La mia nazione geniale. Patrimoni materiali tra scienza, impresa e celebrazione patriottica. Introduzione

My brilliant nation. Material heritage between science, business and patriotic celebration. Introduction

In apertura: poster pubblicitario della Regione Toscana, ottobre 2025 (Foto di Beatrice Falcucci).

1. Musei e patrimoni che danno forma alla nazione

Il patrimonio materiale è un fondamentale terreno di confronto per la definizione delle identità: nazionali, locali, sociali, immaginate, conflittuali1. La conservazione, interpretazione e comunicazione del patrimonio sono attività che sollecitano il rapporto della società nel suo complesso con il passato, da un lato rendendo accessibili linguaggi e contenuti di carattere storico, dall’altro come pratica di autorappresentazione, valida sia per le élite nazionali che per il tessuto sociale locale. Tale pratica, all’incrocio tra uso pubblico della storia, organizzazione del paesaggio storico, accesso alle fonti e loro controllo, è rintracciabile in soggetti pubblici e privati, nazionali e locali, ed è animata da professionisti (archivisti, curatori, storici) ma anche da amatori e appassionati, come nel caso, ed esempio, delle rievocazioni storiche2.

Parallelamente, l’attenzione sempre maggiore rivolta alla storia sociale degli oggetti, soprattutto a partire dagli anni Ottanta3, si è presentata come un importante passaggio epistemologico per molte discipline, dalla storia e dall’antropologia alla museologia, e ha aperto nuovi orizzonti alla riflessione critica sul patrimonio materiale, in particolare rispetto a quanto oggi conservato all’interno di musei e altre istituzioni culturali occidentali. Tali luoghi, infatti, si configurano oggi come un terreno di gioco privilegiato per intervenire e plasmare narrazioni dominanti o – all’opposto – tentare la ridefinizione dal basso dei valori delle comunità che nel patrimonio materiale potrebbero specchiarsi. Questo approccio ha interessato anche alcuni degli aspetti più controversi della storia del patrimonio materiale, innescando riflessioni, ad esempio rispetto all’esposizione di resti umani4 e alle collezioni coloniali, o acquisite in regimi di “colonialità”5.

Uno dei tratti più caratteristici del caso italiano è la coesistenza, spesso entro lo stesso immaginario nazionale, di due forme di patrimonio che raramente vengono pensate insieme: da un lato il patrimonio scientifico, legato alla celebrazione del genio individuale e alla capacità di trasformare l’osservazione della natura in sapere universale; dall’altro quello industriale e tecnologico, frutto di processi collettivi, di sperimentazioni produttive e della costruzione materiale di comunità di lavoro. Entrambi questi patrimoni partecipano a una narrazione che intreccia memoria e modernità: la scienza come promessa di verità e innovazione, l’industria come laboratorio di progresso e trasformazione sociale. Se il primo è tradizionalmente raccontato attraverso la figura dell’inventore, del visionario o del “padre fondatore” di saperi, il secondo si esprime invece nelle tracce materiali lasciate dall’organizzazione del lavoro, dagli impianti produttivi, dalle infrastrutture energetiche e logistiche. Ma ciò che li accomuna è il modo in cui entrambi sono stati mobilitati per rappresentare una specifica identità nazionale: il genio scientifico e il capitano d’industria sono due facce complementari di un medesimo racconto, quello di un’Italia capace di coniugare creatività e ingegno con capacità produttiva e tecnica. Pensare insieme questi patrimoni significa dunque mettere a fuoco non solo il legame tra sapere e fare, tra idea e produzione, ma anche il carattere eminentemente simbolico che tali eredità hanno assunto.

2. Patrimoni scientifici e industriali: esporre la tradizione ed esporre “il genio”

Nei luoghi della memoria scientifica e industriale, l’Italia non custodisce soltanto strumenti, macchine o edifici: custodisce l’immagine di sé come nazione moderna, che trasforma il gesto del singolo e il lavoro collettivo in un racconto di progresso continuo. Nel caso italiano, la relazione tra patrimonio scientifico e patrimonio industriale non è soltanto la giustapposizione di due tradizioni parallele, ma il risultato di un intreccio storico complesso. Già nel XIX secolo, nel pieno del processo risorgimentale, la celebrazione del “genio” scientifico (in alcuni casi addirittura “martire”) veniva mobilitata come testimonianza della vitalità intellettuale della nazione e come fondamento simbolico della sua modernizzazione6. Le figure dei grandi scienziati e inventori, proiettate all’indietro in una genealogia nazionale, diventavano il segno di un’Italia destinata “naturalmente” al progresso, mentre l’industrializzazione faticava a consolidarsi in un territorio segnato da forti squilibri economici e sociali.

Questo scarto ha fatto sì che i due patrimoni si sviluppassero con un forte valore compensativo e retorico. Da un lato, l’esaltazione del sapere scientifico serviva a costruire un’identità culturale di lungo periodo, che legasse il presente a una tradizione di creatività e intelligenza tecnica. Dall’altro, le tracce dell’industrializzazione – stabilimenti, miniere, infrastrutture – furono investite di una funzione rappresentativa che andava oltre la loro dimensione produttiva: esse diventavano simboli concreti di un ingresso finalmente compiuto dell’Italia nella modernità industriale.

Nel corso del Novecento, e in particolare nel secondo dopoguerra, queste due traiettorie hanno trovato nuove occasioni di convergenza. La narrazione del genio individuale e quella del capitano d’industria si sono sovrapposte, alimentando il mito di un’Italia capace di tenere insieme l’inventiva umanistica e scientifica con la capacità produttiva e organizzativa. Allo stesso tempo, i luoghi della memoria scientifica e industriale (musei, archivi e biblioteche, ma anche siti industriali dismessi) hanno assunto un valore pedagogico e identitario: custodi non soltanto di oggetti e macchine, ma della promessa di una modernità continuamente rinnovata.

In questo senso, pensare oggi a questi patrimoni congiuntamente significa leggere la storia italiana nelle sue tensioni costitutive: tra sapere e produzione, tra mito e realtà, tra celebrazione dell’individuo e riconoscimento del lavoro collettivo. Entrambi, seppure in forme diverse, hanno contribuito a raccontare e a mettere in scena l’idea di un Paese moderno, in grado di trasformare la propria tradizione in futuro.

Che si tratti di raccontare gli effetti su un territorio della seconda rivoluzione industriale, o di rendere testimonianza di primati o eccellenze tecnologiche, spesso esagerate e strumentalizzate, numerosi musei e archivi italiani narrano storie di “eccellenze” nazionali o locali7. Ciò avviene, ad esempio, nel campo dell’industria, tacendo però l’impatto ambientale e sociale spesso distruttivo, l’impiego di mano d’opera coatta (a volte anche intrecciato con le vicende coloniali), ed esaltando uno storytelling – anche attraverso formati come la graphic novel – legato a figure presentate come “straordinarie” (come, ad esempio, Adriano Olivetti o Giovanni Agnelli), favorendo così un racconto agiografico dell’Italia industriale8.

Questi imprenditori, spesso legati al periodo del “miracolo economico” italiano, sono rappresentati, attraverso biografie celebrative, documentari e musei d’impresa, come protagonisti illuminati del progresso economico e sociale, capaci di coniugare efficienza produttiva, innovazione tecnologica e responsabilità sociale. Tale narrazione tende tuttavia a semplificare le contraddizioni insite nei loro modelli di impresa e a occultare le dinamiche di potere, le forme di paternalismo industriale e le relazioni ambigue con il potere politico e il capitale internazionale. In particolare, nel caso di Olivetti, la retorica dell’imprenditore umanista ha spesso oscurato le tensioni tra idealismo e pratiche aziendali, mentre nel caso degli Agnelli il mito della “famiglia del capitalismo italiano” ha contribuito a consolidare una visione elitaria e nazionale dello sviluppo industriale, marginalizzando le letture critiche sul ruolo della Fiat nei rapporti centro-periferia e nelle dinamiche del lavoro. Inoltre, le fondazioni aziendali – Fondazione Olivetti, Fondazione Agnelli, Fondazione Pirelli ecc. – svolgono oggi un ruolo chiave nel produrre e istituzionalizzare queste memorie: finanziando ricerche, mostre, pubblicazioni e restauri, contribuiscono a costruire uno spazio della memoria imprenditoriale che è anche uno spazio di legittimazione culturale e ideologica.

Questa tendenza alla celebrazione agiografica dell’imprenditore non è esclusiva del contesto italiano: l’Henry Ford Museum a Dearborn (Stati Uniti), inaugurato nel 1929, costituisce un esempio paradigmatico e pionieristico, presentando Ford come “democratizzatore della tecnologia” e artefice della modernità americana, attraverso oggetti come il Modello T e la linea di montaggio, ma senza tematizzare le implicazioni alienanti del fordismo o il ruolo di Ford nel disciplinamento della forza lavoro. Allo stesso modo, il Museo Porsche a Stoccarda, aperto nel 2009, glorifica la figura di Ferdinand Porsche e dei suoi successori come geni puri dell’ingegneria e dell’eccellenza nazionale in un allestimento immersivo e spettacolare, completamente privo di riflessioni critiche sulle origini della casa automobilistica, inclusi i suoi legami con il regime nazista. Questi musei e fondazioni possono essere letti come espressione di una più ampia tendenza alla musealizzazione neoliberale, in cui le narrazioni aziendali e imprenditoriali vengono presentate come storie di progresso ineluttabile, di creatività individuale e di “buon capitalismo”.

Anche in Italia l’estetizzazione dell’impresa, ad esempio nella casa-museo di Enzo Ferrari a Modena, – attraverso oggetti di design, architetture raffinate, storytelling immersivi – funziona da dispositivo di legittimazione, depoliticizzando il conflitto sociale e offuscando la dimensione strutturale delle disuguaglianze economiche9. In questa cornice, l’imprenditore viene elevato a figura morale, un soggetto dotato di visione e responsabilità, di cui il museo diventa tempio e monumento: i suoi cimeli, proprio come le reliquie religiose, diventano strumenti di narrazione esemplare e dispositivi pedagogici volti a ispirare devozione, emulazione e legittimazione sociale.

La cultura d’impresa, dunque, non è solo raccontata: è prodotta e resa egemonica attraverso forme espositive che selezionano la memoria, estetizzano il lavoro e neutralizzano il dissenso. Gli oggetti appartenuti o collegati a queste figure diventano così “cimeli” e “reliquie laiche”, utili per raccontare in modo “mitico” (quasi unicamente) uomini illustri: esploratori, “inventori”, capitani d’industria10. Infatti, la retorica (e il marketing) del Made in Italy come sinonimo di qualità e autenticità ha spesso mascherato (e continua a farlo) le contraddizioni della produzione industriale, con le sue pratiche di delocalizzazione e sfruttamento del lavoro11.

A questo proposito, il 2024 è stato un anno particolarmente significativo, per la ricorrenza dei 150 anni dalla nascita di Guglielmo Marconi, che insieme a Olivetti ed Enrico Mattei rappresenta forse il profilo simbolicamente più rilevante del “primato” italiano in campo tecnico e industriale (reale, mancato, immaginato) nel XX secolo. Il 2024 marconiano è stato caratterizzato da un gran numero di appuntamenti, pubblicazioni e – naturalmente – esposizioni. La narrazione sul genio Marconi è stata accompagnata fin dai primissimi anni di notorietà dell’inventore angloitaliano, dalla produzione e circolazione di strumentazione dimostrativa, con un valore simbolico che nel corso dei decenni ha messo in ombra la sua funzione tecnica o industriale, sostituendosi a essa. Una narrazione che in occasione della ricorrenza marconiana è entrata sul piano della memoria collettiva del paese12.

Fig. 1. Archivio storico Museo Nazionale Scienza e Tecnologia, Raccolta documentaria primati scientifici, S1128, Quadro voltiano realizzato per l’esposizione A Century of Progress, Chicago 1933.

Fig. 1. Archivio storico Museo Nazionale Scienza e Tecnologia, Raccolta documentaria primati scientifici, S1128, Quadro voltiano realizzato per l’esposizione A Century of Progress, Chicago 1933.

3. I “grandi” scienziati e le loro “reliquie”

La monumentalizzazione e musealizzazione del genio scientifico italiano rappresenta un importante dispositivo di costruzione identitaria, attivo ben prima dell’unificazione nazionale e particolarmente intenso nel corso del lungo Ottocento13. In un contesto frammentato sul piano politico ma già animato da una forte ambizione culturale e civilizzatrice, la celebrazione degli “uomini illustri” della scienza – da Galileo Galilei a Leonardo da Vinci, da Alessandro Volta a Luigi Galvani – ha svolto una funzione centrale nella definizione di una genealogia del sapere nazionale, capace di anticipare simbolicamente l’unità italiana14. Questi personaggi, presentati come menti avulse da ogni contesto e dotate di eccezionale ingegno, spesso ritenuti non sufficientemente celebrati durante la loro vita ma anzi ostracizzati e isolati, vengono monumentalizzati in quanto incarnazioni di un’“italianità” intellettuale, laica e modernizzatrice, che si contrappone tanto all’arretratezza borbonica quanto all’ingerenza del potere ecclesiastico.

Nel corso dell’Ottocento e del primo Novecento, questa operazione prende forma attraverso molteplici strumenti: monumenti pubblici, intitolazioni di istituti scolastici, pubblicazioni celebrative, ma soprattutto musei scientifici e tecnici che mettono in mostra oggetti, strumenti, laboratori e scritti legati a queste figure15. La loro esposizione museale non solo fissa una memoria visiva e tangibile del genio italiano, ma lo trasforma in oggetto didattico e patriottico, capace di ispirare le giovani generazioni e di contribuire alla narrazione di una nazione “naturalmente” portata al progresso e alla civiltà.

Il “genio italiano” viene dunque inserito in una trama di “primati” culturali che mira a legittimare l’Italia come culla della civiltà anche nel campo tecnico-scientifico16. Tra i cosiddetti “grandi italiani” troviamo quindi una continuità esplicita tra gli “inventori” e “geni” del passato e i capitani d’industria del presente: una storia raccontata anche e soprattutto attraverso i musei e gli archivi17.

Nel dopoguerra, ma con tratti già presenti nel fascismo, questa monumentalizzazione assume anche un valore geopolitico: l’Italia, spesso considerata marginale nei circuiti della grande scienza contemporanea, rivendica una centralità storica attraverso i suoi geni del passato, trasformandoli in patrimonio da esportare, raccontare, brandizzare18. Ne è un esempio recente l’uso massiccio della figura di Leonardo da Vinci in contesti espositivi internazionali, da Expo 2015 a mostre itineranti sponsorizzate da fondazioni bancarie e industriali, o lo stanziamento da parte del Governo di sei milioni di euro per il bicentenario di Alessandro Volta tra il 2025 e il 2027 per realizzare «eventi, mostre, iniziative didattiche e culturali di respiro internazionale», che trasformeranno il capoluogo lariano in un «centro di eccellenza per la scienza e la cultura»19. In questo senso, la musealizzazione del “genio” scientifico italiano è tutt’altro che neutra: è una pratica simbolica e politica, attraverso cui si costruiscono appartenenze, si rivendicano genealogie e si proiettano visioni del futuro radicate in un passato selezionato e celebrato.

Questo dossier intende dunque riflettere, attraverso la messa in relazione di casi di studio originali, su questi fenomeni. Lo scopo è quello di identificare le retoriche espositive di lungo periodo di ciò che riguarda l’“eccellenza” industriale e il “genio” scientifico (nazionale o locale) attraverso le attività culturali di fondazioni archivistiche e museali pubbliche e private, mettendo in luce gli aspetti taciuti e quelli invece esaltati. A partire dalle riflessioni critiche che negli ultimi due decenni hanno scosso il mondo dei beni culturali intorno alle pratiche conservative e all’elaborazione di un approccio critico all’heritage, si metteranno dunque in connessione narrazioni, rappresentazioni, archivi, media e racconti differenti ma collegati, per riflettere in modo originale sulle costruzioni di identità legate alla scienza e alla tecnologia.

La presente indagine si configura dunque come un crocevia interdisciplinare, in cui convergono prospettive provenienti dagli studi sulla storia dell’Italia contemporanea, dagli studi culturali e sul patrimonio, dalla storia industriale e dalla storia della scienza. Attraverso questa pluralità di approcci, l’intento è quello di mettere in luce le complesse interazioni tra dimensioni politiche, culturali e materiali che hanno contribuito a modellare diversi processi di memorializzazione e musealizzazione di vari tipi di “reliquie” di scienziati, esploratori e capitani d’industria.

4. Il dossier: un percorso multidisciplinare

I contributi che compongono questo numero provengono da ambiti disciplinari limitrofi, ma non sovrapponibili; alcuni degli autori e delle autrici svolgono attività di ricerca, mentre altri operano direttamente a contatto con il patrimonio musealizzato e le collezioni.

La cornice cronologica in cui si muovono gli articoli è assai ampia: la prassi di costruzione identitaria attraverso la celebrazione per mezzo della musealizzazione – come si è visto – risale già alla tarda modernità. Nei casi studio qui riportati questo è ancor più evidente poiché per lo più situati in momenti storici che assumono i connotati delle cesure: il fascismo e il miracolo economico italiano del dopoguerra, ad esempio. Questa non è una particolare novità: l’esigenza di fornire narrazioni utili a saldare o rafforzare una qualsiasi progettualità collettiva (che si tratti di nation-building o affermazione nel consesso “dei grandi” a livello economico e politico) si è spesso accompagnata alla (ri)scoperta e valorizzazione del passato e delle sue eredità materiali. Si possono trarre esempi convincenti in questo senso dal mondo dell’heritage management aziendale: sono spesso i contesti di crisi – da intendersi come trasformazione, non necessariamente in negativo – a ispirare programmi di organizzazione e valorizzazione delle fonti e della propria storia. In questo quadro, una testimonianza ci arriva dall’archivistica d’impresa in Italia, per la quale i primi segnali di vero interesse arrivarono nei primi anni Settanta, al crepuscolo del miracolo economico e circa un decennio dopo, nel pieno della recessione degli anni Ottanta20. Incertezza, trasformazioni e il rischio del fallimento sono infatti per le imprese – ma in generale per le comunità umane – altrettante opportunità per intervenire sulla propria legittimità sociale e culturale21.

In questa sezione monografica di “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, si è voluto dare conto delle molteplici sfaccettature del racconto identitario del passato a partire dagli spazi fisici in cui queste narrazioni incontrano immediatamente il proprio pubblico: i musei. Francesco Barreca, nel delineare la storia museale del dito medio destro di Galileo, evidenzia il carattere di racconto pubblico plasmato da esigenze politiche e culturali che è all’origine dei musei scientifici fiorentini, nati per rivendicare il primato toscano (e solo poi italiano) in questo campo. Quella del dito di Galileo è una vicenda dai tempi “lunghi”: iniziata nel XVIII secolo attraversa il Risorgimento italiano, il fascismo e la ricostruzione caricandosi di significati mutevoli, da reliquia del “genio fiorentino” – quindi patrimonio tutto locale – a quella del “genio italiano”.

Il contributo di Marianna Cappellina, attraverso l’analisi di due interventi di restauro che intrecciano le dimensioni del culto “sacro” e della religione “civile”, mostra come le professioni della conservazione si devono confrontare con il valore simbolico che accomuna oggetti con storie radicalmente differenti, rendendo le attività di conservazione e restauro «un atto tecnico e culturale».

Nel caso degli oggetti provenienti dalla spedizione italiana del 1954 al K2, si aggiunge una riflessione sulla musealizzazione di beni che suscitano emozione ed empatia nel pubblico, come nel caso delle spedizioni alpinistiche o in generale di “imprese” particolarmente ardue dal punto di vista fisico, ancor di più quando queste hanno goduto di grande copertura mediatica. Il valore culturale dato a questi oggetti trascende quindi il fine per cui erano stati prodotti, sradicandoli dal loro contesto storico o mettendolo in secondo piano22. Il saggio di Cappellina introduce inoltre argomenti che spesso passano in secondo piano quando si parla di uso pubblico del passato: quello della ricerca storica finalizzata agli interventi di restauro e degli approcci conservativi che tengano conto della vita materiale degli oggetti.

Per questa special issue si è voluto prestare attenzione anche a prospettive di storia economica e industriale, e la loro rappresentazione. Simone Dotto, focalizzandosi sul racconto pubblico dell’Italia industriale promosso da istituzioni culturali – non di rado filiazioni del mondo imprenditoriale – ne osserva le declinazioni multimediali contemporanee. Storico dei media, Dotto ha scelto il caso dell’esposizione Una storia di innovazione del 2019, promossa da Olivetti in collaborazione con l’Associazione Archivio Storico Olivetti e la Fondazione Adriano Olivetti. In questo progetto espositivo Dotto non solo rintraccia gli elementi retorici tradizionali dello storytelling imprenditoriale, come il determinismo e l’orizzonte esclusivamente positivo dell’innovazione tecnologica, ma anche una certa continuità con il discorso tecno-umanista del secondo dopoguerra, diffuso attraverso il cinema industriale d’autore e gli house organ come «Comunità» e «Civiltà delle macchine».

Tuttavia, l’Italia è anche un Paese (ex) industriale che continua ad avere un rapporto ambiguo con il proprio patrimonio materiale: René Capovin, dal suo osservatorio privilegiato della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, analizza le tante contraddizioni di un tessuto imprenditoriale che da un lato celebra il proprio ruolo storico e si autocelebra, ma dall’altro – a differenza dei Paesi d’Oltralpe – dimostra miopia strategica e orizzonti limitati quando si tratta di investire su un piano culturale intorno all’archeologia industriale e ad altre proposte di musealizzazione del patrimonio storico aziendale.

Mauro Villani, attraverso un puntuale racconto delle origini e dell’eredità materiale e culturale dell’industria mineraria a Carbonia, mostra come questa stessa eredità si materializza in un punto di riferimento internazionale per lo studio della “cultura del carbone”, e come un’eredità “difficile” legata al fascismo sia stata trasformata e riappropriata dal tessuto cittadino.

Infine, Maddalena Cataldi ci accompagna nel dibattito intorno alle origini dell’umanità e sulla comune origini degli esseri umani. Altra faccia della medaglia rispetto alla proiezione identitaria e sovente nazionalista di fatti e protagonisti del passato, nel secondo dopoguerra, nel clima politico e culturale che portò, ad esempio, alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), gli studi dedicati alla preistoria e in particolare gli studi antropologici furono particolarmente influenzati da questo spirito “universalista” affermatosi dopo la Seconda guerra mondiale.

In conclusione, questa special issue si inserisce all’incrocio di differenti approcci – dalla storia della scienza alla museologia fino agli studi conservativi – per delineare una riflessione su come questi campi del sapere e il loro uso pubblico abbiano contribuito a narrazioni identitarie. I nazionalismi hanno attribuito allo studio e alla musealizzazione del passato il compito di cementare la propria visione egemonica a scapito di settori e profili sociali “scomodi” (stranieri, minoranze, subalterni/e in genere), arrivando a promuovere omissioni, rimozioni o mistificazioni come l’insistente ricerca di “primati” da accostare a nazioni, comunità umane o anche singole biografie di imprenditori e scienziati. In maniera altrettanto controversa anche visioni più universaliste si sono confrontate con il passato e la sua eredità materiale, così come anche la subalternità – o la autorappresentazione come tale – ha costruito i propri luoghi di legittimità attraverso la storia e la sua patrimonializzazione. Esempi inversi rispetto – ad esempio – alla costituzione di musei e collezioni coloniali, ma non per questo esenti da forzature identitarie sono i musei cinesi dedicati alle guerre dell’oppio, di cui scrive Amitav Ghosh nel suo ultimo saggio Fumo e ceneri, o, per restare in Europa, il catalanismo promosso dal Museu d’Història de Catalunya di Barcellona23.

La scelta di concentrarci sui patrimoni della scienza, della tecnologia e sulle loro applicazioni industriali, ha permesso – a parere di chi scrive – di ampliare il già ricco dibattito in atto sui musei e il loro ruolo, oggi in gran parte concentrato sulle collezioni coloniali (perlopiù etnografiche, raramente scientifiche) ed extra-europee, ma che alle nostre latitudini – e rispetto alle domande che ci poniamo nel presente sia come studiose e professioniste del settore, sia come cittadinanza – ha senso declinare anche rispetto ai nodi e ai conflitti che i saggi qui presentati evidenziano, legati alla costruzione di identità culturali, politiche, sociali connesse ai luoghi della scienza e dell’industria.


Note

1 Peter Aronsson, Gabriella Elgenius, National Museums and Nation-building in Europe, 1750-2010. Mobilization and legitimacy, continuity and change, New York, Routledge, 2014; Sharon MacDonald, Memorylands: Heritage and Identity in Europe Today, New York, Routledge, 2013; Eric Hobsbawm, Terence Ranger, L’invenzione della tradizione, Einaudi, Torino, 1983 (I ed. Cambridge 1983). Per il caso italiano: Andrea Ragusa, Alle origini dello Stato contemporaneo. Politiche di gestione dei beni culturali e ambientali tra Ottocento e Novecento, Milano, Franco Angeli, 2011; Simona Troilo, La patria e la memoria. Tutela e patrimonio culturale nell’Italia unità, Milano, Electa, 2005.

2 Andrea Emiliani, Musei e museologia, in Storia d’Italia V, I documenti, Torino, Einaudi, 1973, pp. 1613-1655. La legge 152/2024 di recente emanazione tutela il patrimonio culturale immateriale e valorizza le rievocazioni storiche: Annalisa Gualdani, La legge in materia di manifestazioni di rievocazione storica e delega al Governo per l’adozione di norme per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale: una prima riflessione, in “Aedon”, 2024, 3: https://aedon.mulino.it/archivio/2024/3/gualdani.htm.

3 Si veda almeno Arjun Appaduraj, La vita sociale delle cose. Una prospettiva culturale sulle merci di scambio, Milano, Meltemi, 2021 (I ed. Cambridge 1986).

4 Tullio Scovazzi, Human Remains as Cultural Heritage, in Lucas Lixinski, Lucie K. Morisset (eds.), The Routledge Handbook of Heritage and the Law, London-New York, Routledge, 2024, pp. 456-472; Kirsty Squires, David Errickson, Nicholas Márquez-Grant (eds.), Ethical Approaches to Human Remains: A Global Challenge in Bioarchaeology and Forensic Anthropology, New York, Springer, 2020.

5 Due prospettive opposte in Dan Hicks, The Brutish Museums. The Benin Bronzes, Colonial Violence and Cultural Restitution, London, Pluto Press, 2020 e Arthur MacGregor, Company Curiosities Nature, Culture and the East India Company, 1600–1874, London, Reaktion Books, 2018. Per il caso italiano ci si permette di rimandare a Beatrice Falcucci, L’impero nei musei. Storie di collezioni coloniali italiane, Pisa, Pacini Editore, 2025.

6 Gastone Tissandier, I martiri della scienza, Milano, Treves, 1884.

7 Francesco Barreca, The Italian genius on display. The first national Exhibition of History of Science (Florence, 1939) and the preservation of scientific heritage in fascist Italy, Leiden, Brill, 2022; Giovanni Paoloni, Roberto Reali, Laura Ronzon (a cura di), I «primati» della scienza. Documentare ed esporre scienza e tecnica tra fascismo e dopoguerra, Milano, Hoepli, 2018. Un fenomeno non soltanto italiano: su “nazionalismo scientifico” e “national branding” si vedano T. Kubot, Telegraphs and National Heroes. A Case Study of Telegraphy as a Mirror of National Branding, in Elena Canadelli, Marco Beretta, Laura Ronzon (eds.), Behind the Exhibit. Displaying science and technology at world’s fairs and museums in the twentieth century, Smithsonian Institution Scholarly Press, Washington DC, 2019, pp. 16-29; R. Fox, Science without Frontiers. Cosmopolitanism and National interests in the World of Learning, 1870-1940, Corvallis, Oregon State University Press, 2016; Carol Ε. Harrison, Ann Johnson (eds.), National Identity: The Role of Science and Technology, Chicago, University of Chicago, 2009; Hiromi Mizuno, Science for the Empire. Scientific Nationalism in Modern Japan, Stanford, Stanford University Press, 2008; E. Crawford Nationalism and Internationalism in Science, 1880-1939: Four Studies of the Nobel Population, Cambridge, Cambridge University Press, 1992.

8 Enzo Biagi, Il signor Fiat. Una biografia, Milano, Rizzoli, 1976; Marco Peroni, Riccardo Cecchetti, Adriano Olivetti, un secolo troppo presto, Padova, Beccogiallo, 2011. A riguardo si veda: Luigino Bruni, Il capitalismo e il sacro, Milano, Vita e Pensiero, 2019.

9 In particolare, sulla rilevanza dell’automotive all’interno di questa narrazione: Federico Paolini, Un paese a quattro ruote. Automobili e società in Italia, Venezia, Marsilio, 2005. Una prospettiva più ampia in Fabrizio Barca (a cura di), Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra ad oggi, Roma, Donzelli, 2010.

10 La dimensione di genere, in questo contesto, è centrale: Christine Battersby, Gender and Genius: Towards a Feminist Aesthetics, London, The Women’s Press, 1989. Circa il lavoro delle donne in Italia e la cultura “tecnica” si veda Eloisa Betti, Carlo De Maria (a cura di), Genere, lavoro e formazione professionale nell’Italia contemporanea, Bologna, Bononia University Press, 2021. Circa la sacralizzazione di queste figure sono ancora utili le riflessioni in Alberto Mario Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Torino, Einaudi, 2000. Si veda anche Tommaso Caliò, Una terra di martiri. Narrazioni agiografiche e industria culturale nell’Italia contemporanea, Roma, Viella, 2022.

11 Carlo Marco Belfanti, Storia culturale del Made in Italy, Bologna, Il Mulino, 2019; Elena Dellapiana, Il design e l’invenzione del Made in Italy, Torino, Einaudi, 2022.

12 Simona Casonato (a cura di), Marconi in frammenti. Rileggere le collezioni del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, Venezia, Edizioni Ca’Foscari-Venice University Press, 2024.

13 Maria Pia Casalena, Per lo Stato, per la Nazione. I congressi degli scienziati in Francia e in Italia (1830-1914), Roma, Carocci, 2007.

14 Massimo Bucciantini (a cura di), The Science and Myth of Galileo between the Seventeenth and Nineteenth Centuries in Europe, Firenze, Olschki, 2021; Marco Beretta, Elena Canadelli, Claudio Giorgione (a cura di), Leonardo 1939. La costruzione del mito, Milano, Editrice Bibliografica, 2019.

15 È il caso dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, ma anche del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci a Milano, aperto nel 1953 ma concepito già nel periodo fascista, e il Tempio Voltiano a Como, inaugurato nel 1928, in una struttura architettonica monumentale che custodisce strumenti e documenti di Alessandro Volta. Qui, l’oggetto scientifico diventa reliquia, e il museo un luogo della sacralizzazione laica del sapere.

16 Un esempio tra tanti quello relativo alla costruzione del mito di Dante Alighieri: Fulvio Conti, Il Sommo italiano. Dante e l’identità della nazione, Roma, Carocci, 2021.

17 Salvatore Sutera, Uomini e geni del tessuto industriale italiano. Dal telaio di Leonardo al made in Italy, Milano, Edizioni Fondazione Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci, 2005.

18 Claudio Fogu, The Historical Imaginary. Politics of History in Fascist Italy, Toronto, University of Toronto Press, 2003.

19 Alessandro Volta, l’Italia celebra i 200 anni del genio della pila, 19 febbraio 2025, https://culturaidentita.it/alessandro-volta-200-anni-como/.

20 Giorgetta Bonfiglio-Dosio (a cura di), Archivi d’impresa: un mondo multiforme, in Ead., Archivi d’impresa. Studi e proposte, Padova, Cleup, 2003, pp. 30-35.

21 Philip Scranton, Patrick Friedenson, Reimagining Business History, Baltimore, Johns Hopkins University Press, 2013, pp. 112.

22 Andrè Desvallèes, François Mairesse, Concetti chiave di museologia, Paris, Armand Colin-ICOM, 2010, p. 61.

23 Amitav Ghosh, Fumo e ceneri, Torino, Einaudi, 2025.