
In apertura: fotogramma estratto dalla pellicola Un re a New York (Charlie Chaplin, 1957).
1. Chaplin, la politica, lo Stardom
Abbiamo già evidenziato come le accuse di bolscevismo sovversivo mosse a Chaplin dai settori più reazionari e conservatori americani siano inconsistenti e persecutorie, dato che gli agenti stessi dell’FBI non riescono a trovare testimoni attendibili contro l’attore1. Tuttavia, è però vero che Chaplin in più occasioni si produce in affermazioni nelle quali mostra simpatia per il materialismo dialettico. Delle sue presunte simpatie “rosse”, del resto, si inizia a parlarne già all’inizio degli anni Venti e nel 1920, durante le fasi di divorzio da Mildred Harris, attrice cinematografica e prima moglie di Chaplin, è la stessa donna che dichiara come Charlie non sia un socialista2. Nel 1921, invece, durante il primo viaggio da star verso l’Europa, sono i cronisti che gli chiedono ossessivamente se egli sia un bolscevico e se ritenga più grande Lenin o Lloyd George3. Chaplin stesso ricostruisce i passaggi di quel viaggio a bordo del transatlantico Olympic nel suo My Trip Abroad, diario pubblicato prima a puntate su vari giornali americani e poi come volume unico nel 19224. Già nelle fasi di spostamento da Los Angeles alla East Coast, Chaplin ricorda come siano prima il District Attorney di Chicago e poi una giornalista al Ritz di New York a chiedergli se egli sia un bolscevico. Sorprendente è la risposta data dall’attore alla cronista: «Io sono un artista. Mi interessa la vita. Il bolscevismo è una nuova fase della vita. Devo essere interessato a esso»5. Lo stesso copione si ripete quando la nave arriva al porto di Cherbourg, in Francia, con i cronisti che assalgono Chaplin e gli chiedono di rilasciare dichiarazioni sulla questione irlandese, sulla Russia, su Lenin e sul bolscevismo, alle quali egli replica sostenendo di essere un semplice artista e non un politico, e che – però – ammira Lenin perché esprime una nuova idea6.
Nel medesimo testo Chaplin si spinge ancora oltre, sostenendo di nutrire il desiderio di incontrare personalità come Lenin e Trockij, ma ciò non deve trarre in inganno, dato che i due sono menzionati in una lista di cui fanno parte anche il Primo ministro inglese liberale Lloyd George e il Kaiser Guglielmo II7. Del resto, con la celebrità Chaplin viene introdotto nei salotti importanti d’Occidente e finisce per conoscere in prima persona leader politici carismatici e magnati dell’industria, così come scrittori socialisti e sindacalisti rivoluzionari. Le personalità illustri che Chaplin conosce e frequenta sono innumerevoli e si posizionano lungo tutto lo spettro politico: da A.P. Giannini (direttore di quella che diventerà Bank of America) agli scrittori socialisti Upton Sinclair e Frank Harris; da George Bernard Shaw e H.G. Wells agli aristocratici e parlamentari conservatori inglesi Lady Astor e Sir Philip Sassoon; dal sindacalista irlandese Jim Larkin a William Randolph Hearst. E poi ancora Einstein, Ejzenstejn, Churchill, Gandhi, l’aristocratico e fascista inglese Oswald Mosley, Bertolt Brecht ed Aldous Huxley, Nikita Kruscev ed il Primo ministro maoista Zhou Enlai8. Addirittura, durante il viaggio in Europa degli anni Trenta, vengono presi contatti per un incontro con Mussolini che però non avrà mai luogo9. Un elenco simile, totalmente trasversale dal punto di vista politico, sembra molto poco caratteristico del militante comunista. Esso ci mostra, in realtà, come Chaplin sia calato fin dal primo periodo americano all’interno di quella rete di relazioni tipiche dello Star System che hanno a che fare tanto con le modalità attraverso le quali le stelle del cinema devono legarsi off-screen ad altre personalità illustri per poter essere riconosciute performativamente come tali, quanto con quei privilegi caratteristici delle classi agiate che portano quanti sono famosi ad aver accesso a circoli e salotti esclusivi. In dinamiche del genere è in atto un processo reciproco di influenza in cui la celebrità dell’uno si nutre di quella dell’altro ed entrambe si rinforzano vicendevolmente nella relazione intima tra capitale simbolico e capitale relazionale. La star può accreditarsi all’interno di milieu dove si esercitano potere e influenza, acquisendo quella agency politico-spettacolare che poi porterà alle forme di Celebrity Politics e di Pop Politics del contemporaneo (si pensi alle parabole di Reagan, Trump, Schwarzenegger e altri), mentre coloro i quali esercitano realmente le leve del potere politico, industriale e finanziario, possono accreditarsi a livello mediatico e sociale come personalità che godono benjaminianamente di un’aura popolare e mercatabile.
Ora, sebbene sia Chaplin stesso a definire il materialismo dialettico come unico elemento che abbia mai contribuito a ridurre la miseria umana10, risulta difficile definirlo bolscevico. Un elemento che non va mai trascurato su Chaplin – e sul quale Freud stesso ha modo di insistere – è il ricordo traumatico della propria indigenza in età infantile che definisce la maschera del Vagabondo, portando l’attore ad essere terrorizzato dal timore di poter tornare povero, tanto da essere talvolta dipinto come un avaro ed un incallito evasore fiscale11. Traumatizzato dalla violenza di classe esperita nell’Inghilterra vittoriana ed edoardiana delle workhouse, il Charlie adulto diventa sensibile a qualsiasi politica che possa migliorare le condizioni di vita delle classi subalterne. Rob Wagner, che inizia a lavorare con Chaplin nel 1915 come suo assistente, spiega come l’attore inizi negli anni Dieci a leggere diversi libri di sociologia, comprendendo come nella società siano attive delle forze nascoste che il socialismo mette in luce12. È lo stesso Wagner, tuttavia, che avverte come Charlie non sia propriamente per il socialismo, ma per un capitalismo controllato13. Chaplin stesso, infatti, racconta come l’inizio del proprio interesse per il socialismo risalga all’inizio della propria amicizia con Upton Sinclair e ad una domanda che lo scrittore gli pone circa la propria fiducia nel sistema capitalistico14. Decisive sono, in tal senso, alcune esternazioni prettamente economiche di Chaplin, come quelle in cui fornisce la propria ricetta per uscire dalla crisi del 1929: riduzione dell’orario di lavoro; promozione della circolazione del denaro in Europa; creazione di una moneta mondiale; agganciamento della moneta all’oro; mantenimento del potere d’acquisto e della produzione; riduzione della disoccupazione; introduzione di un salario minimo15. Più o meno nel medesimo periodo, durante il viaggio europeo del 1931, ospite di Lady Astor, sostiene che vadano ridotti il perimetro dello Stato e i suoi costi; che andrebbe imposta la proprietà pubblica delle banche per controllare i prezzi; infine, che l’impresa privata andrebbe limitata quando i suoi interessi divergono da quelli della maggioranza della popolazione16. Qualche anno più tardi, al riguardo, Chaplin sarà ancora più esplicito: «Io credo nell’iniziativa privata, ma nell’abuso dell’iniziativa privata no, non ci credo»17.
2. Ralph Waldo Emerson e la matrice libertaria di Chaplin
Quelle di Chaplin non ci sembrano tanto considerazioni tipiche di un comunista convinto. Eppure, in Chaplin è possibile riscontrare un’impronta politica profonda che è quella lasciata dall’anarchismo americano, in particolar modo dal pensiero di Emerson: in fin dei conti, sono diversi gli indizi che ci portano a vedere in Chaplin uno spirito libertario. In primo luogo, è lo stesso attore che lo dice apertamente alla cronista Ella Winter per un’intervista che viene pubblicata sul “New York Times Magazine” nel 1960, quando sostiene che «per quanto riguarda la politica, sono anarchico. Detesto i governi e le norme e le… pastoie… Non sopporto di vedere gli animali in gabbia… Gli individui devono essere liberi»18. In secondo luogo, è Dan James, scrittore che l’aiuta a lavorare a Il dittatore, che racconta come sia Chaplin stesso a definirsi un anarchico19. In terzo luogo, è il drammaturgo Clifford Odets che definisce anarchico Chaplin in una intervista per il “Los Angeles Mirror” del 1960 che finisce nel faldone dell’FBI20. Ricostruzioni circa l’anarchismo di Chaplin derivano anche dal memoriale di Harry Crocker, giornalista e fidato amico di Charlie che ne riporta un profilo particolarmente allergico a qualsiasi forma di governo21.
In America esiste una duplice matrice anarchica: la prima, indigena, si sviluppa nei primi anni del XIX secolo e si caratterizza per un marcato individualismo; la seconda, erede del socialismo rivoluzionario tedesco del tardo Ottocento, è collettivista22. In Nord America esiste una consolidata tradizione di ostilità verso lo Stato e di strenua difesa dell’autonomia personale, della proprietà privata, del diritto alla vita, alla libertà ed alla ricerca della felicità, che si è espressa mediante autori come Emerson, Whitman e Thoreau23. Emerson può essere considerato come uno dei padri del pensiero libertario americano, sebbene non sia possibile considerarlo a pieno titolo come un anarchico per la sua teoria sullo Stato come male necessario24. L’importanza di Emerson per la formazione del libertarismo americano risulta esplicita già a fine Ottocento, quando Charlotte Wilson cita Emerson per definire l’anarchia come protesta morale e intellettuale contro una società che «è ovunque in cospirazione contro l’umanità di ciascuno dei suoi membri»25. Il giovane Charlie che nel 1910 arriva negli Stati Uniti è un ventenne che non è mai riuscito a frequentare per più di due settimane la scuola, tanto da essere costretto ad abbandonarla definitivamente alla morte del padre, nel 1902, per poter lavorare e guadagnare qualche soldo26. Tale situazione lo porta, in età adulta, ad essere lento nel leggere, ma ad avere una ferrea volontà nell’acculturarsi da autodidatta27. Al giornalista Emil Ludwig – che incontra durante il proprio viaggio in Europa degli anni Trenta – confessa che la propria biblioteca essenziale è composta da Bibbia, Shakespeare, Plutarco, Boswell, Burton, Nietzsche, Emerson, Ingersoll28. La fondamentale formazione politico-culturale di Chaplin avviene proprio quando ritorna definitivamente negli Stati Uniti. Lo racconta Chaplin nella propria autobiografia, quando spiega che, non appena tornato in America, va a vivere da solo e sfrutta l’occasione per acculturarsi e leggere autori come Ingersoll, Schopenhauer, Poe, Twain, Whitman e altri29. Tuttavia, è Ralph Waldo Emerson che si rivela fondamentale per l’attore, tanto che egli scrive: «Poi feci la scoperta di Emerson. Dopo aver letto il suo saggio sulla “Fiducia in se stessi” ebbi l’impressione che mi fosse stato concesso un prezioso diritto di primogenitura»30.
In Fiducia in se stessi Emerson ha come iniziale obiettivo polemico il conformismo e la pressione da esso prodotta sull’uomo per rinunciare alla propria libertà ed alla cultura in cambio del soddisfacimento di interessi personali minimi e parziali31. Per Emerson il conformismo, amando le consuetudini, finisce per inibire la creatività; pertanto, essere anticonformisti diventa la chiave per essere davvero umani. Il cieco rispetto per nomi, etichette, grandi società e defunte istituzioni, diviene pericolosa forma di conformismo e oppressione sociale e, da questo punto di vista, persino il bene e il male finiscono per divenire delle categorie personali e non universali, giacché “giusto” è tutto ciò che è consono alla costituzione del singolo, mentre “ingiusto” è tutto ciò che gli si oppone32. Emerson finisce per dichiararsi contrario alla filantropia, dato che la malizia e la vanità possono indossare i suoi panni e celare una condizione in cui le virtù sembrano penitenze con le quali espiare una qualche colpa ontologica dell’essere umano: gli uomini davvero virtuosi sono in grado di compiere azioni che danno prova di coraggio e carità, e che sono testimonianza di una vita vissuta con pienezza33. Più avanti evidenzia come la solidarietà sia meschina, in quanto porta a compatire il sofferente anziché scuoterlo in modo energico e spingerlo ad aiutarsi da sé34. Assieme al conformismo, altro grande fenomeno che ostacola il sé genuino è la coerenza: essa costringe gli uomini ad adeguarsi alle proprie passate azioni per poter essere giudicati dagli altri e ciò comporta la tendenza a omologare pensieri e comportamenti presenti e futuri a quelli del passato, ovvero alla creazione di consuetudini che, obbligando alla coerenza, imbrigliano l’individuo all’interno di schemi di comportamento predeterminati che, replicando all’infinito un unico stato dell’essere, impediscono progresso, avanzamento e miglioramento35. Risultano, in tal senso, paradigmatiche le stesse parole di Chaplin che identifica come radice dei propri problemi quell’anticonformismo che lo porta a schierarsi apertamente in favore dell’Unione Sovietica e dell’apertura di un secondo fronte in Europa durante le concitate fasi dell’assedio di Stalingrado, nonostante l’odio diffuso verso il socialismo negli States36. Risulta chiara anche la matrice dell’interesse di Chaplin per il socialismo e finanche per la questione dell’indipendenza indiana: il comunismo, in quanto azione diretta e sollevazione popolare delle classi popolari, diventa laboratorio politico di autodeterminazione e di innovazione profonda e radicale del modo di produzione e delle sue epifanie culturali, una nuova fase hegeliana della storia dell’umanità, ed è lo stesso Chaplin a spiegarlo mentre è ospite a cena di Churchill, quando sostiene che «i Gandhi e i Lenin non danno inizio alle rivoluzioni. Loro sono forzati dalle masse e in genere danno voce ai voleri del popolo»37. Conformismo, consuetudine e passività degli individui diventano, così, forme di un capitalismo conservatore e reazionario incarnato da Wilson – che l’attore definisce «lugubre»38 – e dalla sua trickle-down economics.
Ulteriori obiettivi polemici di Emerson diventano l’omologazione alle leggi ed alle consuetudini dei ceti possidenti cristallizzate nello Stato e nel privilegio ereditario. La percezione indomitamente libera dell’infante e dell’animale deve, ad avviso di Emerson, permeare anche l’uomo di strada affinché si convinca che tra lui, i re, i principi e gli eroi, non esistono differenze: il mondo ordinato in base ai re ed alle loro leggi implica che gli uomini tollerino con gioiosa lealtà che re, nobili o grandi proprietari terrieri agiscano imponendo una propria personale e parziale scala di valori cui la gente finisce per conformarsi39. Liberarsi dai condizionamenti comporta la scomparsa di tutte le strutture e le sovrastrutture legate al passato (strumenti, insegnamenti, testi, templi) con l’anima istintuale che «vive ora, nel presente, e assorbe passato e futuro nell’ora presente»40. Proprio tale rifiuto della consuetudine è da alcuni considerato come rifiuto di qualsiasi regola, ma per Emerson ciò non fa altro che manifestare una filosofia spicciola che serve a stringere il cappio attorno al collo degli uomini: il superamento dello Stato e delle sue leggi si compie attraverso la coscienza personale che rifiuta il dovere (il rispetto di usanze e leggi) ed esercita la propria morale portando alla rettitudine senza obbedire alle leggi degli uomini41. In tal modo, anche il privilegio economico diviene obiettivo polemico di Emerson, dato che istituzioni religiose, civili ed educative, sono guardiane della proprietà privata e dei suoi privilegi ereditari42. Per Emerson, l’uomo nuovo che ha realmente fiducia in se stesso disprezza i beni materiali e la proprietà, soprattutto quando questa è frutto di eredità, dono, caso o crimine. Da questo punto di vista, siamo all’apoteosi della celebrazione del self-made man che Chaplin incarna attraverso la propria personalissima parabola che lo porta dalle zone povere di Londra sud al gotha della celebrità globale rispecchiandosi nella maschera di Charlot. Il personaggio del Vagabondo vive in maniera profonda la propria totale alterità rispetto al sistema di valori, alle norme e alle gerarchie della società ufficiale e del suo modo di produzione basato sullo sfruttamento. Lo vediamo in maniera esplicita nella sua estrema fisicità, nel suo essere carne viva che intende solo soddisfare i propri bisogni elementari (affetto, cibo, riposo, protezione, socialità, creatività) – si pensi, in modo paradigmatico, al sogno di detronizzare il re in His Prehistoric Past (1914), alla denuncia della venalità della religione in Police (1916), alla relazione speculare che questi vive con il randagio in Vita da cani (1918) ed a quella pedagogia degli oppressi ante litteram cui assistiamo ne Il monello (1921) in cui l’adulto cospira con l’infante per crearsi una nicchia ecologica entro la quale rifugiarsi dal disciplinamento dell’autorità costituita. Lo vediamo nei calcioni nel sedere che rifila alla polizia in quanto incarnazione dell’autorità43. Lo vediamo nell’astio che Chaplin e le classi popolari che in esso si rispecchiano nutrono per le classi agiate e nel godimento scatenato dalle loro disavventure44. Lo vediamo, soprattutto, nei due protagonisti di Tempi moderni (1936) che Chaplin vede come l’unica speranza per l’umanità: chiedono l’elemosina, rubano, prendono in prestito; sono spiriti gioiosi che vivono di espedienti, come bambini, senza senso di responsabilità, mentre il mondo degli adulti è schiacciato dai doveri. Concordiamo con Robinson quando scrive che «il Vagabondo è in fin dei conti un anarchico confesso»45.
Note
1 Marco Colacino, Patriota dell’umanità, cittadino del mondo. Sulla militanza e sulla persecuzione politica di Charlie Chaplin, in “Clionet”, 2023, vol. 7, pp. 141-148.
2 David Robinson, Chaplin. La vita e l’arte, Venezia, Marsilio, 2005, p. 280.
3 Ivi, p. 295; p. 299.
4 Charlie Chaplin, My Trip Abroad, New York-London, Harper & Brothers, 1922.
5 Ivi, p. 8 (traduzione mia).
6 Ivi, p. 37.
7 Ivi, p. 139.
8 Cfr. Charlie Chaplin, La mia autobiografia, Fidenza, Mattioli, 2011.
9 Charlie Chaplin, A Comedian Sees the World, ed. Lisa Stein Haven, Columbia, University of Missouri Press, 2014, p. 124.
10 Chaplin, La mia autobiografia, cit., p. 490.
11 Cfr. Richard Carr, Charlie Chaplin. A Political Biography from Victorian Britain to Modern America, New York, Routledge, 2017.
12 Ivi, pp. 88-89.
13 Ibid.
14 Chaplin, La mia autobiografia, cit., p. 362.
15 Robinson, Chaplin, cit., pp. 492-494.
16 Chaplin, A Comedian Sees the World, cit., pp. 44-45.
17 Charlie Chaplin, Opinioni di un vagabondo. Mezzo secolo di interviste, a cura di Kevin J. Hayes, Roma, Minimum Fax, 2017, p. 202.
18 Ivi, p. 211.
19 Robinson, Chaplin, cit., p. 528.
20 File 100-127090 PARTE X, pp. 126-127.
21 Carr, Charlie Chaplin, cit., pp. 94-95.
22 George Woodcock, L’anarchia. Storia delle idee e dei movimenti libertari, Milano, Res Gestae, 2022, p. 401.
23 Peter Marshall, Demanding the Impossible. A History of Anarchism, Oakland, PM Press, 2010, p. 111.
24 Woodcock, L’anarchia, cit., pp. 401-402.
25 Robert Graham (ed.), Anarchism. A Documentary History of Libertarian Ideas. Volume One: From Anarchy to Anarchism (300 CE to 1939), Montreal-New York, Black Rose Books, 2005, p. 130.
26 Robinson, Chaplin, cit., pp. 43-44.
27 Chaplin, A Comedian Sees the World, cit., p. 88.
28 Ibid.
29 Chaplin, La mia autobiografia, cit., p. 141.
30 Ibid.
31 Ralph Waldo Emerson, Fiducia in se stessi, in Tommaso Pisanti (a cura di), Natura e altri saggi, Milano, BUR Rizzoli, 1998, pp. 91-95.
32 Ivi, p. 96.
33 Ivi, pp. 96-98.
34 Ivi, p. 117.
35 Ivi, pp. 100-102.
36 Chaplin, La mia autobiografia, cit., pp. 487-488.
37 Chaplin, A Comedian Sees the World, cit., p. 51.
38 Chaplin, La mia autobiografia, cit., p. 395.
39 Emerson, Fiducia in se stessi, cit., pp. 105-106.
40 Ivi, p. 108.
41 Ivi, pp. 114-115.
42 Ivi, pp. 124-126.
43 Robinson, Chaplin, cit., p. 207.
44 Ivi, p. 218.
45 Ivi, p. 495.
