
In apertura: dito medio della mano destra di Galileo (© Museo Galileo, Firenze).
1. Introduzione
Debbo in ultimo far palese che in congiuntura che fu disumato il Cadavere del Galileo, dal Proposto Ant. Francesco Gori fu preso il dito indice del nostro Astronomo, che in vita si gloriava quel Sacerdote di possedere, come se avesse potuto transfondere in lui, (che era un puro Antiquario) una qualche scintilla di quella indubitata, e veritiera Scienza Geometrica sì altamente posseduta da quell’eminente Filosofo, per allontanarlo dalle visioni forse troppo comuni a quelli, che soltanto fondano la loro dottrina nella incerta Scienza Antiquaria1.
Così Giovanni Battista Clemente Nelli, nella sua Vita e commercio letterario di Galileo Galilei (1793), con malcelata ironia e non senza una punta d’invidia, riferiva del gesto furtivo col quale, il 12 marzo 1737, nel corso della cerimonia di traslazione della salma di Galileo dall’originario luogo di sepoltura all’erigendo sepolcro monumentale nella basilica di Santa Croce, Anton Francesco Gori asportava il dito medio della mano destra2 dalle spoglie mortali di Galileo per aggiungerla alla sua personale collezione – comprendente anche un calco della maschera di Dante – di «simboli e feticci di un passato avito da venerare più che da comprendere»3. Nelli, all’epoca poco più che decenne, non era presente quella sera del 12 marzo e pertanto non poté osservare in prima persona che, oltre al dito medio prelevato da Gori, Antonio Cocchi e Vincenzo Capponi si appropriarono di altre due dita, di un dente e di una vertebra; tuttavia, il giovane sarebbe stato di lì a poco celebrato quale promotore della realizzazione del sepolcro nell’epigrafe redatta da Simone di Bondo Peruzzi, e ciò in quanto, quale erede di Vincenzo Viviani, egli era vincolato, secondo quanto disposto dall’ultimo discepolo di Galileo, a finanziare la costruzione del mausoleo per poter entrare in possesso del lascito testamentario4.
Alla morte di Gori, nel 1757, il dito di Galileo passò ad Angelo Maria Bandini, suo pupillo e direttore della biblioteca Laurenziana, il quale «a guisa di una reliquia lo pose in un’urna di cristallo»5 e lo espose nella biblioteca da lui diretta, dove rimase fino al 1841, quando fu trasferito nella nuova Tribuna di Galileo del Museo di Fisica e Storia Naturale, il “santuario scientifico” voluto dal direttore del Museo, Vincenzo Antinori, e dal Granduca Leopoldo II di Lorena allo scopo di accogliere le venerande reliquie di Galileo e dei suoi discepoli6. Da qui, il cimelio passò al Museo di Storia della Scienza, l’istituzione nata nel 1930 in seguito all’Esposizione nazionale di Storia della Scienza tenutasi l’anno precedente, e oggi che quel museo è stato riallestito e rinominato “Museo Galileo” troneggia al centro della sala dedicata alla “nuovo mondo” dello scienziato pisano7. Non è scopo di questo saggio indagare la costruzione e la diffusione della mitografia galileiana né, tantomeno, analizzare come la figura di Galileo sia stata messa al servizio di ideologie politiche; neppure ci proponiamo di ricostruire i diversi allestimenti museali delle collezioni scientifiche fiorentine. Più modestamente, l’obiettivo è rintracciare il filo conduttore che storicamente lega le esperienze fiorentine di musealizzazione della scienza, e ciò in quanto a Firenze, più che altrove, tale processo ha assunto caratteristiche peculiari dovute tanto all’impatto del cosiddetto “caso Galileo” quanto alla necessità di stabilire una continuità con il “rinascimento” artistico e letterario fiorentino, la cui straordinarietà era nel XVIII secolo già ampiamente riconosciuta e rivendicata come fattore identitario8. Nel far ciò, prima ancora che alle collezioni in sé, ci rivolgeremo alle narrazioni sviluppatesi intorno ad esse. Nel caso fiorentino, infatti, la narrazione museale precede la disponibilità dell’oggetto da musealizzare e anzi ha in parte lo scopo di renderlo disponibile. Questo, come si vedrà, ha fatto sì che sin dalle sue origini la gestione delle collezioni scientifiche sia stata caratterizzata come una pratica fortemente politicizzata, in cui finalità e ambizioni “altre” rispetto alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale hanno spesso assunto una dimensione preponderante.

Fig. 1. Palazzo dei Cartelloni, cartiglio con le parole rivolte alla città di Firenze (© Museo Galileo, Firenze).
2. Un sepolcro per Galileo
Galileo esala l’ultimo respiro l’8 gennaio 1642. Al suo capezzale, nella villa di Arcetri, vi sono, tra gli altri, il figlio Vincenzo e gli allievi Evangelista Torricelli e Vincenzo Viviani. Immediatamente, la gestione dei resti mortali dello scienziato pisano appare, a coloro che furono direttamente coinvolti in essa, una delicatissima questione politica il cui significato va ben oltre l’opportunità di riconoscere i giusti meriti a un grand’uomo. Rendere grandi onori pubblici a Galileo – al corpo di Galileo – significa in primo luogo legittimare e valorizzare un enorme lascito culturale, una rinnovata concezione del sapere, un nuovo modo d’intendere la libertà intellettuale. Come acutamente osservato da Paolo Galluzzi, «i tentativi di dare onorata sepoltura a Galileo non vanno insomma inseriti, come di solito si è fatto, nel quadro dell’agiografia magari emotivamente intensa ma intellettualmente irrilevante della riconoscenza dei Granduchi e dei discepoli verso il Maestro, o della preconcetta e astiosa opposizione dell’autorità ecclesiastica. […] Le motivazioni e le finalità che guidarono i progetti via via elaborati rispondevano infatti all’esigenza fondamentale di garantire il pieno reinserimento dell’eredità galileiana nel dibattito culturale ufficiale»9. Dare degna sepoltura a Galileo, in altre parole, si configura sin dal principio come un progetto di musealizzazione.
Che tale fosse il proposito era peraltro ben chiaro a coloro i quali si opponevano al riconoscimento pubblico della grandezza del defunto. A Galileo, in seguito al processo «dichiarato eretico, temerario, contradditore alle Scritture […], avvisato, esaminato, condannato»10, non potevano evidentemente essere tributate le solenni celebrazioni che i discepoli e i sovrani medicei auspicavano. All’indomani della morte, al termine di una frugalissima, semiclandestina cerimonia, il corpo di Galileo viene di fatto rimosso dall’orizzonte pubblico e occultato in uno stanzino sottostante il campanile di Santa Croce. Francesco Niccolini, residente mediceo a Roma, viene prontamente convocato da Urbano VIII e gli è subito chiarito come non sarebbe stato “punto d’esempio al mondo” se il Granduca avesse davvero avuto in animo, così come al pontefice era stato riferito, di realizzare un sontuoso monumento funebre in onore di Galileo11. A farsi carico della complicata impresa fu soprattutto Vincenzo Viviani, l’ultimo discepolo, il quale per tutta la vita s’affaticò affinché il maestro fosse riabilitato12. Date le avverse circostanze, la prima musealizzazione della figura di Galileo prende le forme di un omaggio privato pensato tuttavia per una fruizione pubblica. È il cosiddetto “palazzo dei Cartelloni”, così chiamato per via dei due grandi cartigli posti ai lati del portone d’ingresso13.
Impossibilitato a presentare cimeli e reliquie e costretto a tenere un profilo relativamente basso, Viviani mise in mostra sulla facciata del palazzo una narrazione dell’opera di Galileo in cui alla celebrazione delle scoperte veniva legata una sfumatura politico-civile a carattere identitario che sarebbe tornata immancabilmente nelle musealizzazioni successive. Le parole dei due cartigli, infatti, si rivolgono rispettivamente ai passanti e alla città di Firenze, con il primo che ricorda le scoperte di Galileo e il secondo che rivendica la gloria da esse procurata alla città. È proprio in questo secondo cartiglio che Viviani pone i fondamenti per la costruzione di una “tradizione galileiana” come parte integrante dell’identità fiorentina: forzando e piegando ai propri obiettivi il dato documentale, Viviani fa coincidere la data di morte di Michelangelo con quella di nascita di Galileo, stabilendo con ciò una genealogia diretta che permette di considerare l’eccellenza artistica e quella scientifica come aspetti particolari del medesimo “genio” toscano14.
La musealizzazione della scienza galileiana, dunque, procede non dagli strumenti e dalle reliquie, ma dall’elaborazione di una narrazione pubblica in funzione della quale quegli strumenti e quelle reliquie saranno poi presentati al pubblico una volta disponibili. Lo scopo immediato di Viviani è quello di creare condizioni favorevoli alla costruzione di un appropriato sepolcro per Galileo, opera che egli non riuscirà a vedere compiuta, ma alla quale nondimeno contribuirà legando il suo lascito testamentario all’impegno, da parte degli eredi designati, a realizzarla. Bisognerà attendere la fine del governo di Cosimo III e l’ascesa al trono di Gian Gastone de’ Medici, nel 1723, affinché le condizioni auspicate da Viviani vengano finalmente in essere. Ritrovatosi a gestire uno stato in decadenza, l’ultimo granduca mediceo intraprende coraggiose riforme per emancipare il granducato dalle influenze ecclesiastiche che, sotto Cosimo III, si erano fatte sempre più asfissianti. In questo rinnovato clima politico la costruzione del monumentale sepolcro di Galileo in Santa Croce diviene un fatto politico di primaria importanza e la cerimonia con la quale, nel 1737, il corpo dello scienziato viene traslato nel nuovo luogo di sepoltura un evento simbolico intorno al quale si condensano le aspirazioni civili e politiche delle fasce sociali e culturali fiorentine più sensibili alle istanze di riforma e modernizzazione, in un clima di velato anticlericalismo per molti versi opposto alla “conciliazione” auspicata da Viviani. L’enorme valore simbolico dell’evento è ben confermato dai contrastanti resoconti coevi, che abbondano di omissioni ed esagerazioni: nelle efficaci parole di Paolo Galluzzi, «quella sera ognuno dei testimoni osservò ciò che ritenne conveniente vedere, cancellando dalla memoria i particolari che potevano pregiudicare il disegno che aveva ispirato quella solenne cerimonia»15.
Nel resoconto del notaio Cammillo Piombanti non si fa menzione del fatto che dal cadavere di Galileo furono asportati tre dita, una vertebra e un dente. Tra questi v’era il dito medio di cui s’appropriò Anton Francesco Gori, che fu immediatamente posto in un’urna divenendo così il primo “cimelio” galileiano a essere musealizzato. In tal modo, un gesto apparentemente macabro e devozionale sancì la definitiva sacralizzazione di Galileo: lungi dall’essere un mero atto di pietas postuma, la recisione e la musealizzazione del dito di Galileo rappresentano un atto fondativo col quale si pongono le basi di una narrazione pubblica attraverso la scienza e le sue collezioni, una narrazione particolare, con forti implicazioni per la costruzione dell’identità toscana e, per estensione, italiana.
3. L’invenzione della tradizione
La sera del 12 marzo 1737, il coltello col quale Giovanni Vincenzio Capponi recise il pollice e l’indice della mano destra di Galileo fu fornito da Giovanni Targioni Tozzetti, che “a caso” se lo ritrovava in tasca16. Tozzetti, all’epoca venticinquenne, è presente alla cerimonia in quanto Lettore di Botanica dello Studio Fiorentino, incarico assunto da pochi mesi in seguito alla morte del suo maestro Pier Antonio Micheli. Studioso di vasta erudizione, Targioni Tozzetti si occupa, nel corso della sua carriera di argomenti legati alla storia naturale della Toscana e frequenta i più importanti circoli culturali di Firenze. Nel campo della storia della scienza, la sua fama è legata principalmente alle Notizie degli aggrandimenti delle scienze fisiche accaduti in Toscana nel corso di anni XL del secolo XVII, monumentale opera in tre tomi e quattro volumi pubblicata a Firenze da Giuseppe Bouchard nel 178017.

Fig. 2. La tribuna di Galileo ai primi del Novecento (© Museo Galileo, Firenze).
Le Notizie degli aggrandimenti nascono dalla richiesta del Granduca Pietro Leopoldo di raccogliere informazioni sull’Accademia del Cimento, la cui strumentazione superstite, vista personalmente da Targioni Tozzetti intorno al 1740, era stata in parte trasferita a Vienna nel 1746 per ordine dell’imperatore Francesco Stefano e in parte spostata da Palazzo Pitti a Palazzo Torrigiani quando, nel 1775, fu in quel luogo stabilito il Regio Museo di Fisica e Storia Naturale. Andando ben oltre le richieste di Pietro Leopoldo, Targioni Tozzetti allestisce una monumentale storia documentaria della “Revoluzione, o Rinnovazione” scientifica avvenuta in Toscana tra il 1610 e il 1670, di cui Galileo fu iniziatore, ma i cui veri artefici, secondo Targioni Tozzetti, furono i Granduchi Cosimo II e Ferdinando II insieme al principe Leopoldo.
Per obbedire adunque nella miglior maniera ch’io sappia, ho scelto dai miei Zibaldoni quelle Notizie, che possono servire per la Storia della gloriosa Revoluzione o Rinnovazione della Fisica sia Celeste, che Terrestre, accaduta in Toscana, mercé le feconde scoperte, sublimi considerazioni, e diligenti esperienze dell’immortal Galileo, di tanti suoi illustri Discepoli e degli Accademici del Cimento, protetti, e generosamente favoriti dai due Incliti Nostri Sovrani, Cosimo II, e Ferdinando II, e dal virtuosissimo Principe Cardinale Leopoldo18.
Nel progetto storiografico di Targioni Tozzetti, la breve ma intensa esperienza culturale dell’Accademia del Cimento è collocata nel più vasto contesto di una nuova tradizione culturale sgorgata dall’eredità di Galileo e propugnata dalle autorità medicee, tradizione in cui si fondono sperimentalismo, amore per la verità e libertas philosophandi. Il cannocchiale è presentato come una delle più importanti invenzioni nella storia dell’umanità, paragonabile a quella dell’alfabeto e della stampa, per i «cambiamenti grandissimi» cagionati «nelle maniere di pensare, e d’operare degli Uomini»19. Conseguentemente, le scoperte grazie ad esso compiute da Galileo non gettarono soltanto i fondamenti della nuova fisica ma determinarono «una nuova maniera di filosofare»20. La stessa figura di Galileo, alla quale ampio spazio è dedicato al principio delle Notizie, costituisce il terminus a quo di una tradizione che certamente non si esaurisce in essa. Nel trattarne, Targioni Tozzetti in più occasioni ricorda non essere stato suo proposito quello di scrivere una vita di Galileo, ma di contestualizzarne l’opera e apprezzarne il lascito:
Rinnovo qui la mia protesta, che con questo mio Zibaldone non ho inteso di tessere una Vita del Galileo: perciò tralasciando molte altre cose che avrei di più, mi sono ristretto ad accennare le particolarità principali, che schiariscono la gloriosa Rivoluzione, e Rinnovazione della Fisica, principiata da esso Galileo, e perfezionata dai suoi illustri Discepoli, e dagli Adorabili Principi Medicei Ferdinando II e Leopoldo21.
È evidente come l’obiettivo di Targioni Tozzetti sia quello di enfatizzare il ruolo avuto dal potere politico nel valorizzare il genio di Galileo prima e la sua eredità culturale poi, invitando con ciò il sovrano lorenese ad adoperarsi per recuperare e perpetuare una tradizione gloriosa e purtroppo in gran parte dimenticata:
Quel che ad essi due Ottimi nostri Sovrani, ed al Serenissimo Principe Leopoldo Fratello del Granduca Ferdinando, serviti e secondati da’ loro Sudditi ingegnosissimi e dottissimi, e da’ Forestieri loro stipendiati non meno valenti, è riuscito di operare nel solo corso di sessant’anni, per condurre ad un luminoso e sublime grado di perfezione le Scienze Fisiche, prese in tutta la loro vasta estensione, ed in tutte le loro diramazioni, e per sostenere la Bella Letteratura, e le nobilissime Arti del Disegno, è qualche cosa di grande, e di sorprendente, e degno di esser tramandato all’ossequiosa memoria de’ Posteri, molto più per aver questi tre Eroi conseguito il loro maestoso intento, senza far danno alcuno al Genere Umano, anzi coll’aver mantenuta sempre la pace, la sicurezza, e l’opulenza ne’ loro stati22.
Il vero atto fondativo della tradizione scientifica galileiana, più che la notizia delle scoperte telescopiche data dallo stesso Galileo, è la chiamata dello scienziato pisano a Firenze, provvedimento col quale Cosimo II si guadagna «eterna fama» e si assicura un «invidiabile tesoro» fino ad allora confinato a Padova23. La tradizione “inventata” da Targioni Tozzetti è prettamente locale, parte di una supposta identità toscana e in particolare fiorentina, ed è insieme politica e culturale. La «Patria» cui Targioni Tozzetti guarda è la Toscana, e ad essa sola spetta la gloria d’esser stata la culla della quarta epoca d’oro dell’umanità24. Fuori dal Granducato vi furono molti che riconobbero tale gloria, ma altrettanti vi s’opposero facendosi «Nemici e Persecutori»25 di Galileo, le cui beghe con avversari e inquisitori sono da Targioni Tozzetti definite «un vergognoso articolo d’Istoria Letteraria»26. Pur nel suo approccio localistico, il disegno storiografico delle Notizie fissa alcuni elementi destinati a influenzare profondamente tanto l’approccio alla storia della scienza in Toscana quanto la gestione museale delle collezioni locali. Da una parte, infatti, Targioni Tozzetti stabilisce una “tradizione galileiana” unitaria alla quale in ultima analisi viene ricondotta la filosofia sperimentale dei secoli XVII e XVIII; dall’altra, rivendica per questa medesima tradizione un valore culturale, civile e politico che, estendendosi ben oltre la mera celebrazione di una gloria passata, ne fa elemento costitutivo d’identità nazionale. La riscoperta, la messa a disposizione del pubblico e la valorizzazione di testi, strumenti e artefatti, in questa prospettiva, oltre a essere condizione necessaria per la ricostruzione del lascito intellettuale della tradizione galileiana, ne permette il brinamento in una dimensione materiale. Così, ad esempio, la strumentazione in vetro prodotta dall’Accademia del Cimento sintetizza i tratti essenziali della tradizione galileiana nel suo essere testimonianza di un radicale programma di ricerca sperimentale, espressione di eccellenza artigiana locale ed esito felice delle lungimiranti politiche economiche, sociali e culturali dei sovrani medicei. Nel 1841 il dito di Galileo passa al Regio Museo di Fisica e Storia Naturale per arricchire la nuova Tribuna di Galileo voluta dal Granduca Pietro Leopoldo, progettata dall’architetto Giuseppe Martelli con il contributo del direttore Vincenzo Antinori e inaugurata in occasione del Terzo Congresso degli scienziati italiani27. A quella data, Galileo è ormai cooptato nel pantheon delle “glorie italiane”, mentre la tradizione galileiana viene collocata nel contesto della “scienza italiana” e, da fattore identitario prettamente toscano, è progressivamente ridefinita come espressione eloquente del “genio italico”. Negli anni concitati del Risorgimento la mitografia galileiana è messa al servizio delle aspirazioni nazionali in maniera ubiqua, mobilitando tanto le passioni laiche e anticlericali quanto le istanze di riforma religiosa28. Il dito dello scienziato toscano, collocato insieme agli strumenti in una delle nicchie poste ai lati della statua troneggiante al centro dell’ambiente monumentale, è la traccia biologica che garantisce autenticità, unità e continuità genealogica alla tradizione sperimentale toscana, inverandone le scene rappresentate negli affreschi e nei bassorilievi.
La tribuna – vero e proprio santuario scientifico dedicato a Galileo e alla sua scuola – nasce in risposta alla necessità di articolare una nuova sensibilità nei confronti della scienza sperimentale con i sentimenti di riscatto nazionale e l’opportunità di preservare e celebrare il fondamentale nucleo “toscano” della tradizione galileiana. Su quest’ultimo punto, Antinori è più che mai esplicito nella sua presentazione:
Destinato questo tempio alla memoria del gran GALILEO, padre della Filosofia sperimentale, ed a conservare le reliquie scientifiche dell’ingegno di lui e della sua scuola, ragion voleva che in esso si ricordassero gli uomini e le epoche più famose di quella toscana Filosofia, siccome giusto era e di maggior decoro nazionale, che ad ornarne le pareti fossero impiegati marmi ed artisti toscani. Difatti toscano fu l’architetto sig. Giuseppe Martelli, il quale con tanto impegno e tanto gusto d’arte rispose all’invidiata e gloriosa commissione, siccome tutti toscani furono gli egregi pittori e scultori che gareggiarono, come vedesi, col loro ingegno ad onorare la memoria del sommo Cittadino29.
Nell’allestimento, Leonardo – «vasto ingegno toscano» – è fatto precursore diretto di Galileo e iniziatore della tradizione scientifica toscana, in quanto «quegli che predicò e mostrò primo la necessità dell’esperienza nelle ricerche naturali»30. Non v’è ancora, nella Tribuna di Galileo, la riduzione della tradizione scientifica italiana alla tradizione galileiana che avrebbe caratterizzato l’approccio novecentesco alle collezioni: l’ambiente monumentale dedicato a Galileo e alla sua scuola è nettamente distinto – fisicamente e concettualmente – dalle sale in cui sono custoditi i cimeli scientifici non direttamente riconducibili a quella tradizione31. Piuttosto, si avverte profonda l’esigenza di impedire il dissolvimento della tradizione galileiana nella tradizione italiana preservandone la specificità e il radicamento locale. Ciononostante, nell’allestimento della tribuna si pongono le premesse affinché tale riduzione possa avvenire, ma in senso inverso a quello che ci si potrebbe di primo acchito attendere: non la tradizione galileiana integrata nella tradizione scientifica italiana ma quest’ultima ridotta alla prima, e ciò nella misura in cui la “filosofia toscana” è identificata con la “filosofia sperimentale” tout court.
4. L’esposizione di storia della scienza e il fiorentinismo scientifico
Quando, nel 1930, viene aperto al pubblico l’Istituto e Museo di Storia della Scienza – allora chiamato, non senza una certa vanagloria, Museo Nazionale di Storia delle Scienze – il dito di Galileo viene esposto come reliquia più preziosa all’interno della sala più importante, quella appunto dedicata allo scienziato pisano32. Il nuovo museo, che raccoglie buona parte del materiale storico precedentemente conservato nella tribuna di Galileo e nelle sale attigue del Regio Museo, nasce grazie al successo della Prima Esposizione Nazionale di Storia della Scienza, grandioso evento tenutosi l’anno precedente per iniziativa di Andrea Corsini, Piero Ginori Conti e Antonio Garbasso. Con più di 9000 oggetti in mostra provenienti da ogni parte d’Italia, l’esposizione costituisce ad oggi il più grande evento espositivo dedicato alla storia della scienza e all’epoca permise di effettuare una prima ricognizione del patrimonio storico-scientifico italiano33.
La fondazione dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza risponde all’esigenza, particolarmente avvertita in ambiente fiorentino, di modernizzare i musei scientifici per adeguarli alla nuova sensibilità del pubblico e a un contesto normativo e istituzionale profondamente cambiato. Da questo punto di vista, i fattori che condizionarono tanto il progetto dell’esposizione quanto quello del museo furono sostanzialmente due. In primo luogo, Firenze era stata, nei primi anni del Novecento, un importante laboratorio di riforme museali. Grazie al lavoro del sovrintendente Corrado Ricci e dei suoi successori, a Firenze si mettono a punto nuove modalità espositive, si individuano nuovi spazi e si sperimentano nuove modalità di gestione del patrimonio. Si fa strada il concetto della galleria degli Uffizi come “museo dei musei” della città e si pongono le basi per la stagione delle grandi mostre artistiche che avrà il suo culmine nella mostra giottesca del 193734.
I musei scientifici fiorentini, tuttavia, erano rimasti sostanzialmente estranei da questo generale processo di rinnovamento e ancora nei primi anni Venti venivano gestiti con modalità antiquate che avevano portato a un drastico calo di visitatori e a un generale disinteresse da parte delle istituzioni. È per porre rimedio a questa situazione che, nel 1923, il medico Andrea Corsini fonda, insieme al sovrintendente Giovanni Poggi, il “Gruppo per la tutela del patrimonio scientifico nazionale” e, due anni dopo, l’Istituto di Storia delle Scienze dell’Università di Firenze, dal quale infine, dopo l’esposizione del 1929, avrà origine il Museo. Tutto ciò – e questo è il secondo fattore determinante – avviene in concomitanza con la presa del potere da parte del fascismo. Via via che, dopo il 1925, il regime ricerca sempre più una autolegittimazione culturale nel segno di una supposta continuità con il Risorgimento, alcuni temi ideologici vengono insistentemente proposti e più o meno tacitamente indicati come presupposto necessario per il successo delle iniziative culturali. In campo storico-scientifico, si tratta soprattutto di celebrare il “genio italiano” e di produrre rivendicazioni di primato nazionale35.
Se, da una parte, il nuovo contesto politico e culturale offriva ai fiorentini diverse opportunità, dall’altra il centralismo di cui il regime si era fatto portatore destava non poca preoccupazione, in quanto era concreta la possibilità che, nel caso si fosse deciso di allestire un Museo Nazionale di Storia della Scienza a Roma, le collezioni fiorentine sarebbero state trasferite nella capitale36. È anche per scongiurare questa eventualità che l’esposizione del 1929 viene organizzata su base geografica: in questo modo, infatti, nel celebrare le glorie del genio italiano, gli organizzatori possono allo stesso tempo enfatizzare il primato di Firenze, con ciò sottolineando come solo il capoluogo fiorentino possa essere individuato come sede degna di un museo nazionale. Nell’esposizione del 1929 gli elementi identitari coagulatisi nel corso delle musealizzazioni sette-ottocentesche vengono raccolti e portati alle estreme conseguenze storiografiche. La tradizione scientifica italiana viene di fatto ridotta alla tradizione galileiana, in un processo per certi aspetti inverso a quello che, un secolo prima, aveva portato la tradizione galileiana a essere integrata nella tradizione scientifica italiana. È principalmente il fisico Antonio Garbasso a farsi portavoce di questo riduzionismo. Per Garbasso, la storia della scienza – alla quale egli si dedica solo una volta abbandonate la ricerca pura e applicata – costituisce soprattutto uno strumento d’educazione sociale e di propaganda politica e ideologica. Profondamente convinto del valore etico della scienza, egli ritiene infatti che lo studio della sua storia possa insegnare ai giovani e alle masse l’amore per la patria e il valore della disciplina. Garbasso sviluppa queste sue idee a partire da un generico “realismo” tipico, a suo dire, del pensiero “autenticamente italiano”, che contraddistingue i grandi italiani in ogni campo: da Machiavelli a Francesco d’Assisi, da Galileo a Dante. Il pensiero italiano, in quanto realista, era naturalmente indirizzato alla scienza sperimentale, e anzi quest’ultima deve essere considerata una delle sue realizzazioni più compiute. La tradizione del pensiero italiano, dunque, realista in filosofia e sperimentalista nella scienza si identifica, in ultima analisi, con la tradizione galileiana, che ha ovviamente in Galileo il suo nume tutelare e negli accademici del Cimento i suoi più fedeli custodi. Per Garbasso, la figura di Galileo riassume e realizza pienamente i caratteri della genialità italiana, o meglio toscana e fiorentina in particolare, nel suo profondo senso della realtà, nel suo rigore, matematico, addirittura nella sua fedele devozione alla chiesa. Tutti i progressi della scienza italiana, anzi della scienza in generale, possono, secondo Garbasso, essere ricondotti in ultima analisi al “metodo sperimentale” proposto da medici fiorentini come Taddeo Alderotti, quindi sviluppato da Leonardo e infine perfezionato e sfruttato pienamente da Galileo37.
Tale sorta di “fiorentinismo scientifico” costituì l’idea alla base dell’Esposizione e, attraverso essa, del museo, quest’ultimo inteso principalmente come monumento stabile del primato culturale e scientifico di Firenze. A conferma di ciò, nel discorso pronunciato durante la cerimonia di chiusura dell’Esposizione, il principe Piero Ginori Conti, presidente del Comitato Esecutivo, spiegava che
Noi non abbiamo bisogno – in Firenze – per creare questo Museo Nazionale, di spogliare i gabinetti delle Università e le raccolte pubbliche dei cimeli che gelosamente conservano. A noi sono sufficienti gli strumenti che Firenze già possiede, e quelli che sono attualmente conservati presso i privati cittadini. […] per attuare questo programma fa d’uopo che non ci manchi l’aiuto delle Autorità e soprattutto quello del Comune il quale – aiutandoci in quanto gli sarà possibile – avrà l’orgoglio di far sorgere nella nostra città (che è e deve restare uno dei più importanti centri di studio e di cultura italiana) un Museo unico nel suo genere nella nostra Nazione che col tempo potrà essere un vanto di Firenze38.
È facile cogliere i tratti fondamentali dell’idea “fiorentinocentrica” di “Museo Nazionale” che il principe aveva in mente, nel contrasto rimarcato tra il “Museo” e i “gabinetti delle Università”, nell’orgogliosa rivendicazione dell’autosufficienza delle collezioni fiorentine, nella sottolineatura dell’unicità del Museo nel panorama nazionale, nella riproposizione di Firenze quale capitale della cultura.
L’idea che la tradizione scientifica italiana possa essere ridotta alla tradizione galileiana è operativa sia nell’allestimento dell’esposizione che nella gestione del museo. Nel primo caso, la sala riservata a Firenze – quella centrale, la più grande disponibile – allestita da Corsini, Garbasso e Pietro Pagnini, era di fatto la sala di Galileo, in quanto tutti gli oggetti non riferibili direttamente alla tradizione galileiana (cere anatomiche, erbari, strumenti chirurgici ecc.) furono relegati in una saletta del piano interrato39. Allo stesso modo, derogando al criterio geografico, le riproduzioni del Codice Atlantico furono esposte, “per ragioni di coerenza”, nella sala della Toscana anziché in quella di Milano40. Nel secondo caso, è a questa presunta identità che, nel 1932, il principe Piero Ginori Conti, ora presidente del consiglio di amministrazione del museo, fa appello nel chiedere a Mussolini che gli strumenti del museo copernicano di Roma vengano ceduti al museo fiorentino:
Qualche anno fa la chiusura del glorioso Osservatorio del Collegio Romano e l’allargamento del Museo Preistorico nel vecchio palazzo dei Gesuiti a Roma, veniva a perdere la sua modesta sede il così detto Museo Copernicano, che se il Copernico poco o nulla possiede [sic], conta invece strumenti antichi i quali si collegano direttamente, per i loro autori e per la loro storia, ai cimeli Galileiani e a quelli dell’Accademia del Cimento che ebbi l’onore di mostrare alla E.V. in occasione della inaugurazione del detto Museo fiorentino. […] Poiché crediamo fermamente, che ad evitare dispersioni e spese inutili, il miglior luogo di cui i cimeli dell’ex Museo Copernicano possono essere raccolti è il Museo ed Istituto di Storia delle Scienze di Firenze, a nome mio, del Consiglio e delle persone sopra ricordate, prego la E.V. di voler accogliere la nostra domanda, lieti se potremo in futuro che osiamo sperare non lontano, mostrare all’E.V. tutti questi cimeli che rappresentano il sorgere del metodo sperimentale nel mondo, riuniti e raccolti in degna ed unica sede, ad ammaestramento ed incitamento delle Future Generazioni41.
Per quanto le pretese di questo fiorentinismo scientifico non siano mai state pienamente soddisfatte, pure l’impostazione da esso determinata caratterizzò a lungo l’approccio alle collezioni scientifiche. Sebbene con la caduta del fascismo anche le parole d’ordine ideologiche adottate dal museo siano state abbandonate e la gestione museale, sotto la guida dei Maria Luisa Bonelli, che succedette a Corsini nella direzione del museo nel 1961, si sia modernizzata e in parte affrancata dalle questioni identitarie così come erano state ereditate, è solo con la direzione di Paolo Galluzzi e il completo riallestimento del 2010 e la nuova denominazione di Museo Galileo che la direzione generale sembra essere definitivamente cambiata.
5. Conclusione
La storia della musealizzazione delle collezioni scientifiche fiorentine, dal furtivo prelievo del dito di Galileo alla loro sistemazione nel moderno Museo Galileo, non è semplicemente una cronaca di conservazione e allestimento museale. È, piuttosto, il racconto di una narrazione pubblica in continua evoluzione, plasmata da esigenze politiche e culturali. I musei scientifici di Firenze, più che altrove in Italia, sono nati e si sono sviluppati come luoghi di celebrazione identitaria, dove il genio di Galileo è stato il catalizzatore di un progetto più ampio: quello di rivendicare per Firenze, e per l’Italia, un primato scientifico e morale. Dalla perfetta continuità genealogia tra Michelangelo e Galileo, inventata da Viviani, alla tradizione scientifica toscana elaborata di Targioni Tozzetti, fino al “fiorentinismo scientifico” di Garbasso, ogni fase di musealizzazione ha rafforzato l’idea che la tradizione scientifica italiana fosse riconducibile a quella galileiana. Sebbene le motivazioni ideologiche più estreme siano state superate, l’eredità di questo processo è ancora rinvenibile, per quanto in forma edulcorata, negli approcci, negli allestimenti e nelle gestioni museali.
Note
1 Giovanni Battista Clemente Nelli, Vita e commercio letterario di Galileo Galilei, Firenze, nella stamperia Moücke, 1793, pp. 884-885.
2 Nella tradizione, il dito asportato da Gori è erroneamente indicato come l’indice. Si veda, al riguardo, Museo Galileo, https://catalogo.museogalileo.it/oggetto/DitoMedioManoDestraGalileo.html (ultima consultazione: 27 agosto 2025).
3 Cristina De Benedictis, Contributo alla conoscenza del “Museo Gorio”, in Cristina De Benedictis, Maria Grazia Marzi (a cura di), L’epistolario di Anton Francesco Gori: saggi critici, antologia delle lettere e indice dei mittenti, Firenze, Firenze University Press, 2004, pp. 1-10, p. 4.
4 Sulle vicende del sepolcro di Galileo: Paolo Galluzzi, I sepolcri di Galileo: le spoglie vive di un eroe della scienza, in Luciano Berti (a cura di), Il pantheon di Santa Croce a Firenze, Firenze, Cassa di Risparmio di Firenze, 1993, pp. 145-182.
5 Nelli, Vita e commercio letterario di Galileo Galilei, cit., p. 885.
6 Sulla tribuna di Galileo: Alessandro Gambuti, La tribuna di Galileo, Firenze, Alinea, 1990; Simone Contardi, «Il tempio ove Galileo sorge siccome nume». La Tribuna, in Giulio Barsanti, Guido Chelazzi (a cura di), Il Museo di storia naturale dell’Università degli Studi di Firenze. Le collezioni della Specola: zoologia e cere anatomiche, Firenze, Firenze University Press, 2009, pp. 37-56; Zoe Lauri, Un santuario scientifico: the case of the Tribuna di Galileo in Florence between Musealisation and Monumentalisation, 1829-1929, in “Physis”, 2025, vol. 60, n. 1, pp. 207-236; Maddalena Napolitani, From the Instrument to the Monument: Musealization and Museography of Scientific Instruments in the Tribuna di Galileo, 1829-1879, in “Physis”, 2025, vol. 60, n. 1, pp. 237-262.
7 Museo Galileo, https://catalogo.museogalileo.it/sala/SalaVII.html (ultima consultazione: 27 agosto 2025).
8 Si veda, al riguardo: Renzo Ragghianti, Alessandro Savorelli (a cura di), Rinascimento mito e concetto, Pisa, Edizioni della Normale, 2005.
9 Galluzzi, I sepolcri di Galileo, cit., p. 148.
10 Così scriveva il padre gesuita Antonio Baldigiani a Vincenzo Viviani il 12 luglio 1678. Citato in Galluzzi, I sepolcri di Galileo, cit., p. 149.
11 Ivi, p. 147.
12 Su Viviani si vedano, tra gli altri: Antonio Favaro, Vincenzo Viviani e la sua vita di Galileo, in “Atti dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti”, 1902/1903, ser. 8, t. 5, pt. 2, pp. 683-703; Maria Luisa Righini Bonelli, L’ultimo discepolo: Vincenzio Viviani, in Carlo Maccagni (a cura di), Saggi su Galileo Galilei, Firenze, Barbèra, 1972, pp. 656-688; Galluzzi, I sepolcri di Galileo, cit.
13 Sul palazzo dei Cartelloni: Roberto Lunardi, Oretta Sabatini (a cura di), Il rimembrar delle cose passate. Una casa per memoria: Galileo e Vincenzo Viviani, Firenze, Polistampa, 2009.
14 Su questo, Galluzzi, I sepolcri di Galileo, cit.; Stefano Gattei, From Banned Mortal remains to the Worshipped Relics of a Martyr of Science: Vincenzo Viviani and the Birth of Galileo’s Mythography, in Marco Beretta, Maria Conforti, Paolo Mazzarello (a cura di), Savant relics: brains and remains of scientists, Sagamore Beach, Science History Publications, 2016, pp. 67-92.
15 Galluzzi, I sepolcri di Galileo, cit., p. 180.
16 Giovanni Targioni Tozzetti, Notizie degli aggrandimenti delle scienze fisiche accaduti in Toscana nel corso di anni LX del secolo XVII, 3 voll. in 4 tomi, Firenze, da Giuseppe Bouchard, 1780, I, p. 142.
17 Su Targioni Tozzetti: Tiziano Arrigoni, Uno scienziato nella Toscana del Settecento: Giovanni Targioni Tozzetti, Firenze, Gonnelli, 1987; Giuseppe Guerrini, Le scienze al tempo dei Lorena e l’opera di Giovanni Targioni Tozzetti, in Zeffiro Ciuffoletti, Leonardo Rombai (a cura di), La Toscana dei Lorena: riforme, territorio, società, Firenze, Olschki, 1989, pp. 361-378; Davide Arecco, Dai Medici ai Lorena: scienze e istituzioni nel Granducato di Toscana, 1630-1780, Genova, Città del Silenzio, 2025.
18 Targioni Tozzetti, Notizie degli aggrandimenti delle scienze fisiche, cit., I, p. 5.
19 Ivi, p. 23.
20 Ivi, p. 50.
21 Ivi, p. 147.
22 Ivi, p. 3.
23 Ivi, pp. 17-18.
24 Ivi, pp. 1-2.
25 Ivi, p. 58.
26 Ivi, p. 56.
27 Sulla Tribuna: Antonio Boffito, Gli strumenti della scienza e la scienza degli strumenti con l’illustrazione della Tribuna di Galileo, Firenze, Seber, 1929, pp. 187-209; Alessandro Gambuti, La tribuna di Galileo, Firenze, Alinea, 1990.
28 Sulla costruzione e l’ubiquità della mitologia galileiana tra Sette e Ottocento si vedano i saggi in Massimo Bucciantini (a cura di), The Science and Myth of Galileo Between the Seventeenth and Nineteenth Centuries in Europe: Proceedings of the International Conference, Florence, Museo Galileo, 29-30 January 2020, Firenze, Olschki, 2021; e inoltre Paolo Galluzzi, Galileo, Rosmini, Darwini: triumviri del cattolicesimo riformatore, 1870-1918, Pisa, Edizioni della Normale, 2022.
29 Vincenzo Antinori, Guida per la Tribuna di Galileo, Firenze, coi tipi della Galileiana, 1843, pp. 5-6.
30 Ivi, p. 6.
31 Le stanze attigue alla tribuna di Galileo, che ospitavano le collezioni storiche del soppresso Regio Museo di Fisica e Storia Naturale, avevano la denominazione di “Museo degli strumenti antichi”.
32 Sui primi allestimenti del museo si veda Marco Beretta, Andrea Corsini and the Creation of the Museum of the History of Science in Florence (1930-1961), in Silke Ackermann, Richard Kremer, Mara Miniati, Scientific Instruments on Display, Leiden, Brill, 2014, pp. 1-36.
33 Sulla Prima Esposizione Nazionale di Storia della Scienza: Francesco Barreca, The Italian Genius on Display. The First National Exhibition of History of Science (Florence, 1929) and the Preservation of Scientific Heritage in Fascist Italy, Leiden, Brill, 2022.
34 Cfr. Perla Innocenti, Corrado Ricci e gli Uffizi, in “Rivista dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte”, 2003, n. 58, pp. 323-374.
35 Barreca, The Italian Genius on Display, cit., pp. 57-76.
36 Sulla competizione tra i gruppi “romano” e “fiorentino” di storici della scienza si rimanda a Giovanna Baroncelli, Massimo Bucciantini, Per una storia delle istituzioni storico-scientifiche in Italia: l’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, in “Nuncius”, 1990, a. 5, fasc. 2, pp. 5-52.
37 Barreca, The Italian Genius on Display, cit., pp. 26-29.
38 La chiusura della Mostra Nazionale di Storia della Scienza, in “la Nazione”, 12 novembre 1929.
39 Barreca, The Italian Genius on Display, cit., pp. 145-146.
40 Ivi, pp. 141-145.
41 Lettera di Piero Ginori Conti a Mussolini, Archivio del Museo Galileo, fondo “Archivio dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza”, serie 1, busta 1.1.1 “Fondazione dell’Istituto e nascita del Museo”, n. 22.
