
In apertura: copertina di “Noi donne”, a. XII, n. 10, 10 marzo 1957.
Una celebre poesia di Gianni Rodari scritta negli anni Settanta del secolo scorso contro la guerra, recitata dal rapper e cantautore Ghali nell’imponente arena milanese dello Stadio San Siro, davanti ad oltre sessantamila spettatori presenti alla cerimonia di inaugurazione delle olimpiadi invernali, è stata oggetto di interesse da parte di molta stampa per la sua intramontabile capacità di commuovere, quarantuno anni dopo la sua prima pubblicazione1.
Rodari, scrittore e giornalista di argomenti politici ma soprattutto noto grazie alle sue opere per l’infanzia (Premio Andersen 1970), nacque ad Omegna, un piccolo comune piemontese affacciato sul versante settentrionale del lago d’Orta, il 23 ottobre 1920; il padre era fornaio, la madre lo aiutava in bottega e non poteva accudire i figli: appena nato, Gianni Rodari venne messo a balia in un paese vicino.
Alla domanda se nella sua infanzia la madre gli raccontasse le favole, che gli pose nel 1979 Nico Orengo nel corso di un’intervista su Rai 2, Rodari rispose senza esitazione: «Beh, mia madre, anzi nostra madre, perché eravamo due fratelli, quasi della stessa età, non aveva tempo».
Da piccolo frequentò l’oratorio e, appena fu in grado di farlo da solo, cominciò a leggere molto (il primo libro fu Cuore di De Amicis)2 e a scrivere poesie fin dalla scuola elementare del regime fascista.
Si diplomò maestro nel 1937 e due anni dopo si iscrisse alla Facoltà di lingue dell’Università Cattolica di Milano, che abbandonò dopo aver sostenuto alcuni esami.
Nel 1939 divenne insegnante nelle scuole elementari, l’anno seguente, all’entrata in guerra dell’Italia, non fu richiamato per motivi di salute; dopo la caduta di Mussolini, nel maggio del 1944 entrò nella Resistenza e nello stesso anno si iscrisse al Partito comunista italiano, per il quale da allora avrebbe militato attraverso una diuturna collaborazione a varie riviste e quotidiani, da “L’Ordine Nuovo” (che diresse dal 1946 al 1947) a “L’Unità”, da “Vie Nuove” al “Quaderno dell’attivista”, da “Il Pioniere” (giornalino a fumetti per ragazzi, che diresse assieme a Dina Rinaldi, dal 1950 al 1953) ad “Avanguardia”, organo nazionale della Federazione giovanile comunista, che guidò dal 1953 alla chiusura, nel 1956. Collaborò pure a giornali e periodici dell’area progressista, da “Paese Sera” alla rivista letteraria “Il Caffè” (1953-1986), da “La via migliore” al “Giornale dei genitori”, che diresse dal 1968 al 19773.
“L’Unità”, sotto la direzione di Pietro Ingrao, a partire dal numero dell’8 marzo 1955, stampa “La pagina della donna”; nello stesso spazio, due anni dopo, il quotidiano comunista, adesso diretto da Alfredo Reichlin, pubblica una poesia di Gianni Rodari che resterà poco conosciuta, intitolata “L’albero d’oro”, dedicata alla mimosa, fiore simbolo della lotta emancipazionista, per cui le energie del Partito comunista, soprattutto attraverso l’UDI, venivano prodigate.
Il componimento, che il lettore troverà alla fine di questo contributo, è destinato specialmente alle madri:
Per una mamma che guida
il bimbo ai primi passi,
e vuole che ai suoi piedi
siano d’oro anche i sassi4.
Così recita una delle quartine più delicate e toccanti.
Su questo modo di rappresentare la funzione materna vorrei fare qualche riflessione.
Mi pare che la poesia di Rodari sia un po’ fuori dal coro rispetto al contesto comunista del secondo dopoguerra, in cui era stato proposto fin dalla guerra di Liberazione (e si sarebbe continuato a fare nello scontro tra il blocco sovietico e quello occidentale) un modello di madre molto ben delineato5.
In generale, il linguaggio del Partito comunista italiano per la battaglia a favore della condizione femminile è, in quell’epoca, fermo, intransigente, rigoroso e severo, poco incline ad ogni forma di sentimentalismo ma pragmatico, in sintonia con la realtà effettuale di un mondo del lavoro particolarmente grave e iniquo:
La vita delle donne nelle fabbriche e nei campi – si legge nell’editoriale in prima pagina dello stesso numero del quotidiano comunista in cui compare la poesia di Rodari, firmato “La direzione del P.C.I.” – è tutt’ora caratterizzata da un intenso supersfruttamento; il lavoro femminile è valutato e remunerato ingiustamente; migliaia di lavoratrici prossime al matrimonio o alla maternità sono licenziate; il lavoro a domicilio costringe un numero sempre più grande di donne italiane a condizioni estremamente pesanti, arretrate e ingiuste di lavoro […] Le lotte delle braccianti e delle mezzadre per la difesa della giusta causa, per il lavoro e l’assistenza, delle massaie contro il carovita, delle lavoratrici per i giusti salari e per il lavoro testimoniano in pari tempo che in sempre più larga misura le masse femminili acquistano coscienza dei propri diritti e chiedono che siano rispettati6.
La morale maturata in via delle Botteghe Oscure imponeva un ben noto rigore, nella forma e nella sostanza, come si evince dai molti discorsi alle donne pronunciati da Palmiro Togliatti e poi stampati in piccoli opuscoli da distribuirsi tra le compagne. Una retorica paternalistica, quella del “migliore”, un cui tipico esempio rinveniamo nel Discorso pronunciato alla riunione delle attiviste di Roma, il 13 maggio 1953:
Dovete orientare anche gli uomini per il lavoro tra le donne, così come dovete far lavorare anche le donne per conquistare elettori al voto per il partito comunista […] Dove si deve fare il lavoro? Qui ho visto che l’orientamento è giusto, perché mi pare che siete orientate prevalentemente verso la casa, forse un po’ troppo poco verso il luogo di lavoro. Badate che anche a Roma ci sono delle officine dove lavorano molte donne (Manifatture Tabacchi, Poligrafico, ecc.). E poi, state attente che c’è la moglie dell’operaio verso la quale pure bisogna lavorare, partendo dal luogo di lavoro, dal lavoro che fanno gli operai, dalla cellula e così via7.
È un universo che assomiglia ad un’arnia, zeppo di solerti api operaie. Ma, ogni sorta di donna che lavora, dalle operaie e mogli degli operai alle impiegate, è molto spesso anche madre che accudisce il marito, i figli, la casa e, quindi, il partito. Ci sono le ex partigiane, che hanno affrontato un apprendistato faticoso alla politica attiva, rischiando la propria vita, e che ora vengono convertite, in ruoli spesso secondari, come semplici propagandiste. Eppure esistono anche madri che fuori della propria casa non vogliono rendersi attive: sembra rivolgersi in particolar modo a loro Rodari, nella sua poesia.
La delicatezza dell’artista pare qui stemperare la rudezza, necessaria forse ma difficile da sopportare quotidianamente, del Partito comunista di allora, i cui militanti probabilmente coltivavano pure tenerezze e dolcezze, quelle che il poeta comunista sa e vuole cogliere e donare alle lettrici e ai lettori de “L’Unità”, del “giornale”, come veniva chiamato dai compagni.
Ad ogni modo, Rodari esprime una concezione della madre di grande oblatività e ponendola al più alto livello del sentire umano, benché l’idea della famiglia e della maternità, per il Partito comunista italiano degli anni successivi al secondo dopoguerra fosse assai più rigida e dura, se non divergente, da quella fortemente emotiva espressa nella poesia scritta per la festa della donna.
Rodari fu altresì un abile propagandista dei valori del Partito di appartenenza: ad esempio, su “Vie Nuove” del 23 ottobre 1955, in occasione del Congresso delle donne comuniste pubblicò un lungo articolo intitolato “Seicentomila compagne” nel quale espresse il concetto della non esistenza di un modello unico di donna comunista:
Ogni donna iscritta al Partito costruisce un suo modello, secondo l’ambiente, le circostanze della sua vita personale e sociale, le esperienze. […] «Ho capito», «ho imparato»: ogni volta che una donna comunista parla di sé stessa, di questi verbi il suo discorso è pieno. […] Cento nuovi argomenti sono entrati nei discorsi fra marito e moglie. Si seguono i figli con un’attenzione nuova, si discutono come non mai i problemi dell’educazione. Una contadina modenese ci poneva, tempo fa, questa questione: “Mio figlio ha dieci anni, a casa ascolta noi che siamo comunisti, a scuola ascolta la sua maestra, che è una democristiana e che porta la politica nella scuola. Lui non mi dice nulla, ma io sento che nella sua testa si agita un dramma – (usò proprio la parola dramma!) A chi deve credere – Ai suoi genitori, che ama e stima, o alla sua maestra, che per lui è un’autorità, e guai se non lo fosse? Ecco: come lo posso aiutare io? Come gli posso parlare per impedire che questo dubbio diventi una rovina?”
«Questo affinamento della sensibilità» – conclude Rodari – «è merito della vita più ricca che le donne comuniste imparano a vivere col Partito»8.
Quale ruolo svolse il Pci nella trasformazione della cultura del materno?
Viene alla mente Teresa Noce, che nella prima pagina de “L’Unità”, l’8 marzo 1955, firmò l’articolo di fondo intitolato “Cosa vogliamo” nel quale sostenne:
«La lotta per la parità dei diritti e delle retribuzioni va condotta come conducemmo quella per la tutela della maternità e va sostenuta da tutti, poiché si tratta di una legge che non interessa soltanto le donne ma tutti i lavoratori»9; e così le loro figlie e i loro figli.
Teresa Noce, moglie di Luigi Longo, dal quale fu costretta a separarsi con grande sofferenza, nel suo libro di memorie racconta la vicenda della dolorosa maternità mancata di Nilde Iotti:
Se ben ricordo, fu qualche tempo prima dell’attentato a Togliatti [14 luglio 1948] che venni a sapere che Nilde Iotti, la compagna di Palmiro (il quale si era separato da Rita Montagnana) era incinta. Essa non veniva più alla Camera e non avevo quindi notizie sulla sua salute. […] Nessuno ne parlava; alla Direzione del Partito si evitava persino di nominare Nilde. Pareva quasi che, invece di trovarci tra compagni, facessimo parte di una famiglia chiusa e arretrata che evitasse di parlare di “certe cose”. Effettivamente eravamo in un clima di austerità morale in cui i compagni che sgarravano venivano aspramente criticati. Anche l’unione di Nilde con Togliatti non era stata perciò ben vista. Perciò, quando rividi Nilde, mi avvicinai a lei mentre eravamo sole, vicino ai servizi riservati alle parlamentari: morivo dalla voglia di vedere il bambino e di sapere se era maschio o femmina. Le sussurrai all’orecchio: “Me lo farai vedere?”. Nilde divenne pallida come un cencio: “Non lo sai? È morto appena nato”. Rimasi male e provai una fitta al cuore. Longo non mi aveva detto niente. Nilde mi raccontò allora che i compagni non vedevano di buon occhio il fatto che lei desse un figlio a Togliatti, anche se questi invece lo desiderava molto. La loro ostilità l’aveva fatta molto soffrire. Era certa che la morte del bambino li liberava da molte preoccupazioni. Mi disse con amarezza che tutti avevano pensato soltanto allo scandalo, perché Togliatti non avrebbe potuto riconoscere il bambino legalmente, né dargli il proprio nome. Nessuno aveva tenuto conto dei loro sentimenti. Ero stata io la prima a cogliere il lato umano dell’avvenimento10.
La compagna di Togliatti negherà sempre fermamente un simile dramma11.
Le storie di Iotti, Togliatti e Montagnana, assieme a quella di Noce e Longo sono gli esempi più noti della difficoltà da parte del Pci di trattare le relazioni sentimentali, coniugali o clandestine, nella loro complessa e delicata dialettica.
Nell’ambito della sinistra, il ruolo della madre come educatrice nella famiglia è un affare di lungo corso: dalla Rivoluzione francese se ne discetta diffusamente, sicché, alla fine dell’Ottocento, il dibattito è ormai maturo e acceso. Nel 1892, ad esempio, sulla possibilità o meno di determinare il destino dei figli da parte delle loro genitrici aveva espresso la sua opinione un lettore della “Critica Sociale” (quindicinale del socialismo italiano e in generale dell’intellighenzia della Sinistra avanzata), tale Armando Angelucci:
La donna non solo plasma il cervello dei suoi figli, ma ne plasma anche il cuore: il giorno che cuore e cervello si troveranno d’accordo la questione sociale potrà dirsi risolta. Mi pare che J. Simon dicesse essere il socialismo questione di sentimenti. Se è vero che i figli ereditano dalla madre più che dal padre, fornite essenzialmente il patrimonio cerebrale delle donne di tali principi, piegate il loro animo a tali sentimenti e non correranno due o tre generazioni, che ne troveranno la sigla in tutte le coscienze umane12.
Anna Kuliscioff, direttrice di fatto della “Critica Sociale” assieme a Filippo Turati, laureata in medicina con una tesi sulle febbri puerperali, socialista precorritrice di molte idee sulle quali evolverà il Partito comunista, si occupò molto della questione maternità (fondamentale il suo apporto per l’elaborazione di un “Progetto di legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli”, che divenne la legge Carcano, approvata nel 1902), rispose al lettore con un articolo intitolato “Il sentimentalismo nella questione femminile”:
Prima di tutto, e mi dovrei persino vergognare nel dirlo, pur appartenendo al sesso debole e quindi gentile e sentimentale, non ammetto la sentimentalità in sociologia. […] non sono gli idealismi sentimentali della libertà, fraternità ed uguaglianza, della verità e della giustizia, tutte cose bellissime e umanitarie, quelle che cambiano l’assetto sociale di un dato periodo storico. Per convincerne anche i più miopi osservatori dei fenomeni sociali, basterebbe il solo fatto che cotesti sentimenti umanitari esistono ormai da venti secoli ed il mondo ha ben poco mutato sotto l’influenza loro13.
La Kuliscioff fu colei che contribuì ad introdurre il marxismo scientifico in Italia, a cominciare dal suo compagno Turati e dal mondo milanese nel quale operava14.
Gli elementi e le contraddizioni nella sfera privata, suscitati dalla filosofia di Marx, sebbene rivisti e temperati nell’Italia del Novecento attraverso l’analisi di Antonio Gramsci, confliggono in parte con l’afflato romantico proprio della poesia di Rodari, che risulta (pur trascorsi decenni) sulle pagine de “L’Unità”, anticonformista, nel suo sentimentalismo, forse lontano dalla realtà delle madri con i capelli bianchi citate, che avevano subito la guerra e con essa assimilata una dose massiccia di crudo realismo, una guerra alla quale era seguita un’altra, fredda ma per questo forse più inquietante.
La poesia di Rodari rappresenta una testimonianza di come il poeta si sia frequentemente posto come contraltare al conformismo e ai gretti settarismi nella sfera dei sentimenti privati, caratteristici del Partito comunista, nel quale tuttavia egli militò per tutta la sua vita (pure con ripensamenti e dubbi, dopo la crisi tra intellettuali e Pci scaturita dalle rivelazioni del XX Congresso del PCUS, che lo condussero ad un deciso antistalinismo).
Le parole di Gianni Rodari, vergate non a caso nel 1957, colpiscono per la loro capacità, oggi come allora, di evocare emozioni e sentimenti se non estranei, certo non consueti all’estetica del Partito comunista del tempo, secondo una ispirazione che può essere intesa, se non concepita, persino come ingenua, qualora non pensassimo che chi li ha partoriti fosse un artista capace di saper stimolare la fantasia e l’animo di molte generazioni, dagli anni Cinquanta fino ad oggi, educandole a scardinare la banalità e la meccanicità insite nel reale attraverso l’improvvisazione di associazioni di parole e pensieri nuovi, insomma, secondo uno slogan che sarà in voga nel 1968, di condurre “la fantasia al potere”.
L’albero d’oro
Mimosa, bella mimosa, per chi sono fiorite
sui tuoi alberi d’oro
a grappoli le pepite?
Per una bella fanciulla
che aspetta l’innamorato, con l’oro dei suoi sogni
un velo d’oro ho filato,
e perché non si sciupi
il vento tiene il fiato.
Per una mamma che guida
il bimbo ai primi passi, e vuole che ai suoi piedi
siano d’oro anche i sassi.
Per una bianca vecchietta
che tutta sola è restata:
vi ha insegnato a camminare, la strada vi ha indicata,
siete andati per il mondo
e l’avete dimenticata.
Lo so che il mondo è grande,
è tutto da vedere, ma un ritratto sul cuore
lo potevate tenere, per regalargli un sorriso,
uno solo, tutte le sere.
I sorrisi viaggiano
più rapidi della posta.
Mandategliene qualcuno
ogni tanto, che vi costa?
Lo sentirà arrivare,
in sogno, alla sua porta.
Voi che la conoscete
(abitate al piano di sotto)
salite questa sera
fino al suo pianerottolo,
bussate con due dita
perché il campanello è rotto,
portatele il più bel ramo
dei miei alberi d’oro,
un po’ di primavera
le sembrerà un tesoro:
lo serberà per i figli,
lo darà tutto a loro.
Gianni Rodari
Note
1 Promemoria: Ci sono cose da fare ogni giorno: / lavarsi, studiare, giocare, / preparare la tavola, / a mezzogiorno. / Ci sono cose da fare di notte: / chiudere gli occhi, dormire, / avere sogni da sognare, / orecchie per non sentire. / Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte / né per mare né per terra: / per esempio, la guerra. Gianni Rodari, Il secondo libro delle filastrocche, Torino, Einaudi, 1985, p. 115.
2 Programma Buonasera con… Gianni Rodari, a cura di Lucia Bolzoni, Nico Orengo, Donatella Ziliotto, regia di Vittorio Nevano, trasmesso dalla Rai il 7 luglio 1979.
3 Per una sintetica panoramica di una vasta letteratura sull’autore, si veda Marcello Argilli, Gianni Rodari. Una biografia, Torino, Einaudi, 1990; Pino Boero, Una storia, tante storie. Guida all’opera di Gianni Rodari, Torino, Einaudi, 1992; Mariarosa Rossitto, Rodari, Giovanni Francesco (Gianni), in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2017, vol. 88; Marzia Camarda, Una «savia bambina». Gianni Rodari e i modelli femminili, Cagli, Settenove edizioni, 2018; Rodari A-Z, a cura di Pino Boero e Vanessa Roghi, Milano, Electa, 2020.
4 Gianni Rodari, L’albero d’oro, in “L’Unità”, 1957, n. 67, p. 8.
5 Cfr. Laura Lilli, Chiara Valentini, Il femminismo nel PCI e nelle organizzazioni di massa, Roma, Editori Riuniti, 1979; Aldo Agosti, Palmiro Togliatti, Torino, Utet, 1996; Istituto Gramsci Emilia-Romagna, Sandro Bellassai, La morale comunista. Pubblico e privato nella rappresentazione del PCI (1947-1956), Roma, Carocci, 2000; Roberto Gualtieri, Carlo Spagnolo, Ermanno Taviani (a cura di), Togliatti e il suo tempo, Fondazione Istituto Gramsci onlus, Annali, XV, Roma, Carocci, 2007; Gianluca Fiocco, Togliatti, il realismo della politica. Una biografia, Roma, Carocci, 2018; Carlo De Maria (a cura di), Storia del PCI in Emilia-Romagna: welfare, lavoro, cultura, autonomie (1945-1991), Bologna, Bologna University Press, 2022.
6 “L’Unità”, 1957, n. 67, p. 1.
7 Palmiro Togliatti, Discorsi alle donne, a cura della Sezione Femminile del P.C.I., Novara, Tipografia Stella Alpina, 1953, pp. 85-86.
8 “Vie Nuove”, 23 ottobre 1955, n. 42, p. 5.
9 Teresa Noce fu propugnatrice del progetto legislativo in difesa della maternità, che divenne legge 26 agosto 1950, n. 860 sulla “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri”.
10 Teresa Noce, Rivoluzionaria professionale, Milano, La Pietra, 1974, pp. 377-378.
11 Guido Gerosa, Le Compagne, Milano, Rizzoli, 1979, pp. 264-265; Luisa Lama, Nilde Iotti. Una storia politica al femminile, Roma, Donzelli, 2013, p. 129.
12 Armando Angelucci, Questioni Femminili. Il matrimonio a termine, in “Critica Sociale”, n. 9, 1 maggio 1892, pp. 140-141.
13 Anna Kuliscioff, Il sentimentalismo nella questione femminile, in “Critica Sociale”, n. 9, 1 maggio 1892, pp. 141-143.
14 Per Anna Kuliscioff, si veda: Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Carteggio, raccolto da Alessandro Schiavi, a cura di Franco Pedone, I-VI, Torino, Einaudi, 1977; Anna Kuliscioff. In memoria: a lei, agli intimi, a me, Milano, Officina tipografica E. Lazzari, 1926; Alessandro Schiavi, Anna Kuliscioff, Roma, Opere nuove, 1955; Franca Pieroni Bortolotti, Socialismo e questione femminile. 1892-1922, Milano, Mazzotta, 1974; Anna Kuliscioff e l’età del riformismo, Atti del Convegno, dicembre 1976, Roma, Mondo operaio – Avanti!, 1978; Anna Kuliscioff, Lettere d’amore a Andrea Costa, a cura di Pietro Albonetti, Milano, Feltrinelli, 1976; Maria Casalini, Anna Kuliscioff. La Signora del socialismo italiano, Roma, Editori Riuniti, 2013; Marina Addis Saba, Anna Kuliscioff, vita privata e passione politica, Milano, Mondadori, 1993; Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Amore e socialismo. Un carteggio inedito, a cura di Claudia Dall’Osso, Milano, La Nuova Italia, 2001; Maurizio Degl’Innocenti et al., Anna Kuliscioff. Il socialismo e la cittadinanza della donna, Roma, Agra, 2015; Paolo Passaniti (a cura di), Lavoro e cittadinanza femminile. Anna Kuliscioff e la prima legge sul lavoro delle donne, Milano, Franco Angeli, 2016; Francesca Zazzara, Anna Kuliscioff: donna, rivoluzionaria, medico. Storia della dottora dei poveri nella medicina del suo tempo, Milano, Biblion, 2019; Maurizio Punzo, Anna Kuliscioff. Intrecci di vita e di politica, Milano, Mimesis, 2025.
