Come citare questo articolo: , Cosa hanno mai fatto gli ebrei? In ricordo di Roberto Finzi, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 5 (2021) []. https://rivista.clionet.it/gagliardo-cosa-hanno-mai-fatto-gli-ebrei-in-ricordo-di-roberto-finzi. Ultimo accesso 30-07-2021.

Una lunga fedeltà

Per affrontare più efficacemente una riflessione sul libro oggetto di questo intervento[1], sebbene in maniera molto più sintetica di quanto esso meriterebbe, occorrerà inquadrarlo nella più ampia cornice dell’attenzione che Finzi dedicò, nell’arco della sua lunga attività scientifica e divulgativa, ai temi dell’ebraismo. E per questo partirò da una osservazione di carattere statistico-quantitativo, giacché la statistica rilascia una mappa che, se non corrisponde perfettamente al territorio, ci aiuta tuttavia a percorrerlo.

Se si va infatti a cercare nell’Archivio Finzi, che lui stesso ha donato nel 2013 alla Biblioteca interdipartimentale “Gabriele Goidanich” dell’Università di Bologna, se ne esce con la palmare consapevolezza di quanto e quanto lungamente i temi che ruotano intorno alla storia e all’identità ebraiche e all’antisemitismo in particolare abbiano impegnato la sua attività di ricerca e di riflessione. Volendo estrarre da quel lungo elenco a tema ebraico i contributi più significativi (per ragioni di estensione, compiutezza, sistematicità), segnalerei quanto meno:

  • L’antisemitismo. Dal pregiudizio contro gli ebrei ai campi di sterminio, Giunti-Castermann, Firenze-Bruxelles, 1997
  • L’università italiana e le leggi antiebraiche, Editori Riuniti, Roma, 1997 (II ed. ampliata 2003)
  • Il pregiudizio. Ebrei e questione ebraica in Marx, Lombroso, Croce, Milano, Bompiani, 2011 (Prefazione di Claudio Magris)
  • Breve storia della questione antisemita, Bompiani, Milano, 2019
  • Cosa hanno mai fatto gli ebrei? Dialogo tra nonno e nipote sull'antisemitismo, Einaudi, Torino, 2019

Ma se sottoponiamo a un’analisi più ravvicinata quell’elenco, non si potrà evitare di uscirne con alcune interessanti riflessioni che fungono da utile viatico al nostro discorso (d’altronde i numeri, lo si è già detto, aiutano a dare una forma meglio visibile ai territori).

Per cominciare si potrà osservare che delle 386 pubblicazioni censite tra il 1960 al 2014 (tra articoli, monografie che lo vedono come autore o curatore, riedizioni, traduzioni, prefazioni, recensioni, lettere a quotidiani, il cui elenco è disponibile online), ben 61 hanno nel titolo qualcosa che le connette a temi lato sensu ebraici – anche se la stima è verosimilmente approssimata per difetto, poiché da diversi titoli non è possibile evincere con chiarezza inequivoca il tema affrontato.

Si tratta, comunque, di una percentuale che sfiora il 16% (oltre un sesto) della sua intera produzione scritta. Tale dato, se si considera che non era quello il campo di insegnamento in cui Roberto Finzi ha svolto la propria attività accademica (nella quale si riversano per forza le energie maggiori di studio e ricerca di un cattedratico), mi pare una quota senz’altro ragguardevole.

Eppure, se ci si basa solo sui necrologi leggibili nel world wide web e usciti per la sua scomparsa, emerge con nettezza come egli sia ricordato in prima battuta, se non quasi esclusivamente, come «storico/studioso dell’antisemitismo» («la Repubblica»; «Il Resto del Carlino»; «Il Messaggero»; «La Nuova Ferrara»; «BolognaToday») piuttosto che come storico dell’economia (quale “accademicamente” era dal momento che aveva insegnato Storia sociale, Storia economica, Storia del pensiero economico). 

Pare dunque lecito chiedersi quali fossero le ragioni di un tale insistito interesse. Certo, la prima spiegazione che si presenta spingerebbe a riconnetterlo ad un naturale coinvolgimento biografico: sebbene infatti provenisse da una famiglia ebraica “mista”, che fu duramente segnata dalla persecuzione e dalla shoah (entrambi i nonni paterni e la sorella del padre furono infatti deportati ad Auschwitz e i primi due non ne fecero ritorno), i suoi rapporti con la comunità ebraica furono tuttavia decisamente scarsi: battezzato alla nascita non abbracciò mai in seguito l’ebraismo (ed ebbe rapporti “freddi” anche con il cattolicesimo). Da dove, allora?

 

La “vocazione pedagogica”

Per rispondere al quesito, torniamo ancora a quell’elenco di cui dicevamo per affrontarlo non più da un’ottica quantitativa, ma, direi, più qualitativa, o meglio di destinazione editoriale. A me sembra, infatti, che dalla sua lettura spicchi una certa tendenza da parte di Finzi a intervenire sul tema “ebraico”, oltre che in pubblicazioni specialistiche e accademiche, anche in quelle dove si svolgevano dibattito e battaglie di idee, e più ancora nei principali organi di stampa quotidiana, a sottolineare da un lato il carattere militante con cui concepiva il suo ruolo di intellettuale, ma soprattutto una vocazione comunicativa e divulgativa aperta a pubblici non specialistici. Mentre per il primo gruppo segnalerei: «Impegno presente», «Classe e Stato», «Rinascita», «Critica marxista», «Il ponte»; per il secondo: «l’Unità», «Il Resto del Carlino», «Il corriere della sera», «Il diario della settimana», «Il piccolo».

Tale interesse “militante e civile” trova una sua conferma e una sua particolare declinazione nell’attenzione che Finzi ebbe per il mondo della scuola o della didattica. Si considerino questi due esempi che estraggo dall’elenco in questione:

  • Come si racconta la storia ai bambini, “Passato e presente”, 1, 1982, pp. 193-196
  • Un’estensione del moderno sistema di fabbrica: Auschwitz, “I viaggi di Erodoto”, n.s., a. XIII, 38/39 (giugno- novembre 1999), pp. 161-179

Del primo titolo colpiscono non tanto una certa “precocità”, quanto piuttosto il “tema”, o meglio la sua curvatura, dato che vi spicca proprio la parola «bambini», la quale suona un po’ eccentrica negli interessi di un professore universitario che non sia un pedagogista.

Del secondo, invece, è rimarchevole la collocazione: si tratta, infatti, del quadrimestrale di storia e ricerca didattica pubblicato dalle Edizioni scolastiche Bruno Mondadori tra il 1987 e il 2001 (diretto da Alberto De Bernardi, e nel cui  comitato  scientifico, tra  gli  altri, figuravano Scipione Guarracino, Antonio Brusa, Marcello Flores), che ha rappresentato nel tempo un punto di riferimento per il dibattito storico, l’aggiornamento storiografico, ma soprattutto uno strumento “alto” di dialogo continuo tra ricerca storiografica e insegnamento.

Insomma una spiccata attenzione pedagogica, che ancor meglio si comprende, a mio giudizio, se la si inserisce in quanto emerge dalla rilettura del suo curriculum professionale: Roberto Finzi infatti non aveva cominciato la sua carriera come professore universitario, bensì come insegnante dapprima di scuola media (dove stette 2/3 anni) e poi superiore (6/7 anni) prima di passare all’Università; e molto verosimilmente è da quelle esperienze nelle scuole secondarie (di primo e secondo grado), oltre che da una precisa militanza culturale prima che politica, che gli derivava un’inesausta sensibilità pedagogica, virata verso un’attenzione ai bisogni dei meno “attrezzati”, nei confronti dei quali assumere un ruolo di “facilitatore”.

 

Cosa hanno mai fatto gli ebrei? Dialogo tra nonno e nipote sull’antisemitismo

Tutti questi fili che siamo andati raccogliendo, e che cuciono un po’ tutta la tela del suo lavoro sui temi dell’ebraismo e dell’antisemitismo, trovano un punto di convergenza in questo, che è il suo ultimo libro, Cosa hanno mai fatto gli ebrei? Dialogo tra nonno e nipote sull’antisemitismo, pubblicato nel 2019 dal gruppo editoriale triestino che comprende tre prestigiosi marchi, Edizioni EL, Einaudi Ragazzi, Emme Edizioni (e recentemente distribuito in edicola dal Gruppo Gedi).

La nipote del sottotitolo è Sofia Sorrentino, figlia di Federica Finzi, il cui nome nonno Roberto, mi confidò lui stesso, avrebbe voluto che comparisse in copertina – proposta che però incontrò, con rammarico dell’Autore, l’obiezione irremovibile dell’Editore. A giudicare da quel sottotitolo, il libro si potrebbe inserire nel fortunato filone dei vari XY spiegato ai miei figli, che negli ultimi anni hanno occupato un posto stabile nell’editoria, forse a partire da quel Il razzismo spiegato a mia figlia dello scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun (1998) – a cui seguì di lì a poco (1999) quello di Annette Wieviorka, Auschwitz spiegato a mia figlia.

Da allora l’elenco si arricchisce di numerosi e nuovi temi volti all’edificazione delle fanciulle: La Resistenza (Cavaglion); La Repubblica (Debray); La Costituzione (Ambrosini); L’Anarchia (Gurrieri); La Genesi (Baharier); Le droghe (Margaron); La politica italiana (Pagot e Costanzo); Il futuro del lavoro (Mercuri); Il calcio (Sconcerti); La Juventus (Caneschi). Se però in tale filone il destinatario femminile appare quello più ricorrente, non mancano le varianti più “ecumeniche” come quella di Silvana La Spina, La mafia spiegata ai miei figli: (e anche ai figli degli altri), del 2006.

Anche se se ne erano avute avvisaglie dagli esempi precedenti, tuttavia è nella variante maschile del destinatario che si registra una superfetazione (ma l’elenco che segue è decisamente deficitario) che esonda facilmente nel trash: Dio; Gesù; Il suicidio; Il comunismo; Il fascismo; Il Brenta; L’autostop; L’antiromanismo; fino a Vittorio Sgarbi, tutti, rigorosamente, spiegati al proprio figlio.
Chiude il cerchio di questa disamina ancora Tahar Ben Jelloun con Il terrorismo spiegato ai nostri figli, del 2017.

Al di là delle grottesche degenerazioni, si tratta di testi saggistico-divulgativi con componenti finzionali scritti in forma di dialogo domanda-risposta tra un adulto e un giovanissimo/a. Ma in questo, che oramai si configura come vero e proprio genere saggistico-letterario, Finzi a me pare che introduca una piccola ma significativa novità: nel titolo, infatti, egli parte non dalla spiegazione, ma dalla domanda. Rovescia pertanto l’inquadratura, spostandone il fuoco dal maestro all’allieva, come è sottolineato già dal titolo, che adotta una formula interrogativa appartenente più al registro linguistico colloquiale, venato di sfumature settentrionali, proprio della nipote (Cosa…?), piuttosto che quello tradizionale e normativo proprio della cultura “alta” sicuramente più congruente con la formazione del nonno (Che cosa…?).

Anche le testimonianze famigliari confermano queste osservazioni, in quanto ci descrivono il metodo di lavoro adottato nella stesura del libro – con la nipote che rivedeva il testo e vi interveniva con osservazioni che rispettassero il linguaggio e gli interessi dell’adolescente e dunque dei destinatari, rendendoli così non un astratto target editoriale, bensì una concreta e viva comunità di interlocutori.

Ma in fondo, a pensarci bene, proprio su un rovesciamento si fonda la prospettiva costitutiva di questo testo: «Forse tuttavia non è la domanda giusta. […] Probabilmente bisogna rovesciarla» (pp. 6-7), da cui consegue che «la domanda da farsi non è cosa hanno mai fatto gli ebrei, ma cosa molti pensano che abbiano fatto» (p. 14).

Ancora più corretto sarebbe però dire che non solo il testo su cui qui ci stiamo concentrando, bensì l’intera riflessione di Finzi sull’antisemitismo si basa sull’adozione di tale prospettiva “flipped”. Se è stato Jean-Paul Sartre (L’antisemitismo. Riflessioni sulla questione ebraica, Milano, Mondadori, 1990) a insegnarci che «l’ebreo è un uomo che gli altri uomini considerano ebreo» (p. 64), proprio partendo da tale assunto, secondo cui «non è il carattere ebraico a provocare l’antisemitismo ma, al contrario, è l’antisemita a creare l’ebreo» (Sartre, p. 116), Finzi anche in questo libro per ragazzi sposta l’attenzione da una presunta «questione ebraica», come ancora recitava il sottotitolo del testo del filosofo francese, alla «questione antisemita», la cui Breve storia aveva ricostruito nel libro uscito da Bompiani in quello stesso 2019.

E tale sincronia editoriale si presta a qualche utile riflessione. Breve storia della questione antisemita era la «rielaborazione vasta e profonda nonché un esteso aggiornamento» di un testo uscito nel 1997 per Giunti e Casterman, in italiano e in francese, col titolo L’antisemitismo. Dal pregiudizio contro gli ebrei ai campi di sterminio. Tuttavia, trascorsi oltre vent’anni, una riedizione del testo, che era oramai divenuto irreperibile, veniva sollecitata da «docenti universitari e insegnanti delle scuole Medie Superiori che negli anni lo» avevano trovato «uno strumento utile al loro lavoro» (come recita la Nota dell’editore).

Dunque, se per ragioni cronologiche e tematiche la storia dei due testi viaggia parallela, ben diverso è il pubblico dei destinatari, che in questo più corposo saggio è rappresentato dalla platea dei docenti universitari e superiori, con i quali Finzi doveva sentirsi evidentemente più a suo agio. Invece ripercorrere la lunga storia dell’antisemitismo ad usum delphini è sfida decisamente diversa e sicuramente più ardua, perché chiede alla complessità di farsi comprensibile, semplice senza essere semplificatoria.

Ecco come: Cosa hanno mai fatto gli ebrei? ha una evidente componente “narrativa”, come d’altronde il genere richiede, poiché, ad esempio, la durata della “storia” non può coincidere con i due giorni (pomeriggio di un sabato e mattina della domenica successiva) del “racconto”. Tale concentrazione del tempo narrativo è funzionale ad un ritmo serrato fatto di domande e risposte, con cui si affronta il corpo a corpo con un tema plurisecolare tanto stratificato e complesso, secondo lo sperimentato metodo maieutico. Ma qui non è il “sapiente” Finzi (beh, sì, anche lui), bensì la “ingenua” nipote a farsi levatrice di verità, poiché con le sue domande costringe il maestro a uno sforzo ulteriore di chiarezza argomentativa e di essenzialità mai riduttiva (d’altronde non porta ella un nome parlante, sofia, che ammicca all’ennesimo rovesciamento?).

Che poi il libro sia un saggio costruito con sapienza “retorico/narrativa” è dato anche dalla considerazione che in esso, ad esempio, è riconoscibile una precisa struttura circolare: il libro si apre infatti con una riflessione che parte dall’attualità (Ferragosto 2017: Una “ingenua” signora svizzera) e si richiude circolarmente su un’altra notizia presa ugualmente dalla cronaca giornalistica (Natale 2018: Hitler nel presepe).

In mezzo stanno i 32 brevi capitoli che occupano le circa 150 pagine del libriccino, in cui il lettore, attraverso l’immedesimazione con il punto di ascolto della nipote, inesperta per ovvie ragioni anagrafiche e scolari, è condotto a volo d’uccello sulla storia secolare della articolata relazione tra le minoranze ebraiche e i gruppi maggioritari delle numerose società in cui esse si trovarono a vivere in diversi tempi e luoghi.

Con rapidi ma efficaci quadri sintetici scorrono sotto gli occhi del lettore le ragioni teologiche che stanno alla base della separazione col cristianesimo; il contesto storico che determinò l’affermarsi di questo sull’ebraismo; l’inserirsi della relazione ebraico-cristiana all’interno di strutture economiche e culturali medievali; l’emancipazione Sette/Ottocentesca; il passaggio dal territorio della religione a quello della biologia; l’antisemitismo di Stato; lo sterminio; la sua memoria; il sionismo e la nascita di Israele.

Ma non è solo questo: il libro risulta, infatti, anche come un piccolo manuale di metodo, e una piccola “apologia della storia”, come affiora più volte in diversi passaggi del testo. Ad esempio, quando alla giovane nipote il nonno ricorda che «la storia è fatta di processi intricati. Se si vuole capire, non si può semplificare troppo» (p. 64) – ma occorrenze simili sono decisamente numerose –; oppure nella adozione di quella struttura circolare di cui s’è detto, che, riferendo episodi tratti dalla cronaca giornalistica, sottolinea non solo la perdurante vitalità dell’antisemitismo, ma, più ancora, che la ricerca storica nasce dalle domande che il presente pone al passato.

Infine, la lezione che Sofia stessa ha appreso dall’esperienza e che sintetizza per «chi legge» nella pagina finale: «Lavorando col nonno ho capito che scrivere è faticoso. Esige, oltre che conoscenza, disciplina e organizzazione» (p. 154). Insomma, un’operetta per ragazzi sì, ma estremamente raffinata e poliedrica.

 

Didattica e democrazia

Mi sia consentito a questo punto un breve ricordo personale: ho incontrato Roberto Finzi il 15 settembre 2019, dopo un paio di contatti telefonici avuti a scopo organizzativo. Era la 20a Giornata europea della cultura ebraica ed era venuto a Cesena per presentare nella Sala “Sigfrido Sozzi” del Palazzo del Ridotto il suo Breve storia della questione antisemita (Bompiani, Milano, 2019).

Il suo intervento era previsto per le ore 18, ma lui ebbe piacere ad assistere anche a quello delle 16.30 in Biblioteca Malatestiana, dove veniva presentato il restauro delle carte della famiglia Saralvo, i cui componenti vennero deportati da Cesena e uccisi ad Auschwitz nel maggio 1944. Arrivò con un discreto anticipo, e ciò ci permise di chiacchierare a lungo sia lungo la strada che percorremmo a piedi tra la stazione e la Biblioteca Malatestiana, sia nell’intervallo tra i due incontri, seduti, accanto al busto di Renato Serra, all’ombra dei lecci che si trovano tra la Biblioteca e l’antistante Palazzo del Ridotto.

Più ancora della nostra conversazione pubblica per la presentazione del suo libro, per me quei momenti di scambio di opinioni a ruota libera sono stati di grande interesse e significato: intanto perché mi hanno aiutato a superare l’imbarazzo che deriva sempre dall’asimmetria di un dialogo tra un luminare e un dilettante. Ma soprattutto perché Finzi ebbe il pregio, per me proprio delle persone di grande cultura, di mettere subito a proprio agio l’interlocutore, tanto che dialogò con me alla pari, anzi, sinceramente interessato alle mie attività di lavoro e ricerca, delle quali mi chiese dettagli e approfondimenti.

Ci saremmo poi risentiti ancora, ma sempre al telefono, nel corso del mese successivo, quando il Professore mi cercò nuovamente al telefono per chiedermi se, come insegnante distaccato presso gli Istituti della Resistenza di Forlì-Cesena e di Rimini, fossi interessato a lavorare con lui all’organizzazione di incontri formativi non tanto con gli studenti (certo, anche con loro), ma più ancora con gli insegnanti del territorio romagnolo, per ragionare insieme a loro su quei temi che a lui stavano così a cuore, ma facendolo non in maniera contenutistica ed ex cathedra, bensì sulla loro declinazione in chiave di concreta pratica didattica e di appropriata modalità comunicativa.

Come è ovvio io aderii con entusiasmo alla sua stimolante proposta e avviai i contatti con quei colleghi più vicini e sensibili alle istanze dell’Istituto, con alcuni dei quali arrivammo a ipotizzare degli incontri di formazione da svolgersi a ridosso dell’avvio del secondo quadrimestre o nella primavera. Purtroppo, l’esplosione dell’emergenza sanitaria da covid-19 travolse le scuole e le attività degli Istituti storici e impedì che il progetto potesse avere seguito in quell’anno scolastico. Ma la proposta messa in campo era decisamente allettante e in cuor mio (ma sono certo anche in quello di Finzi) la consideravo solo procrastinata.

Mi sbagliavo: nel settembre 2020, proprio all’avvio di un nuovo anno scolastico che avrebbe potuto portare a compimento quelle idee ancora solo abbozzate (anche se le aspettative sarebbero comunque state disilluse dal perdurare e per certi versi incrudelire della pandemia), scoprivo dalle pagine della «Repubblica» che Roberto Finzi era scomparso il 10 di quel mese a Bologna all’età di 79 anni.

Ciò, oltre al dolore per la grave perdita, metteva la parola fine a quel suo/nostro bel progetto. Ma non all’insegnamento che gli sopravvive, perché in quella proposta di Finzi, per come ne abbiamo discusso, non c’erano solo ragioni, pure legittime, di “interesse promozionale”, ma vi ho scorto soprattutto passioni: storica, didattica, civile – come ho provato ad argomentare in precedenza.

E poi c’è anche un altro elemento che corrobora questo convincimento e tutto il discorso sin qui svolto, ed è dato dalla considerazione che l’esperienza del lavoro a quattro mani con la giovanissima nipote piacque tanto a Roberto Finzi, che la figlia Federica (la madre di Sofia) mi ha confidato come, tra gli appunti rimasti sul suo comodino e che stendeva prima che la malattia lo portasse via con rapinosa velocità, ci fosse un quaderno con degli abbozzi di idee per un lavoro analogo sul 25 aprile o sulla Costituzione.

Questa resta dunque una delle grandi lezioni che Roberto Finzi ci lascia: la capacità di mettere le affilate competenze metodologiche e interpretative maturate nel lavoro accademico (e nella militanza intellettuale) al servizio di temi diversi, nei quali scorgeva i semi di una ricaduta civile se non proprio politica. E ciò richiedeva lo sforzo di perseguire un registro comunicativo il più aperto possibile, dunque in senso pieno democratico.

Sì, perché Finzi, come emerge da Cosa hanno mai fatto gli ebrei?, e ancora con più chiarezza dalla sua Breve storia della questione antisemita, era pienamente consapevole, e conseguentemente preoccupato, delle capacità adattive dell’antisemitismo (“travestimenti” li definisce nel cap. 31 di Cosa hanno mai fatto gli ebrei?). Ma più ancora era preoccupato di intervenire per arginarne la resistenza e la forza di penetrazione, specie tra le giovani generazioni, quelle meno difese e più esposte alle sirene della semplificazione e della propaganda che oggi trovano canali di diffusione più pervasivi e subdoli.

La riflessione sull’antisemitismo, insomma, si pone per lui come palestra per affrontare criticamente altri stereotipi e altri pregiudizi, tanto che nella sua ultima produzione si è addirittura riconosciuta una sorta di “quadrilogia del pregiudizio” che ripercorre, in una prospettiva storica, oltre a quello verso gli ebrei, gli atteggiamenti discriminatori e diffamatori nei confronti del maiale (L’onesto porco, 2014), dell’asino (Asino caro, 2017), e della donna (Il maschio sgomento, 2018). In quest’ultimo, anzi, mette pienamente a frutto quella lezione di “rovesciamento” che abbiamo incontrato nel descrivere il modo in cui Finzi ha affrontato l’antisemitismo: come lì, infatti, ribaltava una presunta “questione ebraica” in una più corretta “questione antisemita”, in questo libro del 2018 suggerisce che sia più corretto parlare di “questione maschile” piuttosto che di una presunta “questione femminile”.

Anche in questo libretto fanno capolino i temi del pregiudizio verso le donne (pp. 13-14) e quello verso i meridionali (pp. 12-13), ma se ne aggiunge un altro molto singolare che affiora nello scambio di battute iniziale tra i due interlocutori, e che per me è una spia suggestiva:

[Nonno:] Però. Per essere ragazzi di seconda media siete proprio svegli!
[Nipote:] Eh, già! Voi grandi pensate che siamo bambini. E invece…
[Nonno:] Magari sono più superficiali gli adulti… (p. 6).

Il frammento è solo apparentemente marginale: infatti, data anche la sua collocazione liminare nel testo, sottolinea, ancorché in maniera sorniona, ma decisamente spiazzante e perciò ulteriormente “educativa”, il fatto che nessuno è immune dai rischi di interpretazioni preconcette con cui guarda ad altri gruppi, neppure il più attrezzato studioso dei pregiudizi.

Ecco, dunque, che il dialogo intergenerazionale sull’antisemitismo porta anche alla disarticolazione di un ulteriore, subdolo e insospettato stereotipo: quello, in questo caso, di una generazione giovanile distratta e superficiale solo nello sguardo preconcetto della società adulta che così se la rappresenta.

E tale ultimo guizzo conferma, nella fedeltà al modello gramsciano di intellettuale organico, la fiducia nei giovani e nel futuro, il grande amore che l’uomo di cultura e di scienza nutriva per la sua disciplina e per gli insegnamenti sempre vivi, e mai confinati nei recinti dello specialismo accademico, che essa continua incessantemente a dare. Persino ai maestri, e, anche per questo, Roberto Finzi, che maestro è stato davvero e in senso alto, continua ad esserlo pure dopo la sua scomparsa.


Note

1 Roberto Finzi, Cosa hanno mai fatto gli ebrei? Dialogo tra nonno e nipote sull’antisemitismo, Einaudi Ragazzi, 2019.