Come citare questo articolo: , Linda Bimbi, Alberto Manzi e l’America latina. Connessioni umane e culturali nel secondo Novecento, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. https://rivista.clionet.it/mulas-linda-bimbi-alberto-manzi-e-l-america-latina-connessioni-umane-e-culturali-nel-secondo-novecento. Ultimo accesso 04-07-2020.

1. Introduzione

Linda Bimbi, classe 1925. Alberto Manzi, classe 1924. Pedagoga lucchese, la prima; maestro romano, il secondo. Due percorsi di vita e aree di studio affini, battaglie e valori comuni, ma i loro cammini così prossimi non si incroceranno mai. La radice della loro comune e determinante esperienza è individuabile nel fecondo contatto con il mondo latinoamericano. Mentre Bimbi è riconosciuta a livello internazionale, sin dai primi anni Settanta, per le sue capacità di analisi delle specificità sudamericane e per le numerose battaglie in difesa di quei popoli, meno noto è questo aspetto della vita di Alberto Manzi (di cui poco rimane traccia nel suo archivio), ed è lui stesso che ne riconosce particolare valore: «Ero andato in Sudamerica per studiare le formiche, ma vi ho trovato cose più importanti». Come ha sottolineato Giulia Manzi, «Eppure l’Alberto Manzi che andava a insegnare agli indios a leggere e a scrivere, che denunciava la violenza di un potere politico sulla povera gente, che rischiava la sua vita in nome dell’educazione e della dignità umana… quell’Alberto Manzi lo conoscono in pochi. Sebbene non parlasse spesso delle sue peripezie sudamericane, esse vivono in forma romanzata nei suoi libri»[1].

 

2. Destinazione Sudamerica

Per motivi diversi Bimbi e Manzi partono negli anni Cinquanta come “esploratori” ignari e curiosi del mondo latinoamericano e ne diventano profondi ed attenti conoscitori, con rara capacità e sensibilità a-centrica rispetto all’approccio euro-etnocentrico che caratterizzerà la maggior parte delle analisi storico-politiche e socio-economiche del ventennio 1960-’70 che verranno elaborate nel Vecchio Continente ad uso ed abuso dei popoli latinoamericani.

Linda Bimbi, conseguita la laurea in glottologia alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Pisa, sceglie di iniziare il noviziato nell’ordine delle Suore oblate dello Spirito Santo di Lucca che la condurrà all’esperienza di missionaria in diverse città del Brasile sin dal 1952. Ma sarà a Belo Horizonte che darà vita al collegio scolastico “Helena Guerra”. Alberto Manzi, dopo il suo primo incarico da insegnante al carcere minorile “Aristide Gabelli”[2], consegue la laurea in biologia e successivamente in pedagogia all’Università La Sapienza di Roma ma lascia la Facoltà perché «non si sperimentava niente»[3].

Queste le premesse al contatto con il subcontinente. Se Linda Bimbi è stata riconosciuta come una figura centrale per la storia democratica latinoamericana del secondo Novecento, non c’è dubbio che l’esperienza sudamericana di Manzi rappresenti l’altra metà (rilevante) della sua vita. Ne è chiara dimostrazione la straordinaria produzione letteraria attraverso la quale il maestro/scrittore fa emergere con chiarezza e semplicità le principali problematiche del mondo e dei popoli latinoamericani. Mi riferisco, come è noto, a La luna nelle baracche (1974), El loco (1979), E venne il sabato (scritto nel 1985 e pubblicato postumo nel 2005) e Gugù (2005).

Nulla di più si può scrivere circa le capacità pedagogiche del nazional-popolare maestro (autore e conduttore) di Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta, che nell’Italia del boom economico tenne un’intera popolazione inchiodata alla TV per 484 puntate da ottobre 1960 a maggio 1968[4]. Qualche anno prima, come ha approfondito recentemente la storica Vanessa Roghi, altri per vie diverse avevano affrontato la lotta contro l’analfabetismo per una scuola inclusiva, come don Lorenzo Milani, Anna Lorenzetto, Carlo Bascetta, Gianni Rodari, Tullio De Mauro[5].

Assai meno noto è invece il fatto che, fino al 1977, ogni anno Manzi trascorresse un mese abbondante nell’area andina della foresta amazzonica come educatore e alfabetizzatore nei confronti dei «naturales»[6], di campesinos e di indios. Quando nell’estate del 1955 il maestro giunge per la prima volta nella Bolivia riformista del presidente Paz Estenssoro, suor Irmã Raffaela (Linda Bimbi) insieme alle consorelle della Congregazione si stanno trasferendo nella città di Belo Horizonte. Proprio in quei mesi si erano tenuti due importanti eventi che segneranno la storia futura del cosiddetto Terzo Mondo (e non solo): la Conferenza afro-asiatica di Bandung (18-24 aprile) che aveva sancito la lotta contro tutte le forme di colonialismo e di dipendenza e la prima Conferenza del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) di Rio de Janeiro (25 luglio - 4 agosto) voluta da Pio XII per «avviare una rinascita della vita cristiana del continente»[7].

 

3. Il superamento dell’etnocentrismo e del razzismo

Oltre all’esperienza sudamericana, sono individuabili diversi elementi che motivano il parallelismo tra Manzi e Bimbi, quali l’approccio verso il prossimo e la tensione per la ricerca, che li spinge a conoscere mondi e umanità diverse. «Quando devo fare una cosa, mi metto nei panni degli altri. Ogni altro sono io, capite? Ogni altro sono io»[8]. L’altro diventa un io. Questo sentimento è vissuto profondamente da Linda Bimbi nel suo periplo nel Vecchio Continente per preparare le sessioni del Tribunale Russell II sull’America latina, ed è proprio il mettersi nei «panni degli altri» che fa della sua esistenza una promessa di lotta, «una lotta (perché di lotta si tratta) per dare voce a coloro cui non è mai stata data la parola, e che emergono come nuovi soggetti nel Nord e specialmente nel Sud del mondo»[9].

In un’Italia sbalordita dall’avvio delle trasmissioni televisive della Rai, nel 1954, a trent’anni, Manzi scrive in soli trentuno giorni Orzowei, ambientato nei villaggi africani, che già contiene le grandi tematiche che approfondirà anni dopo a seguito dei viaggi in America latina, come ad esempio l’etnocentrismo, il razzismo e la violenza dell’uomo contro il diverso da sé. Isa, il protagonista del romanzo, «era un orzowei, uno sciacallo d’uomo, un niente. Era bianco»[10]. Quindi un trovatello di razza bianca che cerca di farsi accettare sia fra i neri del popolo Swazi che dai boeri, e far dialogare e convivere tradizioni e culture differenti, fino al proprio sacrificio, che però getta il seme per una nuova vita condivisa fra popoli diversi sulle stesse terre e dentro i medesimi confini. Un romanzo dedicato all’uomo, perché comprenda l’uomo, diceva Manzi. Come ha evidenziato recentemente la pedagogista Alessandra Falconi «con Orzowei ognuno di noi fa i conti con i bisogni e i desideri di una comunità, con l’essere accettato, accolto, amato»[11].

 

4. Il coraggio delle scelte, dalla parte degli ultimi

Sia Bimbi che Manzi sono uomini di fede, ma finiscono per non riconoscersi in quelle istituzioni ecclesiastiche troppo distanti e sorde ai bisogni degli ultimi, anzi le criticano e se ne dissociano come nel caso di Irmã Raffaela che, insieme a numerose consorelle, lascia i voti per scegliere la riduzione allo stato laicale nel 1968, ma – come ha scritto padre Ernesto Balducci – consacrando «interamente, senza ritorni indietro, la sua vita alla causa del Vangelo»[12]. La missionaria lucchese, convinta che «la chiesa [dovesse] essere un fermento dentro al mondo»[13], sceglie l’“opción por los pobres” nel solco delle esortazioni del Concilio Vaticano II e del documento finale della Conferenza di Medellín. D’altronde il Sinodo aveva delineato il ruolo positivo dei laici nel subcontinente[14].

Anche Manzi affronta criticamente la scarsa incisione sociale e il distacco delle gerarchie ecclesiastiche dai popoli del subcontinente, tanto che nella sua trilogia sudamericana stigmatizza la posizione di quella chiesa sorda e fiancheggiatrice dei potentati locali, che utilizzano il potere temporale in campo religioso, alla quale lo scrittore contrappone preti come don Julio (E venne il sabato) e don Rodas (La luna nelle baracche), che si sacrificano per la loro gente e che denunciano apertamente i soprusi. Ma è la testimonianza del suo amico salesiano don Giulio Pianello, figura fondamentale nel percorso umano di Manzi, che segna la distanza di una certa chiesa dal pueblo:

In fondo spesso la chiesa stessa per anni e anni ha assecondato questo paternalismo. Ora noi preti non accettiamo più, non possiamo accettare più. […] C’è gente che viene deportata, torturata e spesso uccisa. E nessuno può dir niente. Chi denuncia questi fatti viene chiamato comunista, rosso, bolscevico. […] Volevo andare nei villaggi a far scuola, e mi hanno picchiato a sangue; sono stato ricoverato per alcuni mesi in ospedale. Sono ritornato a far scuola, e nuovamente mi hanno bastonato. Ma la mia tristezza non è questo; una bastonata in più o in meno non ti fa perdere la fede in te stesso; è la gente che non spera più[15].

Di fronte a questa condizione Bimbi e Manzi, con diversa intensità, si fanno interpreti del Vangelo dalla parte degli ultimi. Giulia Manzi ricorda che il padre diceva spesso «che ognuno si sarebbe dovuto mettere nei panni degli altri, per comprendere il vicino come se fosse un fratello»[16]. Linda Bimbi parla invece di «nuovo messaggio»: «Il Vangelo è riletto a partire dal povero, che non ne è solo il destinatario, ma il portatore privilegiato, colui che annuncia. […] Rileggere il Vangelo significa fare una nuova lettura della storia, che è stata scritta “da mano bianca”»[17].

Linda Bimbi e Alberto Manzi non sono marxisti, sono due missionari laici che hanno pagato in prima persona per le loro scelte. Bimbi, sia a causa dei metodi educativi adottati nel suo Collegio che si richiamavano agli insegnamenti del pedagogo brasiliano Paulo Freire ritenuti rivoluzionari dalla giunta militare, che per il sostegno ad un gruppo di giovani democratici universitari, è costretta a fuggire repentinamente dal Brasile il 13 maggio 1969 poiché era stato spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti. Il maestro romano, invece, ritenuto filo-rivoluzionario viene arrestato e torturato nelle carceri boliviane[18].

 

5. I popoli, i diritti, la denuncia

In una lettera del 9 gennaio 1985 Manzi risponde con chiarezza: «Se ho preso posizione… sì, innanzi tutto come uomo, che rispetta altri uomini, che li vuole rispettati e che fa quel che gli è possibile per dar loro una mano. Come scrittore, facendo conoscere alcuni aspetti del problema “sud america”»[19].

È rintracciabile un filo che congiunge i dannati ascoltati da Linda Bimbi e i campesinos descritti da Manzi che sono segnati da quelle che lo storico Alain Rouquié ha definito le «stigmate dell’evento coloniale»[20]. Nell’impegno di liberare i popoli del Sudamerica si incontrano Bimbi e Manzi.

D’altronde l’imperativo bimbiano secondo il quale «i popoli devono essere soggetti di storia e non oggetto di cronaca»[21] sembra esplicitare un concetto-chiave che più volte Manzi utilizza riferendosi all’atteggiamento delle popolazioni andine e che riassume con l’espressione “yo atendo”, con la quale lo scrittore indica la subalternità di quei popoli alle molteplici espressioni del potere. Si tratta di un retaggio storico che sociologicamente Freire ha definito il «mutismo brasiliano» o «cultura del silenzio»[22]. Anche i popoli muti di Manzi sono “oggetto di cronaca” e contemporaneamente soggetti delle cronache sui cui corpi schiavizzati vengono perpetrate violenze infernali. Violenza che richiama alla mente le centinaia e centinaia di storie raccolte da Bimbi in diversi paesi europei: «Qui a Colonia l’esperienza è stata agghiacciante, come del resto quasi tutto questo solitario viaggio attraverso l’Europa alla ricerca dei testimoni per la prima sessione del Tribunale Russell II. Gli ex-torturati vivono come bestie acquattate nelle loro tane»[23].

In quegli anni la rivendicazione dei diritti passa anche attraverso il processo di “alfabetizzazione coscientizzatrice”, secondo cui «la liberazione autentica, che è umanizzazione in processo […] Non è una parola in più, vuota, creatrice di miti. È una prassi, che comporta azione e riflessione degli uomini sul mondo, per trasformarlo»[24]. Sia Manzi che Bimbi condividono le sfide lanciate dalle rivoluzionarie elaborazioni formulate da Freire, poiché colgono nel processo di “coscientizzazione” elementi innovativi e dirompenti dal punto di vista educativo, sociale e conseguentemente storico-politico. L’educatrice lucchese sottolinea che «il processo irreversibile della coscientizzazione non è generato da qualsiasi pedagogia, ma precisamente dall’educazione di base, che pone in discussione la vita globale della comunità, […] infine la sua coscienza»[25]. Saltano subito alla mente alcuni episodi dei romanzi dello scrittore romano che rendono bene l’innescare la scintilla della presa di coscienza dei propri diritti e quindi il principio delle rivendicazioni: «Signore ascolta. Tu parli di avere; noi parliamo di essere. […] Noi vogliamo solo essere. Noi vogliamo essere padroni di noi stessi; […] vogliamo essere capaci di pensare, perché così possiamo rispondere a chi uccide con le parole»[26]. Bimbi, Freire, Manzi, attribuiscono un ruolo vitale, una funzione sociale alla parola in grado di farlo soggetto[27] e popolo[28].

 

6. Educazione è liberazione

Una tappa del percorso che approda nella rivendicazione dei diritti è dato dalla presa di coscienza dell’essere umano che per entrambi passa attraverso l’istruzione e la cultura. I due maestri scrivono più volte che solo attraverso l’appropriazione individuale prima e collettiva poi, è possibile rivendicare i propri diritti e quindi iniziare la lotta per la liberazione dalle dittature, dalla prepotenza dell’alcalde, dei “faraoni” per dirla con padre Davide Maria Turoldo.

Secondo Bimbi l’uomo per scoprire la “liberazione” deve riconoscere prima le radici della propria dipendenza, in questo senso per Bimbi la matrice del metodo da perseguire è «l’educazione concepita come un momento del processo globale di trasformazione rivoluzionaria della società», come «sfida a qualunque situazione pre-rivoluzionaria, che suggerisce la creazione di operazioni pedagogiche umanizzanti»[29].

Alle domande dei suoi giovanissimi alunni romani, il maestro Manzi mai avrebbe risposto: “questo è così e basta”, occorre farli «parlare, ragionare sulle cose»[30]. Per il Manzi sudamericano l’istruzione rappresenta un pericolo, il puntello rivoluzionario, l’arma di affermazione dei propri diritti e di emancipazione dal ricatto del padrone o delle multinazionali che depredano le materie prime. Avviene ne E venne il sabato con don Julio[31] e nella Luna nelle baracche con Pedro[32] che sfidano il potere con l’istruzione.

Sia Manzi che Bimbi privilegiano il valore dell’uguaglianza che può acquistare ancora più forza attraverso il processo di democratizzazione del sapere. Le loro battaglie non si limitano alla mera e fredda analisi delle condizioni socio-economico-culturali dei popoli del Terzo Mondo, ma pagano in prima persona il loro impegno e contribuiscono a diffondere i semi della cultura, della tolleranza, dell’umanità. Le loro elaborazioni ci impegnano ad una profonda riflessione soprattutto alla luce dei tempi che attraversiamo e degli emergenti fenomeni di razzismo, discriminazione, schiavitù o dei nuovi desaparecidos nel Mar Mediterraneo[33] o dei dannati reclusi negli hotspot nell’arcipelago greco[34].

Davide Maria Turoldo nel 1945 scriveva: «A me interessa riuscire ad essere umanità», ovvero la chiara scelta dell’umano contro il disumano[35]. Oggi come ieri occorre riaffermare processi di umanizzazione per contrastare le pratiche che conducono alla disumanizzazione e deumanizzazione quali la tortura e le nuove forme di schiavitù, analizzate dal filosofo del diritto Thomas Casadei: «Le forme di discriminazione, che hanno nella razza un loro paradigma fondativo, sono molteplici»[36]. In questo contesto, il pericoloso arretramento che si registra nel campo dei diritti umani a livello globale rispetto alle conquiste che hanno caratterizzato il corso della storia mondiale a partire dagli anni Settanta, ci esorta a riflettere sull’attualità di questi Maestri del Novecento.


Note

1 Giulia Manzi, Il profumo della foresta, in Andrea Canevaro, Giulia Manzi et al., Un maestro nella foresta. Alberto Manzi in America Latina, Bologna, Edizioni Dehoniane Bologna, 2017, p. 29.

2 Dall’esperienza del periodico “La Tradotta”, il primo giornalino scritto in un carcere, nasce il romanzo Grogh, storia di un castoro premiato nel 1948 con il “Collodi” per le opere inedite e due anni dopo pubblicato dalla Bompiani e poi tradotto in 28 lingue.

3 Roberto Farné, Un giorno, a Pitigliano… Alberto Manzi: la complessa identità di un maestro, in Francesco Genitoni, Ernesto Tuliozi, Alberto Manzi. Storia di un maestro, Bologna, Centro Alberto Manzi, Regione Emilia-Romagna, 2009, p. 9.

4 Nel 1965, al Congresso mondiale degli organismi radio-televisivi che si tenne a Tokyo, la trasmissione ricevette, su indicazione dell’Unesco, il premio dell’Onu come uno dei programmi più significativi nella lotta contro l’analfabetismo.

5 Vanessa Roghi, La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole, Bari-Roma, Laterza, 2017, pp. 73-94.

6 Lettera di Alberto Manzi del 9 gennaio 1985, in Alberto Manzi. Viaggi sudamericani, Bologna, Centro Alberto Manzi, Regione Emilia-Romagna, 2014. https://www.centroalbertomanzi.it.

7 Massimo De Giuseppe, L’altra America: i cattolici italiani e l’America latina. Da Medellín a Francesco, Brescia, Morcelliana, 2017, p. 35.

8 Cfr. Andrea Canevaro, Ogni altro sono io, prefazione a Alberto Manzi, E venne il sabato, Milano, Baldini&Castoldi, 2014, p. 16.

9 Linda Bimbi, Teorie e pratiche di liberazione alla fine del XX secolo, in Andrea Mulas, Linda Bimbi. Tanti piccoli fuochi inestinguibili. Scritti sull’America latina e i diritti dei popoli, prefazione di Adolfo Pérez Esquível, Roma, Nova Delphi, 2018, p. 267.

10 Alberto Manzi, Orzowei, Milano, Bur, 2018, p. 10. Il volume viene tradotto in 32 lingue e Manzi è il primo autore italiano a vincere il Premio internazionale “H.C. Andersen” nel 1956. Dal volume verrà tratta anche una mini-serie televisiva italo-tedesca dal titolo Orzowei, il figlio della savana trasmessa dalla Rai a partire da aprile 1977.

11 Rimando alla visione delle sei puntate del documentario Alberto Manzi. L’attualità di un Maestro, prodotto da Rai Scuola in collaborazione con l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna nel 2019. https://www.raiplay.it/programmi/albertomanzilattualitadiunmaestro.

12 Ernesto Balducci, Introduzione, in Linda Bimbi, Lettere a un amico. Cronache di liberazione al femminile plurale, Genova, Marietti, 1990, p. VII.

13 La cura della fede. Povertà è il coraggio di perdere, intervista raccolta da Mario De Maio, Silvia Petti, in “oreundici”, 11 novembre 2007. Fondo Linda Bimbi.

14 Medellín. Testi integrali delle conclusioni della Seconda Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano, Roma, Quaderni Asal, nn. 11-12, 1974, p. 174.

15 Alberto Manzi, La luna nelle baracche, a cura di Daniele Giancane, Firenze, Salani, 1974, p. 19.

16 Giulia Manzi, Il profumo della foresta, in Canevaro, Manzi et al., Un maestro nella foresta. Alberto Manzi in America Latina, cit., p. 33.

17 Linda Bimbi, I cristiani rivoluzionari in America Latina, in Giuliano Amato, Antonio Cassese et al., Marxismo, democrazia e diritto dei popoli. Scritti in onore di Lelio Basso, Milano, Franco Angeli, 1979, p. 624.

18 Alberto Manzi, Il tempo non basta mai. Alberto Manzi: una vita tante vite, Torino, add editore, 2014, p. 40.

19 Lettera di Alberto Manzi del 9 gennaio 1985, in Alberto Manzi. Viaggi sudamericani, cit.

20 Alain Rouquié, L’America latina, Milano, Bruno Mondadori, 2000, p. 79.

21 Linda Bimbi, Ma dove abita la speranza?, in Mulas, Tanti piccoli fuochi inestinguibili, cit., p. 147.

22 Cfr. Paulo Freire, L’educazione come pratica della libertà, a cura di L. Bimbi, introduzione di Francisco Weffort, Milano, Arnaldo Mondadori, 1973.

23 Bimbi, Lettere a un amico. Cronache di liberazione al femminile plurale, cit., p. 9.

24 Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, prefazione di Silvia M. Manfredi e Piergiorgio Reggio, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2011, p. 17.

25 Linda Bimbi, Dal Nordest a Barbiana: proposta per una “cultura alternativa”, prefazione a Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, Milano, Mondadori, 1971, ora in Mulas, Tanti piccoli fuochi inestinguibili, cit., p. 225.

26 Alberto Manzi, El loco, Firenze, Le Monnier, 1989, p. 138.

27 Linda Bimbi, L’evoluzione della solidarietà, ora in Mulas, Tanti piccoli fuochi inestinguibili, cit., p. 225.

28 Manzi, El loco, cit., p. 138.

29 Linda Bimbi, I rischi della “coscientizzazione”. Autocritica di Paulo Freire, in “Idoc Internazionale”, nn. 5-6, anno III, 1972.

30 Nessun uovo è perfetto, ep. 2 del documentario Alberto Manzi. L’attualità di un Maestro, cit.

31 Manzi, E venne il sabato, cit., p. 76.

32 Manzi, La luna nelle baracche, cit., p. 148.

33 Si veda il report diffuso l’8 febbraio 2019 da Oxfam Italia. https://www.osservatoriodiritti.it/2019/02/08/accordo-italia-libia-migranti.

34 Fra la vasta letteratura sull’argomento, si consiglia Alessandro Leogrande, La frontiera, Milano, Feltrinelli, 2018.

35 Davide Maria Turoldo. La sfida della pace, a cura di Elena Gandolfi, Lecco, Bellavite Editore in Missaglia, 2003, p. 11.

36 Thomas Casadei, Il rovescio dei diritti umani. Razza, discriminazione, schiavitù, con un dialogo con Éthienne Balibar, Roma, DeriveApprodi, 2016, p. 6. Per una visione più complessiva e multidisciplinare del fenomeno, si rimanda a Luca Barbari, Francesco De Vanna (a cura di), Il “diritto al viaggio”. Abbecedario delle migrazioni, postfazione di Gualtiero Bassetti, Torino, Giappichelli, 2018.