
In apertura: scarponi da ghiaccio – IGB-011180 – Donazione Ardito Desio (Alessandro Nassiri, Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, Milano).
1. Introduzione: l’oggetto oltre la materia
Cosa resta di un oggetto quando smette di essere usato, ma continua a significare? Cosa di uno che viene utilizzato continuando a spostare in avanti la lancetta del proprio presente?
L’osservazione degli oggetti del culto religiosi trasportano fruitori occasionali e addetti ai lavori, in una dimensione che eccede la sola conservazione della materia. Si ha a che fare con manufatti spesso unici per preziosità e rarità, carichi di significati, depositari di memorie collettive intrecciate con quelle individuali, la cui integrità non si esaurisce nella sola consistenza fisica. Il richiamo dell’occhio a questi oggetti, spesso capolavori di oreficeria, non è dovuto solo alla preziosità e alla rarità dei materiali utilizzati, ma proprio all’intreccio tra vita dell’opera e svolgimento del culto.
Oggetti semiofori1 possono emergere anche in contesti laici: si tratta spesso di manufatti legati a eventi storici o a figure pubbliche, conservati come testimonianze materiali di un’identità politica, familiare o nazionale. Si pensi, ad esempio, alla diffusione di frammenti del Muro di Berlino, diventati oggetti simbolici a partire dagli anni Novanta, tanto da somigliare in tutto e per tutto a delle reliquie laiche. In maniera analoga, pur nella profonda differenza di significato e contesto, molte stauroteche conservano frammenti della Vera Croce, venerati in numerose chiese cattoliche. Il parallelismo, dal punto di vista della funzione simbolica e della forza evocativa dell’oggetto, appare evidente.
Gli oggetti di culto e celebrazione non sono solo testimonianze del passato, ma in molti casi sono oggetti vivi, utilizzati ancora oggi nel contesto per cui furono creati o, nel caso di reliquie laiche, inseriti in rituali commemorativi, rievocativi o educativi. In entrambi i casi, si tratta di oggetti capaci di attivare un processo di transfer simbolico, la cui forza evocativa permette loro di entrare in risonanza con le esperienze individuali. Restaurarli significa quindi intervenire non solo su un supporto materiale, ma su un sistema complesso di valori e pratiche.
La caratteristica che tiene uniti i due ambiti è proprio il protagonismo dell’oggetto nella vita individuale di fruitori e osservatori. Gli oggetti del culto incarnano per gli osservatori potenti valori simbolici che affondano le radici fino a quelli identitari. Tanto quanto gli oggetti di natura religiosa permettono alla persona di posizionarsi rispetto al suo schema di valori spirituali, altrettanto ricco di significato è il patrimonio materiale che ci apre alla comprensione del mondo attorno a noi quando le nostre risorse non bastano. Strumenti di misura, modelli didattici, apparecchiature da laboratorio e tutti gli oggetti della tradizione scientifica sono mediatori tra la società umana e il tempo, presente o passato. Essi sono i puntini della linea della storia che ci permettono di orientarci e aiutandoci a capire quanto certi processi, una volta avviati, non siano reversibili.
Questi oggetti hanno quindi un potenziale comunicativo grandissimo e raccontando la storia della scienza e della tecnologia, sono anche legati alla vita quotidiana di ricercatori, studenti, istituzioni educative, nonché molto spesso alla vita quotidiana di tutti. La sola ipotesi di un mondo privo di energia elettrica o di batterie evidenzia la centralità di questi elementi nel nostro sistema di vita, e tale riflessione contribuisce a spiegare l’efficacia comunicativa e l’alto grado di partecipazione che caratterizzano l’esperienza del pubblico nei musei scientifici.
Gli oggetti del culto laico e religioso, pur appartenendo ad ambiti apparentemente distanti come il sacro, il politico, il quotidiano, l’avanguardia, condividono una natura ibrida, in cui la funzione d’uso si intreccia con la funzione testimoniale, e la dimensione simbolica convive con quella tecnica. Restaurarli significa allora decidere che cosa vogliamo trasmettere al futuro, quale racconto intendiamo mantenere vivo e quale invece accettiamo che si dissolva con il tempo. Conservare il patrimonio simbolico è l’atto pratico del tramandare non solo la loro struttura materiale, ma anche della funzione che essi svolgevano in un determinato contesto. Nel cuore delle comunità religiose, accanto all’immagine del santo patrono o sotto l’altare maggiore, si custodiscono oggetti che non sono semplici manufatti, ma, guardati in senso aristotelico, sintesi di identità, fede e memoria collettiva.
Quando il restauratore è chiamato a intervenire su beni cultuali, dato che molti di questi sono ancora toccati, portati in processione, venerati, si trova al crocevia tra tecnica, simbolo e vita vissuta. Se usati i beni storici saranno riparati prima o poi, tanto se legati alla religione, quanto se legati al contesto storico. Fra questi gli oggetti di natura scientifica condividono molte delle necessità tecniche di conservazione con gli oggetti liturgici, funzioni, meccanismi, movimenti interni.
La tradizione del restauro italiano, pur affondando le radici nella distinzione settecentesca tra progettazione e controllo pubblico (la figura di Pietro Edwards)2 e nella successiva sintesi di Cesare Brandi3, tra istanza storica ed estetica, si confronta oggi con nuove sfide. Se prima l’attenzione era focalizzata sull’opera d’arte unica, oggi l’etica della conservazione si sposta verso l’ascolto delle comunità. La differenza sostanziale risiede nello scarto tra l’oggetto come manufatto e l’oggetto semioforo. Mentre l’oggetto tecnico può essere riparato per tornare a funzionare, l’oggetto di venerazione deve essere “curato” per continuare a significare.
Nella sezione centrale sono analizzati casi emblematici. Per i beni liturgici, le decisioni oscillano fra musealizzazione e uso: la Teca della Sacra Cintola (Prato) è stata musealizzata rinunciando all’ostensione ai fedeli durante il rito, mentre la Corona della Madonna di Enna (1653) continua a essere portata in processione, imponendo all’oggetto rinforzi strutturali di tipo non abituale in cambio della continuità rituale. Analoghe tensioni emergono nei busti reliquiari di Santa Margherita (Montefiascone) e San Grato (Aosta), dove la devozione indirizza prassi conservative diverse. Per i cimeli laici, due esempi dalle collezioni del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano dimostrano le sfaccettature interpretative degli oggetti simbolo: l’acceleratore Cockcroft-Walton del CISE, salvato dalla dispersione dagli stessi tecnici che lo utilizzarono e ora esposto in una sezione permanente, attesta il potenziale di recuperi dal basso; la collezione K2 rivela, invece, i limiti dell’iconizzazione, indicando la necessità di descrizioni puntuali e interventi diffusi sull’intero nucleo.
La riflessione insiste sul potere evocativo di questi oggetti crea legami trans-generazionali che vanno salvaguardati e compresi, non cristallizzati. Ciò implica una progettazione che integri valutazioni di rischio dinamiche, piani di manutenzione programmata e tracciabilità digitale, così da garantire fruizione senza sacrificare autenticità. Documentazione, digitalizzazione, testimonianze orali e fonti d’archivio rendono leggibile la rete di relazioni che fa di questi manufatti strumenti cognitivi, non icone mute.
2. Il restauro come processo tecnico e culturale
Il restauro è un atto tecnico spesso percepito come un lavoro prevalentemente artigianale, e in molti aspetti lo è. Tuttavia, non si tratta solo di un’operazione materiale, le scelte tecniche sono frutto dell’interazione con la memoria inscritta nella materia dell’opera. Come sottolineava già Cesare Brandi nel 1963, per il quale il restauro rappresenta il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, nella sua duplice polarità estetica e storica in vista della sua trasmissione al futuro4, ciò che caratterizza il restauro è l’interpretazione dell’oggetto come testimonianza oltre che come frutto della tecnica. A partire da questa definizione il restauro si è evoluto negli ultimi sessant’anni traducendo la teoria in prassi, trasformandola passo dopo passo in storia del restauro. Nel corso del Novecento si giunge a considerare le opere d’arte come testimonianza materiale dell’epoca di creazione, ma che vivendo può accumulare numerosi altri significati, ad essa consegnati dall’interpretazione che epoche diverse possono aggiungere alle originali istanze storica ed estetica.
Il restauratore deve dunque esercitare due capacità peculiari di analisi, quella della materialità dei manufatti e quella di astrazione di strutture interpretative permanenti, in modo da non trovarsi mai a operare senza giustificazione teorica, ma secondo i criteri etici condivisi.
La cura di oggetti simbolici ha accompagnato l’essere umano fin dalle origini, e quando le motivazioni alla base di questa cura sono diventate oggetto di speculazione teorica, si sono sviluppate e moltiplicate le applicazioni di quella che oggi riconosciamo come la filosofia del restauro contemporaneo. I restauratori ispirandosi ai medesimi principi hanno tracciato un percorso convergente negli interventi su dipinti, disegni, sculture, architetture, per poi spostarsi anche verso manifestazioni dell’ingegno umano non prettamente artistiche, ma più tecniche e direttamente collegabili alla storia del lavoro, del territorio, dell’agricoltura, dell’industria e così via.
Dall’ultimo quarto del XX secolo i testimoni materiali chiamati in causa non sono più solo opere dell’estro artistico realizzate con le migliori avanguardie dello sviluppo tecnico, come ad esempio gli ottocenteschi colori a olio in tubetto che permisero la pratica della pittura all’aperto, o la diffusione della carta che favorì la circolazione di disegni sui taccuini rinascimentali. Questo ruolo è stato assunto da strumenti, utensili, macchinari per la produzione, apparecchi di ripresa ottica e i loro prodotti, mezzi di trasporto, sistemi complessi di macchinari, addirittura ambienti interi nei quali tutto ciò veniva utilizzato e messo in funzione. Come spesso accade queste trasformazioni hanno inizio dall’architettura, così la nascita dell’archeologia industriale, manifestando la necessità di conservare i luoghi simbolo della rivoluzione industriale inglese come un mattone fondamentale nell’identità nazionale, ha creato presupposti e spazio per ragionamenti ulteriori sul patrimonio tecnico scientifico in generale5. Come conservare questi patrimoni simbolo?
Il restauro richiede la conoscenza delle tecniche originarie e la capacità di interpretare l’opera nel presente, mantenendo un equilibrio tra fedeltà storica e attualità. Nel corso del tempo la figura del restauratore si è evoluta dall’artigiano pittore a un professionista immerso nel metodo scientifico, parallelamente alla trasformazione delle fonti tecniche, dai manuali alle analisi scientifiche. La distinzione tra progettazione ed esecuzione ha inoltre contribuito a definire il restauro come attività intellettuale, capace di tradurre istanze teoriche in pratiche operative. Accanto alla competenza tecnica rimane il confronto critico con le tecniche originali, con cui l’intervento deve cercare di evitare conflitti e sovrapposizioni. La tradizione italiana del Novecento ha promosso un’idea di restauro invisibile e neutro, mentre le teorie più recenti riconoscono l’aggiunta alla voce istituzionale sulla tutela, di voci e contesti plurali collegati alle singole esperienze conservative. La cura del patrimonio diventa così un’opera di mediazione complessa e interdisciplinare. Le opere d’arte, uniche e irripetibili per materiali e concezione, si distinguono dai manufatti seriali e rendono gli interventi di tutela atti culturali dal valore politico. In questo quadro, anche gli oggetti di culto, a lungo considerati beni d’uso, emergono come dispositivi critici capaci di rimettere in discussione i criteri tradizionali del restauro e di valorizzare patrimoni diversi, poveri o seriali.
Contemporary ethics offer better answers than classical theories, but this does not mean that these are easy answers – quite the contrary. […] Decision-makers are not just limited to studying how to enforce truth within the object. Contemporary ethics asks them to consider the different meanings than object has for different groups of people, and to decide not just which meanings should prevail, but also how to combine them to satisfy as many views as possible6.
Nel dibattito contemporaneo il superamento della visione artistico-centrica sta portando attenzione su oggetti a lungo considerati marginali, come quelli di celebrazione, oggi riconosciuti come strumenti critici capaci di mettere in discussione e ampliare i criteri tradizionali del restauro7.
3. Il restauro degli oggetti
Nei primi anni Duemila con l’introduzione del Codice dei beni culturali e del paesaggio (d.lgs. 42/2004) anche i beni demo etnoantropologici sono stati formalmente inclusi nel patrimonio tutelato dallo Stato, e benché non esaustiva, questa nuova categoria ha rappresentato un grande ampliamento delle materie di studio da parte dei conservatori/restauratori. È da notare che rispetto ad altri contesti culturali, ad esempio quello anglosassone dove la categoria di “object” comprende anche manufatti di uso quotidiano e oggetti della memoria, in Italia manca ancora una definizione chiara e operativa per alcune tipologie di beni che si trovano spesso in una terra di mezzo tra tutela e marginalità. Tra questi possiamo di certo enumerare gli strumenti tecnico scientifici, per i quali esiste attualmente in Italia un solo corso di studi8, peraltro associato al percorso sul restauro degli strumenti musicali. Oppure quella dei beni naturalistici come gli “speciminia” che non sono completamente rappresentati nelle offerte formative superiori. In un contesto così frastagliato l’esercizio della tutela da parte degli organi competenti del Ministero della Cultura risulta, o risulterebbe, facilitata dalla creazione di gruppi di lavoro ampi che supportino la riflessione sulle responsabilità nella conservazione di contesti culturali particolari come quelli che raggiungono i valori identitari delle comunità. Se consideriamo la vasta categoria degli oggetti storici un’eccezione significativa è rappresentata dagli oggetti del culto religioso, riconosciuti come categoria autonoma anche all’interno del dibattito sulla conservazione. In Italia, la storia dell’arte e la storia della liturgia si intrecciano da sempre in modo profondo e reciproco. Oggetti come reliquie, icone, altari, paramenti sacri, testi liturgici o strumenti rituali traducono in materia i valori spirituali della religione, rendendo visibile l’invisibile, e praticabile il culto. Questi oggetti possiedono una carica simbolica fortissima, derivante dal riconoscimento collettivo della comunità che li utilizza. La loro forza coesiva non risiede solo nel valore artistico o storico, ma nel fatto che attorno a essi si costruisce e si rinnova l’identità condivisa di una comunità devota. Va inoltre considerato che gli oggetti liturgici sono molto spesso realizzati in materiali preziosi e ricercati, e che l’arte dell’oreficeria dal Rinascimento fino al Settecento ha rappresentato dopo quella del disegno, una delle prime pratiche di accesso al percorso formativo degli artisti nelle botteghe. Non è raro quindi trovare fra gli autori degli oggetti liturgici nomi di primo piano: è il caso delle formelle a rilievo dell’Altare del Duomo di Firenze realizzate da artisti conosciuti per altre forme d’arte, come il pittore e scultore Antonio del Pollaiuolo (Antonio Benci), e lo scultore e architetto Michelozzo (Michele di Bartolomeo Michelozzi). La critica della conservazione si occupa dunque da tempo, in termini di liceità e accettabilità, degli interventi di restauro su oggetti liturgici religiosi e devozionali.
Addentrandosi di più nella questione, una volta abbandonato il campo dell’opera d’arte e avvicinatisi a quello degli oggetti storici, emerge un tema centrale: chi ha titolo per “giudicare” il restauro? La comunità dei fedeli o quella degli esperti? Nel caso delle opere firmate da artisti la questione autoriale abilita di per sé la competenza degli specialisti. Diversamente nel caso degli oggetti non attribuiti il ragionamento diventa più difficile e si allunga più facilmente verso le esigenze di autorappresentazione delle comunità nel loro complesso. Finché l’oggetto resta ancorato al sistema simbolico del culto, l’azione conservativa non può prescindere dalla funzione rituale. Ridurlo a semplice oggetto museale, interpretandolo solo attraverso criteri estetici o documentari, significa in parte tradirne la natura. Questa condizione può generare una tensione tra funzione d’uso e conservazione fisica, che rischia di sfociare in forme di autoreferenzialità interpretativa. Il rischio è da un lato quello di applicare al restauro criteri validi per opere d’arte giustificabili all’interno della comunità degli esperti, ma inadeguati a oggetti che continuano a vivere nella ritualità quotidiana; e dall’altro di travisare il valore storico degli oggetti intervenendo pesantemente sui materiali originali, dal momento che il rito per sua definizione sempre uguale a sé stesso, e perciò sempre attuale. Esempi possono essere i reliquiari parlanti, ossia quei reliquiari che recano nella struttura la forma della reliquia che conservano, e le croci astili, oggetti liturgici e artistici tradizionalmente portati in processione. La prassi comunitaria richiede il loro utilizzo, mentre il restauratore, per motivi conservativi, potrebbe suggerire di limitarne la movimentazione. In questi casi, chi decide? E su quali basi? Quando un oggetto appartiene a più categorie – artistica, storica, tecnica, spirituale – è indispensabile una lettura capace di tener conto del contesto sociale, delle fonti storiche e della funzione simbolica. La progettazione di un intervento conservativo su oggetti identitari non può prescindere da un approccio dialogico, critico e profondamente consapevole della molteplicità di significati che essi incarnano. Solo attraverso il confronto tra saperi disciplinari diversi, tra la voce degli esperti e quella delle comunità, è possibile restituire all’oggetto una forma di continuità viva e rispettosa, sia della sua storia che del suo presente. Il tema delle opere ancora oggi utilizzate nel culto e del contrasto con le prescrizioni conservative è stato approfondito nel convegno internazionale di studio Patrimonio liturgico. Arte, culto, musealizzazione9 svolto a Firenze nel 2008.
4. Diverse scelte operative nel restauro dell’oreficeria liturgica
Il tema è stato trattato con due esempi molto significativi da Clarice Innocenti, Martina Fontana e Cinzia Ortolani nel loro articolo Il restauro di due capolavori orafi del Seicento dedicati alla Vergine Maria. Musealizzazione o ritorno alla liturgia: le diverse scelte operative in fase di restauro10. Nell’articolo si descrivono le diverse scelte operative nel restauro di due opere coeve ma appartenenti a contesti diversi, entrambe protagoniste della vita liturgica delle comunità religiose alle quali si riferiscono: la Teca della Sacra cintola, del duomo di Prato, 1638, e la Corona della Madonna della Visitazione, del Duomo di Enna, 1653. Mentre nel primo caso la reliquia è stata usata per l’ostensione cinque volte all’anno fino al 2008, attività poi sospesa dopo il restauro, nel secondo il manufatto viene ancora portato in processione con conseguente rischio per l’integrità del bene. Mentre nel primo caso la custodia in museo avrebbe garantito la tenuta degli interventi, ad esempio, nel caso della corona si è reso necessario intervenire con microsaldature al laser dei frammenti che evitano la dispersione e la perdita di piccoli frammenti. È da sottolineare come la saldatura dei metalli storici sia un’operazione che attualmente si sceglie di realizzare solo in alcuni casi, più compromessi, in discontinuità con le prassi in uso fino al XIX secolo. La scelta teorica grazie allo studio del contesto è stata tradotta in escamotage tecnico precipuo.
Simili i casi del restauro del Busto reliquiario di Santa Margherita conservato nella Cattedrale di Santa Margherita di Montefiascone e il Busto reliquiario di San Grato conservato nel Duomo di Aosta11.
Il Busto di Santa Margherita, risalente alla metà XV sec., è un oggetto carico di importanza devozionale per la comunità di Montefiascone, e questa condizione fa sì che da secoli esso sia portato in processione durante il mese di luglio per ricordare il martirio della santa. Il restauro realizzato dal Laboratorio di Restauro di Oreficeria e Glittica dell’Opificio delle Pietre dure di Firenze, ha dimostrato che gran parte del degrado era connesso all’uso liturgico, ma l’oggetto continuerà ad essere portato in processione, proprio per via della sua preziosa presenza durante il rito. Si veda su questo restauro la sezione del sito internet dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze dedicata alle Oreficerie.

Fig. 1. Busto reliquiario di San Grato della Cattedrale di Aosta – BM 722, 1430 ca. (Foto di Marianna Cappellina).
Al contrario il Busto reliquiario di San Grato, capolavoro in argento dorato e dipinto a olio datato 1432 circa, si trova da tempo in una vetrina all’interno del duomo di Aosta.
Il restauro del 2020 ha evidenziato come anche in questo caso la vita di oggetto d’uso ha segnato i materiali dell’opera, ma allo stesso tempo la sua importanza e la venerazione per questa immagine sacra l’hanno preservata togliendolo fisicamente dai momenti liturgici e proponendolo come immagine di culto. Da questa posizione il Busto di San Grato ha assunto il ruolo di modello, tanto è vero che è stato copiato moltissimo e preso ad esempio per la realizzazione di molti altri busti reliquiari raffiguranti lo stesso san Grato e altri santi8. In particolare il tema è stata indagato nel 2021 in una specifica sezione dedicata della mostra Ritratti d’oro e d’argento. Reliquiari medievali in Piemonte, Valle d’Aosta, Svizzera e Savoia nata nell’ambito dell’iniziativa condivisa dai musei facenti parte della rete internazionale Art Médiéval dans les Alpes, creata nel 2001, che lavora su progetti riguardanti il patrimonio artistico alpino, tanto sul fronte piemontese e valdostano che su quello francese (Savoia) e svizzero (Vaud e Valais). In Italia il progetto espositivo si articolava sulle due sedi di Palazzo Madama al Museo Civico d’Arte antica a Torino, del Museo del Tesoro della Cattedrale di Aosta12.
I due manufatti sopra indicati hanno avuto nel corso della loro vita pari riconoscimento come oggetti di culto e sono altrettanto preziosi dal punto di vista dei materiali, ma hanno preso strade diverse tra conservazione e utilizzo. In molti casi anche la proposta o il finanziamento degli interventi di restauro di questi manufatti è riconducibile a raccolte tra persone appartenenti alle comunità delle quali gli oggetti sono simbolo. Questo avviene molto frequentemente quando gli attori in gioco sono coinvolti da un sentimento più profondo che intercetta le radici identitarie e di appartenenza. È molto semplice collegare tali situazioni a conservazione di oggetti religiosi, ma questo avviene altrettanto spesso anche per quelli laici.
5. Conservare oggetti tecnici semiofori: tra uso, dismissione e patrimonializzazione
Un’affascinante storia di recupero e rilettura è quella del Generatore e dell’Acceleratore di particelle di Cockcroft Walton del Centro Informazioni Studi Esperienze (CISE), ora esposto al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano. Acceleratore e generatore rappresentano un frammento significativo della storia della ricerca scientifica italiana sulla fisica elementare nel secondo dopoguerra. Fu realizzato artigianalmente dai ricercatori del CISE nei primi anni Cinquanta secondo lo spirito pionieristico di un’Italia che, uscita dal conflitto, scommetteva sulla scienza nonostante le gravi carenze di risorse e informazioni13. Dopo la chiusura del programma parte del sistema di generazione e rilevazione fu conservato da tecnici e fisici del CISE che riconoscendo l’importanza dell’oggetto come di portata storica non vollero dismetterlo, conservandolo per il futuro. Nel 2016 grazie a un processo di recupero che ha coinvolto non solo professionisti del museo e restauratori, ma anche i tecnici fisici del CISE, Tommaso Rossini e Aurelio Ascoli, i beni hanno trovato una collocazione in esposizione. Il loro intervento dimostra come la salvaguardia del patrimonio scientifico possa nascere dal basso, da una memoria partecipata, capace di riconoscere e valorizzare beni che i cambi di direzione della storia rischiavano di cancellare. Grazie al loro contributo, l’acceleratore non è soltanto un oggetto espositivo: è divenuto testimonianza viva della storia collettiva, di un’epoca in cui la scienza italiana muoveva i primi passi verso il riconoscimento internazionale. L’intera operazione di recupero è stata immaginata e realizzata sotto le riprese del regista Francesco Clerici, dando luogo al film Maneggiare con cura. Storia di un oggetto, che ha visto la luce nel 201714. Alternando rigore visivo e divagazione etnografica, il film esplora il patrimonio immateriale custodito negli oggetti museali, intrecciando storia orale, biografie di Ascoli e Rossini con quelle delle restauratrici, con la vita del museo e pratiche d’uso15. In questo caso la realizzazione del film ha fatto da cappello all’intera operazione di rilettura degli oggetti. L’indagine sull’essere umano impegnato a conservare la propria memoria crea valori nuovi e accentua l’importanza dell’aspetto intimo del rapporto con gli oggetti attraverso l’occhio del regista. Questo approccio si allinea profondamente con la missione del Museo: conservare, studiare e raccontare per generare conoscenza e coinvolgimento. Il coinvolgimento diretto e sorprendentemente vivido degli esperti che in passato hanno utilizzato l’acceleratore dimostra quanto gli oggetti siano veri e propri prismi attraverso cui possiamo osservare, comprendere e giudicare la realtà, tanto del passato quanto del presente. Nei loro racconti non riaffiorano soltanto procedure tecniche o dati scientifici, ma anche memorie sensoriali: il silenzio carico di attesa dei dati che accompagnava le operazioni di rilevazione, la concentrazione l’entusiasmo del lavoro e persino le sensazioni al rientro a casa dopo una notte di lavoro. Queste evocazioni restituiscono la densità dell’esperienza vissuta, mostrando come il ricordo personale diventi parte integrante del valore testimoniale dell’oggetto tecnico, una volta che queste testimonianze sono documentate, e contribuiscono a costruire una memoria collettiva che tiene insieme competenza, emozione e identità professionale. Gli oggetti attraverso i quali si manifesta il nostro tempo possono essere considerati autentiche reliquie laiche del nostro tempo. Strumenti che hanno segnato un cambio radicale rispetto al passato possono assumere il significato di spartiacque e addirittura di simulacro. Proprio grazie alla loro forza simbolica, la loro capacità di evocare conquiste, primati, fatiche e ideali, il rischio è quello di un’interpretazione dal carattere più commemorativo, che li sottragga al loro valore più concreto: quello di fonti storiche e materiali complesse, da studiare e comprendere nel dettaglio. Senza un adeguato sforzo di documentazione, conservazione coerente e divulgazione scientifica, questi oggetti rischiano di essere cristallizzati in una funzione esclusivamente evocativa, perdendo la capacità di trasmettere conoscenze puntuali su tecniche esecutive o di utilizzo, contesti e dinamiche sociali. Abbiamo visto che il restauro e la conservazione non sono solo atti di tutela formale, ma occasioni per ricostruire senso, per rendere leggibili quei contenuti che altrimenti resterebbero opachi agli occhi del pubblico e talvolta degli studiosi stessi16. Anche oggetti apparentemente ordinari che ci accompagnano nelle nostre vite possono acquisire il valore di cimeli perché condensano in sé una narrazione condivisa, il concetto di straordinario, di eroismo, di conquista, di progresso. Pensiamo anche alla dibattuta collezione di oggetti della spedizione sul K2, anch’essa conservata al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano: ciascun oggetto è un testimone dell’impresa, ma è solo attraverso il trattamento coerente dell’intero complesso che si riesce a restituire una narrazione articolata, fondata, accessibile. Una ghetta in cuoio deformata dal tempo e dall’uso durante il cammino fra la neve e i ghiacci del K2, una volta rimessa in forma dopo il restauro non è solo un indumento visibile, ma un frammento della relazione tra corpo umano e ambiente estremo che permette all’osservatore di immedesimarsi, di trovare le somiglianze con la persona che ha compiuto gesta notevoli nel passato, dando il proprio contributo a un nuovo pezzo di futuro. Crea un rapporto diretto con quell’esperienza attraverso i propri materiali, i quali a loro volta sono stati diretti intermediari tra l’alpinista e la montagna. Allo stesso modo, un generatore elettrico, una volta ripulito, arrestatone il degrado e restituito alla corretta leggibilità formale, non va considerato semplicemente un oggetto tecnico. Parimenti è il documento materiale della scelta di una tecnologia portatile pensata per funzionare in condizioni estreme, di una strategia logistica per la sopravvivenza e il coordinamento con il campo base. Racconta di quanto l’autonomia energetica fosse essenziale per la comunicazione e, visto con i nostri occhi, rivela molto anche sui limiti, le risorse disponibili e le conoscenze dell’epoca.
È interessante osservare come il termine inglese relic risulti particolarmente efficace nel descrivere la complessa valenza semantica che accompagna gli oggetti di culto e celebrazione laici. Questo termine ambivalente afferisce a un ambito devozionale e spirituale indicando un oggetto sacro legato al corpo o alla vita di un santo, spesso conservato in contenitori preziosi ed esposto alla venerazione, e si traduce in italiano con il termine “reliquia”. In una accezione parallela relic può essere usato per indicare un resto materiale del passato, una testimonianza tangibile di qualcosa di raro proveniente dal passato. In questi casi il termine non ha valenza religiosa, ma si riferisce più a qualcosa di sopravvissuto a grandi cambiamenti e appartenente a un mondo diverso da quello attuale. In questo senso in italiano suona più come relitto o resto, collocandosi nell’ambito degli studi sul tempo. Gli oggetti delle spedizioni o quelli rappresentanti delle grandi scoperte scientifiche che hanno modificato il mondo, possono scivolare di accezione, passando dal significato di relic-relitto al significato di relic-reliquia, quando per varie ragioni arrivano ad assumere il ruolo di exempla usati per insegnare una verità morale o pseudo religiosa attraverso la narrazione. È fondamentale che il museo contemporaneo riconosca a questi oggetti la loro doppia accezione trattandoli di conseguenza come oggetti da interrogare, strumenti cognitivi che necessitano di essere contestualizzati, conservati con metodo e raccontati attraverso un linguaggio accessibile e rigoroso. Solo grazie al superamento della rigidità imposta dal culto del cimelio si potrà approfondire generando nuova conoscenza, e offrire nuovi spunti di ricerca, dialogando criticamente con il presente. Per essere compresi nella loro piena potenzialità conoscitiva, questi oggetti non devono essere solo conservati, ma analizzati criticamente, studiati sistematicamente, interrogati con metodo, proprio come si farebbe con un documento d’archivio o con un’opera d’arte. È necessario indagarne le tecniche costruttive, i materiali, le tracce d’uso, ma anche i significati sociali, politici e culturali che hanno assunto nel tempo.
Interrogarli con metodo significa anche mettere in atto pratiche di descrizione catalografica davvero scientifica, che non si fermi alla superficie ma si addentri nella descrizione, nel tentativo di restituire agli studiosi la possibilità reale di conoscere e comprendere gli oggetti e perché abbiano subito quello scivolamento semantico. Per esempio la descrizione accurata e sistematica dei materiali costitutivi dovrebbe essere applicata con lo stesso rigore riservato alle opere d’arte. Nella pratica invece si riscontra spesso una difficoltà di accesso a informazioni tecniche dettagliate, che dà origine a lacune documentarie o a interpretazioni non supportate da fonti certe, con il rischio di deviare il percorso di lettura e comprensione degli oggetti. Una descrizione sommaria o approssimativa può infatti provocare in chi studia questi manufatti idee fuorvianti, ricostruzioni errate, compromettendo la possibilità di un’analisi storica e scientifica fondata, proprio come in una reazione a catena.
La lettura di un oggetto nel suo essere un relic-relitto che necessita di un metodo di trattamento più archeologico non cancella affatto la sua essenza di reliquia, ma anzi aiuta a comprenderne le ragioni e le contestualizza storicamente aprendo alla possibilità di nuove interpretazioni. Le reliquie invece vivendo fuori dal tempo e riguardando un sistema di valori altro rimangono mute rispetto alle nostre domande. Il confronto tra il restauro del Cockcroft Walton e la conservazione della collezione del K2 evidenzia due modalità diverse attraverso cui gli oggetti scientifici possono assumere valore culturale. Nel caso del Cockcroft Walton, l’intervento su due soli oggetti ha agito come un vero e proprio catalizzatore, pochi manufatti hanno reso possibile l’apertura di un ampio orizzonte di interpretazione storica e comunitaria. La collezione del K2 si colloca in un contesto diverso: si tratta di un insieme numeroso e articolato di manufatti molto diversi tra loro, i cui valori non possono essere condensati in un unico pezzo simbolico. Selezionare un singolo oggetto come icona della spedizione, e isolarlo dagli altri, avrebbe prodotto un’immagine riduttiva e potenzialmente fuorviante. In questo caso, il significato risiede nella totalità del corpus: scarponi, strumenti, materiali di supporto e attrezzature logistiche sono fonti che, messe a disposizione nella loro pluralità, consentono ai ricercatori di condurre studi approfonditi sulle tecnologie adottate, sulle pratiche quotidiane, sulle condizioni ambientali e sulle strategie organizzative della spedizione. Questa valutazione è stata condotta anche in relazione al fatto che l’intero gruppo di oggetti fu dato al Museo proprio dal responsabile della spedizione ed è stato per lungo tempo un patrimonio conteso tra varie istituzioni.
Poiché la collezione non è esposta al pubblico, ma accessibile su richiesta per gli studiosi, il suo valore primario risiede proprio nella possibilità di offrire alla comunità scientifica un patrimonio documentario integro e coerente. La scelta conservativa è stata dunque quella di garantire la leggibilità e la disponibilità del maggior numero possibile di oggetti, privilegiando interventi di conservazione preventiva e un’attenta documentazione fotografica e inventariale. Ecco che la scelta di operare numerosi interventi di conservazione preventiva in alternativa ad un unico intervento esemplare su un solo oggetto da restituire alle commemorazioni, può avere un impatto nella comprensione degli oggetti simbolo, avvicinandoli anche al fruitore occasionale. Osservare la collezione nel suo complesso e trattarla a livello conservativo in modo complessivo e coerente può rimuove ostacoli nel processo di interpretazione.
6. Conclusione
In conclusione, se gli aspetti tecnici oggetti del culto laico e religioso sottendono questioni simili, le reliquie laiche se lasciate nel solo spazio della commemorazione, rischiano di cristallizzarsi in icone mute, privando studiosi e pubblico della conoscenza puntuale che racchiudono. Se nel caso della liturgia religiosa, alla venerazione della materia sacra si affianca un intero sistema cultuale a sostegno, in ambito laico la sacralizzazione dei testimoni materiali rischia di nascondere dati storici che potrebbero essere condivisi. È compito anche del restauro, inteso come pratica interdisciplinare e dialogica, trasformare il potere evocativo dei cimeli in un patrimonio di informazioni verificabili, accessibili e condivisibili, pur rispettando il percorso nelle diverse epoche degli oggetti simbolo.
Ciò significa, in primo luogo, adottare strategie conservative coerenti in modo quanto più ampio sull’intero complesso di una collezione, anziché concentrare risorse su singoli “pezzi forti”. Significa, poi, documentare e digitalizzare in modo sistematico ogni elemento, dal più fragile frammento tessile alle apparecchiature sperimentali, così da restituire un quadro organico di contesti, tecniche e usi. Infatti una narrazione corale, fondata su analisi materiali, testimonianze orali, fonti d’archivio, può svelare la rete di relazioni che rende questi manufatti strumenti di conoscenza viva.
In questa prospettiva, la conservazione preventiva prevale sul restauro spettacolare, a meno che il restauro in sé non sia uno strumento di riattivazione delle esperienze delle persone testimoni della vita dell’oggetto. L’esperienza dell’acceleratore Cockcroft-Walton del CISE e della collezione K2 lo dimostra: soltanto il lavoro congiunto di restauratori, scienziati, tecnici e comunità di riferimento ha permesso di trasformare reliquie laiche in dispositivi critici per comprendere la storia della ricerca, dell’alpinismo, dell’energia e di parte dell’identità nazionale. Restaurare, dunque, non è un atto di mera riparazione, ma di mediazione culturale: vuol dire tenere insieme memoria e materia, rito e tecnica, devozionalità e ricerca scientifica. Finché la comunità di tecnici attorno al patrimonio culturale e cultuale saprà coltivare questo equilibrio, e divulgarlo in modo rigoroso e inclusivo, reliquie e cimeli continueranno a parlare, non solo di un passato che ci commuove, ma di conoscenze che ci aiutano a leggere il presente e ad affrontare il futuro.
Note
1 Silvia Cavicchioli, I cimeli della patria. Politica della memoria nel lungo Ottocento, Roma, Carocci, 2022, pp. 32-45.
2 Marco Ciatti, Appunti per un manuale di storia e teoria del restauro. Dispensa per gli studenti, Firenze, Edifir, 2009, pp. 134-144.
3 Cesare Brandi, Teoria del restauro, Torino, Einaudi, 1963, pp. 6-8.
4 Ibid.
5 «Great Britain as the birthplace of the Industrial Revolution is full of monuments left by this remarkable series of events. […] but we are so oblivious of our national heritage that, apart from a few museum pieces, the majority of these landmarks are neglected or unwittingly destroyed». Kenneth, Hudson, Industrial Archaeology: An Introduction, London, John Baker, 1963, p. 11.
6 Salvador Munoz Vinas, Contemporary Theory of Conservation, Oxford, Elsevier, 2005, p. 214.
7 Salvatore Settis, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Torino, Einaudi, 2002.
8 Università degli Studi di Pavia, Corso di laurea magistrale a ciclo unico in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali, https://restauro.cdl.unipv.it/it (ultima consultazione: 26 settembre 2025).
9 Innovazione e tradizione nel restauro: esperienze a confronto, Convegno internazionale di studio, 5 giugno 2008, Firenze, Kunsthistorisches Institut in Florenz https://www.khi.fi.it/it/aktuelles/veranstaltungen/archiv/2008/06/10344-2008-06-05.php (ultima consultazione: 9 febbraio 2026).
10 Clarice Innocenti, Martina Fontana, Cinzia Ortolani, Il restauro di due capolavori orafi del Seicento dedicati alla Vergine Maria. Musealizzazione o ritorno alla liturgia: le diverse scelte operative in fase di restauro, in Sandra Rossi (a cura di), Il restauro delle oreficerie, Firenze, Centro Di, 2019.
11 Clarice Innocenti, Cinzia Ortolani, Simone Porcinai, Mari Yanagishita, Il restauro del busto reliquiario di Santa Margherita (metà XV secolo) dalla Cattedrale di Santa Margherita di Montefiascone, in “Opificio delle Pietre Dure”, 2008, a. X, n. 24, pp. 244-261 e Marianna Cappellina, Viviana Maria Vallet, Il restauro del busto reliquiario di San Grato della Cattedrale di Aosta, in “Bollettino n° 17 – 2020”, Regione Autonoma Valle d’Aosta, 2020, pp. 163-167.
12 Simonetta Castronovo, Viviana Maria Vallet (a cura di), Ritratti d’oro e d’argento. Reliquiari medievali in Piemonte, Valle d’Aosta, Svizzera e Savoia, Savigliano, L’Artistica Editrice, 2021.
13 Simona Casonato, Intangible Heritage, Science, and Identity: National Narratives and the Documentation of Science in Practice, in Tim Boon, Elizabeth Haines, Arnaud Dubois, Klaus Staubermann (eds.), Understanding Use: Objects in Museums of Science and Technology (Artefacts 13), Washington, D.C., Smithsonian Institution Scholarly Press, 2024, pp. 170-175.
14 Fondazione Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, https://www.museoscienza.org/it/collezioni/maneggiare-con-cura (ultima consultazione: 30 giugno 2025).
15 Maria Baruffetti, Storie Nell’‘Acquario’. Vetrine e racconti del restauratore in mostra, in Anita Paolicchi, Roberto Cappai, Alessandra Franetovich (a cura di), Dal Medioevo ai Videogame. Saggi sull’interattività delle arti, Pisa, Astarte Edizioni, 2021, pp. 207-226.
16 The Restoration of Scientific Instruments. Proceedings of the Workshop Held in Florence, December 14-15, 1998, Firenze, Le Lettere, 2000.
