finalmente in vasca.
Prima della piscina, e porta alcuni esempi per confermarlo, fu la preistoria[31].

Quando si gareggiava nel Canalazzo, il braccio teso in avanti, appena immerso qualche centrimetro sotto il pelo di quell’acqua melmosa pompata dal Po, diventava invisibile e, con occhi aperti, era come guardare attraverso un vetro smerigliato.

Nel cavo Cava, fra Barisella e Traghettino, una chiavica formava un invaso per irrigazione che io utilizzavo per allenarmi. L’acqua, quasi stagnante e verdastra, era percorsa da bisce che nuotavano con la sola testa sporgente.

Ober Ferrari e Sergio Ganassi, due antesignani del nuoto agonistico a Reggio e tra i primi reggiani a partecipare alla “Traversata del Po”, per sperimentare le immersioni in inverno, fecero un buco nel ghiaccio del laghetto fuori porta S. Croce, oggi zona del Tribunale e, legati ad una corda per ritrovare l’uscita, spalmato l’intero corpo con grasso d’oca, si tuffarono nell’acqua ghiacciata. Nuotarono una decina di minuti, respirando la poca aria che si trovava fra il pelo dell’acqua e la lastra di ghiaccio, poi, riemersi, nella gelida aria dell’inverno, si tolsero il grasso con pezzuole di tela e rivestiti, andarono a lavarsi nei bagni pubblici allora esistenti in Via Nobili, dove oggi troviamo l’Hotel Astoria.

Come ogni vicenda di emancipazione, l’abbandono del vecchio per il nuovo trattiene un velo di malinconia: fu quello il tempo – scrive il nuotatore – in cui «la natura fungeva da impianto sportivo ed ogni acqua, colma di vita, aveva il suo colore, il suo odore, il suo sapore, ed anche una sua storia»[32]. A tutto ciò, evidentemente, la città preferirà la modernità del cloro! Perché di nuove alchimie, capaci di sopire gli odi passati, Reggio aveva particolarmente bisogno. Nel periodo di incubazione tra il 1946 e il 1950 – ricorda Tadolini nella propria ricostruzione memoriale –, la piscina comunale seppe offrirsi come il sogno di tutti, mobilitando una folla di lavoratori e sportivi tanto più straordinaria in quanto trasversale agli schieramenti politici.

 

8. Il sogno politico della piscina

Non è allora per caso che Luciano Serra abbia indirizzato metaforicamente dentro la piscina comunale il movimento sportivo reggiano. Nel 1942, oltrepassando la soglia dei centomila abitanti, Reggio Emilia si era guadagnata i galloni di città: aveva finalmente da ben meritarsi la propria piscina… Se poi, come è accaduto, l’opera è il risultato di una estesa mobilitazione popolare, non vi è da stupirsi che abbia saputo inscriversi nella memoria collettiva di Reggio.

Il sito prescelto fu via Melato, a Villa Ospizio, nei pressi della via Emilia per Modena. Qui, secondo il piano Artoni del 1940, avrebbe dovuto sorgere un moderno Campo Polisportivo, dove accasare anche il campo di calcio della squadra cittadina[33]. Con il procedere della guerra, in ottemperanza alle disposizioni nazionali impartite da Mussolini il 1° settembre 1942, l’area destinata per usi polisportivi – vasta dieci ettari – sarà acquisita dal Comune come demanio agricolo e adibita ad “orto di guerra”[34]. Nel 1944, in regime di occupazione, risulta in effetti seminato ad ortaggi e granaglie. La destinazione agricola, a causa del perdurare dello stato di bisogno alimentare della popolazione, si protrarrà anche una volta terminato il conflitto bellico. Ciò spiega, verosimilmente, una certa lentezza nella reale riconversione ad usi sportivi.

Era però nel frattempo cambiata la prospettiva del futuro: in un referendum lanciato da “Reggio Democratica”, l’organo del Comitato di liberazione, la piscina finisce al terzo posto tra le opere più urgenti da realizzare, dopo l’acquedotto e l’ospedale[35]! Urgenza inattesa, all’apparenza persino bizzarra in una città prostrata dalla guerra, popolata di partigiani e percorsa da cortei vocianti per la costruzione della Repubblica, per il diritto al lavoro, per l’avvenire delle Officine “Reggiane” e di Reggio. La circostanza non mancò di sollevare qualche fastidio tra i moralisti e l’ironia dei benpensanti[36]. Tuttavia, come si vedrà nel corso del processo deliberativo, il desiderio di conquistarsi la piscina presentava un carattere universalistico che fu colto e assecondato dall’Amministrazione comunale. Sognarsi una confortevole nuotata in libertà, in un presente di stenti e di lotte, era il modo per assaporare il tempo a venire della pace e del benessere. In un contesto con metà della abitazioni senza il gabinetto, dove non si sapeva cosa fosse la doccia quotidiana, la prospettiva di togliersi finalmente il vestito della guerra o la tuta da lavoro per immergersi in una vasca d’acqua tiepida e pulita dovette sembrare irresistibile! La piscina, è il risvolto di costume, diventerà nell’immaginario popolare sinonimo di benessere corporale; il significato politico è che sotto l’egida del Comune la sua realizzazione, in forme largamente partecipate, si pone nel segno universalistico della liberazione. La conquista, dopo la lunga stagione dei lutti politici, aveva da essere per tutti.

Già alla costituzione della “Reggiana Nuoto”, il mandato esplicito del promoter Ober Ferrari suona in questo modo: «Qui si deve venire per nuotare in amicizia con tutti. Ognuno si tenga le sue opinioni e non parli di politica»[37]. Immediatamente, l’obiettivo comune della “piscina regolamentare” troverà il sostegno attivo del commerciante Nino Patruno; sua la proposta di formare un comitato promotore per la costituzione di un Ente Cooperativo Impianti Sportivi, mentre tra i primi raccoglitori di adesioni spicca la figura di Walter Sacchetti, il segretario della Camera del lavoro, futuro parlamentare e punto di riferimento dello schieramento comunista[38]. Si spiegano così le riunioni preparatorie convocate personalmente dal sindaco Cesare Campioli nel palazzo comunale a partire dal febbraio 1947, con un parterre istituzionale forse mai più ripetuto a Reggio Emilia: il sunnominato Sacchetti e l’avvocato Vittorio Pellizzi (prefetto alla Liberazione) alla vicepresidenza; quindi l’adesione di Camera del lavoro, Federterra, Fronte della gioventù, Associazione nazionale partigiani, Ente nazionale assistenza lavoratori, Consorzio cooperativo produzione e lavoro, Associazione industriali, Associazione commercianti, Associazione agricoltori, Associazione coltivatori diretti, Federazione provinciale delle cooperative, un rappresentante della Prefettura.

Gli operai delle “Reggiane”, indicati ad esempio da imitare, furono tra i più attivi sottoscrittori, ma non mancarono i funzionari della Banca d’Italia; tuttavia l’obiettivo dei dieci milioni di lire, lanciato dal neonato organismo cooperativo, rimarrà distante. Vi sopperirà il Comune.

La documentazione d’archivio consente di seguire la cronologia degli eventi costruttivi. Lo scavo è del marzo 1948, con il concorso volontario dei giovani della “Reggiana Nuoto” attrezzati di vanga, picco e badile. La gettata in cemento della vasca è di novembre, ma scarseggiando l’acqua potabile verrà aggiunta una condotta collegata ad un vicino pozzo artesiano. Vi sono pure poste a dimora trecento piante. Con l’inverno 1948 i lavori vengono sospesi e la buca si riempie di acqua fredda e stagnante. Il 1949 trascorre nei tentativi frustrati di racimolare altri fondi, trovare l’accordo con il Coni. Nel 1950 il Comune assume l’impegno di continuare l’opera in economia: gli oneri aggiuntivi assommano a milioni, nel mondo cattolico c’è chi solleva perplessità di ordine morale, ma il consenso popolare rimane altissimo La piscina pesa sul groppone del bilancio pubblico, tuttavia abita nel desiderio collettivo della città e se ne giustifica con motivazioni sociali il costo economico. Come riporta nel suo diligentissimo studio Giulio Bigi, assessore e uomo chiave dello sport nel Comune di Reggio Emilia, un numero elevatissimo di quote Encis - 3.423 su 4.816 - non furono rivendicate, a fronte della disponibilità comunale a rifonderle[39].

L’inaugurazione ufficiale della struttura, pur mancando i servizi complementari, è dell’11 giugno 1950; le prime gare si svolgono il 9 luglio 1950. Il posto piaceva ed era frequentato. Lottizzare nei dintorni e lungo la direttrice di via Terrachini diverrà segno di prestigio. Nel 1953 viene ultimata la sistemazione dell’area con la dotazione di un servizio di campeggio, ed è ancora un segno di modernità: il turismo viaggiante a carattere nazionale e internazionale. Nell’estate vi mette le tende il Circo Jarz. In agosto vi si allestisce la prima manifestazione politica: la “IV Festa provinciale dell’Avanti!”, tanto imponente da rimanere negli annali del Partito socialista[40]. Il successo sportivo e ludico della piscina di via Melato decreta il secondo atout dello sport reggiano: il carattere polivalente – termine che fa capolino nel carteggio amministrativo con l’impianto di via Melato – dei siti sportivi comunali.

 

9. “Ho cominciato ad avere delle idee”: terzo, la proiezione internazionale dello sport

Guido Gollini identifica nel primo congresso nazionale dell’Unione italiana sport popolare il punto di svolta[41]. Con il poco a disposizione per la ricostruzione, le squadre sportive erano state rimesse in piedi; anzi, come ricorda Oddone Giovanetti – insegnante di ginnastica e tra i fondatori dell’Uisp – «l’attività sportiva non si era mai fermata»[42]. Ma nel climax della liberazione non bastava porsi nel filo della continuità.

La Uisp, collegata strettamente alla sinistra politica, mise in campo il radicamento nella subcultura territoriale per tentare la carta degli sport cosiddetti “minori” e del coinvolgimento delle donne. I cooperatori Bruno Cavalchi e Gaetano Borciani hanno ricordato come la diffusione della pallavolo femminile – oggi un patrimonio condiviso nella provincia emiliana – fu conquistata casa per casa, nel colloquio serrato con i compagni in veste di padri e le madri poco propensi a mandar le figlie a giocare in braghette…[43] Mentre il Circolo “Zibordi”, di appartenenza socialista, diede il proprio benestare ad una variegata moltitudine di formazioni sportive, tra le quali una pionieristica squadra ciclistica femminile[44].

Lo sport popolare deve senz’altro molto, nella società emiliano-romagnola, alla capacità dell’associazionismo politico di strutturarsi in chiave di rappresentanza territoriale. La controprova l’abbiamo sul versante “bianco”, con la promozione sportiva esercitata presso le parrocchie dal Centro Sportivo Italiano, forte dell’incitazione del vescovo Socche: «Un campo sportivo per ogni campanile»[45]. Lo sport più popolare, il calcio, divenne terreno di aperta contesa con i “comunisti”.

Il Csi dispiegò la propria azione molecolare con una particolare fortuna nei borghi appenninici, inventandosi negli anni Cinquanta del Novecento il “Torneo della Montagna”[46]. Si noti la declinazione al singolare: in una geografia del particulare, con poche strade di collegamento trasversali tra le valli, questa competizione calcistica ha acquisito per la montagna reggiana la pregnanza di una rappresentazione identitaria. Vincere questo torneo estivo è anche una prova di orgoglio, come dimostra il clima acceso che accompagna le partite, fuori e dentro il campo. Il profilo iperagonistico è stato inoltre alimentato, nei decenni, dall’ingresso di sponsor ben disposti ad investire denaro per contendersi i goleador della stagione ufficiale. L’articolazione e il carattere pervasivo assunto dal Torneo suggerisce una riflessione ulteriore, di ordine generale. Lo sport, anche laddove l’ideologia del mondo piccolo veicola il valore della ricreazione educativa, si fa subito spettacolo globale. «Come si fa – ci si chiede nel film – a tenere insieme socialità e competizione, suscitare la partecipazione e nel frattempo selezionare i più bravi?»[47]. L’intercalare è retorico, il cruccio cogente. La risposta sistemica di chi vi mise le mani in pasta, dal “rosso” Guido Gollini al cattolico Angelo Burani, fu la politica dell’affiliazione, l’arte duttile di piegare l’osso dell’appartenenza e ricondurlo a ciò che Arjun Appaduraj chiama la produzione della località[48].

Il riallocamento della singola società sportiva in una cornice territoriale più vasta, inevitabilmente di maggiore competizione, fu reso possibile con la creazione di centrali multisportive cui affiliarsi. L’affiliazione è d’altronde una forma di delega, comporta il riconoscimento di un sistema della rappresentanza; non soltanto, proiettarsi fuori dal recinto comunitario chiama il sistema locale ad autorappresentarsi. Lì prese corpo l’idea: imbastire una trama di relazioni in prospettiva internazionale. La declinazione organizzativa e ideologica in salsa emiliana ebbe il suo peso. Accanto ai meeting con squadre formate da dilettanti e pochi quattrini, il legame privilegiato con l’Unione Sovietica e il blocco dei paesi socialisti consentì importanti operazioni di marketing, quali l’ingaggio oltre cortina di una squadra come la Fiorentina e, per contro, l’ospitalità ricorrente offerta da Reggio Emilia e dall’Uisp nazionale a Lev Jašin, negli anni Sessanta del Novecento probabilmente il più famoso portiere del mondo[49].

La costruzione degli stadi dedicati all’atletica leggera (1958) e al pattinaggio artistico (1965) [50] diede forte impulso alla partecipazione di delegazioni straniere nei meeting sportivi della città; ma è con la creazione di uno specifico assessorato «alla Gioventù e Sport»[51] che verrà metabolizzato al meglio, in chiave intergenerazionale, il patrimonio di relazioni sportive e ideali coltivato dopo la Liberazione. Con il Palio di atletica “Città del Tricolore”, nel 1962, la città inaugura la prima di molte manifestazioni – sino agli ultimi «Giochi Internazionali del Tricolore» disputati tra il 25 e il 30 agosto 2015 –-dedicate agli atleti in giovanissima età[52].

 

10. La modernità sociale dello sport…

Tra il 1962 e il 1963, come ho provato a ricostruire in un saggio di qualche anno fa, Reggio Emilia matura il cambio di paradigma da un’economia fondata sulla rassicurazione dei bisogni primari (“pane e lavoro”) ad una società improntata pedagogicamente su nuove attese di benessere (il tempo libero come diritto del lavoratore)[53].

Protagonisti assoluti di quel passaggio furono i teenager, ma soprattutto le giovani famiglie che si resero non a caso protagoniste di un baby boom. L’ente comunale, dove il peso del partito comunista era diventato nel frattempo preponderante, si preoccuperà di integrare le aspettative individuali di miglioramento dentro l’eredità morale del solidarismo antifascista. Come si dice nel film: «Uno per tutti, tutti per uno: la promessa di fraternità diventa, per le nuove generazioni cresciute in democrazia, un’attesa duratura di cura e felicità»[54]. L’offerta sportiva diverrà un cardine della maglia dei servizi alla persona: nascono i servizi di medicina scolastica e sportiva, declinati esplicitamente come servizio sociale. Leo Giaroni, primo funzionario dell’Ufficio Sport del Comune di Reggio Emilia, a distanza di oltre mezzo secolo rivendica la qualità previsionale di quella politica comunale. Si cominciò – ricorda – ad «impostare gradatamente tutta una serie di interventi: aree per gioco, attività di formazione», quindi ad investire dietro suggerimento del «prof. Albertelli di educazione fisica» sui corsi di «ginnastica correttiva» per intervenire a tempo su «quelle piccole deformazioni» come il valgismo e la scoliosi. In tal senso, è la sua morale della storia, si può sostenere che «il settore sportivo ha anticipato quello che è successo dopo negli altri servizi: noi volevamo che la gente stesse meglio»[55].

Giusta la tessitura della trama fitta dei servizi sociali di prossimità, mancava al socialismo sportivo un totem tramite il quale autorappresentarsi in chiave di città moderna. Nella genesi politica del “Palazzo dello Sport” – pensato già nel corso degli anni Cinquanta del Novecento, aperto con alcuni eventi inaugurativi tra il 1966 e il 1967, segnatamente con l’evento internazionale del 17 dicembre 1967, ospite il maestro Mikis Theodorakis[56] – va rintracciata la quarta connotazione dello sport a Reggio Emilia: l’ambizione a farsi riconoscere quale interprete e soggetto generativo della modernità sociale.

La costruzione fu pensata come un oggetto emblematico: moderno dal lato dei materiali adottati – vetro, cemento e acciaio –, storico per la scelta di ricavarlo da un progetto di “riqualificazione” nella cerchia ristretta del sedime urbano, con una taglia over finalmente in grado di corrispondere alle attese di buona reputazione internazionale della città[57]. «Qui dentro – ricordano i custodi Dario Prandi e Tiziana Camurri – si faceva di tutto, dallo sport agli spettacoli…»[58]. E proprio di tutto ci passò, dagli incontri di pugilato (una tradizione locale tuttora viva, il film ne dà conto) ai grandi concerti pop e rock con seguito hippie, dalle competizioni nazionali di basket e pallavolo alle giocolerie degli American Glob Trotters, da Ella Fitzgerald a Rita Pavone, dalle assemblee studentesche agli spettacoli di denuncia militante di Dario Fo e Franca Rame[59].

Per le frequentazioni larghe e intergenerazionali, il Palazzetto – l’appellativo con cui è stato integrato nella geografia quotidiana della città – ha interpretato la grande utopia moderna dell’universalismo. Ma se l’articolazione polivalente degli spazi ha scandito sin dalle origini l’esistenza quotidiana di una struttura aperta giorno e sera, la sua fortuna è derivata principalmente da due elementi: l’accessibilità, in un’epoca dove i giovani viaggiavano in treno e a piedi; le dotazioni infrastrutturali eccezionali, dal costosissimo parquet che consentiva le migliori performance nelle grandi competizioni sportive alla seduta in gradoni capace di accogliere migliaia di spettatori.

Con gli anni Ottanta del Novecento c’è un cambio di passo che il film documenta. Sotto il profilo del costume, quando «la rivendicazione collettiva del diritto alla soggettività lascia il posto alla cura privata di sé» e «si sperimenta il piacere di pensarsi un po’ speciali, meno eguali»[60]. Anche nello sport, s’incrina la coabitazione tra sociabilità – dunque polivalenza, territorialità – e nuovi profili di individualità (postmoderni, come si disse all’epoca). Il Palazzetto polisemico diventerà in quel passaggio – forse un vero e proprio cambio di paradigma – la scena prescelta dal Comune, insieme ai grandi promoter dello sport spettacolo, per ospitare i primi eventi sportivi somministrati a colpi di testimonial: con i Messner, i Borg, i Mc Enroe…[61]

Nel 1986 verrà realizzato il nuovo stadio del baseball, sempre di respiro internazionale, ma questa volta in contraddizione con il principio della polivalenza[62]. Inoltre ritornerà di attualità il destino del vecchio stadio Mirabello, al quale verrà aggregata alla meno peggio (dato lo spazio ridotto) una nuova e discussa tribuna in cemento armato; tuttavia, con la promozione della Reggiana in serie A, arriverà nel 1995 il nuovo Stadio da 30 mila posti in via Petrella (ai limiti del centro urbano, nell’area nord di Reggio Emilia)[63].

Sono quelli a scavalco del terzo millennio anni di sponsor pesanti, di caccia al campione di turno, spesso il cosiddetto straniero. Tuttavia il volontariato sportivo, familiare e di quartiere – con la cura speciale del vivaio giovanile –-non verrà a meno. La «polivalenza multisport – prende nota il documentario – supporta la grande dinamica partecipativa di una città che continua a dirsi: sociale è bello»[64]. Palestre e piscine sono affollate di donne di ogni età. Allo sport si accede consapevoli del valore di formazione continua: per tutta la vita. L’altra faccia della medaglia è il rapporto ancora controverso con il professionismo. La ginnastica artistica – rammentano due testimonl nel documentario – rimane orfana a Reggio Emilia della famosa buca dove risulta possibile esercitarsi in acrobatiche circonvoluzioni sin da piccolissime e in sicurezza[65].

Va bene partecipare, ma si vuole anche vincere, ed in campo nazionale! E se si è donna, ogni competizione giocata – vinta o persa che sia – viene tuttora ricompresa dentro il paradigma dell’emancipazione. Di qui l’indignazione di genere, quando nel novembre 2016 pur di impedire alle giovani calciatrici del Sassuolo di scendere nel campo del Mirabello si arrivò a spargere il prato con i chiodi; mentre dal lato dei fans maschili della “Reggiana” l’episodio fu liquidato come una goliardata in chiave campanilistica[66].

 

11. … e la contemporaneità della sua memoria

A circa due terzi della sua durata, il documentario prende geograficamente il largo: esce dal centro urbano e va a cercare storie sportive tra le Ville storiche del forese, ma anche lungo i margini periurbani. E poi ci sono i nuovi sport, praticati in forme inedite, dentro e fuori dai recinti dedicati. Sempre più, attorno ai luoghi di pratiche sportive, si vanno condensando «visioni del mondo e urgenze biografiche»[67].

Tadeo Bigi, costretto su una sedia rotelle, trasmette la grande emozione di chi – grazie alla tecnologia – può oggi pedalare “con le mani” (handbike): «All’inizio è stato bellissimo… Io, quando ho iniziato, a sentire questo po’ d’aria, anche se non si andava forte, in viso…»[68]. Lo sport cambia insieme alla demografia, alle migrazioni, ai costumi, ai nostri bisogni soggettivi.  I giocatori di cricket – per lo più provenienti dalle antiche colonie inglesi: India, Pakistan, Bangladesh – giocano da anni in un campo informale ricavato tra la ferrovia e l’aeroporto[69]. Fanno da contrappasso i campi da bocce del centro sociale “Tricolore”, sempre più vuoti. Una visita che suscita un interrogativo capitale:

Meno bocce, certo, ma insieme nuove opportunità di aggregazione, con i nuovi soggetti collettivi che abitano la città. Rimane la domanda su come si possa, oggi, fare memoria[70].

Man mano che ci si avvicina al termine del film, prende fisionomia la geografia non soltanto degli impianti, ma degli usi sportivi diffusi. Qui c’è ancora tanto da decodificare. Come racconta Valentina Caroni, a proposito del Parkour:

Non è quella disciplina che ti porta ansia da prestazioni, da gara, da competizione. Io faccio anche altri sport, questo lo faccio proprio per me. Qua non vieni giudicato per quello che presenti, lo fai per far vedere agli altri le tue capacità, guardi gli altri per impararne delle altre, cerchi di insegnargli le tue[71].

Come fare ad orientarsi nello sport, e nella città, che cambia? Il film rivendica lo spaesamento geostorico come pratica conoscitiva: «Abbiamo esplorato nei siti dello sport reggiano. Provocato memorie. Abbiamo dato retta ai testimoni, senza temere sconfinamenti di tempo o di luogo»[72]. Al posto del the end c’è il presente storico intessuto di stratificazioni memoriali, che è poi la morale di ogni storia della memoria.

S più P più O più R più T: riemerso dal tuffo futurista di Luciano Serra, lo sport ha trovato dimora negli impianti grandi e piccoli, urbani o rurali, generati dalla città che cambia. Gli sport esotici, in lingua inglese, si sono affiancati a quelli indigeni. La costruzione di palestre, stadi e impianti indoor ha dato continuità alla pratica sportiva: tutte le stagioni dell’anno, ma anche della vita: ciascuno con le sue abilità, finalmente liberi e libere di mettere in campo il proprio corpo.

Capace di trascinare grandi passioni, qualche volta bistrattato, sono in tanti a Reggio ad aver sudato PER LO SPORT le proverbiali sette camicie. Fino a farci una Fondazione[73].


Note

1 Hasta la memoria! è una sorta di exergo suggerito dal direttore della Fondazione per lo Sport, Domenico Savino. Il titolo da utilizzarsi per le citazioni è: S+p+o+r+t Una certa idea di città (84’34”), documentario di Antonio Canovi, riprese e montaggio di Gianni Donvito Ateneriena, produzioni e musiche Ateneriena Project, collaborazione alla ricerca e alla realizzazione di Lucia Zanetti, produzione Fondazione per lo Sport del Comune di Reggio Emilia, 2016.

2 Questi i titoli dei video promossi dalla Fondazione per lo Sport, per la cura di Lucia Zanetti, e realizzati contestualmente a S+p+o+r+t: “Eppur si muove” La squadra di Galileo (2014), dedicato alla storia della Giovolley; Cuori nel fango (2015), dedicato alla storia del Rugby Reggio; Lo sport che cambiò la storia (2015), dedicato al pingpong; Ci giochiamo il Paradiso (2016), storia del Centro Sportivo Italiano a Reggio Emilia; O bella Falk (2016), storia del G.S. Falk; Arcieri Centro nel vuoto (2016), dedicato al tiro con l’arco; Tenacemente donne, dedicato alla Reggiana Calcio Femminile (2016). La produzione di videostorie è continuata con due opere realizzate da Mario Chemello e Fabio Aquila: Un’altra idea di sport, dedicato ai settanta anni della Unione Italiana Sport per Tutti (Uisp) di Reggio Emilia (2018); Mattone dopo Mattone, dedicato ai settanta anni della Unione Sportiva La Torre.

3 L’interazione fertile con i testimoni della storia pertiene allo statuto deontologico dello storiografo della memoria. Tengo qui a ringraziare la Cooperativa Case popolari di Mancasale e Coviolo per avere offerto il modo di incontrare due tra gli intervistati, loro soci, ospitando la proiezione del film (informale, con copia a bassa definizione) la sera del 4 luglio 2019, presso la Saletta Civica sita in Via Selo n. 4 a Reggio Emilia.

4 Cfr. di Michel De Certeau: L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2009; La scrittura dell’altro, Milano, Raffaello Cortina, 2004.

5 Le citazioni dal documentario vengono proposte con il titolo e la specifica del minutaggio da cui sono tolte: nel caso in questione: S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.00.29-30.

6 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.00.37-39.

7 Questo concetto è introdotto da Andrea Zanzotto nel saggio Il paesaggio eros della terra, contenuto in Luoghi e paesaggi, Milano, Bompiani, 2013.

8 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.00.47-00.01.00. Il testo è tratto da Luciano Serra, Discorso ai confini dello sport, in Lo sport servizio sociale. 25 anni di politica sportiva democratica a Reggio Emilia 1945-70, monografia di Giulio Bigi e Angelo Burani, Amministrazione provinciale Reggio nell’Emilia, Reggio Emilia, Tecnostampa, s.d., p. 11.

9 Per questa notizia: Biblioteca Panizzi e Decentrate, Biblioteca Digitale Reggiana, “Reggio Democratica. Organo quotidiano del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale”, 13 maggio 1945, p. 2. Di grande ricchezza documentaria è in argomento il trittico di Mauro del Bue, Una storia reggiana:1945-69 Le partite, i personaggi, le vicende degli anni del triunvirato, Reggio Emilia, Aliberti, 2004; 1919-45 Le partite, i personaggi, le vicende dai pionieri alla liberazione, Montecchio Emilia, Graficstamp, 2007; 1969-2008 Le partite, i personaggi, le vicende dagli anni settanta ad oggi, Montecchio Emilia, Graficstamp, 2008.

10 La conversazione sul Mirabello:  S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.31.48-00.34.43.

11 “Reggio Democratica”, 8 maggio 1945, p. 2.

12 “Reggio Democratica”, 16 maggio 1945.

13 Il documento è riprodotto in Archivio storico del Comune di Reggio Emilia, b. 26.7.11, fascicolo 1945-1953. Cfr. inoltre: Testimonianza di Virgilio Camparada, in Lo sport servizio sociale, cit., pp. 32-36.

14 Cfr. Nota di Amilcare Bedogni, in Lo sport servizio sociale, cit., pp. 36-39.

15 Per questo e gli eventi qui di seguito richiamati, Archivio storico del Comune di Reggio Emilia, b. 26.7.11, fascicolo 1945-1953.

16 Il documentario utilizza una mole importante di immagini, le quali sono state reperite in fondi pubblici e privati; particolarmente significativo è il repertorio conservato in Biblioteca Panizzi e Decentrate, Fototeca.

17 “Reggio Democratica”, 24 giugno  1945, p. 2.

18 La vicenda della squadra nata nella borgata del Buco del Signore è stata ripercorsa da Anzio Arati in Cinquantesimo Falk, una storia sportiva e vita di quartiere, Reggio Emilia, 1997.

19 Cfr. Antonio Canovi, “Sologno e poi Parigi”. Per una topologia della formazione malaguzziana, in “RS-Ricerche Storiche”, n. 86, dic. 1998; nel dopoguerra, Loris Malaguzzi diresse il settimanale “O.G.I. Pallacanestro”, la squadra di punta della Società Robur.

20 La genesi è richiamata in Nota di Amilcare Bedogni, in Lo sport servizio sociale, cit., p. 39. Alcuni numeri della testata sono contenuti in Archivio storico del Comune di Reggio Emilia, b. 26.7.11, fascicolo 1945-1953.

21 Per le notizie relative alle attrezzature sportive, Archivio storico del Comune di Reggio Emilia: b.13.1.3.1-2 Provvidenze 1887-1942; 13. 10.  56; 13.10.84 Palestre e Palasport 1945-1964.

22 Per le planimetrie di questa bellissima palestra: Archivio storico del Comune di Reggio Emilia, b. 563, 13.10.56.

23 Archivio storico del Comune di Reggio Emilia, b. 514, 13.10.2.

24 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.14.55-00.15.19.

25 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.15.31-39.

26 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.16.07-00.16.17.

27 Nella lunga sequenza di scatti, vale un richiamo speciale la palestra realizzata a servizio dell’Istituto professionale Ipsia: S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.17.01-19: «Alla metà degli anni Sessanta del Novecento viene inaugurata a la palestra della scuola tecnica industriale, allora in viale Trento Trieste. Già nel disegno architettonico rappresenta una grande novità. Negli anni in cui si va strutturando la fortuna del distretto meccanico reggiano è quella, d’altronde, la scuola del lavoro per eccellenza».

28 Il titolo del paragrafo è debitore al geografo Franco Farinelli; tra le numerose opere, si segnala qui la curatela, con Elisabetta Cavazza, del volume Paesaggi di provincia. Cartografia e sintassi del territorio reggiano, Bologna, Damiani, 2007.

29 Testimonianze sui giochi e gli usi giovanili delle acque di bonifica sono contenute in Antonio Canovi, Cento anni indivisi. L’esperienza delle Cooperativa Case Popolari di Mancasale e Coviolo, Parma, Edicta, 2010.

30 Le considerazioni relative al cambiamento dei costumi, con l’arrivo della piscina, sono contenute in S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.03.04-00-03-48.

31 Giovanni Tadolini, Le origini del nuoto agonistico a Reggio Emilia, Reggio Emilia, Bizzocchi, 2006, p. 8.

32 Ibid.

33 Antonio Canovi, Il mattone della concordia. Dopoguerra a Reggio Emilia. Le case e la città, l'amministrazione e la politica, Tecnograf, Reggio Emilia, 1990.

34 La destinazione di questo sito tra gli “orti di guerra” è documentata nel dettaglio in Archivio storico del Comune di Reggio Emilia: b. 2.1.5. 1945-1955.

35 La notizia è riportata in La “Reggiana” nuoto (nota di Amilcare Bedogni), in Lo sport servizio sociale, cit., p. 49 e trova articolato riscontro documentario in Archivio storico del Comune di Reggio Emilia: b. 26.7.11.2 Piscine comunali 1945-1952, 26.7.11.2 Piscine comunali primo e secondo lotto, 26.7.11.2 comitato piscine 1947.

36 Al lungo cantiere della piscina, quindi al reperimento dei fondi necessari per alimentarlo, furono rivolti diversi odg e consigli comunali; scorrendo la documentazione relativa ai dibattiti tra i partiti, emerge evidente il disagio dei cattolici, sin nella figura del consigliere e onorevole Giuseppe Dossetti. La criticità nei confronti di un’opera ritenuta fortemente strumentale, nelle mani del Comune a guida socialcomunista, si ritrova in un disegno di graffiante ironia che ci ha lasciato l’urbanista Osvaldo Piacentini; il documento è parte del fondo di carte riunite nell’Archivio Osvaldo Piacentini, di recente acquisite in deposito dalla Biblioteca “Panizzi”, ed è riprodotto nell'immagine di apertura di questo articolo.

37 Le origini del nuoto agonistico a Reggio Emilia, cit., p. 95.

38 Archivio storico del Comune di Reggio Emilia: b. 26.7.11.2 comitato piscine 1947.

39 Lo sport servizio sociale, cit., p. 76.

40 L’evento politico si tenne nelle giornate del 1-3 agosto 1953: Archivio storico del Comune, 26.7.11.1 1945-1953; per il rimbalzo nella memoria collettiva, cfr. Antonio Canovi, Cento anni Ccpl. Il racconto cooperativo di un gruppo industriale, prefazione di Giulio Sapelli, Milano, Federico Motta, 2004.

41 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.05.11-00.06.07.

42 Testimonianza di Oddone Giovanetti, in S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.09.27-28.

43 Cfr. Cento anni indivisi, cit.

44 La esperienza dello “Zibordi” viene richiamata nel film da William Reverberi: S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.08.50-00.09.05. Tengo qui a richiamare la figura che, nella memoria collettiva sondata intervistando i testimoni del tempo, sembra impersonare quella prima, “eroica” stagione del ciclismo femminile:
Jella Menozzi.

45 All’incitazione del vescovo, l’abate di Castelnovo ne’ Monti avrebbe risposto: «Eresia!». Questo e altri aneddoti si ritrovano nel volume US Arbor 1952/2002. Quarant’anni al servizio dei giovani reggiani, Unione Sportiva Arbor, Reggio Emilia, 1992. Sulla pastorale dello sport nel dopoguerra italiano, cfr. “Storia/Chi Siamo - CSI Reggio Emilia” in www.csire.it.

46 Longevo e tuttavia ancora appassionato, il Torneo è giunto nell’estate 2019 alla 68° edizione.

47 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.06.07-00.06.14.

48 Arjun Appadurai, Modernità in polvere, Roma, Meltemi, 2001.

49 Il calciatore russo, ad oggi, è il solo portiere nella storia del football ad aver vinto (1963) il “Pallone d’oro”.

50 Lo stadio con misure regolamentari dedicato all’atletica leggera viene realizzato a fianco della piscina, dando così vita – in ossequio al principio ideale della polivalenza – ad un sito multisport. La creazione dello stadio di pattinaggio prova a riprodurre questo modello insediativo sul lato ovest della città, in un’area intermedia tra le case popolari comunali della Bainsizza e i quartieri residenziali di via Gorizia. Qui, insieme alle due piste in pattinaggio e alla tribuna in cemento armato per le manifestazioni di livello professionistico, viene realizzata un’area verde di rispetto dove avanzare ulteriormente nella polivalenza: insieme alle feste popolari e di partito, si tengono i primi meeting giovanili sull’onda del Sessantotto, «dai cattolici di Comunione e Liberazione ai comunisti di Radio Tupak» (S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.40.06-00.40.09).

51 Il saggio di Giulio Bigi contenuto in Lo sport servizio sociale, cit., documenta con dovizia la “modernizzazione” della politica sportiva nel passaggio tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Due sono i passaggi sottolineati: il ruolo propulsore della Uisp nazionale nella invenzione amministrativa dell’«Assessorato alla Gioventù e Sport»; il «1° Convegno degli Assessori allo Sport del Centro-Nord Italia» organizzato a Mantova il 25-26 novembre 1961 (pp. 91-95).

52 La prima manifestazione internazionale del 1962 rappresentò il primo frutto dei «piani pluriennali» lanciati dal Comune di Reggio Emilia e regolamentati dalla «Consulta Sportiva»: cfr. Lo sport servizio sociale, cit., p. 114. L’ultima manifestazione a carattere internazionale dedicata ai giovanissimi è dell’agosto 2015 e ha visto la “Città del Tricolore” – nelle parole pronunciate con orgoglio dal sindaco Luca Vecchi – «ospitare circa settecento ragazzi provenienti da diciotto paesi differenti del mondo»: cfr. il dvd Giochi Internazionali del Tricolore - Reggio Emilia / 25-30 agosto 2015; S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.68.32-00.68.37.

53 Antonio Canovi, Il ruggito dell’Emilia. Paradigmi storiografici e politiche locali nella Reggio che cambia, in Una stagione appassionata. Gli anni Sessanta a Reggio Emilia, Carpi, Elettra, 2006.

54 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.05.12.21-00.12.33.

55 Per la testimonianza di Leo “Gianni” Giaroni, cfr. S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.11.11-00.11.58.

56 Theodorakis divenne noto in Italia per aver composto nel 1964 la danza del sirtaki nel film Zorba il greco. Lo ricorda Giordano Gasparini, S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.23.23.

57 Per alcune considerazioni sul valore simbolico rivestito da questo edificio, nell’economia morale di una città che aveva il desiderio impellente di intercettare nuovi stili di vita, cfr. Canovi, Il mattone della concordia, cit.

58 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.24.57-00.25.06.

59 Archivio storico del Comune di Reggio Emilia, b. 13.10.84 -196469.

60 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.48.49-00.49.57.

61 Di quel cambio di passo ne offre testimonianza Giordano Gasparini: S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.47.49-00.48.43.

62 Ne dà conto nel film Gianfranco Marchi: S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.49.31-00.51.14.

63 S+p+o+r+t Una certa idea di città, ai minuti 00.52.36-00.52.52 il commento fuori campo: «15 aprile 1995. Promosso in serie A, l’evento memorabile del calcio reggiano è la partita di inaugurazione del nuovo Stadio da 30 mila posti in via Petrella: si gioca ovviamente contro la Juventus. È lo spettacolo globale dello sport».

64 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 01.00.12-01.00.29.

65 Maria Luisa Iori Boschi, S+p+o+r+t Una certa idea di città, 00.45.15-00.45.31; Silvana Valcavi, 00.46.08-00.46.50.

66 Vale qui riportare un passo del commento rilasciato dall’allora presidente della Fondazione per lo Sport del Comune di Reggio Emilia, Milena Bertolini, oggi notissima in campo internazionale per allenare la nazionale femminile italiana di football: «rammaricandoci per coloro che con il loro silenzio o la loro reticenza hanno perso una buona occasione per essere migliori», “Reggionline”, 9 novembre 2016. L’impressione, sgradevolissima, di chi scrive è che la città di Reggio Emilia non abbia complessivamente riflettuto sulla portata di quell’episodio.

67 Per questa riflessione: S+p+o+r+t Una certa idea di città, 01.00.12-01.00.29.

68 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 01.16.59-01.17.06.

69 Il film, nell’ultimo quarto, va esplicitamente a cercare le pratiche sportive fuori dagli spazi urbani e incontra finalmente un paesaggio non perimetrato (o terzo paesaggio) poco o punto conosciuto: dal cricket autorganizzato nel campo informale sotto il cavalcavia di via del Partigiano, con i rigogliosi orti cinesi appresso alla linea ferroviaria, alla pesca nei laghetti del vecchio forese irriguo, ai percorsi sottosopra intrapresi dai giovanissimi interpreti del parkour…

70 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 01.13.20-01.13.32.

71 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 01.22.16-01.22.36.

72 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 01.08.56-01.09.05.

73 S+p+o+r+t Una certa idea di città, 01.14.06-01.14.46.