Come citare questo articolo: , Spazi di genere. Donne e case del popolo in Romagna (1945-2021), in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 5 (2021) []. https://rivista.clionet.it/spazi-di-genere-donne-e-case-del-popolo-in-romagna. Ultimo accesso 26-01-2022.

1. Premessa

Da circa tre anni, un gruppo di ricerca allestito dal Circolo Cooperatori e coordinato da Giancarlo Ciani e Tito Menzani sta lavorando sulla storia delle case del popolo in Romagna[1]. Il progetto ha prodotto due output principali: il sito internet www.casedelpopolo.it, che censisce il fenomeno a livello territoriale, e il libro Nel cuore della comunità. Storia delle case del popolo in Romagna, che ha contribuito a divulgare questo tema storiografico e a creare un dibattito in merito[2].

Nel corso del 2021 la ricerca è proseguita abbracciando una prospettiva di genere. Si è ritenuto importante approfondire il rapporto tra donne e case del popolo, nelle varie declinazioni che esso comporta. Innanzi tutto, occorre specificare che ad oggi questo approccio è clamorosamente mancato, e la storiografia sulle case del popolo ha costruito per lo più narrazioni «al maschile». Da un lato è vero che si è trattato di luoghi frequentati prevalentemente da uomini, con consigli di amministrazione e di gestione quasi sempre privi di elementi femminili, e con sezioni di partito ancora una volta animate da esponenti del sesso maschile. Ma dall’altro lato, la presenza delle donne, benché minoritaria, non può dirsi affatto trascurabile, e soprattutto essa assume un valore sul piano storico nel momento in cui è stata qualitativamente importante, nell’ambito di un tragitto di crescente conquista di un ruolo economico e sociale nella Romagna del Novecento.

Dopo la dittatura fascista – che aveva ricondotto il ruolo femminile a una funzione praticamente ancillare – le donne conquistarono il diritto di voto e fecero sentire la propria voce con un associazionismo di genere ben rappresentato dall’Unione donne italiane (Udi), dal Movimento femminile repubblicano (Mfr) e dal Centro italiano femminile (Cif). Ma tanto restava da fare per ridurre le sperequazioni con la componente maschile, che a metà del Novecento poteva dirsi assolutamente centrale e dunque prevaricante sia nel contesto famigliare che in quello lavorativo.

Le case del popolo furono uno spazio che, un poco alla volta, diede alle donne crescenti opportunità. Da un lato la frequentazione delle iniziative politiche, culturali e ricreative rappresentava un modo per uscire dalle mura di casa. Dall’altro, l’organizzazione delle varie attività vide un progressivo coinvolgimento delle donne, inizialmente relegate nelle cucine a far da mangiare per le occasioni conviviali, ma poi capaci di farsi strada, seppur con grande fatica e numerosi sacrifici, negli altri contesti politico-istituzionali imperniati sulla casa del popolo. A partire dagli anni settanta, queste realtà divennero un luogo di elaborazione e di divulgazione delle istanze di genere, con le donne sempre più protagoniste e finalmente partecipi anche in ruoli di responsabilità.

La presente ricerca ha scandagliato materiali documentari, a stampa e fotografici per raccontare il tragitto che si è qui voluto abbozzare a grandi linee. In particolare, si è cercato di ricostruire i tempi e i modi di tale processo, ma anche individuare alcuni casi che testimoniano vicende peculiari o emblematiche. Oltre a dare un apporto sul piano storiografico, questa ricerca vuole essere un mezzo per invitare la società civile a riflettere sul valore delle conquiste fatte dalle donne nel secondo Novecento, che troppo spesso vengono percepite come un fatto quasi naturale e scontato, mentre sono state il frutto di un grande impegno e di lotte culturali.  

Ma soprattutto si sono raccolte delle testimonianze delle dirette interessate. Si è riusciti a selezionare un campione di donne che nel corso della propria vita ha frequentato le case del popolo romagnole e che talvolta ha avuto un ruolo nell’Udi, nel Mfr o in altre associazioni di questo genere[3]. La collezione di queste testimonianze è stato un primo e importante risultato della ricerca, che ci consente di avere una differente narrazione della storia sociale delle case del popolo romagnole. Ovvero una narrazione «al femminile», in grado di rendere pienamente conto del ruolo delle donne nello sviluppo e nella strutturazione dei contenuti politici, culturali e ricreativi di questi luoghi di aggregazione.

 

2. Donne e movimento cooperativo

Prima di proseguire, vogliamo dedicare un paragrafo al rapporto peculiare tra donne e movimento cooperativo, dato che le case del popolo sono state spesso costituite nella forma giuridica di cooperative ricreative o miste, e hanno quindi trovato una collocazione in questo alveo. La cooperativa è un’impresa nella quale le relazioni tra i soci sono orientate al conseguimento di un fine comune: la realizzazione dello scopo mutualistico attraverso l’esercizio di una specifica attività imprenditoriale. Le cooperative sono state definite un Giano bifronte, perché sono organizzazioni contraddistinte da una duplice natura. In pratica, coesistono due dimensioni distinte sia pure non rivali: la dimensione economica, perché si tratta di un’impresa che opera entro il mercato, accettandone la logica e le regole, e la dimensione mutualistico-sociale, perché persegue il vantaggio dei soci e fini extraeconomici, e genera esternalità positive a beneficio di altri soggetti e virtualmente dell’intera collettività[4].

In tutto il mondo operano centinaia di migliaia di imprese cooperative, per un totale di oltre un miliardo di soci. L’Italia è uno dei paesi che vanta una delle tradizioni più importanti in tal senso, perché storicamente capace di esprimere esperienze innovative e all’avanguardia, tanto da aver rappresentato un punto di riferimento per altri movimenti cooperativi di altri paesi[5]. Sin dalla metà degli anni settanta, diverse ricerche – soprattutto anglosassoni – hanno contribuito a mettere in evidenza come il movimento cooperativo sia stato un veicolo di emancipazione per le donne. Non si tratta di un’affermazione generalizzabile, perché anche all’interno di questo movimento ci sono state forme di discriminazione basate sul genere. Tuttavia, siccome le cooperative sono state storicamente ispirate a valori progressisti, si è spesso messo in evidenza come abbiano rappresentato un mondo che più delle aziende convenzionali ha visto una maturazione e una crescita del ruolo femminile nel mondo del lavoro[6]. Varie ricerche su casi di studio nei paesi emergenti hanno messo in luce questa funzione sociale anti-sessista[7], così come analoghi risultati sono emersi da studi su cooperative con una base etnico-religiosa in paesi ad economia matura[8].

In Inghilterra – il paese dove nella prima metà del XIX secolo nacque l’impresa cooperativa – la correlazione con le rivendicazioni femminili fu molto forte. Basti pensare che qui fu fondata nel 1883 la Women’s co-operative guild, ovvero la Lega delle cooperatrici, animata da figure che appartengono alla storia della lotta dei diritti delle donne. Tra queste ricordiamo Alice Cunningham Acland (1849-1935), che ne fu la prima presidente, ma anche Alice Honora Enfield (1882-1935), che nel 1921 fondò l’International women’s co-operative guild, ovvero un network internazionale delle cooperatrici, molto radicato soprattutto nelle colonie o ex colonie britanniche. Non a caso, il rapporto tra movimento cooperativo e movimenti per i diritti delle donne appare molto stretto in tutta l’area del Commonwealth, come ben mostra la monumentale opera di Jack Shaffer[9].

Tra le cooperatrici di fama internazionale dobbiamo citare anche Beatrice Potter Webb (1858-1943), già introdotta con l’aforisma in esergo, che fu una brillante sociologa ed economista, ma anche una militante del Fabianesimo, con precise idee di riforma sociale, nonché tra le fondatrici della London school of economics. Nel suo celebre lavoro The co-operative movement in Great Britain (1891), sottolineava come nella prima cooperativa di successo al mondo, quella di Rochdale del 1844, «le donne fossero pienamente ammesse come socie, e potessero operare nell’impresa in qualità di consigliere di amministrazione, funzionarie o addette», e che questo avvenisse quasi quarant’anni prima del Married womans’s property act, ovvero una legge anglosassone del 1870 che per la prima volta consentiva alle donne sposate di possedere denaro e beni immobili, quando in precedenza tutto era intestato ai mariti[10].

Il collegamento fra cooperazione ed emancipazione femminile in Italia è stato molto più tardivo. Guido Bonfante, tra i massimi esperti italiani di diritto dell’impresa cooperativa, nella seconda metà degli anni ottanta dava un giudizio particolarmente severo in merito, rilevando «la disattenzione della legislazione cooperativa verso i diritti della donna»[11]:

Come è noto una delle principali funzioni attribuite alla cooperativa è quella di correggere gli squilibri che il sistema socio-economico inevitabilmente produce. Questa naturale vocazione dell’istituto che nel corso del tempo ha avuto modo di manifestarsi nei confronti degli artigiani, dei contadini, dei braccianti, degli operai, non ha mai trovato un particolare terreno di coltura verso il tema delle disparità nei diritti fra uomo e donna[12].

A livello storiografico e di studi di genere, si è avuta una proficua stagione di forte interesse su «donne e cooperative» tra la fine degli anni settanta e l’inizio dei novanta[13], dopodiché l’argomento ha forse perso di interesse ed è stato trattato in forma più episodica, ma non per questo meno puntuale[14]. A queste ricerche si sono poi uniti approfondimenti sul tema della conciliazione[15], volumi di carattere fotografico[16] e contributi di memorialistica[17]. Sono soprattutto due i libri che hanno maggiormente influito nell’approfondimento di questo tema, e cioè L’audacia insolente[18], un volume pionieristico e ad ampio spettro, dal quale è stata tratta la suaccennata citazione di Bonfante, e La Coop di un altro genere[19], una curatela di Enrico Mannari che, benché riferita a un singolo segmento del movimento cooperativo, ha utilizzato approcci metodologici nuovi, contribuendo al rilancio del dibattito in merito. Di recente, poi, una ricerca ha messo in evidenza come il movimento cooperativo abbia notevolmente agevolato la formazione tecnica femminile e l’immissione di donne in ruoli aziendali che gli stereotipi di genere consegnavano essenzialmente agli uomini[20].

Da questi e altri studi, si comprende come le donne abbiano storicamente rappresentato una parte consistente della base sociale e dell’occupazione nella cooperazione. Tuttavia, il loro ruolo nelle posizioni intermedie e di vertice è stato minoritario, con consigli di amministrazione e tecnostrutture prevalentemente di carattere maschile. Solo negli ultimi decenni c’è stata una progressiva ascesa professionale della compagine femminile, a colmare parzialmente il gap con l’altro sesso, ed è sensibilmente aumentato il numero di donne fra i quadri e i manager delle imprese cooperative. È inoltre emerso un importante collegamento, riferito soprattutto al secondo dopoguerra, del movimento cooperativo italiano con l’Udi[21], con il Mfr[22] e con il Cif[23]. Non dimentichiamo che alle donne era stato da poco concesso il diritto di voto, e che i grandi partiti di massa lavoravano a processi inclusivi che consentissero il radicamento fra l’elettorato femminile.

Conclusa questa rapida disamina, entriamo nel cuore della ricerca, declinando la storia delle case del popolo in termini di genere. Iniziamo con l’analisi di tutti quegli elementi che ne facevano un tradizionale luogo di aggregazione maschile.

 

3. Le case del popolo: uno spazio storicamente «al maschile»

Le case del popolo sono state anche uno specchio della società, per cui nelle varie epoche che esse hanno attraversato sono state una storia di microcosmo prettamente locale. E così, nei centri cittadini come nelle periferie, nelle campagne della bassa come nelle valli appenniniche esse hanno ospitato dinamiche sociali dopotutto tradizionali. In termini di genere, all’inizio del Novecento ciò significava di fatto una totale marginalità delle donne da luoghi di aggregazione dove si fumava, si beveva, si giocava a carte e si discuteva di politica. Vi facevano capolino solo nelle occasioni di feste che coinvolgevano tutta la cittadinanza.

Durante il ventennio, con l’avvento delle case del fascio, queste dinamiche furono confermate o addirittura accentuale, dato il ruolo sociale nel quale il regime aveva voluto relegare le donne. Giunta la Liberazione, è vero che le donne ottennero il voto e una serie di altri riconoscimenti sanciti dalla Costituzione della Repubblica italiana, ma la società nella quale si trovavano a vivere le relegava ancora in un contesto pienamente subalterno. A tal proposito, la testimonianza di Candia Bassi ci fa comprendere molto bene come in un’area rurale e periferica della Romagna fosse stato inteso il suffragio universale:

Qui a Giovecca abbiamo fatto una piccola ricerca, intervistando donne molto anziane che nel 1946 hanno votato per la prima volta. Ebbene, è emerso questo aspetto. Nella seconda metà degli anni quaranta, ma di fatto anche negli anni cinquanta, gli uomini frequentavano la casa del popolo in occasione di riunioni politiche a ridosso di campagne elettorali, poi andavano a casa e riferivano alle donne come dovevano votare. Per cui, nel 1946, ma anche dopo, le donne erano istruite sul voto dai mariti, dai fratelli, dai padri, dai cognati[24].

La casa del popolo era tornata a svolgere una funzione aggregativa e politica riferita all’universo maschile e – continua Candia Bassi – le donne erano chiamate a svolgere una funzione ancillare, relativa alle cosiddette faccende di casa:

La partecipazione delle donne agli eventi nelle case del popolo c’è sempre stata, ma in un certo senso defilata: lavoravano. Per fare i cappelletti o comunque far da mangiare, apparecchiare e sparecchiare, lavare le stoviglie e mettere in ordine il giorno dopo[25].

Questo binomio donne-cucina fu una sorta di leit-motiv che attraversa buona parte della storia delle case del popolo del Novecento, sia di tradizione repubblicana che socialista e comunista. Era una sorta di proiezione della struttura famigliare tradizionale all’interno di un luogo di aggregazione: siccome la donna cucinava per il marito e per i figli, allora negli eventi conviviali delle case del popolo, le mogli e le madri degli avventori erano chiamate ai fornelli:

Per il IX Febbraio, festa importantissima per il pensiero mazziniano – ricorda Valeria De Lorenzi –, al circolo del Pri di San Pietro in Campiano, ci trovavamo in sedici o in diciassette amiche il pomeriggio del giorno prima, a fare i cappelletti. Andavamo avanti tutta la notte. Il giorno dopo li cucinavamo[26].

Ricorda molto bene quel tipo di esperienza anche Eugenia Lombardi, che aggiunge:

Era un impegno notevole, ma lo facevamo volentieri. […] Ci si trovava fra tante amiche: iscritte al Pri o semplici simpatizzanti. Andavamo avanti a fare i cappelletti finché non avevamo esaurito le materie prime acquistate per farli. Era una cosa molto apprezzata, anche perché era tutta roba fatta in casa[27].

È molto interessante proporre anche una visione maschile, attraverso i ricordi di Massimo Cimatti, testimone di come l’ingresso delle donne nelle case del popolo di orientamento repubblicano sia avvenuto proprio a seguito di un progressivo rinnovo delle celebrazioni del IX febbraio:

Nei miei ricordi infantili, la presenza delle donne, nei nostri Circoli nel corso dell’anno era circoscritta a rare circostanze di cui una era sempre nell’occasione del IX febbraio. Presenza sempre collegata alla classica cena de scartoz [dei cartocci], dove ognuno (ma gli uomini) portava qualcosa di pronto da casa da consumarsi. […] Ecco, in queste occasioni, era facile intuire la presenza (anche se non fisica) delle donne che consegnavano ai mariti la sportla [la confezione col pasto]. Finita la cena si procedeva allo spostamento dei tavoli e si passava all’intrattenimento musicale/danzante ed ecco che, come per incanto, […] comparivano le donne. Le più giovani partecipavano attivamente al ballo mentre le più anziane, sedute in prima fila, curavano con attenzione non solo i cavalieri delle loro figlie, ma attivavano il “taglia e cuci” per ogni giovane signora. Alla fine degli anni sessanta, nel nostro Circolo, la sensibilità di un socio storico, Tullo, vieppiù scapolo, portò alla decisione di affiancare al tradizionale scartoz una cena a tutti gli effetti, cioè caratterizzata dalle minestre regine delle nostre tavole: i caplet e la mnestra e foran [i cappelletti e la minestra al forno]. E la preparazione di questa cena ha ufficializzato l’ingresso delle nostre donne che si sono collocate, in maniera giustamente perentoria, nella direzione delle cucine. Nel nostro Circolo sono rimasti parte della storia i “cicchetti” dell’Angelina (mamma di Giannantonio Mingozzi). Ho citato l’Angelina, perché era la “direttrice” di questo primo gruppo di cuoche, ma ad essa erano affiancate la Lina, la Bruna (mia mamma), l’Isidea (riconosciuta come la più brava a ricordarsi le dosi dei singoli ingredienti) e tutto lo stuolo delle mogli dei soci. Quest’ingresso assolutamente legittimo delle nostre donne non è stato fatto, come si usa dire, in punta di piedi, ma giustamente con piena e totale acquisizione di tutti i ruoli che ruotavano attorno al cibo e gli uomini, per decenni unici attori […]. Ricordo, con un po’ di groppo alla gola, l’intervento delle nostre donne, in particolare dell’Angelina, nell’allestimento delle tavolate ove ci doveva essere lo spazio anche per un abbellimento con vasetti di fiori (si usavano le bottigliette del Campari soda) e, assolutamente, rametti di edera. L’occasione, dunque, era stata data dal IX febbraio, ma da quel giorno le donne non sono più uscite dal Circolo, anzi, nel passar degli anni, hanno aumentato la loro attività, hanno rappresentato e rappresentano una presenza importantissima nella vita e nella sopravvivenza del nostro Circolo[28].

Sono tante le testimonianze che ci dicono che negli anni del boom economico «le donne erano a fare i cappelletti e a cuocere la salsiccia», oppure «in certi altri casi, si occupavano dei conti della sezione, con carta e penna, a far quadrare l’amministrazione: insomma, tanto lavoro, spesso sottotraccia, ma prezioso, e purtroppo scarsamente riconosciuto»[29]. E questo nonostante il contesto romagnolo apparisse un poco più avanzato di quello di altre zone d’Italia, anche per via dell’attività svolta durante la Seconda guerra mondiale dai Gruppi di difesa della donna[30]. In questo contesto, ci sono due ulteriori considerazioni da fare, una relativa alla funzione ricreativa delle case del popolo, l’altra a quella politica.

Iniziamo dalla prima e quindi dal bar, che in questi luoghi era lo spazio riservato al gioco delle carte o del biliardo, al consumo di generi voluttuari e alle chiacchiere. Le donne ne erano di fatto escluse, perché si riteneva sconveniente che frequentassero un contesto di quel tipo.

Mentre gli uomini, al pomeriggio, erano spesso al bar della casa del popolo a fumare, giocare a carte e discutere – ricorda Maria Luisa Bargossi – le donne non ci andavano. Non ci andavano perché si riteneva che non fosse un luogo adatto a loro. E quindi non lo frequentavano. Le donne entravano nella casa del popolo in occasione di grandi eventi o per partecipare a riunioni dell’Udi o politiche, non per andare al bar[31].

Questa tacita prassi era accompagnata da altre abitudini che ci fanno ben comprendere le distinzioni di genere dell’epoca:

A Giovecca, la televisione arriva nei primissimi anni sessanta. E il primo luogo ad averla fu proprio la casa del popolo. Fu messa nella sala accanto al bar. E siccome il bar della casa del popolo era un luogo prettamente maschile, per evitare che le donne passassero da lì per andare a vedere la televisione, fu aperto un secondo ingresso di fatto dedicato a loro. Gli uomini accedevano dalla porta principale, che portava al bar, le donne da quella secondaria, collocata nel sottoscala. Ovvero percorrevano canali differenti[32].

Anche la testimonianza di Marilanda Biondi, riferita a un’altra casa del popolo dell’area lughese concorda su queste abitudini:

Io ho questo ricordo. A cavallo tra anni cinquanta e sessanta andavo con mio padre a vedere la tv nella casa del popolo di Sant’Agata sul Santerno. E mia madre stava a casa. Oppure ci andavo con una cugina di mio padre, che era quella considerata “evoluta”. Mia madre, benché fosse una donna che lavorava, e lavorava sodo, è sempre stata molto in disparte, anche perché non aveva tanto tempo. […] A Sant’Agata sul Santerno la casa del popolo è su due piani. A piano terra c’era il bar, al primo piano c’era la sala dove si ballava e si guardava la tv. In particolare, ricordo grande affluenza in occasione dei festival di San Remo e della trasmissione Lascia o raddoppia? Ma ricordo anche che di fatto c’erano due ingressi diversi: gli uomini accedevano da quello del bar, le donne dalla porta laterale. […] Questa cosa mi ha sempre molto colpito[33].

Veniamo alla seconda considerazione, relativa alla dimensione politica che permeava le case del popolo. Anche in questo caso, salvo alcune eccezioni, si trattava di ambiti frequentati in primis da uomini. Da un lato avevano più tempo da dedicare alla sezione o al circolo; dall’altro – come conseguenza – ciò aveva prodotto ritualità e abitudini tutte al maschile. Lo spiega molto bene Maria Luisa Bargossi:

Sicuramente la vita di sezione era una vita al maschile, perché il tipo di aggregazione che c’era nelle case del popolo era poco amichevole nei confronti delle donne. Peraltro, le donne hanno storicamente avuto molto meno tempo degli uomini da dedicare a queste attività. […] Io faccio fatica a dire che ci fosse un’effettiva partecipazione o un effettivo coinvolgimento delle donne. Salvo casi particolari, come nelle campagne per il referendum sul divorzio e sull’aborto, dove qualcuno, obtorto collo, ha dovuto sopportare che ci fossero anche le donne nelle iniziative politiche che si facevano nelle case del popolo. […] Nelle case del popolo tutto veniva organizzato sulla base degli interessi degli uomini, dal gioco delle carte alla partita in televisione. Le donne avevano e hanno tuttora meno tempo libero da dedicare ai propri interessi. Questi ambienti non erano particolarmente orientati ad accogliere la specificità delle donne, che tra anni ottanta e novanta cercavano luoghi dello specifico femminile, cioè dentro ai quali ritrovare la propria voce. Da questo punto di vista le case del popolo mal si prestavano a ospitare questo tipo di esperienze.

E ancora:

Era evidente che tutta la ritualità delle case del popolo non fosse amichevole nei confronti delle donne, a iniziare dagli orari delle riunioni. Era difficile per le donne accostarsi a quel mondo di militanza politica al maschile, dove gli uomini avevano appreso già nella Fgci la gestualità, la postura, il tono della voce che accompagna i contenuti. Era una fisiologia della relazione politica straordinariamente aggressiva e al maschile. Siccome le donne si erano affacciate alla politica molto più tardi, non avevano esperienza di questi aspetti. E quindi c’era un formidabile predominio maschile in questi luoghi, accompagnato anche da certi pregiudizi, come il classico “le donne dovevano stare a casa”. Poi era consentito a certe donne di partecipare e fare vita politica, vista la loro grande solidità di carattere oltreché in fatto di preparazione. […] Senza considerare, poi, il fatto che la casa del popolo è comunque un pezzo di società, e quindi anche lì non sempre c’erano relazioni limpide e rispettose della dignità delle donne[34].

In un ambiente di questo tipo, molte donne faticavano a trovare spazio, ma nel contempo avevano bisogno di un ambito nel quale esprimersi e relazionarsi. Si fecero così strada visioni improntate al cosiddetto «separatismo», una pratica politica nata all’interno dei movimenti femminili che, in varie misure o con diverse modalità, adotta la sottrazione dalle relazioni con i maschi. Di fatto si ritiene che il linguaggio e le dinamiche che si instaurano con essi, inficiate da una cultura sessista di matrice patriarcale, pregiudichino le relazioni e quindi la piena ed autentica espressione delle donne.

Nelle riunioni – ci racconta sempre Maria Luisa Bargossi –, che si svolgevano in ambienti impregnati di fumo, ricordo che si susseguivano interventi di uomini, seguiti da interventi di altri uomini, fino a quindici, venti interventi di fila prima che intervenisse una donna. Fu quindi quasi inevitabile che a un certo punti si avvertisse l’urgenza di sottolineare il bisogno di un separatismo femminile. E quindi occorrevano momenti di confronto tra donne, per chiarirsi sul proprio ruolo, sui propri bisogni.

Queste riflessioni ci portano al paragrafo successivo, nel quale vogliamo analizzare e considerare come le donne si siano progressivamente appropriate di spazi e ruoli all’interno delle case del popolo romagnole.

 

4. Le case del popolo: la costruzione di uno spazio «al femminile»

Un aspetto fondamentale in questo processo è stato il ricambio generazionale. Ciò appare forse banale, ma è comunque necessario ricordare come il superamento delle tradizionali impostazioni sessiste sia stato in primo luogo possibile per l’impegno e le lotte delle giovani. E come queste si siano scontrate non solo con i padri, ma talvolta anche con le madri, interpreti di visioni comunque tradizionali.

Nelle case del popolo, così come del resto in altri contesti, le principali ventate di progresso in termini di genere furono apportate dalle nuove generazioni. L’ingresso di giovani – anzi, in particolare, delle giovani – in questi ambiti ci interessa particolarmente perché foriero di nuovi paradigmi, anche in termini di genere. Molte testimonianze concordano sul fatto che negli anni del miracolo economico – complice il di poco precedente baby boom, ovvero il grande aumento delle nascite nel secondo dopoguerra – le case del popolo fossero frequentate anche dai bambini, magari in occasioni di feste o di ricorrenze particolari, ma spesso anche di eventi costruiti su misura per loro.

Ricordo bene – ci dice Lia Randi – che da piccola, nella casa del popolo si facevano tante iniziative per i bambini o con i bambini: rappresentazioni teatrali o letture per l’infanzia. In parte erano ideate, organizzate e promosse dall’Udi[35].

Nelle case del popolo di tradizione comunista aveva talvolta sede la locale organizzazioni dei Pionieri italiani, ispirata allo scautismo, ma con un’impronta pedagogica marxista. Questo associazionismo includeva sia i ragazzi che le ragazze, e dunque nell’ambito di alcune attività che potevano svolgersi presso la sede, queste ultime frequentavano la casa del popolo. Per molte bambine, il passaggio all’adolescenza e poi all’età adulta significò passare dai Pionieri all’Associazione ragazze italiane (Ari) – una organizzazione giovanile dell’Udi – e poi all’Udi stessa[36], o anche – se impegnate in politica – alla Federazione giovanile comunista italiana (Fgci) o alla Federazione giovanile socialista italiana (Fgsi).

Tutte queste organizzazioni avevano spesso sede presso le case del popolo di tradizione di sinistra e, oltre all’Udi e all’Ari, che erano appannaggio esclusivo delle donne, la Fgci e la Fgsi erano contraddistinte da una certa promiscuità, con diverse giovani donne a parteciparvi. Considerazioni simili possono essere fatte per il contesto politico riconducibile al Pri e quindi alla Federazione giovanile repubblicana (Fgr). Sono numerosi i ricordi in tal senso; ne riportiamo alcuni a titolo esemplificativo:  

«Nelle case del popolo più grandi c’erano delle sezioni dell’Udi, che erano quindi ospitate all’interno di questi spazi»[37]; «Le riunioni dell’Udi si facevano spesso nelle sedi delle case del popolo, ma non automaticamente e non sempre»[38]; «A Piangipane, fino alla fine degli anni novanta, il circolo repubblicano aveva un gruppo di una dozzina di donne molto attive: avevano anche una loro bandiera. C’era scritto: Circolo Pri Guglielmo Oberdan, sezione femminile»[39]; «Quando ero nella commissione femminile del Pci, le riunioni si facevano nelle case del popolo. Era la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanti, ovvero quelli delle grandi lotte delle donne per i servizi sociali. Le donne erano organizzate in modo separato. Non era un separatismo paritario, era una sorta di binario parallelo. […] Ma era un’attività importante per aumentare la partecipazione femminile»[40].

Per via di queste contiguità fra organizzazioni femminili e spazi delle case del popolo, nonché a seguito dell’evoluzione dei costumi italiani, questi luoghi dismisero progressivamente i connotati di contesti esclusivamente maschili che avevano avuto nel secondo dopoguerra, quando addirittura si riteneva sconveniente che le donne frequentassero il bar. E così, per ragioni differenti, anche se ancora più politiche che ricreative, ragazze e signore si avvicinarono con più assiduità alle case del popolo[41]:

Ai tempi della mia esperienza, negli anni settanta, l’ingresso di noi giovani nelle case del popolo contribuì a ricomporre la frattura tra uomini e donne, che effettivamente nel dopoguerra era ben presente. Come diceva qualcuno: le donne per vedere la tv nella casa del popolo entravano addirittura da un accesso secondario, per non passare dal bar, dove stavano gli uomini. Col ricambio generazionale queste abitudini furono messe da parte. […] Una delle cose più importanti delle case del popolo, soprattutto negli anni settanta, ottanta e novanta, fu che erano frequentate da donne di età diverse e di estrazione sociale diversa, e ciò costituì indubbiamente uno scambio proficuo e arricchente per tutti[42].

Anche alcuni ricordi di Marina Pascoli ci dicono che una dinamica simile caratterizzò pure i contesti aggregativi del movimento repubblicano:

Io tendo a distinguere questi due luoghi, anche se abitualmente vengono considerati un’unica realtà. Il circolo per me è dove si fa politica e dove si creano le relazioni personali; la casa del popolo è il soggetto, strettamente legato alla vita del circolo, che gestisce il patrimonio immobiliare e promuove le attività culturali. Personalmente iniziai a frequentare prima il circolo repubblicano dove, nel 1979, mi iscrissi alla sezione Pri del circolo di Santerno. Erano gli anni in cui, a seguito dell’affermarsi dei movimenti femminili, gli uomini di partito cercavano, più o meno convinti, di dare segnali di apertura, per cui entrai quasi subito nella Direzione della mia sezione. Qualche anno dopo, con mio padre, fummo eletti anche nel cda della Cooperativa culturale Edera di Santerno, proprietaria dell’immobile sede del circolo e di un’attigua sala cinematografica. […] Visto il mio coinvolgimento negli organi di queste due realtà, partecipavo attivamente all’organizzazione degli eventi, a partire dalla programmazione ad intervenire nei dibattiti, passando per la sistemazione del palco o l’allestimento della sala[43].

Inoltre, essendo la casa del popolo un luogo di aggregazione, entro il quale si svolgevano feste e celebrazioni civile o politiche, in essa assumeva un significato particolare l’8 marzo. Soprattutto in quelle che ospitavano organizzazioni di donne, si trattò di una giornata che ebbe sempre un significato importante e particolare:

Per noi donne di Giovecca – ricorda Candia Bassi –, la casa del popolo è stata un luogo fondamentale, per l’organizzazione di eventi. Parliamo della festa dell’8 marzo. L’Unione donne italiane organizzava manifestazioni di piazza e per andarci, a Ravenna o a Bologna o dov’era, ci preparavamo con incontri nella casa del popolo. Era un fulcro dell’aggregazione femminile. Ci dovevamo attrezzare con pullman per lo spostamento, preparare cartelli e altro da portare al corteo, e preparare il confezionamento delle mimose che poi andavamo a distribuire in paese, alle donne, per renderle consapevoli dell’importanza della festa. Poi servivano altre riunioni per capire come autofinanziarci, dove trovare i soldi per coprire le spese, eccetera. Le donne si erano prese il loro spazio dentro la casa del popolo per organizzare la loro attività. […] Peraltro, mi piace sempre ricordare come sulla facciata della casa del popolo ci sia un ricordo di Albina Belletti, mondina poco più che ventenne uccisa nel 1890 nei fatti dell’eccidio di Conselice, che chiedeva solamente di lavorare[44].

Negli anni ottanta e novanta, la celebrazione dell’8 marzo fu quasi sempre in luoghi contigui a Giovecca, e quindi la casa del popolo di questa località, fungeva per lo più da base logistica. Dagli anni duemila, il venir meno di una certa militanza, ha indotto a ripensare la celebrazione, per cui molte iniziative si sono svolte localmente, e fra queste la cena di autofinanziamento dell’Udi in occasione dell’8 marzo dentro la casa del popolo. Abitudine interrotta solo nel 2020 per via della pandemia. Anche Lia Randi rammenta come il giorno della «festa della donna» fosse celebrato anche nei tradizionali centri di aggregazione popolare presi in esame in questo saggio:

L’8 marzo era una festa che coinvolgeva molto le case del popolo. […] Ebbe un ruolo in tal senso l’Ari [Associazione ragazze italiane], che era una sorta di organizzazione giovanile dell’Udi. […] Ed erano ricorrenze che prevedevano una parte politico-culturale, come ad esempio l’intervento di una qualche personalità, e poi soprattutto momenti di festa, con balli, musica, cose da mangiare, per fare aggregazione[45].

Analogamente, ricordi simili appartengono anche a Nadia Masini:

Nelle case del popolo del Forlivese, come quelle di San Martino, di Ronco, di Valverde, di Ospedaletto, per l’8 marzo le donne organizzavano delle vere e proprie feste. Dalla tombola al pranzo e molto spesso anche degli spettacoli[46].

Nella tradizione mazziniana, assumeva particolare importanza una delle case repubblicane più importanti di tutta la Romagna, e cioè Palazzo Spreti, a Ravenna. Qui aveva sede il Comitato provinciale del Mfr, che in quel territorio era particolarmente radicato e nutrito:

Nel 1978, la prof.ssa Piera Camerani […] mi invitò ad entrare a fare parte del Movimento femminile repubblicano ravennate, che aveva la sua sede presso la casa del popolo di via Paolo Costa a Ravenna. Iniziai a collaborare (come galoppina) alla Voce di Romagna: correggendo le bozze, recandomi presso la Tipografia Moderna, leggendo in radio l’articolo di fondo della Voce di Romagna. Ho un ricordo bellissimo di quegli anni. [...] C’erano sempre mille cose da fare. Quasi ogni 15 giorni c’era un incontro del Mfr nella provincia di Ravenna o di Forlì dove io mi recavo con Teresa Mambelli, in quel periodo responsabile del movimento femminile ravennate. […] Alla morte di Teresa nel 1980 io la sostituii nell’incarico. Divenni anche componente dell’esecutivo nazionale del Movimento femminile repubblicano […]. Quindi divenni la rappresentante del Mfr nel comitato provinciale femminile che comprendeva le esponenti di Dc, Psi, Pci, Udi, Cif, Pci, Ande. […] Gli anni ottanta mi videro impegnata assieme a Marina Pascoli e Novella Sacchetti a coordinare diversi dibattiti con importanti relatori, quali ad esempio il professore Carlo Flamigni, il professore Giovanni Battista Cassano, il professore Elio Lugaresi, il professore Paolo Giovanni Morselli. Convegni che si prefiggevano di informare i cittadini con la presenza appunto di esperti. Il pubblico presente era sempre numeroso. Furono trattati per la prima volta a Ravenna temi quali la chirurgia plastica estetica, i disturbi del sonno, la donna nello sport. […] La casa del popolo è stata un luogo di aggregazione per le donne repubblicane importantissimo[47].

Anche Novella Sacchetti ricorda molto bene questa fase:

Ho militato nel Movimento femminile repubblicano la cui sede di riferimento era quella del Partito Repubblicano, la Casa del Popolo in via Paolo Costa. […]  Ricordo con un pizzico di tenerezza la tiratura di volantini e inviti alle varie manifestazioni, o i dibattiti tra movimenti femminili prodotti attraverso il ciclostile e la matrice spesso punteggiata di bianco della scolorina per le correzioni. I nostri incontri a volte si tenevano anche presso le sezioni più vivaci e con un buon numero di donne che partecipavano[48].

Chiudiamo questa breve rassegna di testimonianze su Palazzo Spreti e il Mfr con le parole di Marina Pascoli:

Contestualmente all’iscrizione al Partito Repubblicano, mi iscrissi anche al Movimento femminile repubblicano (Mfr). Il nostro Movimento era strutturato in un livello nazionale, uno regionale e infine quello provinciale. […] Non esistevano dei circoli presenti sul territorio, per cui si faceva riferimento al Coordinamento provinciale che aveva la sede presso il Pri, in via Paolo Costa 2. […] La partecipazione attiva alla vita del circolo e della casa del popolo portò automaticamente a condividere, con altre donne iscritte nella mia sezione, le battaglie per l’emancipazione femminile. […] In quegli anni eravamo molto attive e, come Coordinamento provinciale, organizzammo numerose iniziative i cui relatori erano docenti universitari, funzionari della pubblica amministrazione, esperti di diritto, medici. […] A volte qualcuno ironizzava che gli argomenti erano “prettamente quelli relegati al ruolo delle donne” ma non è così, erano temi che toccavano tutti i cittadini e le nostre azioni avevano l’obiettivo di divulgare informazioni e far sì che le norme venissero adottate per garantire alle nuove generazioni una condizione di vita migliore[49].

In chiusura di paragrafo, vogliamo raccontare come presso la casa del popolo Ronco, a Forlì, nei primi anni ottanta maturò un’esperienza unica nel suo genere. Un gruppo di donne prese in gestione un locale in difficoltà, trasformandolo in un ritrovo che univa l’attività ricreativa con l’impegno civile:

Nel secondo dopoguerra, il circolo Arci del Ronco aveva una struttura vicino al parco lungo il fiume, denominato Ronco Lido. Funzionava come bar, ma aveva anche una pista da ballo e vi avevano fatto serate alcuni cantanti tra i più in voga del momento. Negli anni settanta fu oggetto di una ristrutturazione, cui seguì l’affido della gestione a una persona esterna e un successivo lento declino del locale, che finì per chiudere praticamente i battenti. […] Con alcune compagne dell’Udi avevamo creato un bel gruppo: i compagni del circolo Arci del Ronco ci dissero “Ma perché non lo gestite voi donne?”. Noi un po’ inconsapevoli decidemmo di iniziare quest’impresa. Fondammo una cooperativa di donne, denominata Iris Versari, in onore all’omonima partigiana. Arrivammo ad avere fino a 200 socie. Gestivamo questo locale e pagavamo un affitto quasi simboli al circolo Arci. […] Eravamo completamente inesperte, ma anche entusiaste. Organizzammo una rete di solidarietà enorme, per rimettere in sesto l’immobile: pulire, imbiancare e arredare. Chiamammo il locale “la Cicala”, in riferimento alla favola di Rodari dove egli dice “Chiedo scusa alla favola antica se non mi piace l’avara formica, io sto dalla parte della cicala che il più bel canto non vende, regala”. Ma proprio nel 1980 uscì un film intitolato “La cicala”, che raccontava una storia ambientata nell’omonimo locale frequentato da camionisti e prostitute. Per cui si generò, ahinoi, un equivoco. A parte questo, il locale consentiva di operare come bar, pizzeria, gelateria e ristorante. […] Volevamo farne un centro di aggregazione femminile, nel quale si discuteva dei problemi delle donne e si tenevano manifestazioni culturali e politiche orientate in tal senso. Ci dovemmo impegnare a gestire non solo culturalmente, ma anche economicamente, tutta la struttura. Fu un’esperienza bellissima, ma anche pesantissima. Eravamo tutte volontarie, più una persona alla quale pagavamo uno stipendio, che stava in cucina o al servizio bar. E tutte le sere occorreva organizzare i turni delle volontarie. […] Riuscimmo a far tornare il locale in auge! Diventò un luogo molto frequentato, anche da tantissime donne di Forlì e dintorni. Ricordo la grande festa per la vittoria del referendum sull’aborto, le iniziative organizzate attorno alla rivista “Noi donne”, le serate con concerti particolarmente partecipati. […] Il tutto funzionò dal 1980 al 1985. Poi quell’esperienza si concluse perché richiedeva un impegno enorme e continuo. Ma fu un qualcosa di unico nella vita di molte di noi, e anche di unico per il territorio forlivese e forse più in generale per la Romagna[50].

Si trattò indubbiamente di un’esperienza di straordinario valore civile, che richiese un mastodontico impegno da parte delle militanti, ma che contribuì a forgiare una coscienza collettiva impegnata nell’affermare il nuovo ruolo della donna nella società. I tantissimi momenti aggregativi attorno a «la Cicala» furono un susseguirsi di implementazioni culturali e politiche volte a sradicare pregiudizi, invocare maggiori diritti, lottare per una giustizia sociale e di genere.

 

5. Conclusioni

In sintesi, questa nostra indagine in prospettiva storica sul ruolo delle donne nelle case del popolo romagnole ha messo in evidenza due elementi rilevanti sul piano euristico. Il primo è che questi luoghi sono stati un contesto quasi esclusivamente maschile fino al secondo dopoguerra e in certi casi anche negli anni del boom economico. Nonostante le case del popolo siano state un pezzo di storia del movimento cooperativo che, come spiegato, aveva una tradizione internazionale empatica rispetto ai temi di genere, in questo caso tale aspetto a lungo non emerse. Prevaleva, infatti, una dimensione popolare fondamentalmente tradizionalista, che escludeva le donne dal dibattito politico, che riteneva che non fosse opportuno che frequentassero il bar o che giocassero a carte, che ingaggiava la manodopera femminile ogni qualvolta occorreva preparare da mangiare per una ricorrenza o celebrazione, considerando anzi «naturale» questa divisione di ruoli nella società.

Di fatto, quindi, le case del popolo – proprio perché si autorappresentavano e si definivano appunto «del popolo» – avevano introiettato il pensiero largamente prevalente sui temi di genere, che assegnava alle donne funzioni operative in cucina e in casa, privandole delle opportunità riservate al contesto maschile. I circoli e le sezioni erano una sorta di specchio della società dell’epoca, e qui si ritrovavano radicati pregiudizi, schemi, paradigmi che rimandavano a un’indubbia arretratezza sui temi della pari dignità di genere.

Il secondo elemento euristico che è emerso va viceversa nella direzione opposta. A partire dalla fase più matura del boom economico – se vogliamo, possiamo dire dal «‘68», anno simbolo di un rinnovamento culturale –, le case del popolo divennero un contesto nel quale maturarono istanze progressiste che abbracciavano il tema dei diritti delle donne. Fu, naturalmente, un percorso lungo, accidentato, con varie resistenze, ma comunque importante e significativo. Si potrebbe pensare che fosse un cambiamento dopotutto scontato, allineato a quanto stava accadendo a tutta la società. Ma non è affatto così. Basti pensare che non tutti i luoghi di aggregazione – le parrocchie, i Rotary Club, le società sportive, eccetera – ebbero una sensibilità sui temi di genere con gli stessi tempi e modi delle case del popolo, che con tutti i distinguo del caso furono una sorta di incubatore di rivendicazioni e di esperienze anche molto avanzate, come ad esempio ci insegna il caso de «la Cicala».

Qui le donne iscritte all’Udi o al Mfr si riunivano, discutevano, proponevano iniziative culturali, realizzavano campagne politiche per la conquista dei diritti, festeggiavano l’8 marzo, arrivando a coinvolgere progressivamente un numero molto ampio di donne e di uomini, sensibilizzati su questi temi. Dagli anni settanta in poi è molto cambiato il ruolo della donna nella società, nel mondo del lavoro e nelle istituzioni. Naturalmente c’è ancora tanta strada da fare per raggiungere la pienezza della parità di genere, ma possiamo certamente affermare che le case del popolo sono state uno dei luoghi che ha favorito il tragitto fatto finora.

Con il contributo delle voci di dodici protagoniste, abbiamo voluto raccontare una vicenda ad oggi di fatto poco conosciuta, perché la parabola delle case del popolo era sempre stata una narrazione «al maschile» o comunque disattenta ai temi di genere. Abbiamo potuto così far emergere le peculiarità, le resistenze, le contraddizioni ma soprattutto lo straordinario impegno civile che appartengono alla storia di questi luoghi.  


Note

1 Nell’anno 2021, la presente ricerca ha beneficiato del contributo della Regione Emilia-Romagna, sulla base della legge regionale «Memoria e Storia del Novecento», e del contributo della Fondazione del Monte di Bologna e di Ravenna.

2 Tito Menzani, Federico Morgagni, Nel cuore della comunità. Storia delle case del popolo in Romagna, Milano, Franco Angeli, 2020.

3 Si ringraziano le dodici intervistate: Fulvia Missiroli, Eugenia Lombardi, Valeria De Lorenzi, Rita Fantoni, Lia Randi, Maria Luisa Bargossi, Marina, Pascoli, Novella Sacchetti, Candia Bassi, Nadia Masini, Brunella Turci, Marilanda Biondi.

4 Stefano Zamagni, Vera Zamagni, La cooperazione. Tra mercato e democrazia economica, Bologna, Il Mulino, 2008.

5 Patrizia Battilani, Harm G. Schröter (a cura di), The Cooperative Business Movement, 1950 to the Present, Cambridge, Cambridge University Press, 2012 (pubblicato, con un saggio ulteriore, anche in italiano: Un’impresa speciale. Il movimento cooperativo dal secondo dopoguerra a oggi, Bologna, Il Mulino, 2013)

6 In particolare si rimanda a Mathilde Savoye, Women’s Cooperative Participation and Fight Against Rural Poverty, Roma, Copac, 1978; Jean Gaffin, David Thoms, Caring and sharing. The centenary history of the Co-operative Women’s Guild, Manchester, Co-operative Union, 1983; Susan Dean, Women in cooperatives, Roma, Copac, 1985; Lee W. Schmucker, Women in Credit Unions. The Untapped Resources, Madison, Woccu, 1993; Gillian Scott, Feminism and the politics of working women. The Women’s Co-operative Guild, 1880s to the Second World War, London, Ucl Press, 1998; Barbara J. Blaszak, The Matriarchs of England’s Co-operative Movement. A Study in Gender Politics and Female Leadership, 1883-1921, Westport, Greenwood Press, 2000; Elisabeth Darling, Leslie Whitworth (a cura di), Women and the Making of Built Space in England, 1870-1950, Aldershot, Ashgate, 2007. Utile anche il volume di Tamae Mizuta, A bibliography of the co-operative women’s guild, Inuyama, Nagoya Economics University, 1988.

7 Ruth B. Dixon-Mueller, Rural women at work. Strategies for development in South Asia, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1978; Jean Stubbs, Mavis Alvarez, Women on the agenda: the cooperative movement in rural Cuba, in Carmen Diana Deere, Magdalena Leon (a cura di), Rural women and state policy: feminist perspectives on Latin American agricultural development, Boulder, Westview press, 1987, pp. 142-161; Ann-Mari Sätre Åhlander, Women and the social economy in transitional Russia, in “Annals of public and cooperative economics / Annales de l’economie publique social et cooperative”, 2000, n. 3, pp. 441-465; Vrajlal  K. Sapovadia, Sarla Achuthan, Role of a Woman Leader in Cooperative Dairy Movement: Story of Nddb. Woman Empowering Women, Columbo (Sri Lanka), Ica research centre, 2007; Punita Bhatt Datta, Robert Gailey, Empowering Women Through Social Entrepreneurship: Case Study of a Women’s Cooperative in India, in “Entrepreneurship Theory and Practice”, 2012, n. 3, pp. 569-587.

8 Peter B. Westerlind, From Farm to Factory: the Economic Development of the Kibbutz, Santa Barbara, University of California, 1978; Moshe Schwartz, Susan Lees, Gideon Kressel (a cura di), Rural Cooperatives in Socialist Utopia. Thirty Years of Moshav Development in Israel, Wesport, Praeger, 1995; Jessica Gordon Nembhard, Curtis Haynes jr, Using Mondragon as a Model for African American Urban Redevelopment, in Jonathan M. Feldman, Jessica Gordon Nembhard (a cura di), From Community Economic Development and Ethnic Entrepreneurship to Economic Democracy: The Cooperative Alternative, Norrkoping, National Institute for Working Life, 2002, pp. 111-132; Jessica Gordon Nembhard, Collective Courage: A History of African American Cooperative Economic Thought and Practice, State College, Pennsylvania State University Press, 2014.

9 Jack Shaffer, Historical Dictionary of the Cooperative Movement, Lanham-Londra, The Scarecrow Press, 1999.

10 Beatrice Webb, The co-operative movement in Great Britain, Londra, Swan Sonnenschein & Co, 1891, p. 72.

11 Guido Bonfante, Donna e diritto: la legislazione cooperativa, in L’audacia insolente. La cooperazione femminile, 1886-1986, Venezia, Marsilio, 1986, pp. 307-313: 312.

12 Ivi, p. 307.

13 Maria Rosa Cutrufelli (a cura di), Le donne protagoniste nel movimento cooperativo: la questione femminile in un’organizzazione produttiva democratica, Milano, Feltrinelli, 1978; Quale spazio, quale lavoro: indagine sulla presenza femminile nelle strutture cooperative della provincia di Ravenna, Imola, Galeati, 1981; Donatella Ronci (a cura di), Donne, lavoro, partecipazione: un’indagine su 13 cooperative, Roma, Settore femminile della Lega nazionale delle cooperative e mutue, 1984; Desiderio d’impresa: aziende e cooperative al femminile, Bari, Dedalo, 1984; Giochi d’equilibrio: tra lavoro e famiglia le donne della cooperazione nel modello emiliano, Milano, Franco Angeli, 1985; Desiderio d’impresa: aziende e cooperative al femminile, Bari, Dedalo, 1984; La presenza delle donne nelle aziende cooperative in Emilia-Romagna, Bologna, Lega delle Cooperative, 1987; Maria Rosa Cutrufelli, Marta Nicolini (a cura di), La forza delle donne nel movimento cooperativo: qualità sociale, imprenditorialità, forme organizzative, Roma, Editrice cooperativa, 1987; Nadia Tarantini, Roberta Tatafiore (a cura di), Donna in lega. Le inchieste di «noidonne» tra le cooperatrici, Pescara, Medium, 1987; La presenza delle donne nelle aziende cooperative in Emilia-Romagna, Bologna, Lega delle Cooperative, 1987; Il lavoro femminile nel settore cooperativo in Sardegna: problemi e prospettive. Atti del Convegno del 29-30 ottobre 1988, Cagliari, La Tarantola, 1989.

14 Giuliana Bertagnoni, Uomini, donne, valori alle radici di Camst, Bologna, Il Mulino, 2005; Delfina Tromboni, «A noi la libertà non fa paura...». La Lega provinciale delle cooperative e mutue di Ferrara dalle origini alla ricostruzione, 1903-1945, Bologna, Il Mulino, 2005; Lorenza Malucelli, Lavori di cura. Cooperazione sociale e servizi alla persona. L’esperienza di Cadiai, Bologna, Il Mulino, 2007; Tito Menzani, Aziende di genere. L’imprenditoria femminile sull’Appennino bolognese nella seconda metà del Novecento, in Nelly Valsangiacomo, Luigi Lorenzetti (a cura di), Donne e lavoro. Prospettive per una storia delle montagne europee, XVIII-XX secc., Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 165-185; Antonella Ravaioli, «Se ben che siamo donne...». Ruolo delle donne nella cooperazione ravennate, in Id. (a cura di), La cooperazione ravennate nel secondo dopoguerra (1945-1980), Ravenna, Longo, 1986, pp. 245-254; Tito Menzani, Self-made women. Donne e imprenditoria nel modello emiliano (1950-1970), in Caterina Liotti (a cura di), Differenza Emilia. Teoria e pratiche politiche delle donne nella costruzione del “modello emiliano”, Roma, Bradypus, 2019, pp. 155-178.

15 Vittorio Filippi, Donne, lavoro, famiglia: il caso di Insieme si può, una cooperativa del Nord-Est, Milano, Franco Angeli, 1997. Si veda anche il saggio di Roberta Curiazi, Donne lavoratrici e problematiche di genere nella cooperazione sociale faentina, in «La rivista della cooperazione», n. 1, 2006, pp. 33-47.

16 Quinto Casadio, Paola Andalò (a cura di), 1911-2011: le donne, gli uomini, le cooperative, l’associazione. Mostra fotografico-documentaria in occasione del centenario di Legacoop Imola, Imola, La Mandragora, 2011; Luciano Liuzzi, Donne nella cooperazione romagnola: fotografie, Bologna, Minerva, 2011.

17 Gabriella Vignudelli (a cura di), Io, noi, le cooperative: le donne della cooperazione modenese raccontano, Carpi, Apm, 2005; Matteo Marchi (a cura di), Storie di donne e di uomini: i primi 50 anni della Cooperativa ricreativo-culturale di Predappio, Forlì, Edit Sapim, 2009.

18 Fra i contributi più significativi: Giuliana Ricci Garotti, Ruolo e presenza delle donne nell’interazione cooperativa-ambiente a Bologna, in L’audacia insolente, cit., pp. 213-221; Anna Rosa Remondini, La presenza femminile nel movimento cooperativo ferrarese, ivi, pp. 222-229; Antonella Ravaioli, Le cooperative braccianti a Ravenna e il ruolo della donna, ivi, pp. 229-238.

19 Enrico Mannari (a cura di), La Coop di un altro genere. Lavoro, rappresentazioni, linguaggi e ruoli al femminile da “La Proletaria” a “Unicoop Tirreno” (1945-2000), Milano, Bruno Mondadori, 2015.

20 Tito Menzani, Istruzione tecnica femminile e impresa cooperativa nel secondo Novecento, in Carlo De Maria, Eloisa Betti (a cura di), Genere, lavoro e formazione professionale nell’Italia contemporanea, Bologna, Bononia university press, 2021, pp. 155-178.

21 Laura Lupo, Movimento femminile e cooperazione nell’elaborazione e nell’esperienza dell’Udi (1943-1947), in L’audacia insolente, cit., pp. 183-212; Stefania Bortoloni, Il movimento cooperativo femminile nella Lega nazionale delle cooperative (1945-1965), ivi, pp. 239-266.

22 Franca Strocchi, Per una storia del Movimento Femminile Repubblicano a Forlì (1862-1960), Roma, Quaderni del movimento femminile repubblicano, 1960.

23 Angela Cenacchi, L’apporto delle donne cristiane, lavoratrici, al pluralismo democratico dal 1945 al 1948, in Emilia Romagna, in Donne e Resistenza in Emilia Romagna. Atti del convegno tenuto a Bologna il 13-14-15 maggio 1977, Milano, Vangelista, 1978, vol. III, pp. 187-194; Marco Gallo, Francesco Di Domenicantonio, Cooperazione femminile, emancipazione della donna, mondo cattolico (1945-1955), in L’audacia insolente, cit., pp. 155-182.

24 Testimonianza di Candia Bassi. La ricerca citata è stata pubblicata in un opuscoletto intitolato 2 giugno 1946 primo voto alle donne, mimeo.

25 Testimonianza di Candia Bassi.

26 Testimonianza di Valeria De Lorenzi.

27 Testimonianza di Eugenia Lombardi.

28 Testimonianza scritta di Massimo Cimatti, fornita cortesemente da Fulvia Missiroli e Mirella Plazzi.

29 Testimonianza di Maria Luisa Bargossi.

30 Laura Orlandini, La democrazia delle donne: i Gruppi di difesa della donna nella costruzione della Repubblica (1943-1945), Roma, Bradypus, 2018. Cfr. anche Al tabáchi. I Gruppi di difesa della donna nella Resistenza ravennate, 1944-1945, Ravenna, Unione donne in Italia, sezione di Ravenna, 2014.

31 Testimonianza di Lia Randi.

32 Testimonianza di Candia Bassi.

33 Testimonianza di Marilanda Biondi.

34 Testimonianza di Maria Luisa Bargossi.

35 Testimonianza di Lia Randi.

36 Cara Udi. L’Udi e “Noi donne” compiono 50 anni. Segni, parole, volti, Ravenna, Edizioni del girasole, 1994.

37 Testimonianza di Maria Luisa Bargossi.

38 Testimonianza di Lia Randi.

39 Testimonianza di Fulvia Missiroli.

40 Testimonianza di Lia Randi.

41 Laura Orlandini, Anni settanta a Ravenna: una storia di donne. Narrazioni dall’Archivio dell’Udi, Ravenna, Unione donne in Italia, sezione di Ravenna, 2019.

42 Testimonianza di Nadia Masini.

43 Testimonianza di Marina Pascoli.

44 Testimonianza di Candia Bassi.

45 Testimonianza di Lia Randi.

46 Testimonianza di Brunella Turci.

47 Testimonianza di Rita Fantoni.

48 Testimonianza di Novella Sacchetti.

49 Testimonianza di Marina Pascoli.

50 Testimonianza di Brunella Turci.