Come citare questo articolo: , La didattica a distanza in emergenza: esperienze e spunti per l’innovazione della scuola, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 4 (2020) []. https://rivista.clionet.it/cozza-la-didattica-a-distanza-in-emergenza-esperienze-e-spunti-per-l-innovazione-della-scuola. Ultimo accesso 25-10-2020.

Tra fine febbraio e inizio marzo la diffusione del Covid-19 ha preso velocità: i numeri dei contagi sono vertiginosamente aumentati, il 4 marzo il governo ha annunciato che ogni attività scolastica sarebbe stata sospesa dal giorno successivo, l’8 marzo le regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto sono state isolate dal resto del paese e solo tre giorni dopo le misure di contenimento del virus sono state estese a tutta l’Italia. Iniziava il lockdown.

Ovviamente questa situazione ha colto impreparate la maggior parte delle famiglie italiane, ma anche migliaia di insegnanti che da un giorno all’altro si sono ritrovati a dovere rivisitare i loro programmi didattici sotto molteplici punti di vista; anzitutto dal punto di vista del metodo, poiché veniva a mancare l’ambiente “classe”, non secondariamente dal punto di vista dei contenuti, in quanto la durata delle lezioni online non poteva essere la stessa delle lezioni frontali e, infine, dal punto di vista degli obiettivi. Tanti gli interrogativi all’inizio dei provvedimenti, interrogativi a cui i docenti, tramite un costante dialogo e una coraggiosa creatività, hanno cercato di dare risposta allo scopo di continuare ad essere dei punti di riferimento per i loro studenti. Contrariamente, infatti, a chi sostiene che con la chiusura delle scuole si è dissolta una comunità, ci sembra il caso di sottolineare, invece, che la scuola come comunità ha continuato ad esistere, e che forse in questi momenti più che mai si è auto-indagata e reinventata.

Prima di analizzare le varie problematiche relative allo stravolgimento della formazione scolastica, è il caso di fare una premessa: la didattica (o formazione) a distanza non coincide necessariamente con la didattica in emergenza. Quest’ultima, infatti, è calata in un tempo e in uno spazio particolare e richiede che si ragioni sull’emergenza per l’appunto come momento specifico. È questa la ragione per cui sarebbe dunque più corretto e preciso parlare in questo caso di didattica a distanza in emergenza.

Lo scopo primario della DaD durante il lockdown è stato soprattutto quello di fare sentire la presenza dell’insegnate e della scuola a casa. La maggior parte degli insegnanti ha tenuto conto delle difficoltà anche di tipo emotivo degli studenti, decidendo di rendersi a loro costantemente disponibile, magari ammorbidendo metodi e approcci valutativi, o rassicurandoli sul lavoro svolto a casa. Si può dunque parlare di fluidità di confini, sotto due aspetti in particolare: l’aspetto del tempo, poiché come già detto i docenti hanno assicurato la loro presenza ai ragazzi non solo durante l’orario delle lezioni ma anche in orari extra-scolastici, e inoltre sotto l’aspetto del mestiere in sé, in quanto:

Per spendere al meglio gli 85 milioni messi a disposizione dal governo per fornire tablet agli studenti che non li hanno, molti insegnanti hanno dovuto affinare la loro attenzione sociologica e svolgere inediti compiti di assistenza sociale, aiutati da gruppi di genitori solidali e da operatori del terzo settore, spesso poco considerati nelle scuole, che si sono rivelati preziosi alleati per la maggiore conoscenza che hanno del territorio[1].

Come si può forse già evincere, il tempo ha assunto una centralità considerevole nella discussione riguardante la didattica in emergenza e andrò ora ad analizzare nel dettaglio i vari aspetti che questa variabile mette in gioco. La didattica a distanza prevede chiaramente un cambiamento dal punto di vista del metodo e della comunicazione; i programmi didattici che i docenti avevano caparbiamente previsto di condurre per l’anno scolastico 2019/2020, sotto forma di lezioni frontali, hanno dovuto in pochissimo tempo adattarsi ad una piattaforma digitale il più delle volte inadeguata rispetto ai contenuti e soprattutto alle tempistiche previste. La tecnologia ha senza alcun dubbio rivoluzionato i ritmi della scuola, e superate le prime preoccupazioni annesse a questa novità, la carta vincente si è rivelata essere quella della calma: è necessario prendersi il tempo di stabilire nuove regole con gli studenti, i quali non possono più alzare il braccio per chiedere la parola, ad esempio, e che devono abituarsi a nuovi metodi di collaborazione.

Naturalmente bisogna considerare che davanti ad uno schermo il livello di attenzione dei ragazzi non si mantiene costante come in classe; è necessario ridurre la durata delle lezioni, molti propongono ad un massimo di trenta minuti, concentrando dunque gli interventi sull’essenziale e lasciando maggior spazio alla partecipazione e alla creatività degli studenti. E pur con questa accortezza, durante una situazione di lockdown il rischio concreto è che la mole di lavoro richiesta sia eccessiva, in un momento in cui la serenità e la capacità di concentrazione degli studenti sono messe a dura prova. Non va, infatti, dimenticato che l’ambiente familiare in cui si trovano a seguire le lezioni e studiare può rivelarsi non sempre di supporto, essendo anche i genitori ed eventuali fratelli o sorelle posti sotto forte stress a causa della quarantena. In un momento in cui manca la dinamica del gioco, lo svago, il confronto con coetanei, i ragazzi hanno bisogno di riserbarsi ore in cui non fare niente.

Due sono parse le soluzioni possibili: da un lato delineare una forma molto più diversificata di insegnamento, sfruttando al meglio il web, organizzando dei laboratori, contro l’eventuale rischio di rinforzare la classica lezione frontale che fa dello studente una sorta di “recipiente” da riempire di nozioni; l’altro espediente è invece quello della interdisciplinarità, che al prezzo di un faticoso lavoro preparatorio da parte degli insegnanti, può potenzialmente risolvere sia la questione dei programmi didattici che quella della riduzione delle ore di lezione.

Come accennato precedentemente, la didattica a distanza in emergenza non si rivolge solamente agli studenti, ma anche alle loro famiglie; ciò comporta che anziché attutire le diversità tra i ragazzi, questa modalità possa finire piuttosto per accrescerle. Da una parte la possibilità o impossibilità di accedere alla tecnologia evidenzia delle diseguaglianze di tipo sociale ed economico, dando vita ad un fenomeno che ha preso il nome di dispersione digitale; Franco Lorenzoni, maestro elementare e scrittore, osservava infatti durante la chiusura delle scuole: «Se la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina ammette che un milione e seicentomila ragazzi non sono ancora raggiunti da alcuna forma didattica, il diritto all’istruzione è difatti sospeso per almeno un ragazzo su cinque». Altrettanto preoccupante è il problema di tipo scolastico e culturale: i ragazzi che già prima a scuola dimostravano alcune difficoltà di apprendimento, si sono trovati soli, rischiando di rimanere indietro rispetto al resto della classe. La didattica a distanza prevede infatti che lo studente sia più autonomo nell’organizzazione degli spazi e dei tempi di studio, così che se per alcuni questo comporta un graduale accrescimento del loro grado di autonomia, in altri provoca un forte senso di smarrimento.

Al di là di queste complicazioni, però, è giusto mettere in luce ciò che di grande è avvenuto per la didattica, in particolare per la didattica della storia, in questi tempi bui; gli studenti hanno infatti acquisito la consapevolezza di essere partecipi di un importante evento storico destinato a cambiare la sorte dell’umanità. Questa presa di coscienza ha messo in atto un ripensamento della disciplina storica, che ai loro occhi è tornata ad essere un fondamentale strumento di decodificazione del presente. Ciò significa che ai docenti è data ora l’occasione di potere praticare l’insegnamento della storia per quello che dovrebbe essere, ovvero una storia che parte dai problemi presenti, una storia che va al passato attraverso le questioni del presente per poi dal passato tornare all’attualità. Il Covid-19, con tutte le sue difficoltà e problematicità, ha permesso di rendere vivo l’insegnamento della storia. E non solo. Salvatore Adorno, docente di storia dell’ambiente presso l’università di Catania, ha scritto un interessante articolo dal titolo La lunga guerra tra uomo e microbi[2], in cui evidenzia la stretta interconnessione tra storia dell’uomo e storia dell’ambiente:

È fondamentale cominciare a capire che cosa questo evento sta mettendo in discussione. La storia è uno degli strumenti a nostra disposizione. Lo fa in due direzioni. Quella del tempo, in primo luogo. La storia mette il nostro evento in una prospettiva temporale che, in questo caso, è lunghissima. [...] La seconda direzione è quella della contestualizzazione. In quale contesto inserire questo evento? In quello del piccolo paese, della regione o del singolo stato? C’è una risposta ovvia: nel contesto dell’ambiente globale. C’è, infatti, una seconda coevoluzione che viene messa in gioco oggi: quella fra umanità e ambiente[3].

Quindi non solo il Covid-19 ci dà l’occasione di ripensare la didattica della storia, ma ci fa anche riflettere sulle strette correlazioni che questa disciplina da sempre instaura con altre materie. Non a caso già da prima che questa emergenza mettesse piede nel nostro paese, si ipotizzava di introdurre la materia “Storia e Geografia” nel biennio dei licei; questa disciplina si baserebbe infatti sulla convinzione che la storia comporti una dimensione geografica e che la geografia umana necessiti a sua volta di coordinate temporali. A differenza di quella che alcuni hanno inteso come “geostoria”, ovvero una semplice sovrapposizione delle due materie, essa tenderebbe a mostrare agli studenti che

il legame tra le società umane e lo spazio da loro occupato è inestricabile sin dalle età più antiche ed è un’acquisizione concettuale di fondamentale importanza per tutte le scienze dell’uomo. Le società vivono di spazio, lo utilizzano, lo consumano, in un intreccio continuo tra uomo e ambiente, che cambia nel corso del tempo a ritmi diversificati[4].

È evidente quanto queste riflessioni abbiano in un certo senso presagito le condizioni in cui oggi versiamo e possano dunque essere utili non solo per comprendere le cause scatenanti la pandemia, ma anche per dare vita ad una vera e propria messa in discussione della didattica, nonché della didattica della storia nello specifico. Fabrizio Lamanna, docente presso il Liceo artistico Lazzaro di Catania, sostiene che la scuola sia continuamente in crisi, giacché in essa sono sempre presenti delle mancanze, e che il Covid-19 abbia fatto dunque da mina per l’esplosione di problemi preesistenti[5]; non si può infatti negare che questa pandemia abbia messo in luce longeve fratture in vari settori del nostro paese, incluso quello scolastico per l’appunto, e che dunque essa si possa considerare una “crisi nella crisi”. Al di là degli aspetti sociali e politici che esulano dalle mie competenze, credo però che soffermarsi su tale elemento possa essere utile in vista di una riprogettazione della scuola; nonostante le numerose difficoltà riscontrate, i docenti in questi mesi non sono certo venuti meno ai loro impegni, dimostrando la loro professionalità sia nei confronti dei ragazzi, a cui hanno cercato di dare supporto e per i quali hanno riorganizzato interi programmi didattici, sia nei confronti dei propri colleghi, cercando di tenere vivo un costante dialogo, confronto riguardante le difficoltà ma anche le possibilità della didattica a distanza. Il lavoro di questi professionisti è frutto di una stupefacente creatività, per nulla smorzata dalla situazione emergenziale, i cui effetti andrebbero conservati e valutati anche a scuole aperte. Perché se da un lato ai più pare evidente che la didattica a distanza non possa sostituire la didattica in presenza, al contempo ci si è accorti di quanto le due modalità di insegnamento possano essere complementari ai fini di un’istruzione innovativa e completa.

Sono infatti tante le idee emerse a proposito delle potenzialità del digitale, il quale apre a un ventaglio di opportunità decisamente interessanti; l’accessibilità alle fonti da un lato riconduce alla problematica delle fake news, ricordandoci che è compito della scuola insegnare ai giovani come fare ricerche sul web, e dall’altro lato offre la possibilità agli studenti di esercitarsi sulla selezione delle fonti o di creare un proprio archivio personale online, per esempio. Si può pensare a nuove forme di interazione più accattivanti, organizzando magari dei dibattiti o degli incontri online con alcuni testimoni o esperti; questo secondo format nei mesi di marzo, aprile e maggio è andato molto in voga persino su social network come Instagram o Facebook grazie all’utilizzo delle dirette. La didattica a distanza ha anche messo in evidenza, per quanto riguarda soprattutto le università, come si possano potenziare i laboratori grazie alla piattaforma online e come quindi possa essere vantaggioso coniugare il lavoro svolto in sede con quello ultimato a casa. Un ultimo aspetto da tenere in grande considerazione è il fatto che alcuni ragazzi abbiano superato grazie allo schermo del digitale le loro timidezze, quasi considerandolo uno scudo protettivo, esponendosi perciò molto più che in classe. Il digitale può certamente fare da supporto in questo senso, perché permette ai docenti di dialogare più approfonditamente coi propri alunni. A questo proposito, Chiara Massari, docente presso l’Istituto industriale Ponti di Milano, ha raccontato di avere fatto registrare degli audio-pensieri, esperienza rivelatasi totalmente positiva, in quanto un tipo di comunicazione indiretta ha spinto i suoi studenti a esprimersi liberamente riguardo alle tematiche da lei proposte[6].

È quindi evidente come l’emergenza sanitaria e la conseguente chiusura delle scuole non abbiano solo tolto tempi e spazi all’educazione, ma abbiano invece arricchito la scuola per certi versi, contribuendo alla crescita di un senso critico a di una auto-valutazione. L’auspicio è che quest’esperienza di educazione a distanza in emergenza non sia solo una parentesi dell’istruzione italiana, ma che rappresenti invece un passo importante verso una didattica a 360 gradi, rinnovata e consapevole.


Note

1 Franco Lorenzoni, Didattica dell’emergenza, in “Internazionale”, n. 1.356, 2020, p. 23.

2 Salvatore Adorno, La lunga guerra tra uomo e microbi, in “La Sicilia”, 19 marzo 2020.

3 Salvatore Adorno, La lunga guerra  tra uomo e microbi, Con una postilla sul “Laboratorio del tempo presente”, in “Historia Ludens”, 22 marzo 2020: http://www.historialudens.it/didattica-della-storia/350-la-lunga-guerra-tra-uomo-e-microbi.html.

4 Patrizia Fazzi, Strumenti per la didattica della storia e della geografia, in “Storia e Futuro”, n. 51, dicembre 2019: http://storiaefuturo.eu/strumenti-per-la-didattica-della-storia-e-della-geografia/.

5 Insegnare storia a distanza e in emergenza, 2 aprile 2020: https://www.youtube.com/watch?v=Wa26D-JKc10&feature=youtu.be.

6 Insegnare storia a distanza e in emergenza, cit.