Le case del popolo in Romagna: una storia plurale e straordinaria. Intervista a Giancarlo Ciani

Giancarlo Ciani ha una laurea in filosofia all’Università di Bologna ed è stato un protagonista dei movimenti studenteschi degli anni settanta. Dopo vari incarichi come amministratore pubblico è stato sindaco di Lugo. Successivamente ha operato nel movimento cooperativo, con ruoli di primo piano, particolarmente nel settore delle costruzioni, vivendone gli anni della crescita e poi anche della crisi. Attualmente, dopo il ritiro dall’attività lavorativa, è presidente pro tempore e a titolo di volontariato del Circolo Cooperatori, un’associazione di promozione sociale con radici in Romagna, impegnata nella ricerca storica e nella valorizzazione della cultura cooperativa (www.circolocoop.ra.it). L’intervista è a cura di Laura Tavilla. Nell’immagine di apertura: volontari al lavoro per l’edificazione della casa del popolo di San Lorenzo di Lugo (1945).

 

Cosa sono le case del popolo?

Le case del popolo sono un fenomeno affascinante e di grande interesse, perché rappresentano un ingrediente fondamentale nella storia della Romagna contemporanea. Vantano circa un secolo e mezzo di vita e ciò significa che sei generazioni si sono alternate nella loro gestione e frequentazione. Sono una parte fondamentale dell’identità della Romagna. Si tratta di spazi entro i quali si sono svolte molte delle esperienze associative locali, fra istanze politiche, attività ricreative e pulsioni comunitarie. La loro storia inizia sul finire del XIX secolo e arriva fino a oggi. In questo periodo piuttosto lungo, denso di vicende e di cambiamenti economici, culturali e istituzionali, le case del popolo hanno cambiato pelle più di una volta. Per tutto il ‘900, salvo la parentesi “distruttiva” del ventennio fascista, hanno svolto una funzione aggregativa e trainante rispetto alle comunità in cui erano inserite, con una centralità e un dinamismo che merita l’attenzione degli storici. Si trattava di edifici – costruiti appositamente, o acquisiti e recuperati per tale scopo – dove le persone della comunità, si incontravano per scopi molteplici, politici, sociali, culturali, ricreativi. Spesso rappresentavano un’idea o un partito politico, ma di fatto erano il luogo/riferimento comune per tutta una comunità locale. Anche dal punto vista giuridico, la casa del popolo era pressoché sempre una cooperativa di diritto (o di fatto) i cui soci erano gli avventori stessi. In alcune aree poteva essere più marcato l’aspetto proprietario da parte di un partito o di un’organizzazione ad esso legata, e gli avventori erano gli iscritti, i militanti, i simpatizzanti, ma mai erano realtà “chiuse”. Ancora oggi, nelle non poche esperienze sopravvissute ai radicali cambiamenti socio-economici si ritrovano questi aspetti.

Le case del popolo esistono in tutta Europa: perché il caso romagnolo è interessante?

In effetti le case del popolo non sono solo una specificità romagnola, ma di certo in quest’area si colloca una delle più rapide e straordinarie affermazioni del fenomeno. Basti solo accennarne la dimensione quantitativa: l’anagrafica storica che abbiamo approntato all’inizio del progetto di ricerca ne ha contate in Romagna oltre 550, radicate nelle campagne e nelle città, di diverso orientamento e tipologia, ma tutte volute, costruite e gestite con l’impegno collettivo e gratuito, riferimento per tutta la comunità locale. Se la Romagna, estremamente povera e analfabeta nell’‘800, è divenuta una delle regioni più floride d’Europa è anche merito di questo spirito e di questo impegno solidale e corale. Ecco perché, due anni fa, il Circolo ha lanciato un progetto di ricerca scientifico e culturale imperniato sulle case del popolo, per conoscerle meglio e farle conoscere anche a coloro che ne avevano una visione parziale o limitata solo a qualche esperienza. In passato non sono mancati pregevoli studi e ricerche, ma quasi sempre orientati a casi specifici, o a una fase storica, o ad un orientamento politico. Ci è sembrato tempo di affrontare un quadro “unitario” del fenomeno, per una visione storica ampia e razionale, senza dimenticanze. Ci è parso anche un modo, proprio per il legame stretto fra storia delle case del popolo e storia della comunità di riferimento, di ripercorrere la storia di questa terra (la Romagna), del suo movimento cooperativo e dei lavoratori. Questo è infatti uno degli scopi principali della nostra associazione. Vi è poi sotteso anche un intento pedagogico, per la convinzione che la storia sarebbe veramente maestra di vita… se la studiassimo e ne conservassimo buona memoria. Ci siamo detti: non è che il ricordo di quell’esperienza e del suo successo può essere di aiuto a riscoprire il valore della comunità, dell’agire collettivo, del bene comune, della cooperazione?  E poi ci sono ancora molte case del popolo, alcune anche particolarmente attive: il nostro vuole essere anche un contributo, seppure modesto, ad una rivitalizzazione. Si parla spesso di affermare cooperative di comunità: non lo sono forse state le case del popolo e non lo possono essere ancora?

Qual è l’origine delle case del popolo romagnole?

La motivazione originaria è stata certamente il bisogno di dare uno spazio fisico alle nuove istanze politiche, di mutualità, assistenza ed anche culturali-ricreative delle classi “subalterne” che si affacciavano alla ribalta ed esprimevano l’esigenza di una propria ed autonoma rappresentanza. Dunque, era presente sia una caratterizzazione politica che una sociale. Nel tardo ‘800, i liberali si configuravano come il gruppo con maggiori responsabilità istituzionali, ovvero la compagine che esprimeva le giunte comunali, i consigli di amministrazione di molte banche locali, i gruppi di testa dei consorzi di bonifica, e in definitiva buona parte della classe dirigente delle organizzazioni economiche e culturali della Romagna dell’epoca. Da questo punto di vista avevano una grande abbondanza di luoghi di aggregazione: i municipi, i teatri, le sedi di società filantropiche o di altri enti privati fornivano occasioni per incontri non solo istituzionali, ma anche informali o apertamente mondani. A ciò si aggiungevano i salotti, istituiti presso le famiglie altolocate più in vista della Romagna, o anche i caffè, che fungevano da centri di dibattito soprattutto nelle città. Uno dei contraltari della società liberale era la tradizione cattolica, che si sentiva espropriata del potere esercitato fino all’Unità d’Italia nell’ambito delle Legazioni Pontificie. Sia il clero che il laicato cristiano mal sopportavano la nuova cornice istituzionale e tenevano viva una rete di organizzazioni a carattere confessionale, con una presenza efficace e capillare garantita dalle parrocchie. Una rete in grado di raccordarsi con i bisogni delle comunità locali, di coniugare interventi assistenziali e supporto ai fedeli, in una logica caritatevole. A ciò si aggiungevano le opere pie, i monasteri, i conventi e altri enti religiosi o dell’associazionismo laico o cattolico, talvolta legati a istituzioni economiche di peso, come banche o compagnie di assicurazioni. Le classi popolari non rappresentate né dai “liberali” né dalla “rete ecclesiastica” (si ricordi che la Romagna aveva ancora fresco il ricordo del governo pontificio), avevano bisogno di loro spazi, da caratterizzare anche per categorie politiche: i movimenti mazziniani-repubblicani, quelli anarchici e poi anche quelli marxisti-socialisti. In parallelo era presente anche una caratterizzazione sociale: la casa del popolo era il luogo di incontro e organizzazione per territorio, ma anche per categorie sociali, i braccianti, i birocciai, i mezzadri, i muratori…

Quindi furono principalmente le compagini politiche che promossero le case del popolo romagnole?

La tradizione mazziniana e repubblicana è stata la prima a farsene promotrice, avendo radici forti in Romagna, come movimento liberal-popolare che aveva animato il Risorgimento e interpretato un diffuso sentimento anticlericale (anche come reazione per i molti anni di potere temporale della chiesa). Negli anni preunitari aveva avuto uno sviluppo spesso clandestino, nelle organizzazioni carbonare, poi in parte confluite nella massoneria, mentre nella Romagna di fine ‘800 il movimento si strutturò e consolidò, pur rimanendo un partito “antagonista”. Non a caso era molto legato all’esperienza garibaldina. L’impegno repubblicano era rivolto a ripulire l’Italia dalla monarchia, da politiche conservatrici tutelanti gli interessi economici dei grandi agrari e di un notabilato di origini aristocratiche. I repubblicani erano rappresentanti e difensori delle istanze dei piccoli operatori economici: contadini, mezzadri, affittuari, artigiani, bottegai, pescatori… Furono questi ceti, a volte isolati nelle campagne o collocati nelle piccole frazioni dei circondari cittadini, frequentatori delle cosiddette «cameracce», osterie popolari spoglie e disadorne, che per primi diedero vita e animarono le case del popolo, in un ambito ideologico mazziniano e garibaldino. A Forlì, nel 1871 fu fondato il circolo repubblicano Giuseppe Mazzini, presieduto da Aurelio Saffi. Forte di tanti soci trovò collocazione nel centralissimo e barocco Palazzo Merlini. Sono numerosissime le case repubblicane nate già nel tardo ‘800 in Romagna. Però va detto che in campo ideologico e politico nella seconda metà del XIX secolo la situazione era in forte movimento, molto fluida, in un intreccio stretto con le questioni e le stratificazioni sociali. Basti ricordare che la Prima Internazionale, l’Associazione Internazionale dei lavoratori fondata nel 1864, comprendeva mazziniani, anarchici, marxisti-socialisti e che solo nel 1889 si arrivò ad una divisione ben definita fra le tre componenti. Si direbbe oggi che appartenevano tutti alla stessa galassia della sinistra, espressioni dell’emergere impetuoso sul terreno politico e sociale delle classi popolari e lavoratrici. Le prime forti divisioni avvengono solo nei primi anni del ‘900: la battaglia sull’uso delle macchine agricole, l’interventismo o meno nella Prima guerra mondiale, il Biennio rosso…

E gli anarchici e i socialisti?

Gli anarchici e i socialisti erano pure ben radicati in Romagna. All’inizio più i primi che i secondi. È risaputo che il primo deputato socialista italiano, l’imolese e romagnolo Andrea Costa era all’inizio un convinto anarchico. Queste compagini politiche raggiunsero una massa critica significativa solo a partire dagli anni ‘70 del XIX secolo. Si rivolgevano in primo luogo ai ceti proletari, ovvero ai braccianti, agli operai e a tutti coloro che conducevano un’esistenza stentata ed economicamente subalterna o marginale. Vari esponenti del socialismo e dell’anarchismo frequentavano l’osteria o la «cameraccia», più raramente la parrocchia, ma nel contempo i gruppi dirigenti si rendevano conto di avere bisogno anche loro di spazi connotati politicamente.

In questo senso, gli esponenti del socialismo furono più solerti ed efficaci nella costruzione di case del popolo per il movimento dei lavoratori, così come ebbero maggiore cura nella creazione di organizzazioni sindacali o di società cooperative. L’approccio scientifico e programmatico al contesto socio-economico faceva del socialismo una cultura politica fortemente incline a costruire esperienze radicate sul territorio, con militanti dotati di ruoli e di responsabilità, con regole di funzionamento ben precise e con obiettivi sia a breve che a lungo termine.

Viceversa, il pensiero anarchico tendeva a valorizzare in prima istanza la pars destruens, e quindi a proporre forme di ribellione e di insubordinazione senza garantire forme organizzate e stabili, coltivando una generale insofferenza verso la gerarchia e le rigidità organizzative. Non che mancassero ad esempio cooperative di tradizione anarchica, ma erano assolutamente minoritarie. Così pure le case del popolo riconducibili a questa cultura politica erano episodiche, e gli anarchici romagnoli frequentavano spesso quelle costruite dai repubblicani e dai socialisti. Esistevano alcuni circoli riconducibili al pensiero anarchico: come quelli di Carpinello di Forlì, fondato nel 1878, di Santa Maria Nuova di Bertinoro del 1881, di Sant’Arcangelo di Romagna, nato nel 1890 con il nome di Figli del lavoro. Tra le più antiche case del popolo socialiste segnaliamo quella di Lavezzola, costruita nel 1889 per iniziativa della locale Società operaia di mutuo soccorso. A Villafranca, frazione di Forlì, venne fondato un Circolo socialista nel 1891, che nei primi anni del XX secolo si sarebbe dotato di una casa del popolo appositamente costruita dai soci, che fino a quel momento si erano riuniti in uno stabile preesistente.

Tutto ciò, a livello storiografico era poco noto, vero?

Sì e no. Come detto, studi e pubblicazioni al riguardo non sono certo mancati. Credo che abbiamo contribuito a dare sistematicità e unità di visione alla realtà romagnola, sicuramente fra le più prolifiche in ambito nazionale ed europeo. Con in più una caratteristica di pluralità, forse non unica ma certamente molto originale e specifica: una presenza repubblicana di livello unico nel panorama italiano, una presenza anche di matrice cattolica (che si aggiungeva ovviamente alla rete delle organizzazioni “ecclesiali”), oltre ovviamente alla significativa e più “classica” componente anarco-socialista e comunista (nei suoi aspetti, come dire “evolutivi”). È stata un’esperienza pioneristica, quantitativamente, qualitativamente ed anche in termini temporali. Certo non in modo esclusivo, ma in un contesto nazionale ed europeo. Negli stessi anni nascevano le prime case del popolo anche nella bassa emiliana o nell’area mantovana, tra le quali quella di Massenzatico, sorta nel 1893 per iniziativa di Camillo Prampolini e con la fattiva partecipazione delle cooperative locali.

Indubbiamente, nel panorama italiano, le case del popolo romagnole hanno un ruolo significativo e specifico rispetto ad altre esperienze, per lo più riferite all’Emilia, alla Toscana, al Triveneto e al Piemonte settentrionale. Anche importanti esperienze in Europa, ovvero le case del popolo del movimento dei lavoratori nelle principali città europee, appaiono coeve o addirittura successive all’esperienza romagnola.

Perché il Circolo Cooperatori si è interessato alle case del popolo?

Il Circolo Cooperatori è nato l’8 aprile 1993 ed è un’associazione culturale finalizzata alla divulgazione e promozione dei valori cooperativi, aperta a chiunque condivida tali valori e, come tale, «unitaria» fin dalle origini.  L’associazione, come recita lo Statuto, fa riferimento ai principi dell’International Co-operative Alliance (Ica) e dell’Alleanza Cooperative Italiane (Agci, Confcooperative e Legacoop, le tre storiche centrali del movimento). Le attività del Circolo (www.circolocoop.ra.it) fanno prioritario affidamento sul volontariato dei soci (amministratori compresi) e sono sia istituzionali – quali convegni, ricerche, collaborazioni con le cooperative, organizzazioni culturali ed enti locali – che culturali e ricreative, con corsi di cultura generale, cineforum su temi d’interesse sociale, visite culturali e turistiche. Attualmente il Circolo Cooperatori, insediato nell’area romagnola, vanta oltre 250 soci, dei quali il 45% sono donne.

È dunque in coerenza con la propria mission che il Circolo si è impegnato nell’ultimo biennio in un progetto di ricerca sulle case del popolo: sono state e sono esperienze cooperative, espressione di comunità cooperative. La cooperazione è indubbiamente un tratto distintivo della Romagna, qui nacque e operò Nullo Baldini, considerato il fondatore della cooperazione italiana. Si potrebbe dire che le case del popolo siano un po’ l’archè della storia cooperativa di fine ‘800 e inizio ‘900: erano il luogo dell’incontro delle classi lavoratrici, ove nacquero le cooperative di consumo, quelle bracciantili e quelle edili, si organizzarono le prime forme mutualistiche, si strutturarono le organizzazioni sindacali e quelle politiche democratiche.

Qual è stato il primo obiettivo che vi siete posti?

Abbiamo affidato il coordinamento scientifico di questa attività di ricerca a Tito Menzani, docente di storia economica dell’Università di Bologna ed esperto in materia cooperativa. Il piccolo gruppo di lavoro ha innanzi tutto realizzato un database di tutte le case del popolo romagnole, che possiamo definire come il primo censimento fatto su questo tema. A questa parte della ricerca hanno contribuito diversi ricercatori, e in maniera particolare Federico Morgagni, studioso di storia, già collaboratore dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì-Cesena e attualmente in forza a Legacoop Romagna, che ha anche partecipato alla stesura del libro dedicato.

Uno degli aspetti più originali e interessanti di questa ricerca è la sua dimensione quantitativa. Ovvero, per la prima volta in assoluto il fenomeno delle case del popolo romagnole è stato affrontato sul versante complessivo, permettendo anche una lettura statistica. Per fare questo si è realizzato un database che contiene tutte le esperienze che tra la seconda metà XIX secolo e oggi hanno avuto luogo in Romagna. Questo censimento oggi conta 570 unità e le schede sono visibili sul sito www.casedelpopolo.it, a disposizione di tutti e in forma gratuita.

Si è trattato di un lavoro lungo, meticoloso e impegnativo, che ha realizzato l’obiettivo di un’«anagrafica» compiuta delle case del popolo romagnola, ricavando per ciascuna di esse i dati essenziali: denominazione, indirizzo, località, anno di fondazione, eventuale anno di chiusura, orientamento politico. Laddove possibile tali informazioni minimali sono state arricchite: le principali informazioni relative alla sua storia, le vicende legate al fascismo (di distruzione o chiusura), i danneggiamenti durante la Seconda guerra mondiale, la ricostruzione degli anni ‘50 e ‘60, le attività sociali e culturali svolte.  È questo un lavoro tuttora in corso.

Dal punto di vista pratico, come è stato realizzato il censimento?

Per raggiungere questo obiettivo si è fatto riferimento a tutte le fonti disponibili, pubbliche e private. Nella fattispecie sono state suddivise in cinque gruppi. Il primo è costituito dalle fonti bibliografiche, ovvero dai libri che sono stati pubblicati sul tema e che naturalmente contengono diverse informazioni utili.

Il secondo gruppo è quello degli elenchi degli immobili delle case del popolo o di ex case del popolo in capo a quegli enti che in parte sono eredi di questa tradizione. Si tratta di fondazioni, società immobiliari, società di gestione e simili: ad esempio Novacoop a Cesena, Unica a Forlì, Sercoop a Ravenna, Nuova Rinascita di Ravenna, Fondazione Bella Ciao di Ravenna, Legacoop Romagna, Agci Emilia-Romagna, Casa del Popolo di via Castellani a Faenza, Cooperativa Giuseppe Mazzini e Case Repubblicane a Ravenna.

Il terzo gruppo è formato dalle fonti archivistiche inedite o solo parzialmente edite, ritrovate in fondi attinenti a questo tema. Questa parte della ricerca è stata la più faticosa, perché ha comportato un’indagine approfondita su una vasta mole di materiali. Ma è stata davvero proficua, perché si sono potute rintracciare numerose esperienze delle quali si era persa la memoria o che non comparivano nella letteratura scientifica esistente. Nella fattispecie si sono svolte indagini nell’Archivio dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Ravenna e provincia con sede ad Alfonsine, nell’Archivio dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Forlì, nel Centro di documentazione sulla cooperazione e l’economia sociale di Bologna, nell’Archivio di Stato di Forlì, nell’Archivio di Stato di Ravenna, negli Archivi del Novecento di Ravenna.

Il quarto gruppo è composto dalle fonti a stampa. Anche questo era rappresentato da un vero e proprio mare magnum, perché costituito da decine e decine di riviste e quotidiani locali, su un arco di tempo di un secolo e mezzo. In questo caso si è dovuto optare per un’indagine più circoscritta e mirata, a partire da quei periodici citati più di frequente da altri autori che avevano studiato il fenomeno, e che in quanto tali erano potenzialmente più ricchi di notizie. In particolare, si sono consultate – vado a ricordo, esemplificativo e parziale – le testate: il Giornale di Massa, il Popolo di Romagna, la Cooperazione Ravennate, Romagna Proletaria, l’Eco di Romagna, la Romagna Cooperativa, l’Unità, il Nuovo ravennate, il Pensiero romagnolo, il Corriere di Romagna.

Il quinto e ultimo gruppo è quello delle fonti orali. Infatti, sono stati coinvolti rappresentanti del movimento cooperativo e soggetti con ruoli apicali nell’organizzazione delle case del popolo: complessivamente si è dialogato con circa 30 persone, che hanno contribuito a fornire informazioni ulteriori là dove l’«anagrafica» era ancora lacunosa.

Si è trattato, quindi, di un lavoro molto vasto. Si può dire che è esaustivo?

Come si può immaginare, questo modo di procedere ha avuto il grande merito di sondare ad ampio raggio vari tipi di fonti, con la possibilità di confronti incrociati, ma soprattutto di implementazioni progressive del database. Ovviamente, questa profondità e vastità di scavo sulle fonti non è una garanzia di esaustività, nel senso che una casa del popolo esistita ai primi del ‘900 in qualche località appenninica o in una frazione della Bassa può essere naturalmente sfuggita al nostro setaccio. Non si ritiene, però, che il numero di questi casi possa essere significativo.

Basti pensare che prima di iniziare il censimento, alla domanda rivolta ai vari interlocutori del progetto, ovvero a persone che avevano avuto una lunga esperienza nel mondo delle case del popolo, su quale sarebbe stato il numero al quale saremmo arrivati, tutti hanno risposto con cifre comprese fra 200 e 300. Viceversa, come detto sopra, ne sono state censite 570, ovvero più del doppio di quanto mediamente era stimato. Si tratta di un dato che evidentemente non ha valore scientifico, ma che in una qualche misura – in mancanza di altre indicazioni – appare rassicurante sulla qualità del censimento eseguito.

Ovviamente sono conteggiate tutte le esperienze in serie storica: ad esempio se una casa del popolo è stata distrutta o requisita dal fascismo e poi dopo la liberazione ne è stata costruita una nuova sono state conteggiate due unità, due diverse esperienze, come effettivamente è stato.

E dopo il censimento?

Il censimento è stato contestualmente accompagnato da una ricerca qualitativa e i risultati scientifici di tutto questo sono confluiti in un libro, scritto da Tito Menzani e Federico Morgagni, intitolato Nel cuore della comunità. Storia delle case del popolo in Romagna, edito da FrancoAngeli nel 2020. Tale libro presenta la ricerca su questo argomento e ha evidentemente due grandi elementi di originalità. Il primo è che procede a una narrazione corale, che abbraccia il fenomeno nel suo complesso, senza limitare l’indagine a un singolo tassello politico. La storiografia che aveva analizzato questo tema si era concentrata sulle culture di riferimento: le case del popolo repubblicane, quelle socialiste e comuniste, eccetera. In questo caso, invece, pur nel rispetto di una storia che ha spesso avuto steccati ideologici tra le parti in causa, ci si sforza di raccontare il fenomeno nel suo complesso, pur con tutti i distinguo del caso. Il secondo elemento di originalità è dato dalla straordinaria base dati di partenza, conseguente al lungo e meticoloso censimento di tutte le esperienze, ovvero l’«anagrafica» delle case del popolo in Romagna. Questo volume è stato un primo punto di arrivo di tutto questo percorso di ricerca. Non è un libro autocelebrativo, ma uno studio rigoroso sulle nostre radici, sul modo di fare politica e aggregazione in Romagna, dal quale si evincono i punti di forza e, laddove occorre, anche le criticità del tessuto civile del nostro territorio.

Inoltre, il programma di ricerca sulle case del popolo si è alimentato anche di appuntamenti convegnistici, molto partecipati e con riscontri inaspettati sui media locali e nazionali. Penso all’incontro di presentazione dell’anagrafica storica tenutosi a Forlì nell’aprile 2019. Penso al convegno su case del popolo come cooperative di comunità nell’ottobre 2019. Penso a un altro convegno dedicato al rapporto tra case del popolo e cultura, tenutosi al Teatro Socjale di Ravenna a novembre 2019. E penso anche ai seminari organizzati assieme all’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna intitolati uno Sociale vs Social: dalle Case del Popolo a Facebook, a dicembre 2019, e l’altro, a dicembre 2020, La storia come cronaca giornalistica. Si è cercato di ragionare, e continueremo a farlo, su questa esperienza in chiave non solo storica, ma anche didattica, culturale, antropologica. Per questo riteniamo che questo lavoro sia qualcosa più di un’approfondita analisi di storia locale, ma di interesse più ampio, nazionale ed europeo.

Avete realizzato anche degli itinerari didattici, vero?

Si è trattato di una parte molto importante del progetto complessivo. Approfondire questa straordinaria e originale esperienza è il modo per conoscere le vicissitudini politiche, sociali ed economiche del nostro territorio. Per questo ci è sembrato utile suggerire alcune indicazioni, e ancor più informazioni e documentazioni, per agevolare itinerari didattici per la scuola primaria e secondaria. Attraverso gli itinerari didattici predisposti, vogliamo rendere evidente la connessione tra i fatti storici e la storia della comunità dei rispettivi territori, favorendo il passaggio dalla storia locale a quella più generale e lo stretto legame tra storia e memoria. E così rendere più “vicina” la storia ai giovani cittadini e alle giovani cittadine, dar modo di conoscere la storia della propria comunità e quindi la comunità stessa, di cui sono parte. Ne abbiamo, ad oggi, realizzati sei, legati ad altrettante case del popolo: anche questi visibili on line, su www.casedelpopolo.it.

Poi è arrivato il Covid19, ma il Circolo cooperatori ha continuato a occuparsi di case del popolo, giusto?

La pandemia non ci ha scoraggiato. Pur con molte restrizioni e varie difficoltà, ci siamo attrezzati per portare avanti la ricerca e le iniziative culturali. Basti pensare che sono state organizzate nella seconda metà del 2020 ben cinque presentazioni del libro di Menzani e Morgagni, una in presenza e le altre on line, “coprendo” l’intero territorio romagnolo. Naturalmente abbiamo sempre rispettato scrupolosamente le norme di sicurezza sanitaria. Abbiamo utilizzato molto internet e i social. Ad esempio, nel novembre 2020, abbiamo realizzato un importante convegno intitolato Cosa succede nelle case del popolo, dedicato alla dimensione nazionale, e quindi con testimonianze riferite alle esperienze attuali in Toscana, in Lombardia, in Veneto, eccetera. L’idea era quella di un confronto sui temi e problemi comuni delle case del popolo italiane.

Sul versante della ricerca abbiamo portato avanti un’ulteriore approfondita indagine riferita alle fonti, con anche appelli mirati a tutti i cittadini. Ciò che ancora mancava era una mappatura della documentazione archivistica relativa a questi luoghi di aggregazione. Libri sociali e registri, manifesti e volantini d’epoca, fotografie e vecchi cimeli che meritano di essere riscoperti e conosciuti dalle comunità nelle quali le case del popolo insistono. In molti casi abbiamo digitalizzato e messo in rete questi documenti, arricchendo le schede pubbliche in www.casedelpopolo.it.

In quali archivi avete raccolto questi materiali?

Sono stati scandagliati innanzi tutto gli archivi di Stato, di Ravenna e di Forlì, e gli archivi degli Istituti storici romagnoli, di Ravenna-Alfonsine, di Forlì-Cesena, di Rimini. Poi altri archivi territoriali degni di nota, come quelli delle centrali cooperative e delle singole case del popolo. Per ogni unità archivistica o documentale si è stesa una breve relazione, composta principalmente dalla descrizione del materiale e da un elenco relativo, e sono stati acquisiti tramite scansione i documenti più significativi. Il lavoro è stato portato avanti da un team di ricercatori: oltre a Tito Menzani e Federico Morgagni, hanno lavorato a questo progetto Silvia Quattrini e Andrea Vasi. Inoltre, attraverso una convenzione con l’Università di Bologna, abbiamo ospitato un tirocinante, Mirko Recine, che ci ha dato un valido aiuto. Molti dei materiali raccolti sono stati inseriti sul sito www.casedelpopolo.it, contribuendo ad arricchire le schede presenti. Nel dicembre 2020 abbiamo fatto un convegno, intitolato Archiviare il Novecento, per illustrare pubblicamente i risultati della ricerca. Stiamo anche realizzando un libro che darà conto dei documenti più significativi, compresa una parte fotografica. 

E nel 2021 cosa avete in programma?

Nel 2021 vorremmo approfondire due ambiti distinti relativi alle case del popolo. Il primo è quello dell’approccio di genere. Ovvero, si ritiene importante analizzare il rapporto tra donne e case del popolo, nelle varie declinazioni che esso comporta. Innanzi tutto, occorre specificare che ad oggi questo approccio è clamorosamente mancato: la storiografia sulle case del popolo ha costruito per lo più narrazioni «al maschile». Da un lato è vero che si è trattato di luoghi frequentati prevalentemente da uomini, con consigli di amministrazione e di gestione composti in molti casi solamente da uomini, eccetera. Ma dall’altro, la presenza delle donne, benché minoritaria, non può certo dirsi trascurabile, e le case del popolo sono state certamente uno dei luoghi (merito anche loro) di emancipazione e crescente protagonismo delle donne: basti dire delle organizzazioni femminili, unitarie o di partito, onnipresenti in ogni realtà.

Il secondo approfondimento riguarda il fatto che molte case del popolo romagnole sono state luoghi di innovazione culturale, compresa la “rivoluzione teatrale” di Dario Fo e Franca Rame. Infatti, nella seconda metà degli anni ‘60, a fianco e in contrapposizione con l’arte ufficiale “borghese”, si svilupparono avanguardie che mettevano in discussione le forme tradizionali di espressione, i modi abituali della fruizione di prodotti culturali e le accademie, promuovendo percorsi alternativi e sperimentali spesso caratterizzati da una marcata vena sociale e politica. Su questo genere di produzioni musicali, cinematografiche e teatrali si abbatterono l’ostracismo e la censura della cultura ufficiale. A permettere la rappresentazione di molte di queste opere fu il deciso intervento dell’ARCI, che mise a disposizione il circuito delle case del popolo. All’interno di questa vicenda si inserisce la peculiare esperienza di Dario Fo e Franca Rame in Romagna. Sul finire degli anni ‘60, essi affermarono una profonda trasformazione dell’impianto organizzativo e strutturale del proprio impegno teatrale. Fondarono l’Associazione Nuova Scena, composta da oltre 40 giovani tra attrici, attori e tecnici. Si trattava di un collettivo teatrale indipendente che girava l’Italia presentando testi in un linguaggio e una messa in scena completamente nuovi. La Romagna, territorio al quale Fo e Rame erano da tempo legati per l’abitudine di trascorrere la villeggiatura estiva a Cesenatico, fu una delle zone nel quale il gruppo di Nuova Scena allestì il maggior numero di rappresentazioni, grazie all’ospitalità delle locali case del popolo. Particolarmente rimarchevole è l’esperienza della casa del popolo di Sant’Egidio di Cesena, dove Nuova Scena conobbe il proprio debutto il 25 ottobre 1968, con l’allestimento della prima commedia scritta da Fo e Rame per il loro nuovo pubblico. Lo spettacolo si intitolava Grande pantomima per pupazzi piccoli e medi e narrava una controstoria d’Italia dalla Resistenza alla società dei consumi. Ma anche il famosissimo Mistero Buffo ha origini ed anteprime in queste realtà.

Insomma, avete fatto un lavoro molto ricco e utile per la comunità?

Penso di sì, ma non spetta a me dirlo. Ci ha fatto piacere vedere che il progetto di ricerca incuriosiva e interessava. Ed un po’ ci illudiamo di avere dato il nostro contributo a dare futuro ad un’esperienza che ha ancora vita e potenzialità. Se merito c’è, poi non è tutto nostro: anzi è doveroso un ringraziamento ai tanti che hanno consentito di sviluppare i progetti, i ricercatori impegnati, i molti soci volontari del circolo, i protagonisti di quell’esperienza che ci hanno indirizzato al meglio. Doveroso anche citare le cooperative, le aziende e le organizzazioni che, contribuendo in termini economici e organizzativi all’attività del circolo, ci hanno permesso di avere anche le risorse necessarie: la Cooperativa sociale Il Cerchio, la Cooperativa agricola braccianti di Campiano, la Cooperativa agricola braccianti Ter.Ra di Piangipane, il Consorzio Cooperative Costruzioni, il Consorzio Integra, la Società cooperativa Copura, la Federazione delle cooperative di Ravenna, Federcoop Romagna, Legacoop Romagna e la cooperativa Deco Industrie. Sono stati poi determinanti per il progetto la costante collaborazione e il sostegno di Casa del Popolo, via Castellani di Faenza, della Cooperativa G. Mazzini e Case Repubblicane Ravenna, della Fondazione Bella Ciao Ravenna, di Novacoop Cesena, del Teatro Socjale Piangipane, di Unica Soc. Coop. Forlì. Giusto anche ricordare il patrocinio a singole iniziative territoriali della Camera di Commercio della Romagna Forlì-Cesena e Rimini, del Comune di Ravenna e di quello di Cesena. Il progetto di ricerca ha altresì beneficiato del contributo della Fondazione del Monte per alcuni approfondimenti e itinerari didattici nel ravennate, e, per gli anni 2019 e 2020, del contributo della Regione Emilia-Romagna sulla base della legge regionale «Memoria e Storia del Novecento».