Come citare questo articolo: , Riformismo responsabile e cittadinanza attiva: un film documentario per Roberto Ruffilli, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 4 (2020) []. https://rivista.clionet.it/guzzo-riformismo-responsabile-e-cittadinanza-attiva-un-film-documentario-per-roberto-ruffilli. Ultimo accesso 07-08-2020.

In occasione del Trentennale dall’omicidio del Senatore, e docente dell’Università di Bologna, Roberto Ruffilli (ucciso il 16 aprile 1988 dall’ultimo fuoco vetero-brigatista, il Partito Comunista Combattente, nella sua casa di Forlì), la città mercuriale ha visto dipanarsi solenni cerimonie – mediatizzate dalla partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del filosofo Massimo Cacciari – ed un vasto programma di attività culturali, coinvolgenti segnatamente gli studenti delle scuole superiori locali.

Per espressa intenzione degli enti promotori (in primis e soprattutto la Fondazione Ruffilli, poi il Comune e la cittadina Fondazione Cassa di Risparmio) le commemorazioni si sono espresse nell’attualizzazione del Ruffilli pensatore, studioso ed operatore della politica: ovvero del Ruffilli vivo – riverberato dai suoi scritti e dalle sue progettualità istituzionali – e non del Ruffilli vittima inopinata del terrorismo da Prima Repubblica.

Le iniziative del Trentennale, forse anche perchè sospinte da tale ferma interpretazione di una nobile esistenza non riducibile allo scellerato agguato brigatista, si sono rivelate di grande successo popolare: ma già dal loro indomani, finivano preda di quell’inesorabile “quarantena memoriale” che tende ad imporsi tra ogni tragico anniversario della nostra storia nazionale.

Una marginalizzazione prevedibile, dato lo scaricarsi del sovrappiù di attenzione dettata da una ricorrenza in cifra tonda, che sarebbe tornata a ribadire quella bizzarra, e quasi totale, assenza di lavori storiografici sulla figura del senatore forlivese (fatto salvo il bel libro del 2008 di Maria Serena Piretti, incentrato sul pensiero riformista del docente e politico, che non raggiunge tuttavia il grande pubblico non accademico). 

L’idea di realizzare un lungometraggio a carattere documentario sull’interezza della figura “ruffillesca” – le sue origini, il suo carattere, la sua formazione, le sue amicizie, il suo privato, la sua riflessione scientifica, il suo agire politico, il caso della sua uccisione e le gravi conseguenze connesse – rispondeva quindi ad una duplice, non procrastinabile, esigenza: dare in qualche modo continuità alla breve ma intensa mobilitazione cultural-memoriale del Trentennale, per farne riverberare l’eco lungo i successivi “anniversari minori” (il 31°, il 32°, e così via, almeno sino al 35°, nuova cifra “secca” suscettibile di richiamare gli umori mediatici); porre finalmente un elemento di profondo rigore storico, ma di grande accessibilità popolare, nel tentativo di colmare quel deficit di conoscenza approfondita e di comprensione complessiva che ancora – dopo decenni – depauperava l’eredità dell’uomo Roberto Ruffilli.

Dopo aver strutturato il plot, secondo le linee appena descritte, ed averne affidato il trattamento cinematografico al regista Alessandro Quadretti, abbiamo iniziato a lavorare nell’estate 2018: il progetto di film documentario, che sarebbe stato posto in essere dalla casa di produzione Officinemedia (specializzata in opere audiovisive di ricostruzione e divulgazione storica, con particolare vocazione alle vicende italiane stranamente neglette e dimenticate malgrado la loro innegabile importanza specifica), è stato presentato alla Fondazione Ruffilli, che lo ha subito pienamente sottoscritto, facendone il proprio asse di sviluppo culturale per l’anno a venire. Grazie ad un complesso sforzo di “fundraising” – che ha visto i prioritari canali di finanziamento no profit (esclusivi di un Ente Morale abbastanza solido e reputato da superare i requisiti d’accesso di Bandi della Regione Emilia-Romagna e della Fondazione Cassa di Risparmi cittadina), completarsi con una ricerca di donazioni liberali presso aziende ed istituti del comprensorio forlivese, svolta direttamente dalla casa di produzione audiovisiva – si è riusciti a collettare un buon budget di base, reso poi sufficiente allo scopo limando all’osso i compensi autoriali, “internalizzando” le manovalanze più gravose che solitamente significano ingenti costi vivi esterni (logistica, facchinaggio, allestimento location…), ingegnandosi per ottenere alcuni risultati tecnici di alto livello senza ricorrere a dispendiosi appalti.

Recuperati i fondi necessari, si è quindi dato avvio alle ricerche d’archivio, all’analisi della letteratura, all’individuazione e alla presa di contatto con i potenziali intervistati, poggiando scelte e decisioni d’indirizzo sul fondamentale dialogo con Pierangelo Schiera – professore emerito dell’Università di Trento e Presidente della Fondazione Ruffilli – che del “nostro protagonista” era stato intimo amico e collega. Malgrado tale prezioso supporto memoriale ed interpretativo, l’attività d’indagine storica si è rivelata immediatamente problematica, data la rarefazione – o comunque la ricorrente inaccessibilità, per svariati motivi tra i quali primeggiava un sacrosanto pudore contrario alla diffusione pubblica di ricordi privati – di “fonti personali” quali fotografie, lettere, filmati amatoriali; esiguità che andava a fare il paio con la già accennata assenza di una bibliografia monograficamente dedicata, e con la bassissima esposizione mediatica che il Ruffilli aveva mantenuto anche in qualità Senatore e stretto collaboratore del segretario democristiano Ciriaco De Mita. 

D’altro canto, lo schivo e poco metodico Ruffilli – figlio unico, scapolo, senza prole e dimora fissa (perchè professionalmente sempre diviso tra Forlì, Bologna e Roma) –, era stato ucciso giovanissimo a soli 51 anni: le poche tracce iconografiche o diaristiche del suo essere profondo, restavano pertanto in qualche cassetto della cerchia di conoscenti più stretti e della sua unica cugina, Franca Ferri, peraltro non sua coetanea ma molto più giovane di lui. 

Una faticosissima campagna di “scavo” – condotta reiterando, sino all’esasperazione e all’improbabilità, richieste alla platea più vasta di conoscenti ed ex collaboratori – ha comunque permesso di ritrovare alcune inedite fotografie (un riconoscimento speciale va in questo senso dato a Piero Gnudi, a Romano Baccarini, a Enzo Balboni e all’Associazione Alumni del Collegio Augustinianum della Cattolica di Milano) e note manoscritte (straordinariamente concesse da Guido Melis), da cui si è potuto muovere la tessitura artistica della narrazione documentaria. La svolta autentica è giunta con l’individuazione (figlia di un cocciuto azzardo relativo alla possibile esistenza di filmati privati, proprietà dei molti amici con i quali era solito trascorrere le vacanze) di un home-video girato da Maurizio Vicinelli e Raffaella Gherardi a metà anni ’80, nel quale un Ruffilli spensierato e divertito è a lungo presente. 

Nel costruire il film documentario si è dunque tirato fuori tutto l’umanamente recuperabile su di una peculiarissima figura, sì pubblica, ma non certo di primo piano, ben poco conosciuta nella sua stessa città d’origine.

Mettendo a sistema gli inediti materiali privati con la documentazione archivista conservata presso la Fondazione Ruffilli (pochi anni prima, avevo avuto l’onere e l’onore di dirigere il progetto di catalogazione e valorizzazione per il Fondo concernente l’attività del “nostro” come capogruppo democristiano nella Commissione Bicamerale “Bozzi”) e alcuni importanti repertori acquistati presso le Teche Rai (in particolare, due lunghe interviste rilasciate ai telegiornali), l’infrastruttura da incardinare attorno alle interviste ha potuto esser completata. 

La cifra estetica dell’opera si esprime in un circuito di testimonianze le quali, pur registrate indipendentemente l’una dall’altra e senza un copione prefissato, finiscono quasi naturalmente per comporre un discorso organico sulla vita, il pensiero e le opere di Ruffilli: a sostenerne l’amalgama dialettica, intervengono inserti d’archivio, repertori iconografici ed audiovisivi, momenti di rappresentazione artistica. Il tutto avvolto in una colonna sonora originale. 

Così, le oltre venti voci di amici, parenti e colleghi – tra cui arrivano ad annoverarsi due Presidenti del Consiglio (Ciriaco De Mita e Romano Prodi), un Ministro della Repubblica (Piero Gnudi), quattro Parlamentari (Romano Baccarini, Gianfranco Pasquino, Guido Melis e Roberto Pinza), un inviato speciale del principale quotidiano nazionale (Giovanni Bianconi) – ricordano e spiegano un fanciullo di umili origini, presto orfano del padre operaio tubista, che cresce solo con la madre casalinga nella Forlì del secondo dopoguerra, formandosi in oratorio salesiano e facendosi notare negli studi: ottenuta per tali meriti, una delle dieci borse di studio che il Collegio Augustinianium dell’Università Cattolica di Milano bandiva ogni anno a favore di giovani brillanti e in condizioni economiche svantaggiate, Ruffilli può iscriversi e laurearsi (1960) alla facoltà di Scienze Politiche, restando poi nella metropoli meneghina in qualità di ricercatore presso il neonato ISAP (Istituto per la scienza dell’amministrazione pubblica), sotto la guida dei suoi maestri, Feliciano Benvenuti e Gianfranco Miglio.

Il flusso del film ci conduce allora nel decennio decisivo per la carriera e l’evoluzione di pensiero del “nostro”: dal fatidico 1968, anno nel quale diviene direttore proprio del Collegio Augustinianum – incarico poi lasciato nel 1970 per incomprensioni con le autorità accademiche sul suo modo democratico di gestire gli effetti della mobilitazione sessantottina – al 1977, quando si ritrova direttore dell’Istituto di storia della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, nella quale è entrato a far parte come professore ordinario di Istituzioni politiche, dopo un periodo da libero docente presso l’ateneo di Sassari. 

Da lì, una nuova stagione di vita, raccontata adesso anche con repertori tele-giornalistici, la cui cifra è la rapida traslazione dal piano della ricerca storica a quello della praxis politologica e giuridica, rivolta a costruire un contributo di risoluzione effettuale per le crescenti problematiche della società repubblicana, ormai lontana dalle “magnifiche sorti e progressive” del miracolo economico. La stella polare è la ripresa della “terza fase” morotea, di cui s’intende vivificare lo spirito emancipatore e normalizzante nei confronti della “questione comunista” e dell’integrazione democratica delle masse subalterne, al di là dell’orrore traumatico per l’assassinio dello Statista di Maglie.

Il racconto entra negli anni Ottanta, segnati dal declinare della minaccia terroristica e dallo scompaginamento dell’egemonia democristiana sulle istituzioni: accettando l’invito di Ciriaco De Mita, nuovo segretario nazionale dello “Scudo Crociato”, Ruffilli ha l’occasione di entrare nella politica attiva, divenendo dapprima parte – con la delega alle riforme istituzionali – di un ristrettissimo gruppo di consulenti tecnici che instaura un diretto e critico confronto con le nuove prassi governative del Paese (segnate dalle presidenze repubblicane di Giovanni Spadolini e socialiste di Bettino Craxi), per poi accedere agli scranni parlamentari il 12 luglio 1983, eletto al Senato come indipendente DC.  

I suoi cinque anni di attività politica saranno caratterizzati da un’intensa propositività e da una puntigliosa attenzione ai dettagli dei testi di riforma, in un contesto generale di accelerata erosione della credibilità del sistema di potere, minato dal rapido succedersi di scandali politici (Loggia P2) e finanziari (affaire Giudice-Petroli).

Ruffilli si farà portatore, in qualità di relatore o co-firmatario, di un centinaio di atti parlamentari e si ritaglierà un ruolo importante all’interno della prima Commissione bicamerale per le riforme istituzionali della storia repubblicana, la cosiddetta Commissione Bozzi (1983-1985), lottando per «riportare nelle mani del cittadino elettore la scelta effettiva degli uomini e dei programmi di governo e la individuazione della maggioranza, quale via per dare forza sia al Governo come al Parlamento, e ridefinire in modo adeguato le responsabilità di un sistema dei pubblici poteri, e per dare poi trasparenza e correttezza alle relazioni tra cittadini e istituzioni… Non si tratta di voler costituire a priori un bipolarismo che favorisca i partiti maggiori, si tratta invece di responsabilizzare tutti i partiti nel rapporto con l’elettorato, in ordine alla formazione di maggioranze praticabili, non già sulla base di affinità ideologiche, quanto invece di omogeneità concordate sui programmi di governo e gli uomini per la realizzazione degli stessi» (da: Maria Serena Piretti, Roberto Ruffilli: una vita per le riforme, Bologna, Il Mulino, 2008).

Il documentario restituisce, infine, come lo sforzo politico di Roberto Ruffilli – decisamente incamminato nella scia del lascito moroteo attraverso il tentativo d’attuare un cammino condiviso e sostenibile di riforma istituzionale del Paese – trovi improvvisa e prematura interruzione il 16 aprile 1988, a causa del brutale assassinio perpetrato dalle Brigate Rosse - PCC, che otterrà di cancellare l’ultimo tentativo concreto di rigenerazione del sistema politico prima del tracollo della Prima Repubblica. 

L’anteprima nazionale del film si è avuta il 16 aprile 2019 naturalmente a Forlì, nel cinema annesso all’oratorio salesiano (il “San Luigi”, ancora attivo) che aveva accolto e formato il Ruffilli ragazzo, alla presenza del Governatore regionale Stefano Bonaccini e delle autorità cittadine. A seguire, sono venute le altre due doverose “premières” istituzionali, moralmente e materialmente legate all’opera “ruffilliana”: l’impegno politico, testimoniato dalla visione concessa nella Sala Zuccari del Senato della Repubblica il 12 giugno 2019 e l’attività accademica, omaggiata con la proiezione del 28 ottobre 2019 tenutasi presso il DAMSLab dell’Università di Bologna, con i saluti del Rettore. 

La speranza è di essere addivenuti a restituire la misconosciuta rilevanza storica di un uomo “intero e verticale” (molto più valido della semplice somma tra un professore universitario e un Senatore), criminalmente freddato per la sua dedizione alla “cura democratica” del bene comune, la cui memoria è malauguratamente finita stritolata dalla cesura epocale che ha concesso transizione dagli “anni di piombo” – chiusi proprio dall’inopinato sacrificio di Ruffilli – alla cosiddetta Seconda Repubblica.

Per un invito alla visione di Cittadino Ruffilli (di A. Quadretti e D. Guzzo, 2019): https://www.youtube.com/watch?v=1U7LSgn1-x0&feature=youtu.be.