Come citare questo articolo: , La biografia e le carte di Ugo Fedeli, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 4 (2020) []. https://rivista.clionet.it/senta-la-biografia-e-le-carte-di-ugo-fedeli. Ultimo accesso 29-09-2021.

1. Amore e morte nell’anarchia del Novecento. Le vite di Ugo Fedeli e Clelia Premoli

Anarchismo è tutto un modo di vivere,
di rispettare la gente, di comprendere il prossimo,
di comportarsi da vero fratello[1].

Ugo Fedeli nasce a Milano l’8 maggio 1898, la “domenica di sangue”, quando i cannoni di Bava Beccaris fanno strage sulla folla scesa in piazza per reclamare pane, in un’Italia segnata dalla crisi di fine secolo. La sua è una famiglia modesta, la madre è sarta e suo marito, di dieci anni anni più vecchio, lavora in una macelleria. Ugo comincia a lavorare sin da bambino: garzone, giornalaio, aiutante idraulico, lavoratore del bronzo, calzolaio, meccanico, lavori diversi per aiutare la famiglia a tirare avanti. Pochi i momenti di allegria e tra questi quelli dati dalla lettura, sua precoce passione. Entra nel movimento anarchico da ragazzino, prendendo parte alle campagne antimilitariste animate dai gruppi libertari a ridosso della guerra di Libia e alle agitazioni operaie che costellano quel periodo. È arrestato per la prima volta nel corso di uno sciopero generale, nell’agosto del 1913. Ritenuto turbolento e pericoloso dalle forze di polizia, entra in questura cantando inni rivoluzionari insieme ad altri giovani arrestati con lui. Dopo avere vissuto l’illusione che la Settimana Rossa possa trasformarsi in un moto insurrezionale su tutto il territorio italiano, con lo scoppio della prima guerra mondiale, continua a impegnarsi a fondo nell’attività antimilitarista[2].

È in questa fase che conosce la sua compagna di vita Clelia Premoli, milanese anch’ella, di un anno più giovane di lui, cresciuta in un ambiente familiare aperto alle idee democratiche e socialiste che permeano presto sia lei, sia le due sorelle Ines e Ida. Clelia lavora alla Pirelli e prende parte all’agitazione antimilitarista che a Milano vede le donne in prima fila. Il 30 aprile del 1916 viene arrestata nel corso di una manifestazione contro la guerra in Piazza Duomo in cui scoppiano violenti scontri che si protraggono per ore. Al processo che ne segue prende la parola e in milanese spiega le ragioni che l’avevano mossa concludendo con un «abbasso la guerra. La guerra sia maledetta dall’umanità intera»[3].

Uscito di galera, Ugo è richiamato alle armi e si dà alla clandestinità, prima di decidere di disertare in Svizzera nei primi mesi del 1917. Nei due anni successivi è attivo nei gruppi anarchici svizzeri, in collegamento con l'ambiente de “Il Risveglio” di Bertoni e della Libreria internazionale di Zurigo, fino a che non cade nelle maglie della giustizia incarcerato insieme a decine di compagni con l'accusa di possesso di esplosivi. Ugo e Clelia, che sono rimasti in contatto, si scrivono spesso e quest’ultima fa da riferimento all’interno del movimento anarchico per la sottoscrizione che viene attivata in favore degli arrestati. Si ritrovano a Milano quando Fedeli, dopo varie peripezie, torna nel capoluogo lombardo in tempo per partecipare febbrilmente alle agitazioni del biennio rosso e al movimento che culmina con l’occupazione delle fabbriche. I due si gettano anima e corpo nelle molteplici attività del movimento, in una fase di grande conflittualità sociale. Gli scioperi, i comizi, le manifestazioni, gli scontri di piazza si susseguono, con il capoluogo lombardo che diventa il cuore di quel fronte unico dal basso teorizzato dai rivoluzionari. Tra i militanti più stretti dei due ci sono Francesco Ghezzi, «quello che più di ogni altro ha contribuito alla mia formazione», scriverà Fedeli[4], e Pietro Bruzzi. «Il primo – è ancora Fedeli a scrivere – fucilato dai tedeschi a Legnano il secondo morto in un campo di concentramento in Russia»[5]. Un periodo di attività febbrile anche sul piano della pubblicistica: Ugo e Clelia collaborano ai giornali “Nichilismo” e a “Iconoclasta!”, ma nel frattempo contribuiscono anche alla nascita di “Umanità Nova”, il quotidiano anarchico che nel febbraio del 1920 muove i primi passi per conoscere presto grande diffusione. Il mese successivo Clelia, insieme alle due sorelle, è nuovamente arrestata, mentre a giugno è il turno di Ugo a essere fermato dopo violenti scontri tra polizia e dimostranti in seguito a un comizio. Il 22 luglio i due si sposano con rito civile e da lì a poco l'agitazione dei metallurgici sfocia nell'occupazione delle fabbriche che Fedeli ricorderà come «il più forte tentativo rivoluzionario del dopoguerra italiano»[6]. Fedeli stesso è presidente della commissione interna di una fabbrica di magneti. A fine settembre il quadro muta rapidamente: dopo un'estenuante trattativa tra maestranze e industriali, le fabbriche sono sgomberate pacificamente; da quel momento in poi il movimento operaio comincia ad arretrare, tra gli arresti e le recriminazioni dell'ala più radicale contro i riformisti ritenuti “traditori”. In questo contesto, e in particolare all’interno di una campagna di agitazione volta a liberare alcuni anarchici imprigionati, tra i quali Errico Malatesta e Armando Borghi, va inserito l’attentato presso il caffè-teatro Diana che causa ventuno morti e decine di feriti. Il “fattaccio inconsulto”, secondo le parole di Fedeli, è opera di alcuni anarchici, tra i quali Giuseppe Mariani, Guglielmo Boldrini ed Ettore Aguggini, che Ugo e Clelia conoscono molto bene e che ruotano attorno al neonato giornale “L’Individualista”, la cui redazione è ubicata proprio in casa Fedeli. La repressione contro gli anarchici è generalizzata e anche Ugo è ricercato dalla polizia perché ritenuto, a torto, correo della strage. La casa dove vive con sua madre e i suoi due fratelli viene perquisita e messa a a soqquadro; gli rimane la fuga, che lo porta, attraverso la Svizzera e Berlino, in Russia, prima a Pietrogrado, poi a Mosca.

Rimane in Russia circa dieci mesi, toccando con mano la complessa situazione sociale del paese sotto il potere bolscevico. «Entusiasta ai primi giorni, poi, poco a poco, alla vista dei fatti e delle cose, davanti alla realtà, l’entusiasmo si trasformava in attenzione, in dolore poi»[7]. Con le sue continue corrispondenze con i compagni rimasti in Italia, egli ha un importante ruolo nel far conoscere la realtà autoritaria del bolscevismo, contribuendo alla maturazione di un giudizio critico da parte anarchica nei confronti di questa esperienza valutata sino ad allora in maniera sostanzialmente favorevole. Ciò su cui più riflette Fedeli, e che contribuisce a far conoscere in Europa, sono i fatti di Kronstadt del marzo del 1921, con la feroce repressione dei marinai rei di volere una terza rivoluzione “soviettista” e libera dall’egemonia bolscevica e l’atteggiamento dei bolscevichi nei confronti del libertario ucraino Nestor Machno e della sua armata, prima ritenuti utili alleati contro i bianchi e poi, una volta terminata la guerra civile, oggetto di repressione da parte dello stesso governo di Lenin.

Alla fine del 1921 fa ritorno a Berlino, dove si ricongiunge con Clelia e dove partecipa al Congresso internazionale anarchico che si tiene in città. In questa occasione i due svolgono una preziosa funzione nel fare conoscere la triste realtà dei militanti libertari perseguitati dal bolscevismo e nell’attivare una campagna per la loro liberazione. Vivono nella capitale tedesca circa un anno: mesi duri, segnati dalla disoccupazione e dalla crisi economica, dalla miseria e dal timore di Ugo di essere arrestato dalla polizia in relazione ai fatti del teatro Diana (sarà condannato in contumacia nel 1927 dalla Corte d'assise di Pavia a sette anni e sei mesi di reclusione con due anni di libertà vigilata).

All’inizio del 1923 Clelia si ammala ed è costretta a tornare temporaneamente in Italia, mentre Fedeli rimane fino all’autunno a Berlino, quando decide di trasferirsi a Parigi. Proprio nella ville lumière i due si riuniscono nuovamente, ospitati dal militante Lucien Haussard. Superati i primi tempi grazie alla solidarietà dei compagni residenti nella capitale francese, trovano lavoro come operai e vanno ad abitare in «un appartamento minuscolo, dal soffitto basso, vicino al cimitero di Père Lachaise […] sempre pieno di voci e di fumo», luogo che diventa un frequentato punto di incontro della comunità anarchica internazionale[8].

Anche gli anni dell'esilio francese sono difficili a causa della vigilanza delle autorità francesi cui si somma la nefasta azione dei fasci all'estero. Eppure sono anni di continua attività: vivono le discussioni teoriche, come quella riguardante la necessità da parte del movimento di darsi un’organizzazione più rigida e disciplinata secondo le indicazioni che alcuni esuli russi abbozzano nella loro Piattaforma (ovvero: Plate-Forme d'organisation de l'union Générale des Anarchistes); contribuiscono a molte pubblicazioni del movimento in lingua italiana, francese e spagnola, tra le quali il quindicinale “La Lotta Umana”, diretto da Luigi Fabbri; danno vita a una casa editrice, con annessa libreria, l’Oeuvre Internationale d’Editions Anarchistes, che si fa tra l’altro promotrice della realizzazione di una Encyclopédie anarchiste diretta da Sébastien Faure[9].

Ancora, sono protagonisti del tentativo, fallito, di organizzare una spedizione guidata da Ricciotti Garibaldi jr. in Italia con l’intento di rovesciare il regime di Mussolini[10]; contribuiscono infine ad animare i numerosi comitati di aiuto degli antifascisti italiani, ma anche il comitato parigino per la liberazione di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, poi giustiziati sulla sedia elettrica nel 1927, e un comitato di soccorso agli anarchici russi perseguitati dal bolscevismo.

Nel corso del 1929 le autorità francesi decidono l’espulsione dell'intera redazione de “La Lotta Umana”. Fedeli varca il confine belga, mentre Clelia rimane a Parigi qualche settimana in più per continuare a occuparsi dell’amministrazione del giornale, prima di lasciare l’incombenza a Luigi Fabbri – anche lui però espulso da lì a poco dalla Francia – e di raggiungere Ugo a Bruxelles. Qui i due curano gli ultimi due numeri di “La Lotta Umana” e decidono infine di salpare alla volta di Montevideo, dove lo stesso Fabbri aveva trovato rifugio con la famiglia.

Si apre così un nuovo capitolo della loro vita: anche in Uruguay sono estremamente attivi. Partecipano al gruppo “Volontà” e con alcuni militanti tra i quali due sodali di “La Lotta Umana”, Fabbri e Torquato Gobbi, danno alle stampe “Studi Sociali”, un periodico che dà spazio, come “La Lotta Umana”, ad analisi, riflessioni e proposte di carattere teorico e, sempre con Fabbri, partecipano alla fondazione della Universidad Popular de Uruguay.

Nella primavera del 1933 Gabriel Terra, spinto dalle forze conservatrici e imprenditoriali e favorito dall’ambasciata italiana, dà il via con un colpo di stato alla dittatura, accettata con rassegnazione dal popolo uruguagio e interrompe così la tradizione di ospitalità nei confronti dei dissidenti politici europei.

In questa nuova fase l’estate del 1933 è per i due un momento particolare. Il 26 giugno, dopo anni di traversie e patimenti, nasce il loro figlio Hugo Carlo, detto Hughetto. È un momento di gioia dopo tante avventure e fatiche, ma il cerchio si sta nuovamente stringendo attorno a loro.

Nel novembre 1933 la polizia uruguayana arresta Fedeli, lo espelle e lo consegna alle autorità italiane che lo riportano in patria. Sbarcato a Napoli, viene trasferito a Milano, interrogato per due giorni, e poi costretto nel carcere di Pavia. Clelia decide a sua volta di seguirlo, insieme al figlio; torna a Milano e si stabilisce, con Ugo ancora in carcere, a casa dei fratelli di lui. Così gli scrive in una lettera del 2 giugno 1934:

in casa tua quando c'è Ughetto è una festa e i tuoi fratelli si divertono un mondo, sono omoni eppure si mettono per terra con lui, gli fanno il gatto e il cane, e lui è felice. Se lo vedessi come è vispo, già fa qualche passino, spero che quando compia l'anno possa camminare un po'; sembra un topolino, ha due gambette irrequiete mai è tranquillo un solo minuto […]. Ugo che soddisfazione, che orgoglio essere madre […]  è un legame così grande, mi sembra che tra noi non ci sia più nessuna distanza, seppure tra noi sempre fu un amore grande, però ora mi pare non ti perderò più. Ughetto ci ha uniti eternamente, solo con il cuore, perché gli uomini non ci lasceranno mai uniti e felici. Ci separarono, ma il nostro grande amore ci unisce, sempre, anche separati da inferriate[11]

Scarcerato nel corso del 1934, Fedeli riesce, con difficoltà, a trovare lavoro in fabbrica, ma all'inizio del 1935 viene assegnato a cinque anni di confino sull’isola di Ponza per attività sovversiva. È un’altra tegola per la famiglia. Clelia decise comunque di seguirlo insieme al figlio, che guadagna così il triste primato di essere il più giovane tra i confinati sull’isola. Qui i due, stando alle autorità, mantengono inalterate le proprie idee e frequentano gli elementi più pericolosi della colonia, ovvero i loro compagni di idee. Nell’estate 1938 vengono trasferiti a Cerisano, in provincia di Cosenza, altra località di confino, e una volta scontati i rimanenti due anni di pena, tornano a Milano col figlio. Fedeli subisce un nuovo arresto, e nel luglio del 1940 una nuova condanna al confino, questa volta con destinazione Colfiorito, altopiano a 750 metri di altitudine in provincia di Perugia. A dicembre Clelia e Hughetto lo raggiungono per pochi giorni e in quellostesso mese, dopo avere ottenuto la revisione del provvedimento, viene trasferito nella cittadina di Monteforte Irpino, dove è raggiunto dalla moglie e dal figlio. Ma non finiscono qui le traversie: è accusato di avere protestato per i maltrattamenti subiti e di continuare a fare propaganda sovversiva, così che alla fine del 1941 è costretto a Ventotene, dove si stabilisce ancora in compagnia di Clelia e Hughetto.

Quest’ultimo, all’età di otto anni, muore per una difterite e per la mancanza di cure. Clelia e Ugo rimangono senza parole, muti nel loro enorme dolore, privati per sempre del solo raggio di sole di una vita difficilissima. Così scriverà anni dopo Fedeli di suo figlio:

Hughetto era sempre stato nelle isole di deportazione con noi e non ha conosciuto altri se non detenuti e confinati. Per lui il mondo si divideva in due categorie di persone: confinati da una parte, dall'altra fascisti e poliziotti. Era già un omino e sapeva quello che bisognava fare e quello che un uomo con carattere non deve mai fare. Essendo sempre vissuto tra uomini fatti si era subito abituato a pensare come un uomo, e forse è stato un male perché così egli non ha potuto avere una vera e propria fanciullezza, che è forse il periodo più bello e felice nella vita di un uomo.

Nel corso del 1942 i due riescono a farsi trasferire in continente, nel paese di Bucchianico, in Abruzzo, e dopo l’8 settembre 1943 trovano rifugio all'ospedale di Chieti, aiutando la Croce rossa nell'assistenza ai feriti. Nel corso del 1944 Ugo viene nominato sindaco di Bucchianico, carica che ricopre per circa otto mesi.

Solo dopo la Liberazione riescono a tornare a Milano[12]. Qui sono protagonisti della riorganizzazione del movimento, prima nella Federazione comunista libertaria alta Italia (Fclai), poi nella Federazione anarchica italiana (Fai) fondata al Congresso di Carrara del settembre 1945 e in cui la Fclai confluisce. Fedeli è primo segretario di entrambe le organizzazioni e rimane poi componente dei principali strumenti di coordinamento della Fai, il consiglio nazionale e la commissione di corrispondenza[13]. I due vivono in prima persona le vicende militanti del dopoguerra partecipando a numerose iniziative sociali, politiche e culturali e mantenendo un fitto scambio epistolare con militanti di ogni parte del mondo. Abitano prima a Carrara e poi dai primi anni Cinquanta a Ivrea e in piccoli centri del Canavese.

Nel 1952 infatti Fedeli viene assunto da Adriano Olivetti come bibliotecario e responsabile culturale dell'omonima azienda, presso Ivrea. In questo ambito cura una serie di corsi e di cicli di relazioni per gli operai e per gli abitanti della zona su temi concernenti la storia del movimento operaio e la storia sociale contemporanea, ma anche sull’utopia, il razzismo, le lingue straniere, il giornalismo ecc.[14]. Così ricorda un uditore di questi corsi: «Nelle sue vivacissime e al tempo stesso pacate lezioni, svolte sempre con ammirevole senso d'equilibrio, Fedeli si serviva di un complesso di sussidi: libri, film, documentari, dispense, bibliografie, con i quali rendeva ancor più interessanti le sue amichevoli e discorsive esposizioni»[15]. Fedeli stesso riassume così in una lettera a un militante spagnolo il senso del suo impegno in questa fase: «bisogna sostenere alcuni concetti fondamentali dell'anarchia in tutti i campi possibili […] bisogna tentare di allargare la nostra cerchia altrimenti un giorno o l'altro moriremo per soffocamento»[16].

È un infarto a causarne la morte nel marzo del 1964, quando è a pochi mesi dal pensionamento e dalla liquidazione necessaria per potere realizzare un piano che a lui e a Clelia sta grandemente a cuore: spostare la propria biblioteca archivio in un edificio ad hoc e renderlo disponibile a tutto il movimento anarchico.

 

2. Carte, libri e giornali. L’archivio-biblioteca di Ugo Fedeli e di Clelia Premoli

Quel che rimaneva dei salari percepiti lo spendevano
nell'acquisto di libri, opuscoli, riviste, collezioni di giornali,
in qualunque lingua si trovassero, purché avessero relazione
con la storia del pensiero del movimento anarchico[17].

Fin da giovanissimo Ugo Fedeli comincia a conservare libri, giornali e materiale documentario concernenti l’anarchismo, trovando in questo un supporto fondamentale in Clelia Premoli, che si dedica a sua volta a questo compito con assiduità e convinzione. Negli anni giovanili a Milano i due collezionano libri, volantini e annate intere di periodici, un’opera solo in parte vanificata dalle perquisizioni della polizia, in particolare di quella a casa Fedeli in seguito all’attentato del teatro Diana del marzo 1921.

Questo nucleo originario si va via via arricchendo di alcuni importanti materiali che Fedeli reperisce nel suo viaggio in Russia, come manifesti e volantini dell’armata insurrezionale machnovista, o che raccoglie a Berlino nel corso del 1922 e del 1923. Quello di Ugo e Clelia è un archivio in parte itinerante e in parte diffuso, nel senso che una piccola porzione della documentazione e dei testi li segue nelle loro peregrinazioni, mentre la maggior parte va a costituire dei nuclei archivistici nei vari luoghi dell’esilio, in particolare a Parigi e a Montevideo. Negli anni anni continuano a raccogliere e scambiare materiale documentario, periodici, libri nelle più diverse lingue.

Dopo la Liberazione riescono a farsi spedire casse di libri e di documenti sia da Parigi, per mezzo di Giliana Berneri, figlia di Camillo, sia da Montevideo ed è con il trasferimento nel Canavese, e in particolare a S. Giorgio Canavese, che questo patrimonio documentario trova la sua migliore sistemazione[18]. Le testimonianze concordano nel descrivere stanze piene di migliaia di libri, di riviste, di giornali, di manifesti impilati in ogni angolo[19]. Così scrive a proposito Fedeli stesso a metà anni Cinquanta:

La mia biblioteca è abbastanza importante, ma, pur che abbia un discreto appartamento di quattro locali, lo spazio mi manca e tutto è accumulato in tal maniera che quando cerco qualche cosa devo passare delle giornate a rovistare in ogni angolo. Mi occorrerebbe il doppio almeno di spazio, e spero che un giorno o l'altro sarò abbastanza “ricco” da permettermi tale lusso. Sono stato per più di vent’anni colla mia biblioteca divisa in diversi tronconi. Una parte in Italia, e qui si erano salvati solo i libri di letteratura italiana, un’altra a Parigi, una quarantina di casse colle opere e le collezioni più importanti [...]. Solo verso il 1947 sono riuscito a raccogliere tutto quello che rimaneva delle mie collezioni, e sono andato arricchendole. Importante sarebbe, – e questo è il mio sogno, e come tale di non facile realizzazione – poter creare un organismo da mettere a disposizione di tutto il movimento nostro in campo internazionale e lì, magari, accumularvi tutto il materiale archivistico sui nostri congressi di lingua italiana e in altre lingue (spagnoli – francesi – tedeschi ecc). Ho una ricca raccolta di lettere dei nostri migliori pensatori (Machno – Volin – Malatesta – Fabbri – Berneri – Urales – Grave – Armand – Nettlau – ecc.) di modo che rovistando in tale archivio si potrà tracciare grandi brani di storia (ho pure una larga corrispondenza di Lucetti dal carcere – era stato l'attentatore di Mussolini –, ho molte lettere di Severino di Giovanni, un famoso illegalista argentino ecc.)[20].

È grazie a questi materiali che Ugo Fedeli continua a essere una firma assidua delle pubblicazioni anarchiche, con scritti di carattere storico, e che scrive le biografie (solo alcune delle quali pubblicate in volume) di Luigi Damiani, Giuseppe Ciancabilla, Lev Tolstoj, Luigi Galleani, E. Armand, Pietro Gori, Giovanni Gavilli, Carlo Cafiero, Giovanni Gavilli, Cesare Agostinelli, Louis Lecoin, Han Ryner[21].   

Nel secondo dopoguerra la biblioteca-archivio di Ugo e Clelia si accresce ulteriormente anche grazie alle donazioni di militanti che vedono in loro dei fidati conservatori. Nella sua unicità essa è un importante punto di riferimento per compagni e studiosi che utilizzano i materiali sia per la propaganda immediata sia per lavori di approfondimento storiografico. Lascio ancora la parola a Fedeli: «Ogni giorno ricevo lettere richiedentemi informazioni su giornali, libri o persone del movimento anarchico, e mi fa piacere, e a tutti rispondo lunghe lettere informatrici che mi domandano tempo, soldi, ricerche»[22].

Fedeli e Premoli, consapevoli dell’importanza del materiale in loro possesso, rifiutano nel corso degli anni varie offerte. Nel 1950 Giovanna Berneri e Cesare Zaccaria propongono loro invano di trasferire il materiale a Piano di Sorrento, dove stanno realizzando una colonia estiva per i figli di militanti anarchici di tutti i paesi[23]. Nello stesso periodo Virgilio Galassi e altri militanti «organizzano a Milano un comitato Biblioteca Fedeli per cercare di rendere fruibile il patrimonio nel capoluogo lombardo, facendone le basi per una biblioteca sociale di interesse collettivo»[24].

Poi è la volta di diverse offerte economiche tra cui quelle dell’Istituto Feltrinelli e della Biblioteca Olivetti. Ma i due decidono di continuare a curare il proprio patrimonio in autonomia, aperti alle innumerevoli richieste di notizie e di trascrizione di materiali che giungono da ogni dove, con l’idea, una volta ottenuto il pensionamento di Ugo di spostare tutto il materiale documentario in un prefabbricato ad hoc[25]. La morte di Fedeli, a meno di dieci mesi dal pensionamento, interrompe questo progetto.

Subito dopo i funerali di Ugo, Clelia Premoli manda una richiesta al settimanale “Umanità Nova” in cui chiede ai compagni di «segnalare ogni cosa riguardo Ugo Fedeli, per una raccolta di documentazioni e attestazioni atte ad una eventuale biografia»[26], continuando così nella solitudine il lavoro di preservazione della memoria.

Già diversi anni prima della morte, Fedeli stesso aveva chiarito che per loro era essenziale che la biblioteca-archivio non venisse per nessuna ragione «disfatta, dispersa o sottratta alla pubblica conservazione»[27]. Ecco quindi che Clelia decide di cedere il fondo documentario all’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam, che Ugo aveva avuto modo di frequentare per la prima volta nel 1957, facendo la conoscenza, tra gli altri, di Arthur Lehning, studioso dell'anarchismo con un passato da militante. È costui, con il quale negli anni precedenti avevano trovato un accordo di massima per la cessione del materiale documentario in caso di morte di Fedeli, che si occupa dell'acquisizione dell’archivio-bilbioteca[28].

Da allora il fondo archivistico, gli opuscoli, i libri e le collezioni di giornali sono conservati presso l’Istituto di Amsterdam e disponibili alla consultazione, anche grazie a successivi lavori di riordino e di catalogazione, tra i quali il mio concluso nel 2008[29]. I periodici, i numeri unici, gli opuscoli e i libri (circa settemila volumi, alcuni dei quali molto rari), sono confluiti, con un’apposita segnatura che fa riferimento a Fedeli, nell’emeroteca e nella biblioteca dell’istituto. La documentazione dell’archivio, che ora si chiama Ugo Fedeli papers, copre un arco cronologico dal 1869 al 1964 e misura 21.6 metri lineari. I papers costituiscono la quasi totalità del patrimonio di Ugo e Clelia. A essi va aggiunto un altro nucleo documentario minore, conservato oggi presso il centro studi Piero Gobetti di Torino, nonché ulteriore documentazione che si trova presso il centro studi libertari Camillo di Sciullo di Chieti e l’archivio Giuseppe Pinelli di Milano[30].

La prima sezione dei papers contiene nove diari scritti da Fedeli tra il 1921 e il 1943 in Germania, Russia, Uruguay, Francia, Belgio e Italia. Segue la corrispondenza, 262 cartelle di lettere dal 1921 al 1964. Tra i corrispondenti si trovano vari militanti di primo piano del movimento anarchico, ma non solo. Un rapido spoglio della lista dà il senso dell'importanza dei corrispondenti. Tra i tanti cito: Diego Abad de Santillán, E. Armand, Camillo Berneri, Giovanna Berneri, Luigi Bertoni, Armando Borghi, Pietro Bruzzi, Gigi Damiani, Severino Di Giovanni, Carlo Doglio, Luigi Fabbri, Luce Fabbri, Sébastien Faure, Italo Garinei, Ildefonso González, Jean Grave, Lucien Haussard, Renée Lamberet, Gastón Leval, Mario Mantovani, Osvaldo Maraviglia, Giuseppe Mariani, Carlo Molaschi e Maria Rossi, Nino Napolitano, Simón Radowitzky, Rudolf Rocker, Raffaele Schiavina, Augustin Souchy, Pio Turroni. Inoltre sono presenti le lettere di Gino Lucetti e Giovanni Domaschi alle loro famiglie, rispettivamente degli anni Trenta e Quaranta. A ciò si somma un ponderoso insieme di corrispondenza di Fedeli con organizzazioni, comitati di solidarietà, federazioni, gruppi, redazioni di periodici e così via.

La terza parte dell'archivio è costituita da 113 cartelle ordinate cronologicamente che contengono suoi manoscritti, dattiloscritti, schede bibliografiche, appunti, alcuni dei quali inediti, e numerosi schizzi biografici che, nelle intenzioni di Fedeli, sarebbero dovuti servire alla stesura di un dizionario biografico degli anarchici che non vedrà mai la luce.

Un'altra sezione cospicua dei papers è quella rappresentata dalla documentazione riguardante congressi, convegni, conferenze e incontri internazionali; dalla conferenza di Rimini del 1872 fino al convegno di Ginevra del 1962, organizzato in occasione del novantesimo anniversario del celebre congresso di Saint Imier, 72 cartelle contengono documenti ufficiali, bollettini, appunti di Fedeli e ritagli di giornale.

Una quinta sezione dei papers, di 182 cartelle, concerne organizzazioni politiche, sociali e culturali, per lo più di stampo libertario e attive in Italia, Europa, Cuba, Sud America e Stati Uniti, dalla fine del XIX secolo agli anni Sessanta del Novecento: anche qui ci sono manoscritti, dattiloscritti, bollettini, circolari, volantini e ritagli di giornale. Infine l'ultima parte dei papers contiene circa 500 cartelle dedicate ad altrettante personalità, in larga parte militanti anarchici[31].

Le carte di Ugo Fedeli conservate all’Istituto di storia sociale di Amsterdam sono state e continuano a essere così una fonte preziosa per lo studio della storia dell’anarchismo e questo risponde sicuramente alla volontà di Ugo e di Clelia di potere fornire, con i loro documenti, uno strumento di ricerca e di approfondimento. Così si era espresso a riguardo Ugo Fedeli a metà anni Cinquanta, in una lettera a Vernon Richards:

Io vedo come noi, tutti ed in tutti i paesi si sciupi il nostro materiale d'archivio. Quando si ha bisogno di qualche cosa, non possiamo che difficilmente trovare un giornale vecchio, una carta qualsiasi se non ricorrendo agli archivi della polizia, che la maggioranza delle volte ci dà materiale trasfigurato. Eppoi, nessuno di noi è in condizioni finanziarie di permettersi lunghi viaggi di ricognizione e di ricerca. Fortunato fu, per lunghi anni, Max Nettlau[32], ma per noi che dobbiamo avanti tutto lottare colla vita per guadagnarci stentatamente il pane, la situazione è estremamente dura e difficile. Se invece di distruggere a misura che si fa qualcosa, anche noi stabilissimo dei punti di raccolta, dove lentamente si andassero formando degli archivi, il nostro lavoro ricostruttivo verrebbe fortemente semplificato. Certamente, abbiamo anche molte altre cose da pensare, e questa viene piuttosto fra le ultime. Io però, sono testardo e continuo a raccogliere, come posso e dove posso, e già ho formato una base abbastanza interessante[33].


Note

1 Ugo Fedeli a Gino Bibbi, luglio 1958, in Ugo Fedeli papers, International Institut of Social History, Amsterdam, b. 27. Nella foto di apertura dell’articolo: da sinistra, Ugo Fedeli, Clelia Premoli, Fernando Ferrer Quesada e altri due sconosciuti, anni Cinquanta (Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia).

2 Per una biografia di Ugo Fedeli, si veda Antonio Senta, Di terra in terra. Il movimento anarchico internazionale 1911-1933 attraverso la vita e le carte di Ugo Fedeli, Tesi di dottorato di ricerca in Storia dell’Europa moderna e contemporanea, Università degli studi di Napoli l’Orientale, 2009/2010; Id., A testa alta! Ugo Fedeli e l'anarchismo internazionale (1911-1933), Zero in Condotta, Milano, 2012.

3 Sulla figura di Clelia Premoli, Antonio Senta, «Ho fatto impallidire il tribunale». Clelia Premoli nell'anarchismo internazionale (1916-1974), in “Bollettino Archivio G. Pinelli”, 2011, n. 37, pp. 20-31.

4 «Noi due, Ghezzi ed io, eravamo legati da una grande amicizia, da affinità di idee e d'intenti», Ugo Fedeli a Leda Rafanelli, 1960, in Ugo Fedeli papers, cit., b. 186. Cfr. anche F.D.F. [Ugo Fedeli], Salviamo i complottanti del Diana, in «L'Avvenire Anarchico», 1° settembre 1922, dove scrive di conoscere Ghezzi da dieci anni, quando questi era diciottenne a Milano «fra i più conosciuti e intelligenti».

5 Ugo Fedeli a Pier Carlo Masini, 10 maggio 1962, in Ugo Fedeli papers, cit., b. 153. Sul rapporto tra Fedeli, Ghezzi e Bruzzi, si veda Antonio Senta, Il Fondo Ugo Fedeli all'International Institute of Social History di Amsterdam, in «Storia e problemi contemporanei», a. XXI, gennaio-aprile 2008, n. 47, pp. 153-165.

6 Ugo Fedeli, Memorie manoscritte [Monteforte Irpino, 1941], in Ugo Fedeli papers, cit., bb. 278-281, p. 42.

7 Ugo Fedeli, Russia 1921 (Note di taccuino), in “Volontà”, 1962, nn. 8-12.

8 Luce Fabbri, Prefazione a Ugo Fedeli, Luigi Fabbri, Gruppo Editoriale Anarchico, Torino, 1948, p. 8. Sulla famiglia Fabbri, si veda Emanuela Minuto, La famiglia Fabbri e gli anni dell’esilio (1927-1935), in Eloisa Betti e Carlo De Maria (a cura di), Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e Public History, Bradypus, Roma, 2018, pp. 85-93.

9 Antonio Senta, Un’avventura editoriale del movimento anarchico negli anni Venti: l’Oeuvre Internationale des Editions Anarchistes, in “Storia e futuro”, 2010, n. 23, http://storiaefuturo.eu/unavventura-editoriale-movimento-anarchico-negli-anni-venti-loeuvre-internationale-des-editions-anarchistes/.

10 Antonio Senta, Una vicenda rimossa: l'affaire Ricciotti Garibaldi e l'antifascismo di lingua italiana in Francia, in “Storia e Futuro”, 2011, n. 26, http://storiaefuturo.eu/vicenda-rimossa-laffaire-ricciotti-garibaldi-lantifascismo-lingua-italiana-in-francia/.

11 Clelia Premoli a Ugo Fedeli, 2 giugno 1934, in Ugo Fedeli papers, cit., bb. 180-181.

12 Ugo Fedeli, Diario inedito, in Archivio del Centro studi libertari Camillo Di Sciullo, Chieti, cit. in Edoardo Puglielli, Il movimento anarchico abruzzese 1907-1957, Textus, L'Aquila, 2010, pp. 206-207.

13 Cfr. Ugo Fedeli e Giorgio Sacchetti (a cura di), Congressi e convegni della Federazione Anarchica Italiana. Atti e documenti, Camillo di Sciullo, Chieti, 2003.

14 Antonio Senta, L'autoformazione nelle carte di Ugo Fedeli presso l'IISG, in Fiamma Chessa, Alberto Ciampi (a cura di), Gli anarchici e l'autoformazione. Educazione e libertà nel secondo dopoguerra, Archivio Berneri-Chessa, Reggio Emilia, 2015, pp. 59-65.

15 a.b. [Adriano Bellotto], Ricordo di Ugo Fedeli, in “La Sentinella del Canavese”, 20 marzo 1964.

16 Ugo Fedeli a Ildefonso Gonzales, 19 luglio 1962, in Ugo Fedeli papers, cit., bb. 105-109.

17 M.S. [Raffale Schiavina], Clelia Fedeli, in “L'Internazionale”, 1° aprile 1974.

18 Sulla famiglia Berneri, Carlo De Maria, Una famiglia anarchica. La vita dei Berneri tra affetti, impegno ed esilio nell’Europa del Novecento, Viella, Roma, 2019. Sul tema delle global lives, vedi Betti, De Maria (a cura di), Biografie, percorsi e networks nell’Età contemporanea, cit.

19 Gaspare Mancuso, Ricordando Ugo Fedeli. Visita a S. Giorgio Canavese, in “Seme Anarchico”, maggio 1964; Ildefonso González, El hombre y su obra. La pasion de Ugo Fedeli, Paris, 1964, p. 3.

20 Ugo Fedeli a Fontaura [Vincente Galindo], 20 luglio 1955, in Ugo Fedeli papers, cit., b. 90.

21 Per una bibliografia di Fedeli, si veda Senta, A testa alta!, cit., pp. 232-241. In un’intervista realizzata a fine anni Cinquanta su un periodico in lingua spagnola, Fedeli spiega il motivo intrinseco alle sue ricostruzioni biografiche di anarchici e libertari più o meno celebri. Un motivo “pedagogico” e militante: «el conocimiento de la vida de quien ha destacado por su buen juicio, por su valor, por el vigor en superar momentos dificiles de lucha, se tranforma siempre en una enseñanza, en un estimulo para obrar y resistir incluso los momentos dificiles de la adversidad […]. Las biografias sirven siempre de enseñanza, y según mi opinión, incluso son la parte mas eficiente de la exposición de nuestras ideas» (Una opinión de Ugo Fedeli, “Cénit”, Toulouse, marzo 1958).

22 Ugo Fedeli a Luigi Tibiletti, 19 dicembre 1963, in Ugo Fedeli papers, cit., b. 221.

23 Per la corrispondenza con Giovanna Caleffi Berneri e Cesare Zaccaria, si vedano rispettivamente Ugo Fedeli papers, cit., bb. 21-23, 684, e bb. 253, 1100. Cfr., anche, Giovanna Caleffi Berneri, Un seme sotto la neve: carteggi e scritti. Dall’antifascismo in esilio alla sinistra eretica del dopoguerra (1937-1962), a cura di Carlo De Maria, prefazione di Giampietro Berti e nota conclusiva di Goffredo Fofi, Biblioteca Panizzi - Archivio Famiglia Berneri, Reggio Emilia, 2010.

24 Luigi Balsamini, Fragili Carte. Il movimento anarchico nelle biblioteche, archivi e centri di documentazione, Vecchiarelli, Roma, 2009, p. 10.

25 Di fronte alle offerte economiche di acquisto o trasferimento della biblioteca all'interno di altre biblioteche, Fedeli annota: «Non ho venduto, ho passato alcuni anni durissimi e la mia biblioteca è sempre intatta», Ugo Fedeli a Candido Mollar, 1954, in Ugo Fedeli papers, cit., b. 57.

26 “Umanità Nova”, 29 marzo 1964.

27 Ugo Fedeli a Luciano Codignola, novembre 1953, in Ugo Fedeli papers, cit., b. 46.

28 Mattia Granata, Ugo Fedeli a Milano (1898-1921). La formazione politica e la militanza attraverso le carte del suo archivio, in “Storia in Lombardia”, 2000, n.1, p. 62; Adriana Dadà, L'archivio Ugo Fedeli, in “Rivista Storica dell’Anarchismo”, 1994, n. 2, pp. 120-121.

29 Ugo Fedeli papers, cit., https://hdl.handle.net/10622/ARCH00392.

30 Si vedano, a questo proposito, https://www.centrostudilibertari.it/it/fondo-ugo-fedeli; https://www.centrogobetti.it/archivio-fondi/162-fondo-ugo-fedeli.html.

31 Per ulteriori e più approfondite analisi dei papers, vedi Senta, Il Fondo Ugo Fedeli all'International Institute of Social History di Amsterdam, cit.; Id., Materiali spagnoli nel Fondo Fedeli all’Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis di Amsterdam, in “Spagna Contemporanea”, 2007, pp. 171-180.

32 Sulla figura di Max Nettlau, vedi l'introduzione di Heiner M. Becker, Max Nettlau 1865-1944. The person, in Max Nettlau, A short history of anarchism, London, Freedom Press, 1996; vedi anche la recensione di Pier Carlo Masini del volume di R. Rocker, Max Nettlau. El Herodoto de la anarquia, Estela, Mexico, 1950, in “Movimento Operaio”, 1951, n. 17-18. I Max Nettlau papers sono a loro volta conservati presso l'Istituto olandese.

33 Ugo Fedeli a Vernon Richards, 22 settembre 1954, in Ugo Fedeli papers, cit., b. 191.