Modelli culturali e rappresentazioni dell’adolescenza nei film del Giffoni Film Festival. Un approccio antropologico e storico-culturale (1985-2002)

Cultural models and representations of adolescence in the Giffoni Film Festival. An anthropological and historical‑cultural approach (1985-2002)

In apertura: frame tratto dal film Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore (1988).

1. Introduzione

I festival cinematografici non sono semplici contenitori di opere, ma istituzioni culturali capaci di attribuire visibilità, legittimare estetiche e orientare pratiche di fruizione1. Nei festival dedicati all’infanzia e all’adolescenza tale funzione si intreccia con dispositivi di mediazione e con la partecipazione diretta dei giovani pubblici. Il Giffoni Film Festival, fondato nel 1971, rappresenta un caso emblematico proprio perché affida a ragazze e ragazzi un ruolo attivo di giuria, spostando temporaneamente l’autorità del giudizio e dell’interpretazione. Questa scelta, che costituisce uno degli elementi più originali del festival, produce un duplice effetto. Da un lato, riconosce ai giovani una competenza spettatoriale e valutativa che nei circuiti ordinari della fruizione cinematografica viene raramente messa al centro; dall’altro, trasforma il festival in uno spazio in cui i pubblici giovanili non sono semplici destinatari di una proposta culturale costruita dagli adulti, ma soggetti chiamati a prendere posizione, formulare preferenze e partecipare alla costruzione del valore delle opere. In questo senso Giffoni non è solo un festival “per ragazzi”, ma un festival in cui i ragazzi diventano, almeno temporaneamente, interpreti legittimati e attori della mediazione culturale stessa.

L’articolo rilegge il festival nel periodo 1985-2002, inteso come prima grande fase di maturazione della manifestazione e come segmento precedente alla piena digitalizzazione dei consumi audiovisivi e alla ristrutturazione dei discorsi pubblici su giovani e cittadinanza nei primi anni Duemila. L’arco temporale consente di osservare, in prospettiva storico-culturale, la sedimentazione di modelli narrativi rivolti alla generazione che diventerà adulta nel passaggio di millennio, lasciando aperta la possibilità di un successivo approfondimento dedicato alla fase più recente. Le domande di ricerca sono: (1) quali modelli culturali dell’adolescenza emergono dalla selezione dei film; (2) quali slittamenti tematici e narrativi si osservano nel tempo; (3) in che modo la programmazione del festival e il dispositivo della giuria giovane possano essere interpretati come forme di mediazione culturale e come gesto pedagogico, inteso come sospensione delle relazioni educative tradizionali e attivazione di pratiche autonome di interpretazione, discussione e produzione di senso da parte dei giovani spettatori.

2. Quadro teorico e prospettiva di ricerca

L’analisi si colloca tra antropologia culturale e visuale, storia del cinema per ragazzi e Film Festival Studies, assumendo il festival come luogo di negoziazione di valori e significati2. La letteratura sui festival ha inoltre evidenziato un “educational turn”, con crescente centralità di pratiche formative, laboratori e pubblici partecipativi, in particolare giovanili3. Questo spostamento segnala che molti festival contemporanei non si limitano più a programmare opere, ma progettano attivamente situazioni di apprendimento, confronto e coinvolgimento. Nel caso dei festival dedicati ai giovani, tale orientamento assume una rilevanza particolare, poiché il pubblico non è considerato un destinatario passivo, ma un soggetto da attivare attraverso dispositivi che favoriscono interpretazione, scambio e presa di parola. La dimensione educativa, pertanto, non coincide soltanto con l’eventuale presenza di attività collaterali, ma investe l’intera architettura del festival, che si configura come ambiente culturale capace di accompagnare processi di riconoscimento e di elaborazione simbolica.

In chiave bourdieusiana, il cinema può essere letto come risorsa simbolica distribuita in modo diseguale: capitale culturale e habitus incidono su ciò che appare legittimo, riconoscibile e “accessibile”, e dunque su quali narrazioni dell’adolescenza possano funzionare da repertorio condiviso4. Ciò significa che i film non vengono recepiti da tutti allo stesso modo, né dispongono della medesima possibilità di essere percepiti come significativi. Il festival interviene proprio su questo terreno, poiché può ampliare o restringere l’orizzonte delle opere considerate degne di attenzione, e al tempo stesso offrire ai giovani spettatori repertori simbolici attraverso cui nominare esperienze, conflitti e appartenenze. In questa prospettiva, la programmazione del festival non è mai innocente: selezionare un film significa anche proporre una determinata immagine dell’adolescenza come culturalmente pertinente e condivisibile.

A questa cornice si affianca Turner, per cui gli eventi collettivi possono essere intesi come momenti liminali in cui ruoli e gerarchie vengono temporaneamente sospesi e in cui si sperimentano forme di communitas5. In senso geertziano, il festival può essere interpretato come contesto di “descrizione densa” delle pratiche attraverso cui una comunità negozia significati di crescita, conflitto e appartenenza6. Esso rende osservabili, in forma condensata e intensificata, i modi in cui una determinata cultura parla dell’adolescenza, la rappresenta e la mette in scena. Il festival diventa così un luogo privilegiato per leggere non solo i film selezionati, ma anche le aspettative, i valori e le tensioni che attraversano il contesto sociale che li accoglie. In questa prospettiva, analizzare un festival per ragazzi significa interrogare insieme testi, pratiche e dispositivi, cioè l’intreccio tra narrazione audiovisiva e forme culturali della sua ricezione.

3. Contesto storico-culturale (1985-2002)

Tra metà anni Ottanta e inizio Duemila si ridefiniscono modelli familiari, discorsi educativi e rappresentazioni della giovinezza. Nel contesto italiano, i media partecipano attivamente alla costruzione dell’immaginario giovanile, contribuendo a definire cornici interpretative di crescita, conflitto e appartenenza7. Essi non si limitano a registrare trasformazioni già avvenute, ma intervengono nella loro codificazione culturale, offrendo figure, narrazioni e modelli attraverso cui la condizione giovanile viene resa leggibile sul piano pubblico.

Negli anni Ottanta prevalgono rappresentazioni fondate su un modello familiare relativamente stabile e normativo, centrato sulla famiglia nucleare e su ruoli genitoriali fortemente differenziati; negli anni Novanta e nei primi Duemila tali configurazioni vengono affiancate da immagini più plurali (famiglie monoparentali o ricomposte, assenza o fragilità delle figure adulte, maggiore visibilità di differenze culturali e identitarie). In questo quadro, l’adolescenza viene sempre meno rappresentata come semplice passaggio lineare verso l’età adulta e sempre più come spazio problematico di elaborazione del sé, attraversato da incertezze, tensioni e processi di ridefinizione delle relazioni.

Cinema e serialità audiovisiva mettono così in scena precarietà, trasformazioni delle relazioni familiari e nuove sensibilità verso la differenza e l’identità, dialogando con mutamenti sociali più ampi8. La cultura audiovisiva del periodo offre infatti una pluralità di modelli giovanili in cui il conflitto non è più soltanto opposizione all’autorità, ma anche ricerca di collocazione, bisogno di riconoscimento, confronto con la vulnerabilità e con la complessità delle appartenenze. In particolare, i prodotti rivolti all’infanzia e all’adolescenza assumono una funzione significativa perché traducono temi potenzialmente complessi in forme narrative accessibili, rendendo visibili tensioni che attraversano il contesto sociale e culturale in cui vengono prodotti e recepiti.

In questo scenario, la selezione internazionale proposta a Giffoni offre una prospettiva comparativa sulle narrazioni dell’adolescenza, permettendo di osservare come temi simili vengano declinati in contesti culturali differenti. Il cinema per ragazzi si configura dunque come spazio di traduzione simbolica delle trasformazioni in atto: non solo “specchio” della realtà sociale, ma dispositivo che partecipa alla sua costruzione e interpretazione.

4. Materiali e metodo

Il corpus è composto da 232 film programmati tra 1985 e 2002, ricavati da cataloghi e materiali d’archivio del festival. I titoli sono stati classificati per genere cinematografico e per aree tematiche principali e secondarie. Per leggere gli slittamenti nel tempo, il corpus è stato suddiviso in due periodi: 1985-1995 (152 film) e 1996-2002 (80 film). La lettura adotta un’impostazione di analisi tematica qualitativa applicata a sinossi e schede descrittive, da cui si evince una progressiva concentrazione sul genere drammatico nel secondo periodo e una riduzione dei registri fantastico-avventurosi9. Pur nella consapevolezza dei limiti di una metodologia basata prevalentemente su materiali secondari, l’approccio consente di cogliere tendenze di medio periodo e configurazioni ricorrenti, utili a delineare una mappa interpretativa delle rappresentazioni dell’adolescenza nel festival. L’attenzione è rivolta meno ai singoli autori e più ai pattern narrativi che attraversano il corpus. In relazione al quadro teorico, la bibliografia privilegiata include contributi che hanno accompagnato la formazione e la stabilizzazione dei Film Festival Studies e degli studi sul cinema per ragazzi tra anni Novanta e Duemila, poiché funzionali a ricostruire il contesto concettuale entro cui il corpus è stato prodotto e recepito. Per il rapporto tra festival, educazione e partecipazione dei giovani pubblici si richiamano anche contributi più recenti, in continuità con le questioni qui discusse.

Tab 1. Distribuzione dei film per genere nel corpus del Giffoni Film Festival (1985-2002).

Genere

1985-1995

1996-2002

Totale

Drammatico

78

52

130

Fantastico

29

9

38

Avventura

24

7

31

Animazione

21

6

27

Altro / Misto

0

6

6

Totale film

152

80

232

Fonte: Giffoni Film Festival, cataloghi e materiali d’archivio (1985-2002), anche in “Archivio storico online”, ultima consultazione: 15 febbraio 2026.

5. Le rappresentazioni dell’adolescenza tra esplorazione, famiglia e differenza

Nel primo periodo domina il genere drammatico, ma è significativa la presenza di fantastico, avventura e animazione. Questa varietà suggerisce una rappresentazione dell’adolescenza come fase di esplorazione e attraversamento, non esclusivamente segnata dal conflitto. Sul piano tematico emergono la differenza, il rapporto genitori-figli e il viaggio come metafora di crescita10. In molte sinossi del periodo ricorrono percorsi di prova che mettono in gioco l’uscita temporanea dall’ambiente domestico, l’incontro con l’altro e l’attraversamento di spazi nuovi: viaggi, fughe, amicizie inedite, piccole avventure quotidiane. Il rapporto genitori-figli appare spesso come tensione negoziabile più che come rottura, e la crescita è rappresentata come processo graduale di apprendimento del limite, della responsabilità e della cura, talvolta mediato da figure adulte non genitoriali o da gruppi di pari.

Nel secondo periodo si osserva una maggiore concentrazione sul genere drammatico e una riduzione della varietà di registri. I temi della famiglia e della differenza coprono una quota significativa del corpus, indicando uno spostamento verso narrazioni più esplicitamente sociali. La differenza viene spesso articolata attraverso razzismo, malattia ed esclusione; la comparsa, ancora marginale, di film incentrati sull’omosessualità segnala l’emergere di nuove sensibilità11. In questo quadro, titoli come “Tommy and the Wildcat” mostrano come il registro avventuroso venga progressivamente attraversato da temi più identitari e relazionali, legati alla perdita, alla responsabilità e al bisogno di appartenenza. L’adolescenza tende così a essere rappresentata sempre meno come avventura e sempre più come processo di negoziazione identitaria situata.

6. Discussione

I dati suggeriscono che la programmazione del festival operi come forma di mediazione culturale, selezionando quali conflitti siano “dicibili” e quali figure dell’adolescenza risultino legittime e riconoscibili. In questo senso, il Giffoni Film Festival si distingue perché sottrae i giovani alla posizione abituale di fruitori finali del prodotto cinematografico, attribuendo loro un ruolo attivo di valutazione e giudizio, raro nei circuiti ordinari di consumo audiovisivo12.

In termini turneriani, Giffoni può essere letto come spazio rituale in cui i giovani giurati sperimentano una sospensione temporanea dei ruoli ordinari, assumendo la posizione di giudici e interpreti, e trasformando la visione in una pratica pubblica di presa di parola e di negoziazione di significati13. La liminalità del festival consiste proprio nel creare una situazione separata dalla routine scolastica e familiare, in cui i ruoli abituali risultano parzialmente ridefiniti.

In questa prospettiva, il dispositivo festivaliero può essere inteso anche come gesto pedagogico: non trasmissione verticale di contenuti, ma creazione di uno spazio di apprendimento informale in cui la relazione docente-discente viene temporaneamente sospesa. I giovani non sono destinatari di un sapere predefinito, ma soggetti che esercitano pratiche autonome di interpretazione, confronto e argomentazione pubblica; la visione condivisa e la discussione collettiva diventano occasioni di autoformazione e di sperimentazione di competenze critiche, configurando il festival come ambiente educativo orizzontale14.

Dal confronto tra i due periodi emergono alcuni modelli narrativi ricorrenti che contribuiscono a delineare l’immaginario della generazione che attraversa l’adolescenza tra anni Ottanta e Novanta: l’adolescente come soggetto in transizione, sospeso tra dipendenza e autonomia; il conflitto intergenerazionale come snodo della crescita; il viaggio e lo spostamento come metafore di ricerca identitaria; la differenza (sociale, culturale, corporea) come esperienza quotidiana da negoziare più che come eccezione. Questi modelli costruiscono un’idea di adolescenza meno eroica e più problematica, fondata su processi graduali di riconoscimento di sé, coerenti con i mutamenti del tardo Novecento.

In chiave bourdieusiana, la partecipazione alla giuria contribuisce alla distribuzione di capitale culturale, offrendo repertori simbolici per nominare esperienze di crescita, conflitto e differenza. Gli studi su rappresentazione e identità aiutano inoltre a comprendere come tali narrazioni possano attivare processi di identificazione e agency dei pubblici giovani. In questo quadro, il festival non si limita a riflettere modelli culturali già esistenti, ma contribuisce a stabilizzarli, selezionando alcune figure dell’adolescenza come legittime e riconoscibili: la programmazione assume così una funzione implicitamente normativa, agendo sul piano delle possibilità immaginative offerte ai giovani spettatori15.

7. Conclusioni

L’analisi del periodo 1985-2002 mostra che il Giffoni Film Festival ha agito come istituzione culturale ibrida, in cui estetica, educazione e produzione simbolica si intrecciano in modo particolarmente evidente. Il festival emerge infatti non solo come luogo di fruizione e circolazione di opere cinematografiche, ma come dispositivo capace di orientare sguardi, rendere visibili specifiche immagini dell’adolescenza e organizzare forme di partecipazione culturale che attribuiscono un ruolo attivo ai giovani pubblici. In questa prospettiva, la selezione dei film, la struttura delle giurie e la natura transnazionale della programmazione contribuiscono a fare del festival uno spazio di mediazione in cui i modelli culturali dell’età giovanile vengono non soltanto rappresentati, ma anche implicitamente discussi, legittimati e messi in comune.

I risultati evidenziano uno slittamento da modelli di crescita “esplorativi” a narrazioni più sociali e identitarie, coerenti con le trasformazioni del periodo. Se nella prima fase del corpus prevalgono ancora registri che associano l’adolescenza al viaggio, all’avventura, alla prova e al confronto con il limite, nel secondo periodo acquistano maggiore centralità temi come la famiglia, la differenza, l’esclusione, il riconoscimento e la vulnerabilità. Questo slittamento non va letto come semplice mutamento interno alle forme narrative, ma come indice di una più ampia ridefinizione del modo in cui la cultura europea tardo-novecentesca immagina la crescita e i conflitti giovanili. L’adolescenza tende progressivamente a essere rappresentata meno come passaggio lineare e più come processo situato, segnato da tensioni relazionali, da fragilità e da una più complessa negoziazione delle appartenenze.

Lo studio conferma quindi la rilevanza dei festival per ragazzi come oggetti di ricerca storico-antropologica nel tardo Novecento e come laboratorio privilegiato per osservare il rapporto tra cultura audiovisiva, educazione non formale e partecipazione dei pubblici giovani. Analizzare il festival significa infatti interrogare non soltanto le opere selezionate, ma anche le pratiche, le mediazioni e le condizioni culturali che ne orientano la ricezione. In questo senso, Giffoni si configura come osservatorio particolarmente fecondo per comprendere come il cinema per ragazzi abbia contribuito a definire, in una fase di forte trasformazione sociale, immagini condivise dell’infanzia e dell’adolescenza. Allo stesso tempo, il festival consente di cogliere in forma concentrata il modo in cui i giovani spettatori vengono progressivamente riconosciuti come soggetti culturali dotati di competenza interpretativa, aprendo così una prospettiva di ricerca che riguarda non solo i contenuti delle opere, ma anche le pratiche di partecipazione e di attribuzione di valore che si sviluppano attorno ad esse.


Note

1 Bernadette Quinn, Arts festivals and the city, in “Urban Studies”, 2005, vol. 42, n. 5-6, pp. 927-943; Marijke de Valck, Film Festivals: From European Geopolitics to Global Cinephilia, Amsterdam, Amsterdam University Press, 2007.

2 Cfr. de Valck, Film Festivals, cit.

3 Cfr. Marijke de Valck, The Educational Turn in Film Festivals, in “SineCine: Sinema Araştırmaları Dergisi”, 2025, vol. 16, n. 2, pp. 174-201; Marijke de Valck, Brendan Kredell, Skadi Loist (eds.), Film Festivals: History, Theory, Method, Practice, London-New York, Routledge, 2016.

4 Cfr. Pierre Bourdieu, The forms of capital, in John G. Richardson (ed.), Handbook of Theory and Research for the Sociology of Education, New York, Greenwood Press, 1986, pp. 241-258.

5 Cfr. Victor Turner, The Ritual Process: Structure and Anti-Structure, Chicago, Aldine, 1969; Id., From Ritual to Theatre: The Human Seriousness of Play, New York, PAJ Publications, 1982.

6 Cfr. Clifford Geertz, The Interpretation of Cultures, New York, Basic Books, 1973.

7 Cfr. Fausto Colombo, Media e società giovanile, Milano, Vita e Pensiero, 2004.

8 Giffoni Film Festival, cataloghi e materiali d’archivio (1985-2002), anche in “Archivio storico online”, https://www.giffonifilmfestival.it/archivio-film.html, ultima consultazione: 15 febbraio 2026.

9 Cfr. Virginia Braun, Victoria Clarke, Using thematic analysis in psychology, in “Qualitative Research in Psychology”, 2006, vol. 3, n. 2, pp. 77-101; Philipp Mayring, Qualitative Content Analysis, in “Forum Qualitative Sozialforschung”, 2000, vol. 1, n. 2.

10 Ibid.

11 Ibid.

12 Sulla funzione di legittimazione e orientamento dei festival cfr. Quinn, Arts festivals and the city, cit.; de Valck, Film Festivals, cit.

13 Cfr. Turner, The Ritual Process, cit.

14 Sul rapporto tra festival, pratiche educative e pubblici partecipativi cfr. de Valck, Kredell, Loist (eds.), Film Festivals, cit.

15 Stuart Hall, Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, London, Sage, 1997; David Buckingham (ed.), Youth, Identity, and Digital Media, Cambridge (MA), MIT Press, 2008; Henry Jenkins, Textual Poachers: Television Fans and Participatory Culture, New York, Routledge, 1992.