Come citare questo articolo: , Percorsi di storia politica delle donne nell’Archivio Udi di Ravenna: lotte di emancipazione e rapporto con il territorio, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 4 (2020) []. https://rivista.clionet.it/orlandini-percorsi-di-storia-politica-delle-donne-nell-archivio-udi-di-ravenna-lotte-di-emancipazione-e-rapporto-con-il-territorio. Ultimo accesso 25-10-2020.

Inevitabile passaggio di ogni indagine storica, imprescindibile tappa a tracciare i percorsi della ricerca, un archivio documentario è anche molto spesso un punto di riferimento importante attorno a cui si costruisce la memoria storica dell’entità (associazione, movimento, realtà politica) che lo ha prodotto e ne promuove la conservazione. Patrimonio da custodire e ordinare, spesso con fatica e risorse reso fruibile, si trova talvolta a non essere abbastanza valorizzato e scoperto, a meno che non venga intercettato da precisi percorsi di interesse storiografico. Eppure costituisce un legame decisivo tra quella realtà che lo conserva e il proprio passato, tra chi ha redatto quei documenti e il territorio in cui ha operato e ha lasciato traccia di sé. Un legame che è compito degli storici indagare e ricostruire nella sua complessità.

Nel caso particolare dell’Unione Donne Italiane, che fin dagli anni ottanta del Novecento ha iniziato a interrogarsi su come conservare e valorizzare il proprio patrimonio documentario, questa molteplicità di nessi è ancora più evidente. Sono le stesse attiviste dell’Udi ad essersi impegnate, spesso con grande dispendio di energie, non solo nel garantire uniformità archivistica ai fondi disomogenei distribuiti nelle varie sedi del territorio nazionale, ma anche nel fare tesoro di quel patrimonio per restituire al discorso pubblico il valore del proprio percorso politico. Conservazione degli archivi e memoria storica dell’associazione hanno spesso coinciso, quantomeno nella genesi: le donne che per prime hanno avuto l’intuizione e la volontà di ordinare e rendere accessibili i documenti sono le stesse che parte di quei documenti hanno scritto e ideato. Negli ultimi anni studiose e archiviste hanno offerto il loro contributo per completare il percorso avviato con elementi più strutturati di uniformità, analisi storiografica e regolamentazione archivistica. L’Associazione Nazionale Archivi dell’Udi e la Rete Regionale Archivi Udi Emilia-Romagna si dedicano a progetti divulgativi e di valorizzazione, compresa la digitalizzazione e il recupero degli archivi non più accessibili.

La prolungata rimozione della storia politica delle donne ha comportato una omissione radicale tanto nella ricostruzione della memoria civile (e quindi nell’immaginario condiviso) quanto nella restituzione storiografica. Il territorio ramificato degli archivi dell’Udi è senz’altro uno dei punti di osservazione imprescindibili per una ricostruzione della storia politica femminile nel secondo Novecento, nonché un punto di riferimento (lo è, lo è stato) per quelle studiose che si sono dedicate a difendere e spronare una storiografia che ribaltasse quell’omissione originaria.

Propongo qui alcune riflessioni sorte da una ricerca condotta in un archivio dell’Udi, quello di Ravenna, conservato nei locali della Casa delle Donne. Considerare un archivio territoriale come oggetto stesso della ricerca, provare a trarne gli elementi per ricostruire la storia associativa che l’archivio riserva, offre innanzitutto la possibilità di aggiungere un tassello in più nell’indagine estesa sulla storia del movimento femminile, che va a unirsi ad altre ricerche di carattere locale e nazionale. Con piena consapevolezza dell’uniformità della voce analizzata, la ricerca condotta in un singolo archivio permette anche di individuare in profondità il legame che corre tra la storia politica femminile di un territorio e i grandi temi discussi a livello nazionale, nelle modalità i cui sono stati elaborati e vissuti in quella precisa realtà. In direzione opposta individuare la relazione di un archivio con la propria città rende possibile mettere in luce una componente significativa della storia civile e politica, che può essere restituita in progetti di didattica della storia e in percorsi di studio e divulgazione.

Ho avuto occasione di ripercorrere una parte importante della storia dell’Udi di Ravenna, ovvero quella che prende le mosse dagli anni Sessanta fino a tutto il decennio successivo, lavorando quasi esclusivamente sulle carte dell’Archivio storico locale. Ciò ha permesso di fare riemergere un racconto unico e complesso di rivendicazioni e battaglie, di ritrovare passo dopo passo le voci di una collettività che ha preso parte alle inquietudini del suo presente, e che si è trovata anche a indicare le parole del futuro. Lotte per la parità di diritti, per la messa in pratica delle normative, battaglie per l’emancipazione dai ruoli famigliari imposti, per il diritto al lavoro e alla maternità consapevole, hanno fatto parte della quotidianità di moltissime donne ravennati così come sono state protagoniste del dibattito nazionale, determinando accelerazioni cruciali nella storia politica. Una parte decisiva della stessa storia del territorio è strettamente intrecciata con la storia dell’Udi e del movimento femminile, nella misura in cui le istanze di rivendicazione sono diventate battaglie condivise, hanno permesso di elaborare progetti e visioni politiche, sono state spinta per fare pressione e collaborare con le istituzioni nella costruzione democratica e civile.

Una realtà come l’Udi in una provincia dell’Emilia Romagna negli anni Settanta riflette infatti l’agire di una collettività molto ampia, di una partecipazione diffusa nei diversi quartieri come nei borghi forensi e nei centri della provincia. Attraverso i costanti monitoraggi di cui resta traccia nell’archivio, si ha la possibilità di quantificare l’entità di questa partecipazione femminile così estesa: in data 1974 l’Udi ravennate poteva contare sul confronto diretto e sul supporto di una adesione molto radicata, indicata nel numero di 8547 tesserate nel territorio provinciale, di cui 3054 nella sola area comunale del capoluogo. Cento otto i circoli distribuiti nella provincia, cinque dei quali nei luoghi di lavoro a manodopera femminile. A queste date l’Udi era pertanto, di fatto, l’unico e il più solido riferimento per le istanze di emancipazione femminile nel territorio, trovandosi a dialogare con una realtà sociale in profonda trasformazione, in parte ancora prevalentemente rurale. Si trattava nella pratica di donne abituate a incontrarsi tra loro e discutere, segnalare problemi della vita quotidiana, relazionarsi continuamente con la politica per esigere e per proporre. Tra la fine degli anni Sessanta e ancor più dall’inizio degli anni Settanta inizia a prendere piede, dopo una lunga elaborazione negli anni precedenti, una mobilitazione femminile che riesce ad individuare i punti chiave attorno a cui concentrare le proprie rivendicazioni, portandoli al centro dell’attenzione politica. L’archivio territoriale aiuta a restituire i passaggi, il linguaggio, le dimensioni di questi percorsi di partecipazione.

 

1. La battaglia per le scuole e gli asili: emancipazione femminile e progetto pedagogico

Il punto di svolta nella mobilitazione sui servizi all’infanzia si ha con il sopraggiungere degli anni Sessanta. La presa di coscienza dell’importanza cruciale di questa battaglia, legata a doppio filo con quella del diritto al lavoro, avviene in primo luogo a livello nazionale e trova nei territori possibilità di entrare a far parte del dibattito pubblico. I primi segnali dell’imporsi di questo tema si hanno fin dall’inizio del decennio, quando abbiamo notizia di assemblee organizzate dall’Udi ravennate e distribuite su tutta la provincia per discutere di problemi urgenti legati al lavoro femminile e ai servizi: il funzionamento o meno degli asili (ovvero scuole materne) locali, l'esistenza o l'efficacia dei nidi dell'Onmi, la necessità di adeguare gli orari alle esigenze delle madri lavoratrici, l’istituzione di mense sociali per le operaie[1]. Problemi discussi con le comunità e con le amministrazioni, trattati anche in un convegno provinciale dedicato precisamente a I Servizi sociali per una nuova gestione della società, tenutosi a Ravenna l'11 ottobre 1960[2].

Mentre la discussione in Parlamento si animava attorno alla questione di una riforma dell’assistenza alla maternità e all’infanzia, si fece ancor più indispensabile per le donne dell’Udi fare pressione su diversi livelli, rispondere al dibattito parlamentare con un ampio coinvolgimento delle masse femminili, con una presenza territoriale forte che sapesse mantenere alta l’attenzione su questi temi e coinvolgere le istituzioni locali. Una lettera rivolta alle tesserate nel 1963 indicava la necessità di una mobilitazione estesa e tenace, che fosse sviluppata su tutta la provincia «intorno ai problemi che preoccupano le donne e che ne ostacolano la loro emancipazione»[3]:

Un primo problema che è stato ampiamente discusso si riferisce alla campagna per l’obbligatorietà dei servizi sociali. Si prevede lo svolgimento di convegni dei circoli Udi in tutti i comuni della provincia per l’elaborazione di iniziative di massa attorno ai problemi dei servizi stessi[4].

In quell’occasione la segreteria dell’Udi ravennate annunciava inoltre, nella città di Ravenna, prossimi incontri tra donne ed amministratori condotti in forma pubblica, in cui poter avanzare richieste specifiche che avrebbero dovuto trovare posto nel bilancio comunale preventivo del 1964 e nei piani decennali di urbanistica. Secondo quanto denunciato dall’Udi, le donne al lavoro nella provincia di Ravenna nel 1964 erano circa 52.000, contro le 40.000 stimate nel 1950: un fenomeno in grande crescita a cui però la società non aveva risposto adeguando i servizi[5]. A queste date, le strutture per l’infanzia esistenti a Ravenna riuscivano ad accogliere al massimo 750 bambini dai tre ai sei anni in tutto il territorio comunale, su un totale stimato di seimila figli di donne lavoratrici, senza considerare la precarietà dei locali e delle attrezzature che spesso rendevano le scuole esistenti del tutto inadeguate ad assolvere i loro compiti. Inoltre gli «asili del popolo» nati o rifondati nel dopoguerra non potevano più essere supportati dalle cooperative locali, le quali in diverse occasioni avevano denunciato l’impossibilità a continuare nella loro attività di sostegno economico. Si chiedeva pertanto che fosse il Comune ad assumersi questo compito, sia a livello di strutture che di progetto educativo.

Gli anni successivi furono quelli decisivi, e videro intensificarsi enormemente le mobilitazioni territoriali in questa direzione. Petizioni e raccolte firme, manifestazioni e campagne stampa, danno la misura di una crescita diffusa della partecipazione femminile, tanto nel capoluogo (dove dal 1967 l’amministrazione si trovò ad essere retta da un commissario prefettizio) quanto nei comuni della provincia. Quartieri e borghi chiedevano a gran voce la realizzazione di un asilo nido, l’apertura di un consultorio, la soluzione del problema dei doppi turni nelle scuole, la necessità di ampliare il trasporto pubblico. Nelle campagne si presentava con forza il problema di adeguare gli orari delle scuole d’infanzia alle esigenze delle madri lavoratrici, impegnate proprio nei mesi estivi nella più intensa fase del raccolto e della trasformazione alimentare.

La nuova legge sulle scuole materne (1968) e la fiducia nell’imminente istituzione dell’Ente regionale alimentò una grande volontà di cambiamento e di partecipazione. Mentre la questione del sistema educativo per la prima infanzia veniva discussa a livello nazionale e regionale, le piccole comunità del ravennate dimostravano infatti di essere attivissime nell’avanzare le loro richieste. Al convegno regionale sugli asili nido tenuto a Bologna nel dicembre del 1968 fece seguito una risposta provinciale diramata capillarmente nei territori. Nel caso ravennate a questa congiuntura si sovrapponeva la particolare situazione dell’amministrazione comunale, in sospeso dopo le elezioni del novembre 1968 che avevano visto cadere l’ormai tradizionale asse centrista (formata da Democrazia cristiana e Partito repubblicano), senza però individuare una soluzione definita di alleanze per il futuro. Proprio in questo periodo di incertezza potevano inserirsi le proposte e le richieste delle comunità locali, che premevano per indirizzare le future scelte della giunta ancora in via di definizione. L’Udi di Ravenna segnalava come in città vi fosse, in data febbraio 1969, un unico asilo nido, che non era assolutamente in grado di accogliere neppure i bambini delle madri che lavoravano, «costringendo spesso le donne alla disoccupazione forzata»; si chiedeva inoltre l’istituzione di scuole materne comunali, che risultavano essere ancora poche ed inadeguate, e la possibilità di attivare progetti di doposcuola nelle scuole elementari, spesso non attuabili per via del sovraffollamento degli alunni che obbligava all’organizzazione dell’orario scolastico in doppi turni[6]. Pluriclassi o doppi turni nelle scuole, carenze o totale mancanza di trasporti pubblici, inadeguatezza delle scuole materne e assenza degli asili nido, necessità di istituire programmi extrascolastici di dopo scuola e centri estivi: questi i temi che accomunano le diverse realtà e che si ripresentano nei dibattiti pubblici, nelle manifestazioni, nelle petizioni rivolte alle autorità. Se le richieste partivano da una mobilitazione delle associazioni femminili, il mondo sindacale e cooperativo dimostrava grande sensibilità e interesse verso le questioni sollevate e in molte occasioni si univa alla protesta al momento del confronto con le istituzioni.

Nella città di Ravenna negli ultimi giorni del 1969 si trovò una soluzione definitiva all’empasse creato dalle elezioni comunali del 1968. Nominato sindaco il socialista Aristide Canosani, si instaurava a Palazzo Merlato una giunta di sinistra, sorta dall’alleanza tra Pci, Psi e Psiup attorno a una serie di punti programmatici concordati e siglati dai cinque principali partiti alcuni mesi prima. Assessora all’Istruzione e ai Servizi sociali fu nominata la comunista Franca Eredi, che era stata segretaria dell’Udi e che aveva fatto della battaglia per la scuola dell’infanzia una delle sue principali bandiere. Per l’Udi si presentava una nuova possibilità per riaffermare la propria presenza e dare voce a tutte coloro che da anni portavano avanti le istanze di emancipazione.

Negli anni successivi a Ravenna la mobilitazione femminile e le volontà istituzionali trovarono infatti grandi occasioni di convergenza. L’istituzione delle regioni permetteva momenti di dialogo e di rivendicazione su temi precisi, e l’Emilia Romagna, come è noto, mostrò essere un laboratorio fervido nell’accogliere e mettere in pratica le nuove proposte. La manifestazione nazionale indetta dall’Udi sui problemi della scuola ebbe luogo precisamente a Bologna, il 27 febbraio 1970, con la partecipazione della Lega per i poteri e le autonomie locali, organismo molto presente nell’elaborazione del progetto regionale. Per Ravenna il 1970 fu un anno di svolta decisiva su questo aspetto, la giunta comunale si impegnò subito in un progetto accelerato per la realizzazione di scuole materne e per l’adeguamento dei servizi scolastici. L’approvazione del bilancio del 1970 fu supportata da una manifestazione indetta dall’Udi con l’obiettivo di raggiungere la prefettura ed avanzare le proprie richieste con alcune delegazioni di donne. Tra gli slogan scritti nei cartelloni del partecipatissimo corteo si leggeva «vogliamo l’asilo nido per i nostri figli», «vogliamo la gestione sociale della scuola», e anche «basta con l’Onmi».

Si nota tra le carte dell’archivio come le parole utilizzate attraversino una progressiva maturazione, passando sempre più dalla richiesta di scuole per tutti i bambini alla volontà di portare avanti una nuova visione pedagogica e una nuova organizzazione dello spazio educativo. La pressione dell’associazione femminile sulle istituzioni continua in questi primi anni Settanta che precedono alla riorganizzazione dei servizi all’infanzia e allo smantellamento definitivo dell’Onmi. Assemblee, dibattiti, petizioni, sono segnalate con frequenza, e danno la misura di una partecipazione elevata e una abitudine al confronto che coinvolge tutta la cittadinanza. Nel 1972 l’Udi ravennate chiedeva che alle leggi nazionali corrispondessero effettivi investimenti e prese di posizione:

Riuniamoci in assemblea per chiedere subito: 1) Al Comune – di preparare il programma delle nuove scuole dell’infanzia che servono nel Comune; di cercare locali disponibili subito; di impegnare i terreni; di preparare i progetti; […] 2) Al Governo (sollecitando il Provveditore agli studi): di emanare il regolamento e gli orientamenti educativi; di preparare subito il piano per le nuove sezioni da istituire il prossimo anno; di costruire gli edifici; di bandire il concorso per gli insegnanti e gli assistenti[7].

Anche i paesi della provincia proprio in questi mesi cruciali iniziarono a trovare soluzioni alle carenze legate ai servizi per l’infanzia, anticipando talvolta la legislazione nazionale. Nel settembre 1971 veniva inaugurato ad Alfonsine il primo asilo nido comunale, voluto fortemente dalla mobilitazione femminile e reso possibile grazie a una partecipatissima petizione cittadina accolta con grande impegno dall’amministrazione. A Ravenna il primo nido inaugurò nell’ottobre 1972, presso il quartiere Nullo Baldini, a fianco della nuova scuola elementare del quartiere: un momento importante per la storia della comunità, nonché una grande conquista e un nuovo punto di partenza per tutte quelle lotte femminili che avevano animato la vita civile negli ultimi anni.

Gli anni dal 1969 al 1974 furono teatro pertanto di una accelerazione sorprendente e intensissima rispetto al tema dei servizi sociali e del diritto all’istruzione, sia per quel che riguardava l’attenzione pubblica quanto nelle effettive possibilità di veicolare le mobilitazioni verso un proficuo riscontro istituzionale. L’unico asilo nido denunciato a Ravenna nel 1969 si era convertito cinque anni più tardi in una rete di nuove strutture, che senz’altro erano ancora ben lontane dal coprire i bisogni della cittadinanza, ma che davano altresì la prova del grande impiego di energie messe in opera in questa direzione[8]. L’educazione e il tempo libero furono totalmente ripensati in progetti extrascolastici, nell’organizzazione di case di vacanza e nella promozione del doposcuola.

Quando con le elezioni del 1979 l’esperienza dell’assessorato di Franca Eredi fu concluso, il Comune di Ravenna poteva vantare di avere raggiunto la gestione di dieci asili nido, di cui otto di nuova costruzione, oltre a dieci nuove scuole dell’infanzia e dieci edifici scolastici, per un totale di 28 nuovi plessi. In totale, quasi 2800 bambini dai tre ai sei anni frequentavano la scuola materna, che era ormai diventata parte integrante del percorso educativo. Come avevano sostenuto gli slogan dell’Udi all’inizio del decennio, si poteva ormai affermare che «il diritto allo studio comincia a tre anni».

 

2. Divorzio, aborto, diritto di famiglia

Gli anni Settanta imprimono una svolta decisiva nella storia d’Italia in tema di diritti ed emancipazione femminile. Conquiste e cambiamenti radicali che hanno lasciato un segno profondo nella struttura politica e sociale hanno visto le donne diventare protagoniste, argomenti e richieste che da tempo avevano fatto parte del loro linguaggio entrarono alla ribalta e diventarono patrimonio comune.

L’Udi è una delle realtà più coinvolte da questo percorso, da questa accelerazione così significativa. Forte della possibilità di raggiungere e coinvolgere tantissime donne di diversa estrazione sociale e culturale, l’Udi agiva come una vera associazione di massa, fotografata in questi anni nel suo avvicinamento alle nuove parole e istanze del femminismo. Certamente in rapporto non semplice, di dialogo e di conflitto, con gli altri movimenti femminili appena sorti, ma che seppe intercettare con grande capacità di confrontarsi la necessità di fare pressione per il raggiungimento di un nuovo assetto giuridico.

L’attività fervida dell’Udi ravennate in questi anni è difficile da ricostruire nella sua estensione. Si assiste a un continuo confronto con il dibattito nazionale e a un costante tentativo di restituirlo sul proprio territorio. Una doppia direzione che fa parte di tutta l’attività dell’Udi e che in particolare sulle questioni che riguardano il diritto di famiglia si dimostra necessaria, efficace, proficua. Riguardo al dibattito sul divorzio, che non era affatto nuovo all’interno dell’Udi, si trova nell’archivio molto materiale informativo, a partire dalle prime proposte di legge. Dal 1970 le posizioni maturate si fecero chiare e condivise, nella prospettiva di associare il divorzio ad una più estesa riforma del diritto di famiglia, unitamente al rifiuto di un possibile referendum abrogativo. «Sì al divorzio, no al referendum» fu una delle scritte che comparvero nei cartelli del corteo ravennate dell’8 marzo 1973, insieme ad altre che richiedevano la riforma del diritto di famiglia, la piena occupazione per tutte le donne, la realizzazione della legge sui nidi.

Quando il referendum abrogativo divenne una realtà, l’Udi nazionale accettò la sfida della campagna per il no, mobilitando le proprie risorse nel tentativo di informare e discutere sul referendum. «Nessuno meglio di un’associazione che si batte per l’emancipazione femminile» affermava il documento nazionale «può aprire un largo dialogo con le donne smascherando quanto di antifemminile vi sia nei motivi di fondo che hanno portato ad imporre al paese una prova inutile e dannosa come quella del referendum»[9]. La campagna per il no fu estesa a tappeto nel territorio ravennate, con una serie di dibattiti e incontri organizzati per spiegarne le ragioni. Il materiale diffuso è molto dettagliato e vario, tanto quello divulgativo quanto quello analitico e informativo, e le attiviste ebbero cura di raccogliere, lasciandone quindi traccia nell’archivio, anche i volantini della campagna per il no condotta da altre forze politiche, nonché quelli degli antidivorzisti che si mobilitavano per l’abrogazione della legge. Dal primo aprile 1974 iniziò un calendario serrato di discussioni nei circoli, sia nei borghi della città di Ravenna che nei comuni della provincia.

Se l’esito del referendum fu accolto senz’altro come una grande vittoria e un segnale di cambiamento della società, l’interesse si concentrò immediatamente sulla riforma del diritto di famiglia, vera questione cruciale che riguardava l’emancipazione e indipendenza delle donne nella vita privata e pubblica. I volantini diffusi dall’Udi nel 1974 chiedevano una riforma che garantisse la piena parità dei coniugi, la comunione dei beni, l’uguaglianza dei figli al di fuori del matrimonio, l’abolizione del concetto di colpa nella separazione. La manifestazione del 13 novembre a Roma vide la partecipazione di moltissime donne ravennati, il pullman in partenza passò da tutti i centri del forese, unendosi a quelli che partivano dalla provincia[10]. Il sindaco di Ravenna, Aristide Canosani, inviò per l’occasione un telegramma di sostegno e solidarietà[11]. Il grande successo della manifestazione nazionale dette nuovo vigore alla mobilitazione, dimostrando ancor più nettamente quanto la questione del diritto di famiglia fosse in mano alle forze femminili e alla loro capacità di incidere sulla vita pubblica.

Da oggi il diritto di famiglia ha un suo volto: quello dell’eccezionale corteo di donne che ha attraversato il centro della città di Roma per reclamare la riforma del codice di famiglia e il cambiamento della condizione femminile[12].

La legislazione del nuovo diritto di famiglia (legge n. 151, 19 maggio 1975) fu accolta come una grande conquista, «una riforma per le donne voluta dalle donne», l’esultanza accompagnata dall’invito a continuare la lotta quotidiana per una nuova condizione della donna, nella famiglia e nella società[13].

Strettamente legata alla riforma del diritto di famiglia vi era l’ampia riflessione sulla maternità, che in questi anni andò estendendosi e raccogliendosi attorno a nuove definizioni e nuove battaglie. Dalla iniziale necessità di alleggerire il lavoro domestico delle madri e di promuovere servizi sociali per l’infanzia, l’incontro con le istanze di emancipazione femminile permise di dare alla maternità una identità nuova, più ampia e complessa, e promuovere l’idea della scelta libera e consapevole, oltre che di maturare l’impegno verso il riconoscimento dello stesso valore sociale della maternità. In particolare durante la manifestazione dell’8 marzo 1973 le battaglie storiche dell’Udi per l’occupazione femminile e la tutela delle lavoratrici madri trovarono espressione nella considerazione e richiesta di tale riconoscimento. Il 12 ottobre dello stesso anno, ad Alfonsine, Luciana Viviani dell’Udi nazionale tenne un incontro dibattito sul tema della maternità come «scelta libera e consapevole»[14]. Un corso residenziale di due giorni rivolto alle iscritte, concentrato sul medesimo argomento e sulla necessità di adeguarvi strutture e servizi, si tenne a Ravenna nel mese di dicembre presso il Centro sociale Darsena[15].

Noi pensiamo che questa tematica debba essere motivo di ampi dibattiti con le donne e di confronto con le altre Associazioni femminili, così come pensiamo sia necessario trovare sbocchi di lotta concreti, aprire vertenze locali per la creazione di quelle strutture (esempio: consultori) che diano alla maternità un valore sociale e che permettano di viverla in modo libero e consapevole.

Se l’8 marzo del 1974 l’argomento del referendum sul divorzio concentrò gran parte delle energie, il bollettino diffuso dall’Udi ravennate in vista della Giornata internazionale della donna del 1975 riaffermava la questione del valore sociale della maternità come asse centrale attorno a cui articolare le diverse battaglie per l’emancipazione femminile. Il tema dei consultori fu affrontato in un convegno nazionale organizzato il successivo 22 aprile[16], ed è dello stesso anno l’interesse e l’approfondimento riguardo alla necessità di depenalizzare l’aborto. Materiale informativo a riguardo venne diffuso e raccolto durante l’arco dell’anno, insieme allo studio delle diverse posizioni dei partiti e all’elaborazione di una risposta da parte dell’Udi, ribadita localmente in un comunicato stampa il 25 novembre, che considerava il percorso verso il diritto alla libera scelta delle donne come unica via per superare la pratica dell’aborto, e ribadiva la necessità di lottare contro l’aborto clandestino[17].

Una apposita Commissione si costituì all’interno dell’Udi per occuparsi dei temi relativi alla maternità. Il primo aprile 1976 si riuniva per discutere dei consultori, valutarne il funzionamento effettivo e decidere un orientamento provinciale in merito[18]. L’appello «libera nella maternità, autonoma con il lavoro, protagonista nella società», bandiera delle manifestazioni dell’8 marzo 1976, divenne parola d’ordine di un anno intensissimo caratterizzato da un confronto continuo con il territorio. Fu avviata e promossa una consultazione estesa a tutta la provincia che coinvolse quindici assemblee di donne lavoratrici, ventitré iniziative pubbliche di dibattito e informazione, e ben sessantaquattro riunioni di caseggiato, attorno ai temi riguardanti la maternità. Si discusse estesamente quindi, quartiere per quartiere, di consultori, di una nuova regolamentazione per l’aborto, di educazione sessuale nelle scuole, del necessario rifinanziamento della legge 1044 e dell’attuazione degli asili nido, e infine della riforma della legge di tutela per le lavoratrici madri. Un rapporto conclusivo della consultazione permette di visualizzare come alcuni temi siano stati discussi ed elaborati dalle donne[19]. Così veniva chiarito questo lungo percorso di elaborazione in un articolo inviato al «Nuovo Ravennate»:

Questi infatti mi sembrano i punti capaci di saldare la battaglia per una nuova legge sull’aborto e quella più in generale per l’affermazione del valore sociale della maternità, aggredendo proprio quegli aspetti che sono caratterizzanti del modo attuale di vivere l’interruzione di gravidanza e cioè la solitudine, la paura, la vergogna, e facendo carico alla società di quei problemi che fino ad oggi ogni donna ha vissuto individualmente e isolatamente. È infatti solo questo processo di responsabilizzazione collettiva che può provocare una maturazione anche dei singoli e delle donne in particolare nei confronti della procreazione, creando una coscienza nuova capace di decidere liberamente e consapevolmente, sgombrando quindi il terreno dalle premesse stesse dell’aborto[20].

Una grande manifestazione nazionale per una nuova legge sull’aborto si tenne il 25 maggio del 1977, alla quale parteciparono centocinquantuno donne in partenza da Ravenna e da tutta la provincia[21]. I volantini e il materiale prodotto dà la misura di una attività in crescita e diffusa su tutto il territorio provinciale, di informazione, adesione alle battaglie nazionali, dibattito sui temi cruciali e rivendicazione a livello locale. Attorno alla questione dei consultori si concentrò in particolare la presenza territoriale delle sedi Udi nel richiedere ed esigere risposte dalle istituzioni. Così dichiaravano, fra le altre, le donne del borgo ravennate di Porto Fuori:

Noi donne di Porto Fuori, da anni attivamente partecipi delle battaglie condotte dal movimento di emancipazione femminile per affermare il valore sociale della maternità, e per ottenere la legge nazionale di istituzione dei Consultori pubblici di maternità e di igiene sessuale, ci rivolgiamo ora al Consorzio socio – sanitario di Ravenna, affinché avvii nel nostro comune una concreta programmazione di questi servizi, capace di rispondere alle aspirazioni e alle aspettative delle donne e di realizzare nei fatti il principio della maternità libera e consapevole e socialmente riconosciuta[22].

Necessario anche sensibilizzare la classe politica locale perché si muovesse in direzione di una urgente approvazione della nuova legge secondo il testo bocciato nel giugno precedente al Senato, prima che scattassero i termini per la richiesta del referendum abrogativo. Convogliavano in questo nodo cruciale molti temi, tutti legati all’emancipazione, all’indipendenza, al rifiuto della vittimizzazione della donna e dell’obbligo alla maternità. L’8 aprile 1978 a Bologna ebbe luogo una grande manifestazione regionale concentrata sull’argomento della legalizzazione dell’aborto. L’Udi di Ravenna invitava a portare «tante, tante donne e ragazze alla manifestazione», per sconfiggere insieme l’aborto clandestino e per conquistare una legge che fosse dalla parte delle donne[23].

In tutti i circoli, in tutti i paesi. Mobilitiamoci per la manifestazione. Facciamo volantinaggio davanti ai negozi, nei mercati, nei posti di lavoro, fra tutte le donne. Costruiamo delle mostre che illustrino la nostra richiesta di donne di una nuova legge sull’aborto. Parliamo con tutte le donne della legge e dell’esigenza di fare uscire l’aborto dalla clandestinità[24].

Furono dieci i pullman organizzati dall'Udi di Ravenna e diretti alla manifestazione di Bologna, in partenza da tutti i centri della provincia. Una grande partecipazione che dette enorme visibilità pubblica alla battaglia, accelerando quel percorso che condusse all’approvazione in Parlamento della legge 194, «Norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza», in vigore dal 22 maggio 1978.

Si trattava del punto culminante di un periodo intensissimo di lotte, una conquista importantissima a coronare un decennio che aveva visto crescere il movimento femminile e riunire forze diverse attorno a battaglie ampie e condivise, come fu quella per l’aborto. Un decennio di grande maturazione, di confronto costante con una popolazione femminile politicamente partecipe e attenta, con le nuove istanze del femminismo, con le possibilità offerte dalla pressione sulle forze politiche. In particolare la battaglia sull’aborto aveva visto sensibilità diverse entrare in sinergia, diverse forze femminili rispondere e allearsi nella necessità di proposte comuni, di una visione altra della società, da difendere e promuovere.

I percorsi possibili di analisi sono molteplici, poiché la ricostruzione dei percorsi femminili di un territorio permette di osservare altre dinamiche di carattere economico e sociale. Le rivendicazioni portate in scena dalle donne hanno trasformato il territorio ravennate, sono diventate traino in determinati e decisivi passaggi di evoluzione civile. È importante che il territorio sia consapevole della vivacità ed estensione di tali percorsi, e che le storie rinchiuse nell’archivio si facciano patrimonio comune.


Note

1 Archivio Udi Ravenna (d’ora in poi, non segnalato), 1961, categoria IV, classe 6, Servizi sociali per la donna che lavora. Nell’immagine di apertura dell’articolo: Manifestazione 8 marzo 1974, Archivio fotografico Udi Ravenna.

2 1960, categoria I, classe 3, Convegno provinciale sul tema: I servizi sociali in una moderna organizzazione della società, Ravenna, Sala Traversari via San Vitale, 11 ottobre 1960, invito e programma.

3 1963, categoria I, classe 3, lettera alle tesserate Udi, 30 dicembre 1963.

4 Ibidem.

5 1964, categoria V, classe 1, Relazione di Franca Eredi al VII congresso provinciale Udi Ravenna (16-17 maggio 1964).

6 1969, cat. IV, classe 6, petizione Udi Ravenna, febbraio 1969.

7 1972, cat. IV, classe 6, Il diritto allo studio comincia a tre anni, volantino.

8 1974, cat. IV, classe 2, prospetto asili Ravenna e provincia.

9 1974, cat. II, classe 4, Il no delle donne al referendum. Le nostre ragioni.

10 Ivi, volantino partenze manifestazione Per un nuovo diritto di famiglia, 13 novembre 1974.

11 Ivi, telegramma del sindaco di Ravenna.

12 Ivi, Diritto di famiglia: 50 mila in piazza per cambiarlo.

13 1975, cat. I, classe 3, volantino Una riforma per le donne voluta dalle donne.

14 1973, cat. I, classe 4, volantino iniziativa 12 ottobre 1973.

15 1973, cat. IV, classe 5, Corso residenziale per affermare una maternità libera e consapevole: nuove strutture nella società, Centro sociale Darsena, 14-15 dicembre 1973.

16 1975, cat. IV, classe 4.

17 1975, cat. II, classe 2, comunicato stampa, 25 novembre 1975.

18 1976, cat. I, classe 3, riunione Commissione maternità.

19 Ivi, La consultazione nella provincia di Ravenna.

20 Ivi, articolo per il «Nuovo Ravennate», novembre 1976.

21 1977, cat. II, classe 2, volantini partenze manifestazione nazionale, 25 maggio 1977.

22 1978, cat. I, classe 4, petizione Udi Porto Fuori.

23 Ivi, Bollettino Comitato provinciale Udi, aprile 1978.

24 Ibidem.