Bologna 1876. Andrea Costa e il processo alla rivoluzione: a 150 anni di distanza

Bologna 1876. Andrea Costa and the trial of the revolution: 150 years later

In apertura: Andrea Costa, 1875 ca., Biblioteca comunale di Imola, Carte Costa, Album di fotografie e disegni, n. 1.

1. 1876: speranze e aspettative deluse di un anno di svolta

Anche il 2026 ha i suoi anniversari, naturalmente in cifra tonda, da ricordare. Tra questi, uno dei meno frequentati sia dal dibattito pubblico che da quello storiografico ci riporta al 1876, tra dimensione locale e nazionale.

A livello nazionale è l’anno della cosiddetta “rivoluzione parlamentare”. In marzo, con la caduta dell’esecutivo guidato da Marco Minghetti, si chiuse il periodo di governo della Destra, lo schieramento liberal-moderato di ascendenza cavouriana che guidava il paese dal momento dell’Unità, e nasceva il primo governo della Sinistra, guidato da Agostino Depretis, su posizioni liberal-progressiste maggiormente inclini a riforme sociali e politiche: obbligatorietà scolastica, riduzione dei provvedimenti repressivi della polizia, allargamento del suffragio elettorale.

Due mesi più tardi a Bologna, venne celebrato il processo agli internazionalisti responsabili del tentativo insurrezionale del 1874 e al loro giovane leader, Andrea Costa. La folla si accalcava nella vasta sala delle udienze, le tribune erano ricolme di gente. Una folta rappresentanza di studenti universitari sosteneva rumorosamente la causa incarnata dal rivoluzionario romagnolo1. Le parole pronunciate da Andrea Costa durante il processo: «Faremo dei tribunali, tribuna!», sintetizzarono al meglio quel contesto e quell’atmosfera: il peso dell’opinione pubblica e la sua “pressione” sulla giustizia2. Si può anzi dire che Costa fosse il primo, tra gli internazionalisti, ad abbandonare l’atteggiamento settario e a scoprire l’importanza dell’opinione pubblica3.

Il recente avvento della Sinistra al potere facilitò l’esito assolutorio del processo4; una assoluzione sorprendente, se si considerano i tanti processi contro le associazioni di «malfattori» (sovversivi) degli anni precedenti, ma riconducibile appunto alla nuova stagione di governo. Non appena scarcerato, in luglio, Costa approfittò del nuovo clima politico per convocare a congresso, pubblicamente, alla luce del sole, le sezioni romagnole dell’Internazionale. Si rivelava, qui, una caratteristica fondamentale che da allora in poi caratterizzerò l’azione costiana: la fiducia nel valore dell’agitazione pubblica5. Fiducia che si ritroverà anche nella campagna politica «Impadroniamoci dei Comuni» promossa da Costa nel 1883 con l’obiettivo di estendere le autonomie locali, circoscrivere il potere di ingerenza delle prefetture, fino ad abolirle, e giungere al suffragio universale nelle elezioni amministrative6.

Qualcosa però si ruppe negli anni successivi. Nel corso degli anni Ottanta, la borghesia nazionale cominciò a sviluppare un sentimento d’insicurezza nei confronti delle pressioni democratiche in atto7, riportando a un clima di netta chiusura del potere pubblico nei confronti delle istanze di riforma sociale e istituzionale espresse dai movimenti popolari. Una linea politica che si concretizzò dapprima con il rafforzamento delle posizioni di Depretis rispetto al liberalismo più radicale di Cairoli e Zanardelli, poi con l’ascesa di Crispi8. Lo rivelarono senza possibilità di dubbio le repressioni armate, condotte prima nelle campagne emiliane e lombarde, successivamente nei confronti dei fasci siciliani, culminando nel Novantotto9.

Tra il primo movimento comunale di Costa (1883) e la crisi di fine secolo (il quadriennio repressivo 1894-1898) corre un periodo decisivo per la storia dell’Italia liberale, per il futuro delle autonomie e per i caratteri del movimento operaio e socialista. Dal movimento del 1883 emerse, si potrebbe dire “dal basso” o “dalla periferia” – in sostanza dal mondo delle autonomie sociali e dagli ambiti municipali – una richiesta di spazi democratici. La negazione o l’aggiramento di questa domanda popolare pose negli anni successivi un problema di democrazia; problema che non venne compiutamente risolto neppure dalla svolta liberale di inizio Novecento.

2. 1874: “Andiamo a fare la rivoluzione”. Il moto internazionalista di Bologna e le sue motivazioni10

Per comprendere il contesto nel quale era maturato, nell’Italia postunitaria, il moto insurrezionale del 1874 è opportuno partire dall’esito, per certi versi deludente, del Risorgimento. Non si era realizzata la profonda trasformazione politica e istituzionale auspicata dalle correnti politiche più avanzate, ma qualcosa di simile a una dilatazione del Regno di Sardegna e della dinastia dei Savoia. Anche su queste contraddizioni sarebbe nato nei decenni postunitari il movimento anarchico e socialista.

La nascita del socialismo italiano è legata, cioè, in qualche misura, alle modalità con le quali si risolse la questione dell’unità nazionale11. Camillo Benso di Cavour, primo ministro del Regno di Sardegna, ebbe bisogno di Garibaldi e dei suoi volontari per unificare la penisola; ben presto, però, democratici e repubblicani furono relegati all’opposizione. Una parte di essi finì per accettare senza riserve lo Stato monarchico, mentre altri mantennero vive le rivendicazioni politiche del passato.

Tra anni Sessanta e Settanta, grazie al diritto di associazione riconosciuto dallo Statuto albertino, cominciarono a manifestarsi, lungo la penisola, le prime forme di auto-organizzazione popolare e i primi scioperi spontanei. Nel 1864, a Londra, era nata l’Associazione internazionale dei lavoratori, o Prima internazionale, come luogo di comunicazione e di cooperazione tra le società operaie dei diversi paesi. Questo nuovo network internazionale prendeva vita intorno a poche regole statutarie che si limitavano a richiamare i principi del mutuo appoggio, del progresso e della piena emancipazione dei lavoratori, in un ampio ‒ e se si vuole generico ‒ richiamo all’«umanità» per riformare la «società». Ne facevano parte, al fianco del filosofo tedesco Karl Marx, già autore nel 1848, insieme a Friedrich Engels, del Manifesto del partito comunista, i mutualisti seguaci dell’anarchico Pierre-Joseph Proudhon e altre correnti della sinistra europea12.

Anche in Italia, sotto lo stimolo della propaganda internazionalista, cominciarono a prendere forma i contorni di un primo movimento socialista. Sicuramente pesava, nel provocare forte malcontento e desiderio di riscatto, un quadro politico che pareva bloccato e dove la classe dirigente dello Stato unitario, al momento delle elezioni, si confrontava con appena il 2% della popolazione, mentre in altri paesi europei era già in atto un allargamento del suffragio (la riforma elettorale britannica del 1867 portava, ad esempio, gli aventi diritto al voto a circa l’8% della popolazione). Come se non bastasse, tra 1867 e 1868, si determinò in Italia una svolta reazionaria alla guida del governo, con pesanti conseguenze sulla politica fiscale.

Nell’ottobre 1867 al ministero guidato da Urbano Rattazzi – che prima di avvicinarsi alla Destra cavouriana era stato un esponente di spicco della Sinistra storica e che, nell’autunno 1867, non si dimostrò sufficientemente determinato a frenare Garibaldi e la sua campagna per “Roma capitale” – subentrava un governo guidato dal generale Luigi Federico Menabrea con un carattere inequivocabilmente reazionario, lontano dalla stessa tradizione liberale cavouriana. L’anno successivo Menabrea introdusse una politica tributaria vessatoria per i ceti popolari. Tra i provvedimenti finanziari più duri e iniqui si segnalava la tassa del luglio 1868 sul grano macinato (cioè sulla farina), che ebbe l’effetto di far aumentare ulteriormente il prezzo del pane. Un forte malcontento si diffuse nelle campagne di tutto il paese provocando lo scoppio di tumulti, repressi duramente dall’esercito con diverse centinaia di morti tra i civili13. Lo stesso Menabrea fu iniziatore nel 1869 del colonialismo italiano, con l’acquisizione della baia di Assab sul mar Rosso; avamposto dal quale sarebbe partito, nei decenni successivi, l’espansionismo italiano in Africa orientale14.

Nel contesto della svolta reazionaria appena descritta, un manifesto annunciava (il 2 giugno 1868) l’imminente pubblicazione a Lodi di un periodico democratico, “La Plebe”, diretto da Enrico Bignami e promosso da un ristretto gruppo di garibaldini, con l’idea di una iniziativa di trasformazione sociale che avrebbe dovuto salire dal basso, dai ceti popolari (la plebe, appunto); era un ulteriore e significativo segnale di spostamento verso il socialismo di intellettuali di formazione radicale e repubblicana15. L’onda lunga dei moti popolari iniziati allora sarebbe stata capace di spingersi fino ai tumulti, alle proteste e ai tentativi insurrezionali promossi dagli internazionalisti nel 1874.

3. Il fattore umano: l’arrivo in Italia di Michail Bakunin (1864)

La storia è fatta – come ben sappiamo – da visioni d’insieme, da contesti politici ed economici, ma poi determinante è il fattore umano: gli uomini e le donne attori della storia, intesi anche nella loro individualità e nei loro percorsi biografici. E allora determinante, nella vicenda che stiamo descrivendo, è sicuramente l’arrivo in Italia nel 1864 del rivoluzionario russo Michail Bakunin.

Dopo una rocambolesca fuga dalla Siberia, dove era stato confinato dal governo zarista, Bakunin raggiunse faticosamente l’Italia perché attirato, affascinato, dal mito di Garibaldi16. Nato nel 1814 (l’anno del Congresso di Vienna), Bakunin era stato uno dei protagonisti del Quarantotto europeo, vissuto a Parigi, ma anche a Praga, Berlino e Dresda. «I primi giorni che seguirono la rivoluzione di febbraio a Parigi furono i più belli nella vita del Bakunin», così Aleksandr Herzen ricordava l’amico in Francia all’inizio del 1848, mentre respiravano insieme l’entusiasmo esploso con la proclamazione della seconda repubblica17. Incarcerato in Sassonia nel 1849, venne poi consegnato alle autorità russe, in mano alle quali rimase fino alla fuga del 1861, che lo avrebbe portato tre anni più tardi ad approdare in Italia.

Bakunin, a differenza di Marx, non parlava di «classe operaia» o di «lotta di classe»; il suo riferimento privilegiato era un popolo misero ed eterogeneo (ma reso compatto dall’indigenza), distribuito prevalentemente nelle zone rurali. Anche per questo, vide nell’Italia, non ancora toccata dalla rivoluzione industriale, il paese ideale nel quale poteva attecchire la propaganda anarchica18.

La forza di attrazione esercitata, anche su Bakunin, dal mito di Garibaldi aveva motivazioni precise. Dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848-49, l’impresa di Garibaldi del 1860 – un’azione militare non convenzionale tesa a liberare le regioni dell’Italia del Sud dalla monarchia assoluta dei Borbone – diede una scossa all’opinione pubblica europea e rilanciò le speranze in iniziative di segno democratico e rivoluzionario. Bakunin si stabilì proprio nell’ex capitale del Regno delle Due Sicilie, Napoli, e la sua propaganda fece proseliti soprattutto tra i militanti repubblicani e democratici napoletani che erano stati vicini a Mazzini e a Garibaldi.

I primi collaboratori di Bakunin in Italia, intorno alla metà degli anni Sessanta, furono Giuseppe Fanelli, Carlo Gambuzzi e altri attivisti nati tra anni Venti e Trenta dell’Ottocento. Si tratta di una generazione, già mazziniana e garibaldina, che avrebbe fatto, per così dire, “da ponte” tra Risorgimento e movimento socialista. Mentre la prima generazione propriamente socialista e anarchica, composta da allievi diretti di Bakunin, è quella dei giovani nati a metà dell’Ottocento. Essi cominciarono a impegnarsi tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo19.

Sono quattro gli esponenti principali e più studiati di questa leva rivoluzionaria: Carlo Cafiero (1846), Andrea Costa (1851), Errico Malatesta (1853) e Francesco Saverio Merlino (1856). Tre di loro provenivano dall’Italia del Sud e, più precisamente, potevano dirsi legati all’ambiente politico e culturale napoletano; mentre Costa era nato a Imola, in Romagna, una regione già sottoposta al dominio dello Stato pontificio (fino al 1859), dove si era radicata nel corso dell’Ottocento una forte cultura politica di opposizione, marcatamente repubblicana e anticlericale.

Questa identità per contrasto del territorio romagnolo si delineò appieno nel momento in cui il volto dell’Italia unita prese le sembianze della coscrizione obbligatoria e delle tasse. Parlare di radicalismo politico in Romagna significa concentrarsi soprattutto sui primi decenni post-unitari, perché, secondo le parole di Roberto Balzani, è in quel periodo che si delinea compiutamente l’immagine della Romagna quale «regione all’opposizione»20.

Oltre alle figure di spicco già citate, la storiografia ha fatto luce almeno in parte, seguendo una sollecitazione venuta da Renato Zangheri, anche sui tratti biografici dei protagonisti minori, dedicando una particolare sensibilità alle scelte di vita spesso laceranti compiute dagli internazionalisti: destini individuali senza gloria, lontani dalle luci della ribalta, ma profondamente segnati dalla militanza rivoluzionaria21. Tanti militanti di secondo piano erano legati ai periodici della stampa rivoluzionaria di provincia. La loro biografia politica è sostanzialmente sovrapponibile alle vicende editoriali di questi fogli militanti, come mostrano alcuni frangenti storici decisivi. Al fallimento dei tentativi insurrezionali del 1874, ad esempio, seguì una vasta azione repressiva del governo: le sezioni dell’Internazionale furono disperse o costrette a operare in clandestinità, i giornali vennero soppressi, gli arresti si moltiplicarono. Molti giovani internazionalisti attraversarono un periodo di riflusso rispetto all’impegno politico, e solo faticosamente riuscirono a riorganizzare compiutamente le proprie attività e le proprie pubblicazioni22.

4. L’esempio della Comune di Parigi (1871)

Per comprendere il moto del 1874, le sue origini e caratteristiche, oltre alla realtà politica e sociale dell’Italia di quegli anni e al ruolo decisivo giocato da singole individualità, bisogna considerare anche alcuni influssi internazionali. Siamo negli anni della Prima internazionale, come detto, ma qui mi voglio riferire soprattutto all’esperienza della Comune di Parigi.

Il tentativo insurrezionale del 1874, che ebbe come fulcro Bologna e la Romagna, ma che interessò anche gruppi rivoluzionari presenti in altre regioni, ad esempio in Toscana e Puglia, che si sarebbero dovuti sollevare seguendo l’impulso proveniente dalla città emiliana, si ispirava alla Comune di Parigi di tre anni prima: la volontà di instaurare un potere rivoluzionario in città, impossessandosi dei luoghi nevralgici del potere, come l’arsenale, il palazzo comunale, ecc.23. Evento decisivo, la Comune, che accelerò l’opera di proselitismo di Bakunin in Italia e il cui effetto sul movimento socialista italiano venne ricordato anche da Costa con parole evocative:

Ricordate, o compagni, il 71 ed il 72? Come aspettavamo trepidanti le nuove di Parigi, come cercavamo gli statuti di questa potente Associazione Internazionale, come leggevamo con ansia ciò che i giornali stessi degli avversari ne scrivevano24.

Nello Rosselli, nel suo pionieristico Mazzini e Bakunin, definì Costa come «una recluta socialista del 1871»25, proprio per chiarire l’importanza periodizzante della Comune nel percorso biografico di molti militanti rivoluzionari. Più precisamente, il reclutamento dell’Internazionale iniziò a essere agevolato dall’esperienza negativa dei volontari che combatterono con Garibaldi sui Vosgi, tra la fine del 1870 e l’inizio del 1871, durante la guerra franco-prussiana. Garibaldi aveva deciso di intervenire in difesa della Francia repubblicana contro l’autoritarismo prussiano, ma il volto reazionario e conservatore che mostrò la nuova repubblica francese deluse profondamente i garibaldini. Ciò favorì il venir meno in molti giovani militanti della fiducia nel programma repubblicano, contribuendo a segnare il passaggio di alcuni reduci garibaldini all’Internazionale26. Un passaggio che divenne ancora più consistente in seguito alle critiche di Mazzini alla Comune di Parigi (marzo-maggio 1871), difesa con forza invece da Bakunin e dallo stesso Garibaldi. Fu questo il frangente decisivo nell’opera di proselitismo del rivoluzionario russo in Italia; fu allora, cioè, che si ingrossarono per la prima volta in maniera consistente i ranghi dell’Internazionale. L’avvenimento della Comune segnò, in questo modo, il confluire di molte forze garibaldine nei manipoli dell’Internazionale.

Alla vigilia dei primi moti internazionalisti, tra la fine del 1873 e il principio del 1874, la consistenza numerica della Federazione italiana dell’Internazionale era già significativa, contando 129 sezioni e 26.704 aderenti27. La rete dei gruppi rivoluzionari era particolarmente fitta nell’Italia centrale e centro-settentrionale: in Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche. Negli anni Trenta dell’Ottocento la Giovine Italia di Mazzini, che aveva anch’essa le caratteristiche di una associazione politica insurrezionale, era arrivata a circa 50 mila aderenti. L’ordine di grandezza non è molto diverso: si parla, in un caso e nell’altro, di alcune decine di migliaia di aderenti.

Tra il 1873 e il 1874, sull’onda emotiva di una conflittualità sociale in aumento (con un netto incremento della frequenza degli scioperi: 103 nel solo 1873 rispetto ai 13 di media annua del decennio precedente)28, gli Internazionalisti italiani si convinsero dell’esistenza di concrete prospettive insurrezionali. Di fronte a un quadro nazionale di netta chiusura al cambiamento, i non-conciliati con lo stato delle cose, i ribelli, intravedevano l’unico sbocco nell’azione diretta. L’azione violenta era, dunque, vista come una necessità e corrispondeva, del resto, non solo al metodo di lotta sostenuto da Bakunin ma anche a non lontane tradizioni cospirative risorgimentali (mazziniane e garibaldine).

5. Epilogo

I tentativi insurrezionali di quel decennio, e il loro fallimento, costituirono la prova del fuoco, l’esperienza che determinò scelte fondamentali e divergenti29. Non penso solo alla “svolta” verso il socialismo riformista di Costa30, ma anche, in maniera diversa, alla riflessione anarchica di Malatesta, che – pur rimanendo seccamente ostile alla partecipazione al voto e al parlamentarismo – imboccherà la via di un «socialismo anarchico» (per usare la sua terminologia)31 più attento al lavoro organizzativo, educativo e propagandistico che non a violente spallate o a repentini gesti dimostrativi.

Malatesta cominciò a parlare apertamente di «anarchismo gradualista» e della importanza della persuasione e della «libera cooperazione» per affermare gli ideali anarchici32. Ciò non significava naturalmente rinunciare alla prospettiva della trasformazione sociale quando si presentasse l’occasione33, come avvenne, quasi cinquant’anni più tardi, con la crisi del primo dopoguerra e il biennio rosso, in un’epoca completamente diversa segnata dalla Rivoluzione russa e da nuovi modelli rivoluzionari.


Note

1 Giuseppe Ceneri, Difesa proferita per Andrea Costa nelle udienze 18 e 19 maggio 1876 del processo degli internazionalisti alle assise di Bologna, Bologna, Zanichelli, 1876, p. 45. Al processo bolognese del 1876 («un processo che fece scalpore») dedica una bella pagina Elena Papadia, La forza dei sentimenti. Anarchici e socialisti in Italia (1870-1900), Bologna, Il Mulino, 2019, p. 123. Della stessa autrice, si veda anche l’approfondimento I processi come «scuole di anarchia». La propaganda sovversiva nelle aule dei tribunali (1876-1894), in “Memoria e Ricerca”, 2018, n. 2, pp. 277-294.

2 Andrea Costa, Annotazioni autobiografiche per servire alle “Memorie della mia vita”, in “Movimento operaio”, 1952, n. 2, pp. 314-356, p. 322.

3 Si riprendono le osservazioni di Paolo Pombeni: All’origine dell’organizzazione dei partiti: il caso dell’Emilia-Romagna (1876-1892), in Ennio Dirani (a cura di), Ravenna 1882. Il socialismo in parlamento, Longo, Ravenna, 1985, pp. 73-104, p. 99.

4 Cfr. Gianni Bosio, Franco Della Peruta (a cura di), La «svolta» di Andrea Costa con documenti sul soggiorno in Francia, in “Movimento operaio”, 1952, n. 2, pp. 287-313, p. 287. Costa aveva subito, in seguito ai fatti del 1874, quasi due anni di carcere preventivo.

5 Cfr. Leo Valiani, Questioni di storia del socialismo, Torino, Einaudi, 1958, p. 88.

6 Carlo De Maria, Andrea Costa e l’Italia liberale. Società, politica e istituzioni tra dimensione locale ed europea, Bologna, Bologna University Press, 2021, cap. 3.

7 Cfr. Fulvio Cammarano, Storia dell’Italia liberale, Roma-Bari, Laterza, 2011, pp. 82-83.

8 Ivi, pp. 85-86.

9 Cfr. Carlo De Maria, Socialisti e anarchici nel ’98 milanese, in Giorgio Sacchetti (a cura di), “Nel fosco fin del secolo morente”. L’anarchismo italiano nella crisi di fine secolo, Milano, Biblion, 2013, pp. 77-87; Id., Volontarismo e slancio utopico alle origini del socialismo italiano, in Carlo Spagnolo (a cura di), Il volontarismo democratico dal Risorgimento alla Repubblica, Milano, Unicopli, 2013, pp. 91-116.

10 Riprendo qui alcune osservazioni che ho svolto in occasione della giornata di studi organizzata dall’Archivio storico della Federazione anarchica italiana, 1874 – Il moto internazionalista e la marcia su Bologna degli anarchici: “Andiamo a fare la rivoluzione”, Imola, 13 dicembre 2024.

11 Leo Valiani, Il movimento operaio socialista in Italia e in Germania dal 1870 al 1920, in Leo Valiani, Adam Wandruszka (a cura di), Il movimento operaio e socialista in Italia e in Germania dal 1870 al 1920, Bologna, Il Mulino, 1978, pp. 7-28.

12 Lewis L. Lorwin, L’internationalisme et la classe ouvrière, Paris, Gallimard, 1933. Il socialismo nasceva nell’Europa del XIX secolo come «aspirazione», ancora piuttosto indistinta, a una «riorganizzazione sociale» animata dallo «spirito ottimista e razionale dell’epoca».

13 Giovanna Angelini, La cometa rossa. Internazionalismo e Quarto Stato. Enrico Bignami e “La Plebe”. 1868-1875, Milano, Franco Angeli, 1994, pp. 9-10.

14 Valeria Deplano, Alessandro Pes, Storia del colonialismo italiano. Politica, cultura e memoria dall’età liberale ai nostri giorni, Roma, Carocci, 2024, p. 21.

15 Angelini, La cometa rossa, cit., p. 12.

16 Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta (1862-1892), nuova ed., Milano, Rizzoli, 1974, pp. 9-17.

17 Ettore Zoccoli, L’anarchia. Gli agitatori – le idee – i fatti. Saggio di una revisione sistematica e critica e di una valutazione etica, ristampa integrale dell’edizione del 1907, Milano, Bocca, 1944, p. 92.

18 Michail Bakunin, Stato e anarchia, traduzione di Nicole Vincileone e Giovanni Corradini, Milano, Feltrinelli, 1996 (ed. or. 1873). Si vedano anche le importanti osservazioni di Giampietro Berti, in Michail Bakunin, La libertà degli uguali, a cura di G. Berti, Milano, Elèuthera, 2009, pp. 202-203.

19 Cfr. Carlo De Maria, La prima generazione: il magistero di Bakunin, i tentativi insurrezionali e le scelte successive, in Giampietro Berti, Carlo De Maria (a cura di), L’anarchismo italiano. Storia e storiografia, Milano, Biblion, 2016, pp. 109-125. Si veda anche Carlo De Maria, Metodo biografico e scansioni generazionali nello studio del socialismo anarchico italiano, ivi, pp. 91-108.

20 Cfr. Roberto Balzani, La Romagna, Bologna, Il Mulino, 2001; Roberto Balzani, Giancarlo Mazzuca, Amarcord Romagna. Breve storia di una regione (e della sua idea) da Giulio Cesare a oggi, Bologna, Minerva, 2016.

21 Cfr. Renato Zangheri, Storia del socialismo italiano. Volume primo. Dalla Rivoluzione francese a Andrea Costa, Torino, Einaudi, 1993.

22 Per un caso di studio particolarmente importante: Luigi Balsamini, Federico Sora (a cura di), Periodici e numeri unici del movimento anarchico in provincia di Pesaro e Urbino. Dall’Internazionale al fascismo (1873-1922). Bibliografia e collezione completa, Fano, Archivio-Biblioteca Enrico Travaglini, 2013.

23 Sul «fattore urbano» della Comune di Parigi, si rilegga Mariuccia Salvati, La Comune di Parigi, marzo-maggio 1871. Storia e interpretazioni, Roma, Edizioni dell’Asino, 2021 (I ed. 1980), pp. 20-32.

24 Andrea Costa, Bagliori di socialismo, Firenze, Nerbini, 1900, cit. in Enrico Zanette, Criminali, martiri, refrattari. Usi pubblici del passato dei comunardi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2014, p. 29. Come segnala Zanette, questi ricordi erano stati pubblicati per la prima volta nel 1880 sulle pagine dell’Almanacco socialista de “La Plebe”.

25 Nello Rosselli, Mazzini e Bakunin. Dodici anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), Torino, Einaudi, 1967 (I ed. 1927), p. 252.

26 Angelini, La cometa rossa, cit., p. 11.

27 Masini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta, cit., pp. 84-85.

28 Cammarano, Storia dell’Italia liberale, cit., p. 66.

29 Ci si riferisce, qui, sia agli avvenimenti del 1874 che a quelli del 1877 nel Matese, sui quali si veda Pier Carlo Masini, Gli Internazionalisti. La Banda del Matese (1876-1878), Milano, Avanti, 1958.

30 Non si trattò, peraltro, di un secco passaggio dall’anarchismo alla socialdemocrazia, come è stato talvolta descritto, bensì di un percorso di maturazione politica e umana verso un socialismo ancora profondamente vicino all’idea del federalismo libertario, ma via via sempre più aperto al gradualismo e alla lotta parlamentare. Cfr. De Maria, Andrea Costa e l’Italia liberale, cit., cap. 2.

31 Luigi Fabbri, Malatesta. L’uomo e il pensiero, Napoli, RL, 1951, p. 237.

32 Errico Malatesta, Anarchismo e gradualismo, in “Pensiero e Volontà”, Roma, a. II, n. 12, 1.10.1925, poi compreso in Errico Malatesta, Individuo, società, anarchia: la scelta del volontarismo etico, a cura di Giampietro Berti, Roma, E/O, 1998, p. 26.

33 Errico Malatesta, Il gradualismo anarchico, “Umanità Nova”, Roma, a. III, n. 191, 7.10.1922, p. 63.