Come citare questo articolo: , Storia di una comunità, di una fabbrica e delle sue sigaraie, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 4 (2020) []. https://rivista.clionet.it/serini-storia-di-una-comunita-di-una-fabbrica-e-delle-sue-sigaraie. Ultimo accesso 25-10-2020.

Dal 6 al 21 giugno 2020, presso i locali del chiostro dell’Abbazia cistercense di Santa Maria in Castagnola di Chiaravalle (Ancona), si è tenuta la mostra “Storia delle sigaraie della Manifattura Tabacchi di Chiaravalle”[1]. La mostra, la cui apertura, prevista per fine febbraio-inizio marzo, è stata differita a causa dell’emergenza Coronavirus, nasce dalla sinergia tra l’Archivio di Stato di Ancona e altri enti che hanno collaborato alla sua realizzazione, in primis la Cisl, ai quali si sono aggiunti il contributo della Regione Marche e il patrocinio del Comune di Chiaravalle.

 

La genesi: riscoperta e valorizzazione dell’archivio storico

Il percorso della mostra, parte del progetto “Storia delle donne e sigaraie della Manifattura Tabacchi”, si basa sulla documentazione archivistica dell’opificio che, una volta versato all’Archivio di Stato di Ancona tra il dicembre del 2002 e il marzo del 2003, è stato oggetto di un lungo e prezioso lavoro di riordino, inventariazione e sistemazione[2]

L’itinerario espositivo si snoda attraverso due momenti. Nel porticato esterno prende avvio la prima parte, costituita da una serie di pannelli illustrativi del lavoro archivistico condotto, della storia dell’opificio – in cui si producevano, tra gli altri, i celebri sigari toscani (ma anche le “Alfa” delle forze armate) – e dei suoi protagonisti e delle sue protagoniste. Una selezione significativa di preziosi documenti d’archivio è invece oggetto di esposizione nella sala interna in cui si articola la seconda parte della mostra.

Sebbene la storia della Manifattura risalga ai primi del XVIII secolo, la documentazione archivistica non copre l’intero arco di vita dello stabilimento. Tale mancanza non dipende da un difetto di produzione bensì da ragioni di tipo storico. Difatti, nel corso del secondo conflitto mondiale, Chiaravalle si trovò a subire le conseguenze delle operazioni belliche che interessarono l’Italia centrale. Fu infatti, soprattutto nella prima metà del 1944, una delle cittadine marchigiane più bersagliate dai bombardamenti alleati, che causarono, tra gli altri, gravi danneggiamenti a specifiche aree dell’edificio. Inoltre, i tedeschi, pressati dall’avanzata degli Alleati, abbandonarono l’area non prima però, come era triste consuetudine, di aver dato alle fiamme lo stabilimento[3]. Vittime principali di quell’incendio colposo furono proprio le carte d’archivio dell’opificio. La stragrande maggioranza del materiale documentario consultabile, così come quello che, in parte, è stato esposto nei locali della mostra, si riferisce dunque, per forza di cose, al periodo cronologico successivo al 1945, come peraltro confermato dalle testimonianze ufficiali prodotte nel periodo immediatamente successivo al conflitto.

Massimari, contratti stipulati dalla Manifattura, fascicoli e libri matricolari del personale dipendente ovvero dettagliatissime schede matricolari ordinate progressivamente, verbali di conferenza, registri di protocollo e la raccolta degli atti prodotti dall’Ufficio Lavori e dalla Sala materna dell’opificio costituiscono il corpus documentario dell’archivio. In totale, sono 1791 i fascicoli relativi al personale, distinto tra impiegatizio (77 unità) e operaio (1514 unità), il 75% del quale era costituito dalla componente femminile, tutti suddivisi sulla base dell’anno di collocamento a riposo. Fanno parte del corpus documentario anche sei libri relativi agli impiegati, senza distinzione di sesso, e cinque riguardanti il personale operativo presso la Manifattura Tabacchi di Rimini, chiusa nel 1923. Questi ultimi, pur afferenti a un altro stabilimento, risultano parte dell’archivio dell’opificio marchigiano in quanto le ex operaie riminesi furono trasferite nella sede marchigiana.

 

Storia industriale e storia di genere

La storia della Manifattura Tabacchi di Chiaravalle risale alla metà del XVIII secolo quando, a seguito di un decreto papale, venne cancellata la privativa sui tabacchi e si aprì la strada all’iniziativa privata. Non si fece sfuggire l’occasione il conte fanese Gabriele Galantara, alla cui intraprendenza si deve l’avvio della coltivazione del tabacco nella Vallesina. Passata dapprima sotto il controllo dello Stato Pontificio e poi sotto l’amministrazione statale del neo costituito Regno d’Italia, la manifattura crebbe progressivamente di importanza diventando il centro propulsore della vita economica della valle ed «emblema della operosità della comunità cittadina»[4].

La storia della manifattura tabacchi di Chiaravalle è anche e soprattutto una storia al femminile, di matriarcato operaio: una piccola epopea di lavoratrici, sigaraie per l’esattezza, cuore pulsante della produzione e della vita della fabbrica[5]. Le donne venivano preferite agli uomini in primo luogo perché la loro remunerazione era di gran lunga inferiore e quindi assicurava guadagni più consistenti alla proprietà e abbatteva i costi del lavoro. In secondo luogo, perché, essendo quella del sigaro la produzione di punta dell’opificio, le mani delle donne meglio si prestavano allo svolgimento di due operazioni essenziali nel processo produttivo quali la scostolatura e il confezionamento.

Ma come si diventava sigaraie? Fu nel 1904 che, dopo una serie di leggi precedenti, venne varato il provvedimento che disciplinava in maniera molto specifica modalità, termini e requisiti di assunzione: quest’ultima poteva configurarsi solo dopo il superamento di un concorso. L’età di accesso doveva essere compresa tra i 17 e i 22 anni ma, in determinati casi legati ad esigenze produttive circoscritte nel tempo, era previsto che la soglia potesse essere abbassata fino a 15 anni. La documentazione da presentare era molto articolata e passava dall’atto di nascita al certificato di frequenza delle scuole elementari inferiori fino alle attestazioni di buona condotta e di non incorsa penalità. Oltre a tutto ciò, a partire dal 1941, si doveva dimostrare anche di essere iscritti al Partito nazionale fascista, pena la perdita del posto di lavoro. Una sanzione pesante e del tutto arbitraria a cui molte andarono incontro nell’opificio come testimoniato da diversi atti di reintegro emanati nel 1946.

Gerarchia e disciplina erano parole d’ordine all’interno dell’opificio. La condotta delle dipendenti era spesso oggetto di controlli. La gerarchia era assicurata dalla presenza di un caporeparto o capo laboratorio di sesso maschile. Le donne invece rappresentavano il grosso della manovalanza sia ordinaria che temporanea. Al massimo alcune, le più esperte sul fronte pratico e le più fidate agli occhi della dirigenza, potevano aspirare al ruolo di “maestre” ovvero formatrici per le operaie più giovani ma anche agenti con funzioni di ispezione e di vigilanza. Le carte ci raccontano di un sistema con maglie molto strette nelle quali, sovente, rimanevano “incastrate” anche le operaie più ligie al dovere alle quali non furono risparmiate né sanzioni disciplinari né giornate di sospensione. Queste ultime potevano essere comminate anche in conseguenza della partecipazione a scioperi o ad altre agitazioni di protesta, puntualmente registrate nei libri matricola giunti sino a noi. Le sigaraie lottarono fin dal principio per i loro diritti. In particolar modo, se all’inizio del XX secolo si battevano, tra l’altro, contro lo straordinario che da eccezione era diventato la norma e per la parificazione dei cottimi e delle mercedi, negli anni del cosiddetto “biennio rosso” presero parte in massa alle lotte, partecipando del clima rivoluzionario che caratterizzava tutto il mondo operaio italiano di allora. Una nuova fiammata di protesta, attestata anch’essa dalle carte di archivio, si ebbe nel 1953, all’epoca della famigerata “legge truffa”. Questa volta però, a differenza del passato, le carte dell’opificio chiaravallese ci raccontano di un universo operaio spaccato tra chi, come le iscritte alla Cgil, partecipò all’agitazione e le sigle rivali, come la Uil e il Libero Sindacato Monopoli di Stato, che ne presero nettamente le distanze, bollandola come iniziativa “politica”.

Disciplinato e sottoposto a un rigore assoluto, il duro lavoro delle sigaraie garantiva sicuramente una buona retribuzione per l’epoca, sebbene vada precisato che essa si configurava come tale in base al sistema del cottimo, largamente applicato in quel contesto. In tal modo, i ritmi di lavoro diventavano del tutto insostenibili. Ma l’aspetto più grave riguardava certamente la salute delle dipendenti che venivano continuamente esposte a fumi tossici, responsabili, tra l’altro, dell’alta incidenza di episodi abortivi e della non meno elevata mortalità infantile. Al netto di tutto ciò, la mostra giustamente ricorda anche che la marcata presenza della componente femminile all’interno della fabbrica fu tra le concause che portarono alla creazione di un prototipo di sistema di welfare aziendale decisamente raro e all’avanguardia per i tempi. La presenza di una sorta di asilo nido o “incunabolo” vicino ai locali di produzione risale addirittura al 1881, sebbene la documentazione sia lacunosa. Quel che è certo è che, a seguito dei danneggiamenti bellici, nel quinquennio 1947-52 si verificarono, come certificato dai “Verbali di Conferenza”, consistenti lavori di ripristino della sala maternità, affidati alla ditta senigalliese Remo Morpurgo, chiamata a individuare locali idonei alla funzione di dormitori, spazi ricreativi e di allattamento, per l’allestimento dei quali fu deliberato l’acquisto di tutto il materiale necessario quali coperte di lana, lettini in ferro, fasce di cotone e asciugamani.

Innumerevoli sono i filoni di ricerca che si dipanano dal materiale che l’Archivio di Stato di Ancona rende ora disponibile per lo studio e per l’approfondimento. La mostra, attraverso un percorso ragionato e una selezione riuscita delle fonti documentarie, ha permesso a un pubblico eterogeneo di venire a conoscenza di una realtà poco nota. Una realtà che ora, grazie al proficuo lavoro di riordino archivistico che l’itinerario espositivo ha sapientemente valorizzato, si apre a progetti di studio e di approfondimento, volti a risemantizzare storicamente una vicenda perlopiù ignota e “settoriale” fino a farla diventare patrimonio collettivo condiviso.


Note

1 http://www.archiviodistatoancona.beniculturali.it/index.php?id=486. L'immagine di apertura dell'articolo è un particolare della locandina della mostra.

2 La direzione scientifica della mostra è stata affidata al prezioso lavoro di studio di due funzionarie archiviste, le dott.sse Silvia Caporaletti e Pamela Stortoni, che si sono occupate sia della selezione dei documenti sia della redazione dei testi espositivi.

3 Massimo Papini, Il CNL a Chiaravalle: dalla lotta di liberazione alla ricostruzione, Ancona, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche, 1984; Massimo Minelli, Carlo Verdelli, Guido Molinelli: un sindaco di Chiaravalle nella storia d'Italia. Atti del Convegno promosso dal Comune di Chiaravalle e dall'Istituto Gramsci Marche, Chiaravalle, 1° giugno 2012, Ancona, Consiglio regionale delle Marche, 2015.

4 http://www.mitspa.it/chi-siamo/la-manifattura/.

5 Testimonianze dirette delle protagoniste si trovano in Maria Grazia Camilletti (a cura di), Avevo un posto andato in fumo: le sigaraie di Chiaravalle raccontano: storie di vita e di lavoro (1940-1980), Ancona, Affinità elettive, 2020.