Come citare questo articolo: , “I ragazzi di stadio”. Il viaggio di Daniele Segre nel mondo degli ultras, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. https://rivista.clionet.it/molinari-toni-i-ragazzi-di-stadio-il-viaggio-di-daniele-segre-nel-mondo-degli-ultras. Ultimo accesso 12-11-2019.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta il calcio si afferma in Italia come il fenomeno sportivo più popolare, affiancando il ciclismo che continua a suscitare una grande attrazione. Gli stadi si riempiono sempre più di appassionati: nel giro di dieci anni – dal 1960 al 1970 – gli spettatori di serie A e B crescono del 30% e aumenta notevolmente anche il pubblico che segue le partite delle serie minori[1]. Questa diffusione – favorita dalle riprese televisive che portano lo sport nelle case degli italiani – è accompagnata da una crescente professionalizzazione e spettacolarizzazione del calcio e dalla trasformazione in società per azioni dei club che partecipano alle massime serie.

I mutamenti dell’universo calcistico si riflettono anche sugli spalti dove fanno la loro apparizione i primi gruppi di tifosi organizzati. La loro nascita è attribuita a Helenio Herrera: intorno alla metà degli anni Sessanta l’allenatore dell’Inter lancia l’idea di organizzare i tifosi in gruppi di “aficionados” capaci di garantire una continuità nel sostegno alla squadra, nelle partite interne come in trasferta. Da quel momento si moltiplicano i club dei “fedelissimi”, sparsi in tutto il territorio italiano.

Nel corso del decennio Sessanta si assiste inoltre ad un’impennata dei comportamenti violenti che tendono a trasferirsi dall’interno all’esterno degli stadi. Alle intemperanze del pubblico rivolte contro giocatori e arbitri nel perimetro del campo sportivo si affiancano incidenti nelle zone immediatamente circostanti che in alcuni casi coinvolgono le forze dell’ordine. Anche in Italia iniziano a diffondersi fenomeni di tifo particolarmente aggressivo come quello degli “hooligans” inglesi.

Nel campionato 1970/’71, tra serie A e serie B si registrano una sessantina di casi di vario tipo rubricati dalla stampa come atti “teppistici”, che salgono ad oltre ottanta nel 1974/’75. È una escalation che culmina nel 1974 in gravi incidenti. Iniziati all’interno dello stadio, con lanci di oggetti in campo e risse tra opposte tifoserie (non separate da barriere di protezione) a cui la polizia risponde con i lacrimogeni, gli scontri si spostano all’esterno con modalità simili alla guerriglia urbana (autobus bruciati, macchine ribaltate ecc.)[2]. Sulle pagine dei giornali italiani si apre un dibattito sul tifo e la violenza che oscilla tra commenti moralistici, richiami all’ordine, approssimative letture sociologiche, drammatizzazione del fenomeno o riduzione del problema alla presenza di qualche “mela marcia” in un ambiente di per sé “sano”[3].

Nel frattempo lo scenario dello stadio ha assunto una nuova fisionomia. A partire dai primi anni Settanta, sugli spalti sono comparsi coreografie e strumenti del tifo fino ad allora sconosciuti: grandi striscioni, fumogeni, trombe, tamburi. Si tratta di un fenomeno inedito costituito da giovani riuniti nei gruppi “ultras” (un termine attribuito dalla stampa alle formazioni dell’estremismo politico) che mutuano spesso dalla sinistra extraparlamentare riferimenti simbolici, linguaggi e forme aggregative. Le loro sigle hanno un’evidente connotazione parapolitica: “Brigate Rossonere”, “Fedayn Roma”, “Settembre Bianconero”, “Collettivo Autonomo Viola”, “Potere nerazzurro”. Oltre a rifiutare il modello della tifoseria tradizionale, gli ultras si caratterizzano per un atteggiamento sistematicamente aggressivo nei confronti degli analoghi gruppi avversari, sfidati secondo la logica dell’amico/nemico, e per il valore simbolico che attribuiscono alla curva, considerata come un “territorio” esclusivo, un luogo del quale appropriarsi e nel quale creare sensi di appartenenza e identità collettive.

Il mondo degli ultras tende a radicalizzarsi ulteriormente nella seconda metà degli anni Settanta, quando si consuma la frattura tra sistema politico-istituzionale da un lato e fasce marginalizzate del mondo giovanile e forme estreme di antagonismo dall’altro. Crisi economica, precarizzazione, emarginazione, violenza diffusa, disorientamento ideologico alimentano tensioni che si riversano nei settori più turbolenti degli stadi[4]. È su questo sfondo che si colloca il lavoro del giovane cineasta torinese Daniele Segre.

 

Storie di vita nelle curve torinesi

Segre esordisce nel 1978 con Il potere deve essere bianconero, un cortometraggio in bianco e nero girato in 16 mm. tra i “Fighters”, uno dei primi gruppi ultras juventini[5]. Il filmato dura 13 minuti ed è scandito in tre parti. La prima sequenza si apre su un spiazzo di periferia dove un gruppo di ragazzi, in vista del derby contro il Torino[6], si divide il lavoro di preparazione degli striscioni e dei cartelli, prepara i “piani di battaglia” per la domenica, discute sugli slogan da scandire contro i “nemici” granata, compresi anatemi che evocano sinistramente la tragedia di Superga.

La seconda scena coglie gli ultras bianconeri mentre si recano in corteo verso lo stadio: «qui le immagini sprigionano un intatto spirito del tempo: non solo e non tanto le sciarpe e i passamontagna, quanto le mani levate col simbolo della P38, i cori che traducono o mimano l’antagonismo operaio-studentesco (“È ora/è ora/il derby alla Signora”), le scritte verniciate sui muri dove tornano, contaminate col lessico calcistico, le sigle dell’Autonomia e della clandestinità in armi»[7].

L’ultima parte del filmato riprende i tifosi all’interno dello stadio. In un montaggio rapidissimo, la macchina da presa va e viene dal campo di calcio alla curva dove sono assiepati gli ultras, tra cori e rulli di tamburo; dai poliziotti che presidiano lo stadio ai giocatori che escono dal tunnel; da brevissime sequenze della partita accompagnate da scampoli di radiocronaca ai volti dei ragazzi sui quali si legge un’alternanza di emozioni, tra sconforto e esplosioni di esultanza. Come ha osservato Massimo Raffaeli, questi volti esprimono «con violenza tellurica una domanda di senso che fuori dallo stadio la cosiddetta società civile esorcizza»[8].

Il corto non è che una parte di una più ampia ricerca realizzata da Segre sulle curve della Juventus e del Torino, confluita nel film Ragazzi di stadio (1978) e nell’omonima raccolta di interviste e di immagini edita da Mazzotta l’anno successivo[9]. Attraverso il lavoro del cineasta torinese gli ultras vengono per la prima volta osservati senza pregiudizi. Segre lascia che sia la voce degli intervistati a restituire il senso della loro esperienza collettiva e a far emergere le molteplici sfaccettature sociali, politiche, simboliche della sottocultura ultras. I protagonisti delle curve sono molto giovani, in prevalenza maschi ma non mancano le ragazze. Il loro profilo sociale è riassunto da Gian Enrico Rusconi nell’introduzione al volume:

Intanto dove sono i ragazzi di stadio? Chi a scuola, chi in fabbrica, chi al bar a passare il tempo, perché senza lavoro o assolutamente schifato dalla scuola. Ma tutti hanno la mente e il cuore pieni, perché hanno vissuto il solo momento che sembra dare senso alla loro vita quotidiana. Non pensano tanto all’incidente, allo scazzottamento, allo scontro con la polizia: questi in fondo sono dettagli secondari. Sentono ancora bruciante l’emozione della partita, nella quale hanno fatto irruzione come da protagonisti, e tutti insieme, dando voce e urlo a quella cosa senza nome che è in loro, che sentono mortificata giorno per giorno nella famiglia (quando c’è), nella fabbrica (quando c’è), nella scuola (quando c’è), in un contesto sociale che è loro estraneo e ostile. […] Per i ragazzi di stadio il calcio, il tifo, i travestimenti semiseri non sono pretesto. Sono interessi veri e insieme momenti di aggancio polemico con la società[10].

Il film si apre con immagini di una fiera di paese ove il calcio si presenta “alla buona”, quasi ad introdurre una generazione di tifosi che lo vivono con spontaneità, in maniera giocosa. Il mondo della tifoseria bianconera è presentato attraverso una carrellata della macchina da presa che mostra le fotografie dei calciatori appese alle pareti di una sala, con in sottofondo la “disco music” dell’epoca. Nella stanza sono riuniti alcuni tifosi molto giovani in vista di un imminente derby col Torino. Il primo ragazzo che prende la parola sembra limitarsi ad introdurre il discorso al gruppo, senza pretese di leadership; propone in maniera del tutto informale alcune idee e chiede agli altri di esprimersi liberamente. Nessun ragazzo parla in macchina palesando così una discussione collettiva non impostata.

In maniera repentina le immagini passano al primo piano di un macchinario industriale, l’inquadratura si allarga su un giovane operaio al lavoro in una rumorosa officina. Un primo piano sul volto del ragazzo lo mostra ruotare ripetutamente il capo nell’atto di osservare il movimento del macchinario, suggerendo così il carattere alienante della sua mansione. La sequenza si chiude con il giovane che si toglie la tuta da lavoro per rimettersi gli abiti “civili” e le immagini portano poi all’interno della sua abitazione dove, insieme ad un amico, racconta il suo approccio al tifo calcistico. Il documentario continua mostrando un gruppo di tifosi del Torino che discutono sulla coreografia da allestire per il derby. Segre non è mai inquadrato e le sue domande sono in “voce off”.

Dalle interviste emerge il tentativo di creare un abbozzo di organizzazione. Negli “Ultras Granata” ad esempio si forma un «consiglio […] di quattro ragazzi e quattro ragazze», le femmine si occupano dell’autofinanziamento e i ragazzi della preparazione della coreografia, ma all’interno del gruppo ci si sente «tutti uguali»[11]. Esistono i “capi”, con un ruolo che non è però ancora definito, come si evince dalla testimonianza di Beppe Rossi, leader dei “Fighters” divenuto poi un “mito” del tifo organizzato juventino:

Non mi definisco capo, mi hanno definito gli altri, forse per le cose che ho fatto […] sono io che porto i ragazzi, allora viene così che li trascino e viene evidente che dicono: «Sei tu il capo che deve esaltare gli altri». Però non mi definisco tale, io, anzi, non lo voglio proprio essere, perché anche se è una cosa banale, è una cosa abbastanza scomoda[12].

Sollecitati da Segre ad esprimersi sulla questione della violenza, i giovani tifosi rifiutano l’idea che si tratti della necessità di sfogare repressioni vissute nella vita di tutti i giorni («se ti vuoi sfogare puoi fare altro... Noi piuttosto viviamo le emozioni insieme le gioie e i dolori, ci divertiamo...») e non accettano l’etichetta di “teppisti”:

Allo stadio sono solo gruppi di fan che si scontrano, le armi possono essere delle fionde, dei tubi di ferro... adesso ci sono dei gruppi più oltranzisti perché è la vita che è più violenta al di fuori dallo stadio e poi la moda è dilagata sul fenomeno del tifo inglese... comunque per me non è solo nello stadio... anche nei bar, nelle discoteche, nelle scuole e a livello di quartiere ci sono teppisti... allo stadio si è di più, è solo quello... io non mi sento teppista anche se sta bene dire così a molti. Se io lo sono, allora lo sono anche il novanta per cento dei giovani[13].

Sia i gruppi granata che quelli juventini sono in maggioranza orientati a sinistra, in particolare verso le frange estreme:

Il loro linguaggio ha le stesse inflessioni gergali, le stesse semplificazioni, le stesse delusioni. In più c’è una tremenda tensione tra la scoperta della politica come qualcosa che è dentro dappertutto nel quotidiano, e il bisogno vitale di salvaguardare uno spazio diverso, un “privato” pieno tuttavia dello “stare insieme”. [...] Alcuni giovani rivelano un doppio lealismo politico e sportivo che faticano a conciliare e razionalizzare in modo convinto e convincente, soprattutto a proposito della dichiarata natura capitalistica e mistificante della gestione del calcio. Altri sono preda di un indifferentismo politico-culturale incredibile[14].

Nelle curve sono presenti anche giovani di area neofascista. Le diverse anime del tifo possono convivere perché l’appartenenza politica viene messa in secondo piano rispetto alla comune “fede” calcistica:

Alla sinistra basta che quelli di destra non rompano le balle. La situazione attuale vede una maggioranza sinistroide, un po' confusa perché c'è gente del PCI, di Lotta Continua, dell'Autonomia. Poi c'è una parte che se ne frega e una parte di destra. Però noi non abbiamo mai detto: picchiamo questo perché è di destra o quello perché è di sinistra. Allo stadio, essendo accomunati dal tifo per il Toro, non succede. […] È chiaro che un comunista può venire allo stadio e trovarci un fascista, e viceversa. […] Se lui è un militante, quando entra allo stadio cessa di esserlo ed è un Ultras e basta […]. Se noi facessimo entrare la politica andrebbe tutto a rotoli, perché si creerebbe uno scontro continuo[15].

Questo è un club della Juve e non è un’associazione politica. […] Io sono di sinistra e lo sanno tutti, ma non bisogna sempre dare addosso a loro [i fascisti] perché qualcosa di buono l’hanno fatto anche loro. Anche se sono una minoranza, partecipano al club. […] Perché in fin dei conti siamo amici, perché se stiamo insieme vuol dire che la pensiamo sotto un unico punto di vista: siamo tutti tifosi della Juve[16].

I tifosi del “Toro” manifestano un «odio» nei confronti della Juventus che viene definito «classista, perché noi siamo quelli che non vinciamo mai un tubo, ce la prendiamo sempre in culo dagli arbitri, siamo quelli sempre bistrattati dai giornali e da tutto. […] Noi siamo i parenti poveri degli juventini, e noi non accettiamo affatto questa definizione»[17]. I supporter della Juve invece non avvertono contraddizione tra tifare per la squadra di Agnelli ed essere di sinistra: «Per quanto riguarda i padroni, anche noi li abbiamo criticati, abbastanza spesso li abbiamo mandati affanculo, Agnelli e quella gente lì… La storia del fatto che siamo una squadra di padroni può essere vera, però riguarda la squadra, non la tifoseria»[18].

Al di là delle appartenenze politiche, per le ragazze e i ragazzi intervistati da Segre valgono soprattutto la “fede” calcistica, fondamento del legame di gruppo, e la curva come spazio di socializzazione nel quale stringere amicizie, vivere un’esperienza disinteressata, creare un’unità che può nascere anche dagli scontri con la polizia e con gli ultras delle altre squadre:

Il valore dell’amicizia, della lealtà, della socialità, il valore di essere tutti per uno e uno per tutti, che magari si è instaurato allo stadio ma che continua anche fuori, anche quando vai a fare delle cose diverse. Naturalmente ci sono contrasti che possono esserci in qualsiasi gruppo. Qua quello che ti unisce sono le sofferenze, le difficoltà, anche in casini grossi: possono essere casini sia di legge che di botte. Allora per forza di cose entri nell’unione. Allora mi sono tuffato a capofitto e sono restato[19].

In qualsiasi ambiente ci sono sempre degli interessi, nel mondo del lavoro, della scuola; hai sempre degli interessi, studi per farti un avvenire, lavori per lo stipendio. Allo stadio, invece, io vado e sono disinteressato. In tasca non me ne viene niente. L’interesse è che sento tutti amici, vicini, sto bene[20].

Negli stadi torinesi, come in quelli delle altre città italiane, il nesso generazionale costituisce uno dei principali elementi di unificazione dei gruppi. La curva è per i giovani il simbolo di un modo di vivere la partita diverso rispetto a quello degli altri tifosi, un luogo nel quale ritrovarsi tra pari e manifestare la propria autonomia rispetto alle regole del mondo degli adulti e al controllo imposto dal contesto familiare. Attraverso le parole e le immagini dei tifosi, Segre riesce a restituire le dinamiche di questo microcosmo giovanile che abita le curve, passate in rassegna nella sequenza di chiusura del documentario mentre il Torino e la Juventus entrano in campo per disputare la partita.

 

Quarant’anni dopo

Nel 2018 esce Ragazzi di stadio, quarant’anni dopo[21]. Segre si concentra questa volta in particolare sui “Drughi”[22], il gruppo di supporter juventini del secondo anello della Curva Sud, nato nel 1988 dallo scioglimento dei “Fighters”. Il regista racconta così la genesi del film:

Quello che ha generato l’incontro con queste persone a livello originale è stata proprio la curiosità attraverso una scritta sui muri che precisava “Il potere deve essere bianconero” e dieci anni prima si gridava “Il potere deve essere operaio”. Quella scritta mi aveva incuriosito e sono andato a conoscere i tifosi in curva. Questa volta c’è stata la necessità di ritornare in un mondo che avevo conosciuto ma erano passati quarant’anni e di conseguenza era un nuovo viaggio di scoperta. […] C’è stato un rapporto di reciproca fiducia legata all’esperienza precedente di Il potere deve essere bianconero e dei Ragazzi di stadio che è stata di fatto un lasciapassare che mi ha permesso di essere accettato dal mondo attuale, perché ho scoperto con sorpresa che a distanza di quarant’anni quei due lavori rappresentano ancora oggi un mito nel mondo ultrà […]. Il lavoro di preparazione è stato di circa un anno e mezzo tra il primo momento di approccio e il momento in cui ho finito il film […]. L’intensità del rapporto è stato in generale emozionante nel senso che ho avuto a che fare con un’umanità cosiddetta “diversa” ai confini anche della legalità e di conseguenza c’erano rapporti che dovevano essere definiti di volta in volta nell’equilibrio di una situazione che poteva diventare non più gestibile. […] Però c’è stata una grande disponibilità e fiducia nei miei confronti[23].

Nel film si alternano in modo incalzante immagini di cortei, fumogeni, cori, bandiere, coreografie, interviste a camera fissa registrate nella sede dei “Drughi” ad “anziani” e giovani membri del gruppo, sequenze e foto di archivio tratte dai primi lavori di Segre accostate a riprese recenti, come a suggerire possibili confronti. Di fronte alla macchina da presa gli ultras non mostrano l’imbarazzo che si ravvisava nei ragazzi ripresi quarant’anni prima e sembrano voler sfruttare l’occasione offerta dalla vetrina del documentario. Il regista anche in questo caso osserva senza giudicare, raccoglie storie di vita e la sua voce rimane fuori dal girato.

In apertura del film, dopo qualche immagine fissa in bianco e nero, mentre in audio si odono cori da stadio, si passa alle sequenze a colori che mostrano, nel centro di Torino, lo striscione dei “Drughi”, dietro al quale si intravedono tifosi juventini che cantano in coro, tra botti e fumogeni. Con stacchi netti di montaggio si alternano poi inquadrature di tifosi in studiata posa “da duri” e della sede dei “Drughi”, il set delle interviste di Segre.

Come nel primo documentario sulle curve del regista torinese, il film restituisce l’esperienza totalizzante del tifo vissuto in una dimensione comunitaria. Il senso di appartenenza è la cifra principale delle testimonianze di studenti, impiegati, operai, disoccupati che raccontano che cosa significa la comune “fede” juventina: «star bene» e «fondersi» con gli altri, poter contare sul gruppo dentro e fuori lo stadio, sentirsi protagonisti, dare sfogo alla rabbia («è un sentimento che reprimi e non sempre controlli»), ma anche rompere con la famiglia o la ragazza e fare sacrifici sul lavoro in termini di ferie e permessi per seguire la squadra in trasferta («parlano di ultras come se fossimo dei drogati, degli alcolizzati, ma io ho un curriculum, ho il libretto di lavoro, ho sempre lavorato nella mia vita»).

La dedizione assoluta e continua alla propria causa è considerata il segno distintivo dell’autentico tifoso rispetto ai tiepidi e detestati spettatori della tribuna. Ciò che conta, più che la passione per i singoli calciatori, è l’attaccamento alla maglia: «A noi interessa poco chi indossa la maglia in campo; a noi interessa che chi la indossa dia il massimo come noi tutte le volte che saliamo i gradoni della nostra curva e in trasferta».

Il film di Segre consente inoltre di cogliere alcune trasformazioni avvenute nel mondo degli ultras in relazione ai mutamenti sociali e politici. Se i “Fighters” erano una gruppo relativamente informale e artigianale, i nuovi ultras hanno costruito nel tempo un preciso assetto organizzativo. I “Drughi” sollecitano la partecipazione e nello stesso tempo la incanalano e la inquadrano in un sistema di ruoli e di regole, di ordine e di disciplina interna. La struttura fa capo ad un direttivo guidato dai leader carismatici che si sono conquistati “sul campo” un primato indiscutibile e ribadito ogni domenica nei rituali della curva («stare in balconata significa innanzitutto che te lo sei guadagnato quel posto… infastidisce vedere persone che non se lo meritano di stare lì»), si articola in una divisione dei compiti che deve essere rigorosamente rispettata (il «lanciacori», lo «striscionista», l’addetto alla logistica – reperimento dei biglietti, organizzazione delle trasferte – il «capoguerra» che decide se scontrarsi o meno con i gruppi avversari ecc.) e in una serie di “sezioni” a loro volta strutturate in modo gerarchico. I più giovani appartengono al gruppo “Drughi giovinezza”. Una lenta carrellata, con in sottofondo un tamburo a marcetta, passa in rassegna a mezzo busto alcuni di loro: i ragazzi si fanno ritrarre decisamente in posa, con testa in alto e sguardo fiero e risoluto diretto alla macchina da presa.

Anche dal punto di vista politico il cambiamento è netto. I “Drughi” si richiamano esplicitamente all’orizzonte dell’estrema destra («è evidente che la nostra curva in particolare noi “Drughi” del secondo anello è una curva che segue ideali di destra»), non esitano ad inneggiare al duce e ad esibirsi nel saluto romano, rivendicano gli slogan razzisti che vengono però minimizzati e derubricati da odio a goliardici e innocui sfottò ai “napoletani” e ai “negri”.

La leadership del gruppo, esclusivamente maschile, è costituita soprattutto dagli “anziani”, in alcuni casi reduci dei “Fighters”, che si autorappresentano come custodi della memoria e demiurghi del tifo juventino. Alcuni di loro ricordano come un passaggio drammatico la diffusione dell’eroina all’interno dei “Fighters”:

Ho visto andar via tanti miei amici per questa maledetta eroina... erano gli anni Ottanta… tanti ci hanno lasciato le penne. […] Era un po’ scendere all’inferno, era il periodo delle comunità da cui tanti entravano e uscivano ma lo stadio ci accomunava e ci dava la forza anche di liberaci da questo... fu un periodo drammatico... poi vennero fuori altri ragazzi più giovani che presero in mano le redini del gruppo e portarono avanti lo striscione “Fighters”.

Dalle interviste ai leader emerge la logica binaria che struttura l’immaginario collettivo degli ultras – fedeltà/tradimento; onore/disonore; ardimento nello scontro fisico/ignavia –, l’orgoglio per le “battaglie” combattute che li ha portati ad essere sottoposti ai provvedimenti di Daspo, l’importanza della coesione del gruppo che si manifesta anche nel sostegno ai diffidati e agli arrestati («devo ringraziare i “Drughi” per avermi messo a disposizione un avvocato e qualche amico dentro che mi ha dato solidarietà… ragazzi nostri, che sono dentro magari anche per altri reati»), la concezione della violenza, con i relativi codice di onore, inglobata nell’ideologia della curva:

Stare davanti significa che sei qualcuno, sei un personaggio, ti confronti con gli altri tifosi perché se sei davanti e non scappi ti metti in competizione con l’altra tifoseria... non è che se vedo un tifoso dell’Atalanta io lo odio e lo voglio picchiare... è voler dimostrare a te stesso fino a quando puoi tenere la prima linea. […] Essere davanti voleva dire avere le palle, non tirarsi indietro di fronte a nulla, mantenere il tuo ruolo nel gruppo e nella curva perché quelli che scappavano venivano poi derisi […] È gente come me, noi ci picchiamo poi io me ne vado e io non denuncio nessuno e lui non denuncia nessuno… non succederà niente con quelli come me.

Sulla violenza, l’“anziano” addetto ai cori afferma spavaldamente, senza tema di contraddirsi:

Il mondo ultras è fatto di forti, di vincitori e di vinti, di violenza verbale, anche di violenza fisica così come il mondo che ci circonda, violenza verbale la troviamo tutti i giorni, in televisione, sui giornali, al cinema, la violenza è ormai qualcosa che innaturalmente è entrata a far parte della nostra esistenza, noi l’abbiamo sempre vissuta, nel bene e nel male, per cui non è un qualche cosa che vediamo contro natura, è qualche cosa che ci appartiene, appartiene al mondo ultras storicamente.

Ragazzi di stadio, quarant’anni dopo è stato presentato per la prima volta nel 2018 al Torino Film Festival. Al momento l’opera di Segre non ha avuto la visibilità che merita per la capacità di offrire ancora una volta una preziosa documentazione e molteplici spunti di riflessione su un fenomeno nel quale si riverberano umori e tendenze che attraversano la società italiana. Come ha detto lo stesso Segre alla presentazione di Torino, «questo è un film che cerca di dare uno spunto per raccontare la realtà del tempo presente e il calcio probabilmente è solo una scusa per raccontare qualcos’altro che avrebbe senso approfondire e scavare»[24].

Dalla visione di questo ultimo lavoro del regista torinese sul mondo del tifo organizzato, è emerso come i protagonisti siano abituati a confrontarsi con il mezzo audiovisivo, e come per certi versi lo cerchino e tentino di piegarlo ad un’autorappresentazione di comodo, dunque, forse ancora di più che in passato, il soggetto documentato si è fatto parte attiva della narrazione documentaria. Di ciò occorre sicuramente tener conto, anche alla luce dei recenti fatti di sangue e di quanto sta emergendo dalle inchieste che hanno investito le tifoserie organizzate di alcune importanti curve italiane[25]. Difficile dire quanto sia estesa la deriva che tocca i gruppi balzati agli onori della cronaca negli ultimi tempi, resta il fatto che il “mondo a parte” delle grandi curve sembra non occasionalmente replicare modalità di gestione del territorio e degli affari proprie della criminalità organizzata, un aspetto inquietante che andrebbe attentamente indagato nelle ricostruzioni del fenomeno ultras.


Note

1 Antonio Papa, Guido Panico, Storia sociale del calcio in Italia, Bologna, Il Mulino, 2000, p. 29.

2 Sul tifo calcistico e la violenza cfr. Antonio Roversi (a cura di) Calcio e violenza in Europa, Bologna, Il Mulino, 1990; Antonio Roversi, Calcio, tifo e violenza: il teppismo calcistico in Italia, Bologna, Il Mulino, 1992.

3 Cfr. Alberto Molinari, Gioacchino Toni, Storie di sport e politica. Una stagione di conflitti (1968-1978), Milano-Udine, Mimesis, 2018, pp. 247-267.

4 Sul fenomeno ultras, cfr. Alessandro Dal Lago, Roberto Moscati, Regalateci un sogno. Miti e realtà del tifo calcistico in Italia, Milano, Bompiani, 1992. Nella letteratura sul fenomeno degli ultras rimane fondamentale Valerio Marchi, Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi in Europa, Roma, Koinè, 1994. Tra le pubblicazioni più recenti su questo tema si vedano: Andrea Ferreri, Ultras, i ribelli del calcio: quarant’anni di antagonismo e passione, Lecce, Bepress, 2008; Pierluigi Spagnolo, I ribelli degli stadi: una storia del movimento ultras, Bologna, Odoya, 2017; Sébastien Louis, Ultras. Gli altri protagonisti del calcio, Milano-Udine, Mimesis, 2019.

5 Il corto è visibile in streaming: www.danielesegre.it. L’immagine che apre l’articolo è una foto della curva juventina scattata nel 1978.

6 Il derby si svolse il 12 dicembre 1977 e terminò 0 a 0.

7 Massimo Raffaeli, Gli ultras di Segre, in «Il Manifesto», 10 aprile 2016.

8 Ibid.

9 Daniele Segre, Ragazzi di stadio, Milano, Mazzotta, 1979. Il documentario è visionabile su YouTube.

10 Gian Enrico Rusconi, Chi sono i ragazzi di stadio, in Segre, Ragazzi di stadio, cit., p. 11.

11 Segre, Ragazzi di stadio, cit., p. 96.

12 Ivi, p. 82.

13 Testimonianza raccolta da Segre nel documentario Ragazzi di stadio.

14 Rusconi, Chi sono i ragazzi di stadio, cit., p. 13.

15 Segre, Ragazzi di stadio, cit., p. 21.

16 Ivi, p. 34.

17 Ivi, p. 24.

18 Ivi, p. 34.

19 Ivi, p. 68.

20 Ivi, p. 92.

21 Il film è reperibile nel sito di Segre, www.danielesegre.it.

22 Il nome è mutuato dalla banda protagonista del film Arancia meccanica (1971) di Stanley Kubrick.

23 https://www.youtube.com/watch?v=X6Yaj0i1OGY.

24 Dichiarazione tratta dalla Conferenza stampa di presentazione del documentario al Torino film festival 2018.

25 Si vedano ad esempio le inchieste condotte da Federico Ruffo per il programma “Report” di Rai Tre e in particolare la puntata intitolata Una signora alleanza: https://www.raiplay.it/video/2019/09/Speciale-Report---Una-signora-alleanza-8daa8245-11bc-4bd3-b518-77783c131615.html.