Come citare questo articolo: , La deindustrializzazione in Italia: uno sguardo d’insieme, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. https://rivista.clionet.it/caruso-corona-la-deindustrializzazione-in-italia-uno-sguardo-d-insieme. Ultimo accesso 05-07-2020.

Nonostante il ritardo con cui si sta sviluppando rispetto alla riflessione di area anglosassone[1], il filone di studi che si occupa, già da alcuni decenni, di deindustrializzazione in Italia sembra stia acquisendo una crescente consapevolezza sia del carattere interdisciplinare di questi studi, che impongono l’uso di categorie e di metodologie appartenenti a discipline e saperi differenti, sia della profondità storica e della cesura epocale provocata da un processo che oltrepassa i confini del fenomeno meramente economico per assumere un significato ancora più ampio. Il dibattito sembra aver consapevolezza del fatto che la deindustrializzazione si traduca non solo nel declino industriale, nel cambiamento tecnologico, nei fenomeni di delocalizzazione e nell’aumento della disoccupazione, ma anche nelle forti ricadute sugli equilibri delle comunità, nella crisi delle ideologie, nelle forme del lavoro, nelle nuove occasioni di sviluppo, nelle risposte pubbliche e negli usi sostenibili del territorio. 

Si possono individuare quattro, significativi filoni di studio che hanno analizzato la deindustrializzazione in Italia da diverse prospettive e che hanno visto la luce negli ultimi anni. Un primo, imprescindibile filone fa riferimento agli studi di storia economica, che hanno delineato un quadro d’insieme del modo in cui si è venuto configurando il processo di deindustrializzazione in Italia. Ci si riferisce principalmente a Luigi Vergallo[2] e a Paolo Frascani[3]: nell’ambito di un processo di dimensioni planetarie, secondo questi autori la deindustrializzazione degli scorsi quattro decenni in Italia ha assunto le forme di una grave crisi della grande industria situata prevalentemente nelle aree urbane del “triangolo industriale”, nonché dei poli di sviluppo spesso occupati da produzioni pesanti situate in molte aree del Mezzogiorno d’Italia e dalle piccole e medie imprese ad essi connesse.

Si è trattato di un percorso complesso che può essere suddiviso in tre sotto-fasi. Una prima che prende le mosse dall’inizio degli anni Ottanta e giunge fino alla prima metà degli anni Novanta, in cui la crisi dell’industria fordista si accompagna allo sviluppo della Terza Italia. Ed è interessante ricordare che in questi anni gran parte della riflessione economica nazionale su questi temi guardava alla Terza Italia come ad una possibile risposta alla deindustrializzazione per tutto il mondo occidentale. Nel pionieristico saggio datato 1982 e firmato dagli economisti Franco Momigliano e Domenico Siniscalco, intitolato Note in tema di terziarizzazione e deindustrializzazione e pubblicato sulla rivista della Banca Nazionale del Lavoro “Monete e Credito”[4], i due autori postulavano l’esistenza di un legame virtuoso tra industria e terziario: l’aumento occupazionale in quest’ultimo settore era interpretato come conseguenza di un cambiamento strutturale del sistema produttivo dovuto alla crescita dei servizi utilizzati dall’industria. La terziarizzazione, letta come alter ego della deindustrializzazione, era vista innanzitutto come processo di integrazione del terziario nell’industria e per l’industria: ciò risultava evidente dalla frammentazione dei cicli produttivi e dagli sviluppi della Terza Italia, trainata da piccole imprese altamente commercializzate e specializzate. Nel 1984 Sergio Pivato, economista e docente all’Università Bocconi di Milano, pubblicava “Deindustrializzazione” e nuova “industrializzazione” sulla rivista “Banche e Banchieri”, in cui si riprendevano le idee dell’integrazione tra industria e terziario e del mutamento strutturale dell’economia italiana. La posizione di Pivato si allargava al rifiuto del concetto di deindustrializzazione, considerando invece la crescita di piccole attività specializzate e terziarizzate come una evoluzione del settore industriale stesso[5]. In questi termini, le parole di Pivato erano in perfetta sintonia con il clima neoliberista dominante in questa prima fase, connesso agli sviluppi specifici della politica e dell’economia nazionale ed internazionale, che riusciva ad influenzare fortemente un discorso volto più a prospettare il possibile futuro del sistema economico che a problematizzare il processo di deindustrializzazione. Per Angelo Pichierri, in questi anni (da lui definiti di “prima deindustrializzazione”[6]) il declino industriale è percepito come un processo ristretto all’ambito della competitività di mercato e riferito a singoli e specifici comparti produttivi o territori: nella riflessione del tempo, il processo non è presentato come globale o sistemico, né tantomeno come irreversibile.

Il periodo successivo, circoscritto fra la seconda metà degli anni Novanta e la crisi del 2008, si caratterizza, invece, per lo smantellamento del settore industriale italiano e per la crisi della Terza Italia. L’impatto di questi processi, unito al grave calo occupazionale dei primi anni Novanta fa sì che i toni del discorso italiano sulla deindustrializzazione si facciano ben più preoccupati. Il nuovo clima generale è riassumibile nell’espressione “rischio deindustrializzazione” adottata dall’economista Antonio Martelli nel 1992 nel suo saggio Deindustrializzazione: il rischio esiste: oltre a suonare l’allarme nel mondo accademico, Martelli mette in discussione definizioni e ricerche ristrette al solo ambito nazionale. La deindustrializzazione di un Paese non è connessa unicamente alla diminuzione del numero degli addetti all’industria e dell’apporto del secondario al Pil, ma anche una questione di competitività del sistema industriale nazionale nel contesto internazionale. Un calo della competitività relega, quindi, le aziende italiane al declino e alla sottomissione produttiva alle economie più avanzate[7]. Anche in questo caso è evidente il riferimento alla situazione coeva della Terza Italia, che in questi anni deve affrontare una brusca decelerazione dovuta alla maggiore integrazione dei mercati e alla spietata concorrenza dei paesi in via di sviluppo. Ne La scomparsa dell’Italia industriale[8], Luciano Gallino ha interpretato queste dinamiche attraverso una critica all’efficienza delle politiche industriali nazionali, il cui definitivo esito negativo si tradurrebbe in una “colonizzazione” del secondario nostrano da parte di interessi esterni. Giuseppe Berta ha invece contrapposto al modello del declino irreversibile l’ipotesi di una “metamorfosi” del sistema industriale nazionale, indotta dall’ascesa della media impresa tecnologicamente avanzata, integrata ad attività terziarie e connessa al mercato globale[9]. Con prospettiva analoga, Angelo Pichierri ha sostenuto che i processi di deindustrializzazione successivi agli anni Novanta (“seconda deindustrializzazione”) siano, a differenza dei precedenti, fenomeni sistemici generati dallo spostamento verso oriente del baricentro della produzione secondaria globale, in seguito alla trasformazione delle economie socialiste: l’impatto sui paesi del nord del mondo si è tradotto in una ristrutturazione economica complessiva, articolata, da un lato, nell’ascesa di una produzione manifatturiera “intelligente”, leggera e con peso occupazionale minore rispetto al passato, dall’altro nel primato dei servizi, dell’economia della conoscenza e, in generale, dei capitali immateriali[10].

Negli anni Dieci del nuovo millennio un atteggiamento ancor più ricettivo nei confronti delle tematiche della deindustrializzazione ha interessato il discorso politico e pubblico, oltre al dibattito di sociologi ed economisti, a causa della crisi del 2009. Si apre un terzo ed ultimo periodo in cui la più recente riflessione degli studi di carattere economico individua il sorgere di due nuove questioni meridionali: quella di un Nord-ovest della Penisola che non riesce più a stare al passo con le aree più avanzate d’Europa[11], a causa di livelli di scolarizzazione e competenza inferiori, di un peso eccessivo dei settori edile ed energetico rispetto ai servizi e alla manifattura intelligente e della minore complementarità tra industria, terziario e innovazione tecnologica[12]; la seconda, cronica questione è quella di un Mezzogiorno (Gianfranco Viesti ha parlato di una Questione meridionale del XXI secolo) che conosce un vertiginoso arretramento degli investimenti (il 53%[13]) e l’abbandono delle aree deindustrializzate dove nessuno è più disposto a reinvestire. Gli studiosi che si sono occupati di analizzare le trasformazioni del mercato del lavoro hanno messo in evidenza l’incapacità del sindacato di governare questi processi. Stefano Musso sottolinea come la scarsa forza contrattuale del sindacato a fronte dei processi di ristrutturazione e di delocalizzazione si leghi ad una sorta di ricatto occupazionale subito dai lavoratori nella crisi, una debolezza aggravata dalle divisioni tra organizzazioni derivanti da differenti culture sindacali[14]. Gilda Zazzara ha mostrato che solo con l’esaurimento dell’esperienza della Terza Italia e la recessione economica mondiale del nuovo millennio il concetto di deindustrializzazione come mutamento strutturale dell’economia e del lavoro occidentali abbia cominciato a radicarsi negli ambienti sindacali nazionali[15].

Se dunque storici economici ed economisti hanno delineato dei quadri d’insieme della situazione italiana, un secondo filone di studi, gli urban studies (storici, sociologi, urbanisti), riesce ad offrire analisi più articolate sui mutamenti connessi ai processi di deindustrializzazione e riferiti ai rapporti tra città e industria. Si può, così, rivelare come la deindustrializzazione abbia fortemente condizionato l’intreccio tra dimensione economica, politica e culturale nell’ambito delle società locali. Gli studi che si sono concentrati sulle città del triangolo industriale, rispettivamente di Sergio Scamuzzi su Torino[16], di Marco Doria su Genova[17] e di Giorgio Bigatti su Milano[18], hanno messo in evidenza come pur in contesti molto differenti la deindustrializzazione non abbia rappresentato necessariamente un processo di declino economico. Nel caso di Torino le amministrazioni che si sono succedute dai primi anni novanta hanno operato attraverso piani strategici indirizzati alla diversificazione dell’economia cittadina, tradizionalmente incentrata sull’industria automobilistica, e hanno ottenuto successi rilevanti nel fare di Torino una città della tecnologia, dell’economia della conoscenza e della cultura, favorendo anche lo sviluppo del turismo. Nel caso di Genova è stato messo in evidenza come in una città in cui il ruolo dell’impresa pubblica era più rilevante nei settori dominanti come la cantieristica, la grande meccanica e la siderurgia, si sia riusciti, attraverso un’intensa interazione con il governo nazionale e con la proprietà delle imprese, a reindirizzare le attività economiche verso il terziario, verso la riqualificazione del porto, verso il turismo e la cultura. Nel caso di Milano, è stato rilevato che, pur in assenza di una strategia mirata e organica dell’amministrazione e pur in presenza di una crescita delle disuguaglianze sociali e dei problemi delle periferie, la città non ha conosciuto alcun declino economico, nonostante la scomparsa delle fabbriche. Questo esito è dovuto alla forte diversificazione settoriale funzionale del tessuto produttivo milanese, un tratto caratteristico nella storia dell’economia della città locale.

Per quanto riguarda il caso napoletano, Paolo Frascani[19] ha invece messo in evidenza come alla scomparsa di interi comparti industriali sia nella periferia occidentale che in quella orientale della città, si sia assistito ad un potenziamento delle manifatture nell’area metropolitana con specializzazioni differenti da quelle che avevano storicamente caratterizzato il contesto comunale e con il potenziamento dell’industria aereonautica, cantieristica e meccanica, di quella tessile e dell’ingegneria dei materiali e delle biotecnologie. La cultura e il turismo non sono riusciti invece a rappresentare una reale alternativa alla deindustrializzazione nell’ambito municipale nonostante la grande ricchezza del patrimonio artistico e paesaggistico. 

Se questi studi hanno analizzato gli effetti economici della deindustrializzazione nei contesti urbani, altri invece si sono posti l’obiettivo di indagare la dimensione culturale del fenomeno, di cogliere le sue ricadute sul sistema dei valori e sugli assetti politici e ideologici, sul modo di interpretare il mondo e di guardare il futuro. Questo tipo di studi ha imposto anche una diversa metodologia di analisi e il ricorso alla storia orale e ai metodi della ricerca sociale, quali interviste, questionari, storie di vita.  Le ricerche di Roberta Garruccio e Sara Zanisi su Sesto San Giovanni[20] e di Annalisa Tonarelli[21] su Piombino rappresentano per solidità dell’apparato interpretativo e metodologico gli studi più significativi di questo secondo filone di urban studies. La ricerca su Sesto San Giovanni si fonda su un apparato di interviste orali prevalentemente raccolte tra gli ex lavoratori e le ex lavoratrici delle industrie Falck. Il lavoro si pone l’obiettivo di rappresentare la portata culturale e politica della deindustrializzazione, che è soggetta a tempi lunghi di emersione e di visibilità. Nelle prospettive delle autrici, si vuole cogliere “la sfiducia, il risentimento, la percezione di invisibilità sociale della classe operaia e delle classi medie”, un carattere del tempo presente che sta producendo ricadute profonde. Per quanto riguarda il caso di Piombino studiato da Annalisa Tonarelli, l’autrice mette in evidenza tre aspetti: quanto i tagli occupazionali siano scontati perlopiù da donne e giovani; come la rottura epocale nel rapporto tra città e industria si sia manifestata prevalentemente sul piano simbolico, ovvero nel prendere le distanze dai valori della società fordista e dagli stili di vita delle generazioni precedenti oppure nel coltivare aspirazioni differenti, come quella di diventare imprenditori nel settore turistico; il terzo aspetto è rappresentato dal fatto che, nonostante la presenza ancora forte della classe operaia, il mutamento si sia accompagnato ad una nuova narrazione delle classi dirigenti concentrata sull’esaltazione dell’impegno individuale e sulla valorizzazione delle vocazioni del territorio e delle risorse naturali, narrazione finalizzata al potenziamento delle attività turistiche.

C’è poi un terzo filone di studi nell’ambito degli urban studies che guarda al tema della deindustrializzazione attraverso le modalità con le quali si è reagito agli effetti del processo sui territori, in termini di rigenerazione e di riuso degli spazi lasciati vuoti: in altri termini, se e in che misura la deindustrializzazione sia stata affrontata da politiche pubbliche per creare nuove occasioni di sviluppo e di lavoro, nuove scelte per i territori e formulare risposte dalle istituzioni locali. Si tratta soprattutto, ma non unicamente, della riflessione degli urbanisti. Si faccia riferimento al caso di Milano e al caso di Bagnoli. Nel primo, secondo le analisi di Maria Cristina Gibelli[22], la ritirata delle industrie non ha rappresentato, com’è d’altra parte avvenuto in altre grandi aree metropolitane dell’Europa Nord-occidentale, un’opportunità da cogliere per creare nuovi modelli di sviluppo all’interno dei quali coniugare equità ed edilizia sociale, innovazione culturale e maggiore efficienza delle istituzioni locali, valorizzazione degli spazi collettivi, moderato consumo di suolo, coordinamento tra destinazioni d’uso e trasporto pubblico, sostenibilità ambientale. Milano ha scelto la via della continuità amministrativa e della sottomissione al capitale finanziario-immobiliare, al real estate, al trionfo del privato. Una risposta che se non ne ha intaccato le variabili economiche, ne ha invece mortificato la bellezza, la vivibilità, l’urbanità e soprattutto la moralità. E ciò le ha impedito di competere in termini di attrattività con altre capitali europee, ha soffocato le sue capacità di cogliere le opportunità di sviluppo e di attirare investimenti, talenti, tecnologie all’avanguardia. Anche Giuseppe Berta nel suo La via del Nord scrive: “La differenza fra la Milano capitale del “miracolo” e quella di fine secolo sta nell’egemonia, non solo economica, che consegue la ricchezza generata e strutturata intorno all’attività immobiliare”[23].  Per Berta inoltre l’intero territorio padano rappresenta l’espressione concreta e materiale di questo profondo cambiamento culturale. La tendenza a fare delle costruzioni il settore privilegiato verso il quale orientare i capitali, accompagnata dall’affermarsi di un micro capitalismo agguerrito e individualista che ha sostituito il sistema di valori e l’organizzazione su cui si fondava la fabbrica fordista, è il motore che ha generato quel continuum di edifici e capannoni che caratterizza l’immensa e informe “megalopoli padana” dominata da piccole imprese che praticano economie informali.

Bagnoli, invece, quartiere della periferia nord occidentale di Napoli e sede di uno dei più grandi impianti siderurgici d’Italia nel corso del ventesimo secolo, ha conosciuto una lunga storia di deindustrializzazione che si è conclusa all’inizio del decennio successivo ed è stata oggetto di una politica di rigenerazione adottata dal Comune, nel 1996, che ha avuto una grande eco nazionale ed internazionale. Il progetto prevedeva il cambiamento radicale di funzioni dell’area che dovrebbe, dopo la bonifica, diventare un polo destinato al turismo e alla ricerca scientifica. In esso la riqualificazione urbana e quella ambientale sono intimamente legate ed oggetto di misure in stretto rapporto tra di loro. Gli interventi riguardano la riapertura del quartiere al mare, il potenziamento dei servizi e delle attrezzature alberghiere, la costruzione di un grande parco pubblico. Questa politica, d’altra parte, faceva parte di un piano di riorganizzazione urbanistica ed ecologica della città di Napoli che si proponeva di affrontare il problema della qualità dell’ambiente e dell’integrità fisica del territorio e aveva sancito lo stop al consumo del suolo e all’edificazione delle aree non urbanizzate della città. I tentativi di realizzare questo progetto di rigenerazione si sono protratti per anni, senza giungere ad una concreta realizzazione.

Uno dei nodi di tutta la complessa vicenda che riguarda Bagnoli risiede nelle modalità attraverso le quali risolvere la questione ambientale e realizzare la bonifica. Da questo punto di vista la storia di Bagnoli partecipa delle problematiche che da anni investono i Siti di Interesse Nazionale che secondo la Legge del 1999 e del 2006 sono soggetti a procedure di decontaminazione di cui lo stato si assume quasi interamente l’onere. L’esigenza di intervenire per la riqualificazione di queste aree è in molti casi legata al fatto che si tratta di spazi abbandonati da stabilimenti e fabbriche che sono stati spesso all’origine di emergenze ambientali e sociali tra le più gravi del nostro paese.  Secondo il Progetto Sentieri le popolazioni che vi abitano appartengono per il 50% alle fasce più povere della popolazione[24]. La situazione di Bagnoli ha fatto emergere tutta una serie di aspetti controversi legati alle problematiche della bonifica: i modi di intenderla (bonifica o messa in sicurezza), il significato da dare al tema del rischio, la definizione delle soglie di inquinamento, i livelli di sostenibilità in relazione alle ricadute salute pubblica, la sostenibilità finanziaria degli interventi. Tutti aspetti che hanno visto anche la comunità scientifica e le differenti articolazioni delle istituzioni locali e nazionali preposte alla loro realizzazione profondamente divise. In generale, la situazione delle bonifiche dei Sin presenta gravi criticità. In un rapporto della Confindustria pubblicato nel 2016[25] che riporta i risultati di un’analisi degli interventi di bonifica, su 38 Sin risulta che al 2016 erano stati effettuati interventi solo nel 20% dei Sin che riguardano sia i terreni che le acque di falda. Oltre al problema finanziario più ovvio, il rapporto metteva in evidenza come aspetto problematico, soprattutto per i siti contaminati da stratificazioni storiche, la separazione tra decontaminazione e politica di rigenerazione. “La maggiore criticità che costituisce un freno alle attività di bonifica è proprio l’attuale concezione che scinde la fase della bonifica da quella dell’investimento e dello sviluppo futuro, cioè del “riuso” dell’area bonificata”[26]. La direzione suggerita è quella di realizzare un collegamento tra bonifica del territori e rilancio produttivo: un suggerimento che rende urgente una riflessione più ampia e approfondita sulle politiche ambientali, sulla loro incapacità di trovare una concreta attuazione e sulle difficoltà nel trovare un legame più organico e coerente con le politiche industriali.


Note

1 I primi deindustrialisation studies sono emersi nei paesi anglosassoni a partire dall’inizio degli anni Settanta, parallelamente all’avvio del processo analizzato. Data l’attualità del tema, gli studi storiografici dovranno attendere la metà degli anni Novanta: negli anni Settanta e Ottanta il dibattito su deindustrializzazione e società “post-industriali” è invece appannaggio degli economisti, dei sociologi o degli attivisti politici. Roberta Garruccio, Chiedi alla ruggine. Studi e storiografia della deindustrializzazione, in “Meridiana. Rivista di Storia e Scienze Sociali”, 2016, n. 85, p. 37. Nell’immagine di apertura dell’articolo l’ex opificio Corradini di San Giovanni a Teduccio, Napoli, nel 2018 (foto di Valerio Caruso).

2 Luigi Vergallo, Una nuova era? “Deindustrializzazione” e nuovi assetti produttivi nel mondo (1945-2005), Roma, Aracne, 2011.

3 Paolo Frascani, Le crisi economiche in Italia. Dall’Ottocento a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2012.

4 Vergallo, Una nuova era, cit., p. 64, nota 92.

5 Ivi, pp. 72-73.

6 Valentina Pacetti, Angelo Pichierri, Le ristrutturazioni industriali e il territorio: crisi, declino, metamorfosi?, in Emiliana Armano, Carlo Alberto Dondona, Fiorenzo Ferlaino (a cura di), Postfordismo e trasformazione urbana. Casi di recupero dei vuoti industriali e indicazioni per le politiche nel territorio torinese, Torino, Ires Piemonte Pubblicazioni, 2016, p. 35.

7 Vergallo, Una nuova era, cit., p. 89.

8 Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, Torino, Einaudi, 2003.

9 Giuseppe Berta, Metamorfosi. L’industria italiana tra declino e trasformazione, Milano, Università Bocconi Editore, 2004.

10 Pacetti, Pichierri, Le ristrutturazioni industriali e il territorio, cit., p. 34.

11 Seguendo le stime della Banca d’Italia (2015), fino al 2007 il Nord Ovest riesce a mantenere il medesimo livello di sviluppo di servizi ad alto contenuto di conoscenza delle diciannove regioni industriali europee più avanzate. Ivi, p. 36.

12 Ibid.

13 Per l’industrializzazione del Mezzogiorno. Le trasformazioni recenti, il quadro na­zionale e le esperienze internazionali, a cura del Cerpem, Napoli, Fondazione Mezzogiorno Tirrenico, 7 settembre 2015, p. 6.

14 Florian Meier, Deindustrializzazione: le trasformazioni strutturali del Nordovest e della Ruhr in prospettiva comparata, in “Meridiana. Rivista di Storia e Scienze Sociali”, 2018, n. 92, p. 248.

15 Ivi, p. 249.

16 Sergio Scamuzzi, Elite e reti in una città in trasformazione. Il caso Torino, Milano, FrancoAngeli, 2005; Stefano Musso, Sergio Scamuzzi, Torino nel Novecento: la memoria della città industriale. Guida alle fonti per ricerche, mostre, musei, Torino, Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci, 2006.

17 Marco Doria, Genova: da polo del Triangolo industriale a città in declino, Genova, Società ligure di storia patria, 1997.

18 Giorgio Bigatti, Milano, deindustrializzazione senza declino, Milano, FrancoAngeli, 2017.

19 Paolo Frascani, Napoli. Viaggio nella città reale, Roma-Bari, Laterza, 2017.

20 Roberta Garruccio, Sara Zanisi, Il Polline e la ruggine: memoria, lavoro, deindustrializzazione a Sesto San Giovanni. Un documentario e un progetto di ricerca tra storia orale, etnografia e storia pubblica, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, n. 2, 2018, http://rivista.clionet.it/vol2/societa-e-cultura/documentario/garruccio-zanisi-il-polline-e-la-ruggine-memoria-lavoro-deindustrializzazione-a-sesto-san-giovanni.

21 Annalisa Tonarelli, Piombino: il lento declino di una città industriale, in “Meridiana. Rivista di Storia e Scienze Sociali”, 2016, n. 85; Annalisa Tonarelli, Trasformazioni dell’esperienza operaia, tra regolazione formale e informale. Il caso della siderurgia a Piombino, in “Sociologia del lavoro”, 2015, n.139; Annalisa Tonarelli, Industrial decline and Local Development Policies in the Steel Area of Piombino, in Colin Crouch, Patrick Le Galès, Carlo Trigilia, Helmut Voelzkow (a cura di), Changing Governance of Local Economies, Oxford, Oxford University Press, 2004.

22 Maria Cristina Gibelli, Milano: da metropoli fordista a mecca del real estate, in “Meridiana. Rivista di Storia e Scienze Sociali”, 2016, n. 85.

23 Giuseppe Berta, La via del Nord. Dal miracolo economico alla stagnazione, Bologna, il Mulino, 2015, p. 193.

24 Progetto Sentieri, Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio di inquinamento. Risultati, in “Epidemical Prevention”, n. 35, 2011, pp. 5-6.

25 Cfr. Confindustria, Dalla bonifica alla reindustrializzazione. Analisi, criticità, proposte, ottobre 2016.

26 Ivi, p.10.