Come citare questo articolo: , Il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna: tra scuola e impresa, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 5 (2021) []. https://rivista.clionet.it/grandi-masini-il-museo-del-patrimonio-industriale-di-bologna-tra-scuola-e-impresa. Ultimo accesso 30-07-2021.

1. Origini e caratteristiche del Museo[1]

Il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna studia, documenta e valorizza la storia industriale di lungo periodo del territorio, con uno sguardo particolare ai processi di formazione professionale e di aggiornamento delle maestranze tecniche. Bologna è una città di consolidata tradizione manifatturiera: tra il XV e il XVIII secolo era uno dei centri produttivi dell’industria serica più importanti d’Europa, con una popolazione di circa 50.000 unità, il 50% della quale coinvolta, a vario titolo, in questo tipo di produzione.[2] Per spiegare tale primato occorre fare riferimento all’alto livello tecnologico raggiunto nei processi produttivi adottati e che trovava la sua sintesi nel mulino da seta rotondo, una macchina estremamente complessa e sofisticata impiegata nella filatura e torsione del filo di seta. Questa supremazia, tuttavia, entra in crisi all’inizio dell’Ottocento, secolo che vede il progressivo depauperamento della città e la sua scomparsa dal panorama produttivo italiano ed europeo. Si deve a Luigi Valeriani (1758-1828), docente di Economia pubblica, e Giovanni Aldini (1762-1834), fisico sperimentale, nipote di Luigi Galvani,[3] l’intuizione di poter risollevare le sorti dell’economia cittadina a partire dall’istruzione tecnica di nuove maestranze, al servizio non di un solo settore specialistico ma di tutte le attività industriali, utilizzando un processo formativo all’avanguardia per l’epoca, basato sul sapere e sul saper fare, in grado di aggiornare saperi, trasmettere conoscenze, innescare processi di innovazione e sviluppo. Dalla loro intuizione nasce l’Istituzione Aldini Valeriani, la scuola che ha formato generazioni di artigiani, tecnici, capi-tecnici e imprenditori, protagonisti dello sviluppo industriale di Bologna nel Novecento e della nascita del distretto della motoristica e dell’automazione, ancora oggi punti di eccellenza dell’economia della città.

Nel sentire diffuso le Aldini, così le chiamano familiarmente i bolognesi, sono sempre state le scuole dell’industria e del lavoro. Tuttavia, sino all’inizio degli anni Ottanta del Novecento mancavano studi e riferimenti su questa storia. Vi ha posto rimedio l’Amministrazione Comunale, che gestiva da oltre cento anni la scuola, organizzando nel 1980 una grande mostra celebrativa nell’allora Sala Borsa dal titolo Macchine Scuola Industria. Dal mestiere alla professionalità operaia.[4] Gli studi propedeutici agli allestimenti furono l’occasione per ricostruire una storia che aveva lasciato nel territorio importanti tracce, come l’ex Chiesa di S. Lucia, sede storica della scuola, le macchine operatrici delle officine, la strumentazione didattica, la biblioteca, l’archivio, il materiale tecnico e così via. Integravano questi materiali anche i racconti e le memorie degli ex studenti e delle loro esperienze di vita, indagate dal gruppo di ricerca che lavorava al progetto della mostra raccogliendo interviste, materiali di archivio personali, fotografie, documentando abilità funzionali alla produzione forse desuete e di cui si stava lentamente perdendo la memoria[5]. In parallelo, lo studio delle collezioni storiche di macchine, apparati produttivi, strumentazione di laboratorio, restituiva la conoscenza del livello tecnologico dell’industria bolognese di quegli anni e la strategia di modernizzazione che il Comune aveva posto in essere attraverso la dotazione dei laboratori e delle officine della scuola.

Il successo di pubblico e l’apprezzamento per la novità dell’approccio espositivo adottato indussero l’Amministrazione Comunale a non disperdere i contenuti dell’esposizione trasformandola in un Museo denominato dapprima Museo-laboratorio Aldini-Valeriani, poi Casa dell’Innovazione e del Patrimonio Industriale, infine, dal 1997, Museo del Patrimonio Industriale.[6] Come sede definitiva fu individuata una ex fornace da laterizi costruita nel 1887, scelta particolarmente significativa per il suo portato di luogo produttivo dismesso in un'area della prima industrializzazione della città, dove, a fianco della fornace stessa, erano presenti altre importanti testimonianze dell’identità economica e commerciale della città: una seconda fornace, un canale navigabile, il Navile, che sin dal XII secolo aveva consentito l’esportazione e l’importazione di merci e manufatti a Bologna, una chiusa (o sostegno) per superare la forte pendenza che lo caratterizzava e favorire la navigazione, un edificio adibito nel XVI secolo a cartiera e poi a pila da riso fino alla metà del XX secolo, la prima centrale elettrica di Bologna risalente al 1901.

Il progetto culturale aveva un’ottica allargata alle dinamiche di sviluppo del territorio, mettendo tuttavia al centro della narrazione espositiva la formazione professionale e le ricadute che, nel contesto cittadino, avevano prodotto le Aldini e il loro consolidarsi come scuola tecnica all’avanguardia e innovativa. La scelta di dedicare un museo al patrimonio industriale della città e del suo territorio creava un forte collegamento con le novità museografiche che andavano maturando in Europa e che proponevano un'idea di museo in grado di valorizzare la produzione, la storia del lavoro e le dinamiche socio-economiche che lo sviluppo industriale aveva indotto nelle comunità e nei contesti che le avevano generate.

La prima antesignana esperienza maturata in questo senso fu ad Ironbridge, dove nel 1959 era sorto un grande Museo open air con l’obiettivo di salvaguardare le antiche strutture produttive e gli edifici sorti nella valle del Telford, culla della rivoluzione industriale inglese tra XVIII e XIX secolo. L’aspetto conservativo degli impianti e degli edifici promosso dal museo era integrato da accurate ricerche e ricostruzioni degli ambienti, del lavoro e della vita quotidiana dell’epoca, presentati in maniera scenografica insistendo sulla loro valorizzazione e sulla ricerca.

Contemporaneamente, anche in Francia si proponevano nuovi approcci, che allargavano la tipologia delle fonti da utilizzare. I monumenti, certo, gli edifici, ma anche le macchine, gli oggetti della tecnica e della produzione del lavoro, le fabbriche e le officine, i modi di vita e molto altro ancora. Inoltre, si superavano i confini cronologici propri della Rivoluzione Industriale con uno sguardo volto ad approfondire le dinamiche dell’industrializzazione del periodo precedente, con nuove ipotesi di ricerca, nuove regole per la raccolta e lo studio dei reperti, la messa a punto di sistemi espositivi e di coinvolgimento del pubblico inediti.

Esemplificativo di questa metodologia innovativa è stato il sito industriale di Le Creusot-Monceau-Les-Mines, nato in un’area a forte e consolidata tradizione mineraria e siderurgica. La mise en valeur di questo patrimonio, oltre alla conservazione, ne proponeva una interpretazione aggiornata coinvolgendo la popolazione in una riscoperta della propria identità attraverso narrazioni, azioni ed esperienze in grado di ricostruire il passato. Un filmato, una foto personale, un documento, un ex voto, una macchina potevano diventare punti di partenza per studiare mentalità, tecniche, organizzazione del lavoro, saperi, ecc.[7]

Il gruppo di lavoro incaricato dall’Amministrazione Comunale bolognese di sviluppare il progetto museale era coordinato da Carlo Poni, docente di Storia Economica all’Università di Bologna, e vedeva la presenza di diverse competenze, in particolare l’apporto di Alberto Guenzi, per gli approfondimenti sul sistema idraulico, e la determinazione e la competenza di Roberto Curti, che sarà nominato nel 1987 direttore del nuovo museo.[8] In quegli anni fu intensa la partecipazione a convegni e incontri per raccontare la “strada” scelta da Bologna, ricercare confronti, riscontri e conferme. Contribuirono ad attirare l’attenzione su questa metodologia non tradizionale l’aver individuato come chiave di lettura della narrazione museale la formazione tecnica e l’aver utilizzato modelli didattici storici o ricostruiti per proporre un approccio più semplificato alle tecnologie e renderle così più comprensibili e comunicabili. Simbolo di questa stagione sperimentale è stata sicuramente la costruzione, tra il 1982 e il 1986, di un grande modello funzionante in scala 1:2 di un mulino da seta “alla bolognese”, dotato di ruota idraulica, realizzato dal Museo in collaborazione con l’Istituto Aldini Valeriani, presentato per la prima volta all’esposizione Il luogo del lavoro organizzata nel 1986 da Eugenio Battisti nell’ambito della Triennale di Milano.[9]

L’attuale assetto narrativo del Museo, rinnovato agli inizi degli anni 2000, si basa sullo sviluppo di queste linee di lavoro e propone un’analisi della storia di Bologna industriale attraverso le eccellenze che hanno saputo imporre la città all’attenzione dei mercati internazionali. Asse portante di questa analisi è il rapporto tra saperi e conoscenze, saper fare e innovazioni. Questo è il tema che permea gli spazi del Museo, a partire dal forno Hoffmann in cui trovano collocazione le collezioni storiche dell’Aldini Valeriani. Lungo il tunnel della galleria i materiali didattici e le macchine appartenuti alla scuola documentano tappe significative della complessa metamorfosi che la città ha dovuto affrontare dopo il crollo dell’industria serica. Si assiste al nascere di una Bologna meccanica ed elettromeccanica attraverso un percorso di innovazione tecnologica che contraddistingue la sua identità industriale.

Il Museo oggi è una realtà consolidata che ospita annualmente oltre 30.000 visitatori. La sua intensa e qualificata attività scientifica si traduce in proposte educative e di valorizzazione dei contenuti, offrendo mostre a tema e continui aggiornamenti degli spazi espositivi. Negli anni si è consolidato il rapporto con il mondo della scuola che costituisce oggi il target di riferimento privilegiato delle attività del Museo, insieme al mondo delle imprese e della produzione.

 

2. Progetti di valorizzazione della cultura tecnica

Fin dalla sua origine il Museo ha individuato nella didattica e nella mediazione culturale uno strumento strategico per lo sviluppo della propria funzione. Si è quindi costruita una metodologia operativa originale in cui i materiali conservati ed esposti sono il punto di partenza per ricostruire processi produttivi e interpretare il contesto industriale che li ha concepiti e realizzati. Le collezioni sono analizzate proponendone differenti chiavi di lettura (aspetti storici, sociali, tecnologici, scientifici, urbanistici, ecc.), utilizzando una pluralità di linguaggi e diversi strumenti di divulgazione, dagli esperimenti di laboratorio, ai modelli, ai materiali multimediali, al problem solving, ai giochi di ruolo.

Fondamentale è il rapporto col mondo delle scuole, consolidatosi del corso del tempo, per le quali il Museo costituisceormai un punto di riferimento per quanto riguarda la cultura tecnico-scientifica, con oltre 900 gruppi classe ospitati all’anno. Ma l’identità del Museo è strettamente legata anche all’assetto produttivo del territorio e questo ha portato, nel 1997, alla nascita dell’Associazione Amici del Museo del Patrimonio Industriale, che oggi annovera tra i suoi iscritti circa 70 tra le principali aziende, fondazioni e associazioni imprenditoriali del nostro territorio, la quale, oltre ad assicurare un sostegno concreto alle attività del Museo, contribuisce a proporre temi e approfondimenti dedicati alle dinamiche contemporanee dei processi produttivi. Questa collaborazione ha consentito, nel tempo, di sviluppare specifici percorsi e progetti volti alla divulgazione e alla valorizzazione della cultura tecnica soprattutto tra le giovani generazioni.

La carenza di profili tecnici specializzati, oggi indispensabili per qualsiasi azienda che voglia essere competitiva o leader sul mercato internazionale, ha infatti portato a riflettere sulla necessità di modificare una visione, ormai consolidata, secondo cui una formazione ad indirizzo tecnico avrebbe minore “credibilità culturale” rispetto ad una formazione umanistica. Quest’idea, strettamente connessa con una serie di preconcetti e stereotipi diffusi, da cui talvolta non sono esenti gli stessi docenti, che dovrebbero indirizzare i ragazzi verso la scelta della scuola superiore, ha portato nel tempo ad un calo di iscrizioni agli Istituti Tecnici e ai Professionali a favore dei Licei. Ecco allora l’esigenza di ricostruire una consapevolezza del valore formativo della cultura tecnica mettendone in evidenza le valenze sia sul piano delle relazioni interpersonali e sociali, che della crescita personale e professionale. Uno degli stereotipi da superare è, infatti, quello che i percorsi tecnici siano legati alla manualità, alla monotonia e alla ripetitività dei gesti. In realtà, oggi più che mai, il lavoro in azienda è caratterizzato da creatività, comunicazione ad alto livello e relazione tra le persone.[10]

Alla luce di queste considerazioni, nasceva nel 2005 il “Programma Quadrifoglio”,[11] un ambizioso e articolato progetto che vedeva la collaborazione tra Museo, Istituti Aldini Valeriani, Fondazione Aldini Valeriani, Associazione Amici del Museo del Patrimonio Industriale, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, che individuava nella promozione della cultura tecnica l’elemento fondamentale per rilanciare e consolidare il tessuto industriale, incentivando nuove e mirate occasioni occupazionali. Il percorso si articolava in azioni rivolte alle scuole secondarie di Primo e Secondo grado, all’Università e alle aziende, in modo tale da costituire una relazione costante tra imprese, formazione e ricerca innovativa. Per le scuole secondarie di Primo grado il Programma Quadrifoglio prevedeva il percorso di “Orientamento Consapevole”, rivolto agli studenti delle classi seconde, e il concorso “ScienzainMente”, per gli studenti delle classi terze.

L’Orientamento Consapevole, che si è dimostrato essere il progetto più longevo (è giunto quest’anno alla sua XVII edizione) era originariamente suddiviso in tre momenti: una visita al Museo per conoscere il contesto storico-industriale bolognese e il ruolo avuto dalla cultura tecnica nella costruzione della fortuna economica della città; lo svolgimento di attività laboratoriali presso un Istituto Tecnico per entrare in contatto con le discipline tecniche in modo empirico; la visita ad un'azienda bolognese. Si trattava, per l’epoca, del primo percorso in Italia in grado di integrare apprendimento teorico ed esperienze pratiche, in modo da consentire ai giovani, assieme alle famiglie e agli insegnanti, di valutare a fondo i propri talenti tecnici e di orientare la scelta degli studi superiori in modo più coerente e a loro più congeniale.

Il concorso ScienzainMente aveva invece come obiettivo quello di stimolare i ragazzi a ricercare, approfondire e analizzare un tema legato alla cultura tecnico-scientifica, al fine di ideare specifici percorsi laboratoriali, privilegiando ancora una volta l’esperienza pratica. L’attività prevedeva un primo incontro in Museo, per comprendere, con l’aiuto di un tutor, cos’è un laboratorio didattico e in cosa consiste l’approccio pratico-sperimentale, con esempi tratti dai percorsi proposti dal Museo alle scuole. Durante questo incontro venivano assegnati alle scuole i temi su cui sviluppare il lavoro successivo, da svolgere in classe, in cui, con l’aiuto degli insegnanti e col supporto del tutor, i ragazzi potessero ideare una vera e propria performance laboratoriale, da presentare poi ufficialmente di fronte ad una giuria di esperti, sperimentando, in questo modo, in prima persona le tecniche di comunicazione apprese durante la prima giornata in Museo.

Sempre con l’intenzione di promuovere l’incontro tra mondo della scuola e mondo delle imprese si sviluppavano poi, per le scuole secondarie di Secondo grado, il progetto “Fare impresa a scuola” e il concorso “Cultura e innovazione nella società industriale a Bologna”, entrambi rivolti alle classi quarte. Il primo, dedicato agli Istituti Tecnici, si sviluppava su due anni con l’obiettivo di integrare il programma ministeriale con competenze tecniche ed economico-aziendali specifiche. Attraverso la partecipazione ad attività di laboratorio, l’intervento in classe di esperti e imprenditori e le visite mirate ad aziende del territorio, si consentiva ai ragazzi coinvolti di realizzare il progetto di un nuovo business tramite la costruzione di un prototipo (“Fare”) da collocare sul mercato (“Impresa”). In questo modo si favoriva un dialogo tra scuola tecnica e impresa, restituendo alle scuole la capacità di fornire ai giovani competenze di tipo imprenditoriale e, nel contempo, si rendeva l’offerta formativa degli Istituti tecnici più attraente attraverso un percorso in grado di coniugare elementi formativi e realizzativi.

Tra i prodotti più originali e interessanti presentati dalle scuole nelle varie edizioni del progetto si può indicare ad esempio il lavoro delle classi 4B Meccanici e 4A Chimici dell’Istituto Aldini Valeriani, che ha portato nel 2009 alla realizzazione di una copia della campana più piccola del concerto della Chiesa dei SS. Gregorio e Siro in Via Monte Grappa, a Bologna, originariamente realizzata dalla Fonderia Giuseppe Brighenti nel 1898, requisita durante la Seconda Guerra Mondiale e poi rifusa nel 1955 con risultati di qualità inferiore all’originale. Unendo i moderni metodi del CAD 3D e le conoscenze dei chimici, relativamente alla scelta e all’analisi dei materiali, è stato possibile ricostruire la campana secondo le tecniche tramandate storicamente ottenendo un ottimo risultato.

Il concorso “Cultura e innovazione nella società industriale a Bologna”, aperto a tutti gli Istituti superiori di Bologna e Provincia, voleva invece privilegiare l’integrazione di competenze specifiche attraverso l’incontro tra scuole di diverso orientamento per una crescita reciproca. Suddiviso in tre momenti, prevedeva una prima visita al Museo per conoscere la storia dell’industria locale, la visita ad un’impresa e la produzione di un elaborato che, in base alle sollecitazioni avute, potesse interpretare un tema, sempre diverso, proposto di anno in anno dagli organizzatori.

Anche in questo caso, ecco un esempio di lavoro presentato nell’ambito della IX edizione del concorso, che aveva come tema “Idee dai rifiuti”. Gli studenti della 5a Chimici dell’ITI Aldini Valeriani hanno realizzato una crema per corpo e viso con il lycopene estratto dalle bucce di pomodoro. Dopo aver assistito alla realizzazione della crema, gli studenti dell’Istituto commerciale Rosa Luxemburg hanno invece concepito l’idea di creare un’impresa per la produzione e commercializzazione del prodotto, delineando tutte le problematiche in un vero e proprio Business Plan: dall’analisi di settore e dei fornitori di materiali, fino allo studio del mercato.

Ma l’impegno del Museo nel promuovere la cultura tecnico-scientifica continua tutt’ora su più fronti. Non ultima la realizzazione, grazie all’Associazione Amici del Museo del Patrimonio Industriale, di un’area laboratoriale multimediale dedicata alla “Fabbrica del Futuro”.[12] Qui l’organizzazione degli spazi, l’illuminazione degli ambienti, le aree di lavoro di gruppo, le “isole” in cui è possibile sperimentare il funzionamento di alcune nuove tecnologie e, soprattutto, l’interconnessione tra il mondo materiale e quello digitale, danno immediata visibilità al cambiamento che si sta attuando nel mondo del lavoro, così da offrire alle giovani generazioni, anche tramite l’attivazione di specifici percorsi formativi, una prospettiva nuova e più attuale della fabbrica, portandole a riflettere sulla necessità di una diversa formazione.

In questa cornice si inserisce la recente collaborazione con UDI, tuttora in corso, per il progetto “Genere lavoro e cultura tecnica tra passato e futuro”,[13] che ha visto, tra le sue azioni, anche un’articolata proposta formativa che quest’anno ha coinvolto numerose classi delle scuole secondarie di Primo e Secondo grado. Anche in questo percorso, volto a valorizzare l’apporto delle donne nel contesto lavorativo emiliano-romagnolo e bolognese, l’incontro col mondo delle aziende, mediato dal Museo, si è dimostrato un momento importante di confronto, riflessione e scoperta.

Pur con tutte le limitazioni dovute alla particolare situazione di emergenza sanitaria, che non hanno permesso l’ingresso delle classi all’interno delle ditte, come negli anni precedenti, i “Dialoghi (online) al femminile tra scuola e azienda” hanno consentito un primo incontro, sotto forma di  dialogo, col mondo del lavoro, dando la possibilità ai ragazzi e alle ragazze di confrontarsi direttamente con figure di spicco, come, ad esempio, Valentina Marchesini di Marchesini Group, che hanno portato la loro testimonianza raccontando anche la propria esperienza formativa, rispondendo a domande e dando stimoli per successive riflessioni.

Da questi dialoghi sono emerse interessanti considerazioni che hanno portato a riflettere sull’importanza dell’acquisizione di competenze, sulla valenza formativa della cultura tecnica e sull’effettiva presenza femminile nelle aziende anche ad alti livelli. Sicuramente il format della “testimonianza” e della conversazione informale ha aiutato, in assenza della visita in azienda, a favorire la partecipazione con domande e curiosità.

La necessità di dover utilizzare, per forza di cose, linguaggi e approcci diversi ha portato a ripensare anche i percorsi di orientamento per i prossimi anni, ipotizzando un’ulteriore sviluppo, da portare avanti in sinergia con UDI, che sfrutti, da un lato, le nuove tecnologie per realizzare specifici strumenti audiovisivi, a partire proprio dalle testimonianze, da storie di vita vissuta e immagini dei luoghi di lavoro, per consentire un confronto tra passato e presente del contesto lavorativo; dall’altro, utilizzi le tecniche dell’improvvisazione teatrale, sperimentate quest’anno sotto la guida di Donatella Allegro per alcune lezioni online, che hanno consentito alle ragazze e ai ragazzi di mettersi in gioco in prima persona favorendo, in maniera empirica, la riflessione e il coinvolgimento.


Note

1 La stesura di questo contributo va attribuita per la prima parte a Maura Grandi, per la seconda a Miriam Masini.

2 C. Poni, Per la storia del distretto industriale serico di Bologna (secoli XVI-XIX), in «Quaderni storici», 73, 1990, pp. 93-167, ora in Id., La seta in Italia. Una grande industria prima della rivoluzione industriale, a cura di V.R. Gruder, E. Leites, R. Scazzieri, Il Mulino, Bologna, 2009, pp. 153-227.

3 Repubblica Cisalpina. Commissione di pubblica istruzione, Piano generale di pubblica istruzione, Tipografia Nazionale, Milano, s.d. [1798]. Cfr. V. Pallotti, M. Valenti, Luigi Valeriani e Giovanni Aldini (1828-1834): la proposta dell’istruzione tecnica a Bologna, in Comune di Bologna, Macchine Scuola Industria. Dal mestiere alla professionalità operaia, il Mulino, Bologna, 1980,
58-59.

4 Comune di Bologna, Macchine Scuola Industria, cit.

5 A. Campigotto, M. Grandi, Vulcano, Malep e gli altri: ricordo l'Aldini in S. Lucia. Prima parte: dall'avviamento all'Istituto Tecnico, «Scuolaofficina», n. 1, 1995, pp. 10-19; A. Campigotto, M. Grandi, Autoscarpa e tegamino: ricordo l'Aldini in S. Lucia. Seconda parte: l'Istituto Tecnico, «Scuolaofficina», n. 2, 1995, pp. 11-19.

6 R. Curti, C. Poni, Il patrimonio tecnologico industriale. Dalla mostra dei materiali dell'Istituto Aldini Valeriani alla Casa dell'Innovazione e del Patrimonio Industriale: le tappe di un'esperienza, in W. Tega (a cura di), Storia illustrata di Bologna, vol. V, Aiep, Milano, 1990, pp. 141-160.

7 R. Curti, M. Grandi, Imparare la macchina. Industria e Scuola Tecnica a Bologna, Compositori, Bologna, 1998, pp. 17-21.

8 R. Curti, A. Guenzi, C. Poni, Ricerche storiche e museografia del Patrimonio Industriale. L'esperienza del Museo Laboratorio Aldini Valeriani di Bologna, in «Scuolaofficina», n. 2, 1988, pp. 2-5.

9 XVII Triennale di Milano, Il luogo del lavoro. Dalla manualità al comando a distanza, Electa, Milano, 1986. L’immagine di apertura di questo articolo è una foto del modello di mulino da seta “alla bolognese” realizzato dal Museo.

10 G. Sedioli, Un nuovo percorso formativo: tecnologi dell’innovazione, in «Scuolaofficina», n. 1, 2006, pp. 4-6.

11 Programma Quadrifoglio, Bologna, 2005.

12 M. Fornasini Sirani, La Fabbrica del Futuro. Il Futuro è oggi!, in «Scuolaofficina», n. 1, 2019, pp. 4-7.

13 Tra gli esiti di questa collaborazione: esposizione “Formazione professionale, lavoro femminile e industria a Bologna, 1946-1970”, Museo del Patrimonio Industriale, 15 settembre 2018-14 luglio 2019; catalogo omonimo, a cura di E. Betti, A. Campigotto, M. Grandi, edito da Bononia University Press, Bologna, 2019; workshop “Genere, lavoro e cultura tecnica tra passato e presente”, Museo del Patrimonio Industriale, 13 maggio 2019; convegno “Genere, lavoro e formazione professionale nell’Italia contemporanea”, Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna, 14-15 novembre 2019, i cui atti sono in corso di stampa per Bononia University Press; numero monografico della rivista del Museo del Patrimonio Industriale «Scuolaofficina» (n. 1, 2020).