Riconversione della Grande Miniera di Serbariu a Carbonia: il museo del carbone

Reconversion of the Great Coal Mine of Serbariu in Carbonia: the Coal Mining Museum

In apertura: lampada elettrica Edison 1947 (Foto di Claudia Locci, Archivio Centro Italiano della Cultura del Carbone).

La Grande Miniera di Serbariu è situata nel settore sud-occidentale della Sardegna in un’area geograficamente denominata Sulcis. Nel Sulcis è presente il più importante giacimento carbonifero italiano scoperto nel 1834 e coltivato a partire dal 1853 inizialmente con tecniche a cielo aperto, nell’area prospicente l’abitato di Bacu Abis. Nel 1906 per ragioni tecniche le coltivazioni vengono via via approfondite in sottosuolo. L’intenso programma di esplorazioni e sondaggi promosso dal regime fascista negli anni Trenta conseguente gli embarghi prima inglesi e poi dei paesi membri della Società delle Nazioni, porterà all’individuazione in prossimità dell’abitato di Serbariu di uno dei punti di maggior spessore della sequenza carbonifera sulcitana e quindi alla pianificazione, costruzione e messa in esercizio su un’area funzionale di circa 33 ettari degli impianti di superficie della Grande Miniera di Serbariu. Il Bacino carbonifero del Sulcis ha un’età di formazione terziaria (Eocene) ed è attualmente noto su un’estensione di oltre 100 km quadrati; compreso a nord dall’area di Fontanamare sino alle alture vulcaniche a sud di Serbariu, ad est dai rilievi paleozoici che risalgono dall’Iglesiente sino all’area di Cannas di Sotto e ad ovest esteso ben oltre la linea di costa, sotto il mare in direzione dell’Isola di San Pietro.

Fig. 1. Cernitrici in Laveria nel 1950 (Foto di Federico Patellani, Archivio Centro Italiano della Cultura del Carbone).

Fig. 1. Cernitrici in Laveria nel 1950 (Foto di Federico Patellani, Archivio Centro Italiano della Cultura del Carbone).

Il sito minerario di Serbariu, costruito nel 1936 dall’Azienda Carboni Italiani, entrò in esercizio dal 1937 restando attivo sino al 1964 quando cessò la produzione in conformità con il piano di ristrutturazione voluto dalla Ceca ed in concomitanza con la nazionalizzazione dell’energia elettrica che portò i minatori rimasti in servizio dopo diverse lotte e contrattazioni culminate con la nota Marcia su Cagliari del 10 aprile 1965 ad essere assorbiti dall’Ente Nazionale Energia Elettrica che sostituì la Società Mineraria Carbonifera Sarda nella gestione del giacimento carbonifero sulcitano. La concessione mineraria fu successivamente rinunciata e la miniera dismessa alla fine del 1971, mentre gli impianti rimasero comunque sotto la custodia dell’Ente Nazionale Energia Elettrica sino al 1976. La Grande Miniera di Serbariu ha caratterizzato l’economia del Sulcis e rappresentato in particolare tra gli anni Trenta e Cinquanta del Novecento una delle più importanti risorse energetiche d’Italia, raggiungendo nel 1942 il massimo occupazionale e gestendo per poco più di un decennio una forza lavoro di circa 18.000 dipendenti, di cui circa 6.000 in tre turni giornalieri negli impianti di superficie e circa 12.000 impiegati, sempre in tre turni giornalieri, in sottosuolo. La miniera non si fermava mai, mentre le maestranze riposavano un giorno alla settimana. A partire dai primi anni Cinquanta la progressiva meccanizzazione delle attività produttive pur migliorando le condizioni di lavoro portò ad una progressiva riduzione delle maestranze ridisegnandone le competenze necessarie. I 33 ettari di superficie funzionale furono negli anni ampliati con altri 32 ettari destinati all’abbancamento degli sterili di risulta dei processi di separazione del tout venant eseguiti negli impianti esterni della Laveria mentre le infrastrutture di soprasuolo si completarono con la realizzazione di 11 pozzi principali di accesso al sottosuolo, oltre 5 discenderie di servizio ed 1 giro pozzo che consentivano gli accessi ad 8 differenti livelli di coltivazione che si spingono sino alla profondità massima di 327 m ovvero 212 m sotto il livello del mare, con una realizzazione in sotterraneo di gallerie di struttura, pannelli di coltivazioni e vuoti per circa complessivi 130 km di sviluppo.

Fig. 2. Galleria sotterranea, armature a quadro e tavole oscillanti (Foto di Claudia Locci, Archivio Centro Italiano della Cultura del Carbone).

Fig. 2. Galleria sotterranea, armature a quadro e tavole oscillanti (Foto di Claudia Locci, Archivio Centro Italiano della Cultura del Carbone).

Lo sviluppo delle attività estrattive nella Grande Miniera di Serbariu portò sul territorio maestranze sia isolane sia provenienti da tutte le altre regioni italiane. Per gestirne la logistica e per spingere operai, tecnici, impiegati e dirigenti a trasferire sul sito la residenza e le proprie famiglie, su indicazione di Guido Segre, presidente dell’Azienda Carboni Italiani, che aveva già applicato lo stesso sistema nel 1935 nell’Arsa, l’altro importante giacimento produttivo italiano di carbone oggi territorio croato; fu progettata e costruita la città di Carbonia, ultima tra le città di fondazione e unica a vocazione industriale. I lavori di costruzione di Carbonia iniziarono ufficialmente il 7 giugno 1937, la città ebbe lo status di Comune il 5 novembre dello stesso anno per essere poi inaugurata da Benito Mussolini il 18 dicembre 1938.

Le decisioni di fondare nell’ambito della politica autarchica del fascismo una città mineraria e di sviluppare la coltivazione del Bacino carbonifero sulcitano sono strettamente connesse. Carbonia diveniva il fulcro della vita sociale e famigliare degli operai, la miniera distante meno di un chilometro in linea d’aria ne rappresentava il luogo di lavoro.

Carbonia la Company town del carbone ed il suo alter ego radicato nel sottosuolo, la miniera, la così detta Città invisibile dove un terzo dei suoi abitanti passava la maggior parte dell’esistenza mentre la città di superficie brulicava di vita quotidiana. Carbonia inizia e termina nella sua miniera: ogni parte della città si dirige attraverso le sue tre strade principali verso la miniera. Le imponenti strutture della Grande Miniera di Serbariu si vedono da qualunque parte della città; non si perde mai di vista la sua storia, impossibile dimenticare il suo passato.

Lo stretto legame tra i due ambiti è ben evidenziato nel Piano Regolatore della città redatto nel 1937 che includeva oltre le abitazioni, gli elementi architettonici tipici utilizzati nelle città di fondazione dal Regime fascista: la piazza, la Torre Littoria, la Casa del fascio, la chiesa, viali porticati, Dopolavoro, spazi per attività ludiche e sportive e la miniera con le sue strutture e gli imponenti e caratteristici edifici. Il Piano mostra come città e miniera siano state concepite con unità di relazioni urbane, produttive e sociali. Città e miniera scandiranno insieme i tempi del lavoro e della produzione, del passaggio dal fascismo alla democrazia, del conflitto sociale e della lotta per la sopravvivenza della nuova comunità. La storia della città conserva il ricordo di un altro 18 dicembre: quello del 1948, data di conclusione di uno degli scioperi più lunghi della storia italiana. Durato 72 giorni e indetto per la difesa dei diritti dei lavoratori e per la sopravvivenza della stessa città di Carbonia, quando ormai appariva inevitabile il progressivo declino dell’attività estrattiva. La miniera sarà, anni dopo, infine chiusa, ma la comunità e la città andranno oltre l’originaria matrice produttiva, conservando, però, un nucleo forte di legami e di valori comuni accumulati durante gli anni dell’epopea mineraria, quale insopprimibile dato di valore identitario.

Alla chiusura della miniera seguirono lunghi anni di abbandono e di progressivo degrado e dismissione delle strutture presenti nel sito. L’amministrazione comunale tentò a più riprese di acquisire il sito dismesso sino a quando nel 1982 fu stipulato un contratto preliminare di compravendita tra il presidente della Società Mineraria Carbonifera Sarda e l’allora sindaco Pietro Cocco, ex minatore, per il trasferimento del complesso immobiliare della miniera al Comune di Carbonia. Il contratto di acquisto venne infine perfezionato nel 1991.

Il complesso minerario si estendeva in un unico corpo di poco più di 33 ettari; di questi 25 ettari e 42 are entrarono allora nelle effettive disponibilità del Comune di Carbonia. Nel 2016 l’allora sindaco Giuseppe Casti concluse il passaggio alle disponibilità del Comune di Carbonia degli ulteriori 32 ettari dell’area sterili, ormai bonificata ed utilizzabile per usi civili e per la quale l’attuale amministrazione comunale sotto la guida del sindaco Pietro Morittu si è recentemente aggiudicata un importante finanziamento pubblico per la riqualificazione e la restituzione all’uso della comunità1.

Sull’area di soprasuolo della Grande Miniera di Serbariu insisteva allora un compendio immobiliare costituito da 21 edifici per un volume di circa 80.000 metri cubi; edifici in larga parte degradati e trasformati abusivamente negli anni per usi differenti, con strutture fatiscenti e ormai in gran parte mancanti di macchinari o parti andate disperse insieme a preziosi archivi documentali. Trasformare un’area industriale degradata in una nuova opportunità di sviluppo è l’obiettivo che si pongono le amministrazioni comunali che si susseguono guidate dai sindaci Ugo Piano, Antonangelo Casula e da Salvatore Cherchi, che attiva diversi gruppi di progettazione, che coordinati dal dirigente dell’Ufficio Tecnico comunale Giampaolo Porcedda, lavorano concertando insieme diversi ambiti culturali per avviare il recupero dell’area mineraria dismessa.

Con l’apporto di diversi finanziamenti concessi essenzialmente dall’Unione Europea e integrati da fondi locali, si dà ufficialmente e simbolicamente avvio ai lavori il 4 dicembre 2002 ricorrenza di Santa Barbara patrona e protettrice dei minatori, con l’apertura del primo cantiere che porterà il 3 novembre 2006 all’inaugurazione ufficiale con l’apertura al pubblico del Museo del Carbone2.

Le linee principali del Progetto generale di recupero e valorizzazione della Grande Miniera di Serbariu e delle sue strutture funzionali di superficie e sottosuolo si rifanno a tre obiettivi principali: identitario, culturale ed economico. Identitario: per conservare la memoria di una città nata e sviluppatasi facendo fulcro sulla miniera ed il suo lavoro. Identità che con il degrado importante dell’area si rischiava pesantemente e progressivamente di perdere. Culturale: per riconvertire la Grande Miniera di Serbariu in un luogo di produzione culturale e scientifica in senso lato. Economico: per favorire lo sviluppo all’interno del sito di attività legate al terziario ed all’artigianato specializzato.

Il progetto per il recupero e la valorizzazione del sito prevede in generale l’utilizzo dei diversi edifici quali sedi permanenti di attività culturali, scientifiche, accademiche e artigianali. La riconversione, ancora in via di completamento, ha reso attualmente fruibili gli edifici e le strutture minerarie che oggi costituiscono il Museo del Carbone, il Museo dei Paleo Ambienti Sulcitani E.A. Martel, il Centro di Documentazione della Sezione di Storia Locale, il Centro Ricerche Sotacarbo, l’Ex DI Memorie in Movimento – La Fabbrica del Cinema gestita dalla Società Umanitaria, un auditorium con annesse sale destinate all’alta formazione universitaria, un ristorante e alcuni laboratori artigiani, oltre che sedi di Associazioni. Inoltre all’interno del sito si sviluppa una parte del CIAM (Carbonia, Itinerari d’Architettura Moderna) percorso del Open air museum of the city.

L’8 febbraio 2006 viene costituito il Centro Italiano della Cultura del Carbone (Cicc).

Il Centro Italiano della Cultura del Carbone è un’Associazione senza scopo di lucro costituita tra il Comune di Carbonia e il Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna nata con lo scopo di gestire il Museo del Carbone ed in generale le aree compre all’interno del sito della Grande Miniera di Serbariu; promuovere e sostenere la conservazione, la tutela, il restauro e la valorizzazione di tutte le strutture e i beni del ex sito minerario, con particolare attenzione all’acquisizione e all’inalienabilità del materiale museale e alla sua catalogazione e sistemazione, al potenziamento e alla promozione del Museo ad essa strettamente collegato.

Fig. 3. Esposizione corridoio antropologico (Foto di Claudia Locci, Archivio Centro Italiano della Cultura del Carbone).

Fig. 3. Esposizione corridoio antropologico (Foto di Claudia Locci, Archivio Centro Italiano della Cultura del Carbone).

Dal 2012 sino all’inizio del 2014 ha fatto parte dell’Associazione anche la Provincia di Carbonia-Iglesias, ente intermedio allora disciolto. Il Museo del Carbone include i locali della Sala Caldaie, della Lampisteria, delle due Sale Argani e delle Gallerie in sottosuolo. La Sala Caldaie, edificio a pianta circolare con un alto camino per lo scarico dei fumi, utilizzata un tempo per riscaldare l’acqua necessaria per le docce della Lampisteria, ospita oggi la biglietteria e i servizi di accoglienza dei visitatori del Museo. La Lampisteria, caratterizzata da un unico grande ambiente con una superficie di circa 2.000 metri quadri a pianta regolare, con una volta a botte in cemento armato con il colmo aperto da un lucernaio che con le testate semicircolari aperte e vetrate inonda l’ampio ambiente di luce intensa e costante; è l’edificio utilizzato all’epoca dai minatori all’inizio e alla fine di ogni turno; la sala conteneva gli stipetti per gli abiti da lavoro e dietro il lungo bancone, lungo il lato nord dell’edificio, si distribuivano le lampade all’inizio del turno e le si restituivano alla fine dello stesso previa consegna da parte del minatore della propria medaglia identificativa recante impresso il numero di matricola che era riportato sulla stessa lampada, tracciando l’ingresso e l’uscita del lavoratore e rendendolo inoltre responsabile dell’utilizzo univoco dell’utensile.

Sui due lati completano la funzionalità, due ampi corridoi con batterie di docce e piccoli ambienti con servizi igienici.

Attualmente nella Lampisteria ha sede l’esposizione permanente sulla storia del carbone, della miniera e della città di Carbonia; l’ampio e luminoso locale accoglie e rende disponibili per la fruizione al visitatore, un’importante collezione di lampade da miniera, attrezzi da lavoro, strumenti, oggetti di uso quotidiano, fotografie, documenti, filmati d’epoca e videointerviste ai minatori. Si può osservare inoltre un riallestimento dell’Infermeria-Pronto Soccorso della miniera con arredi ed attrezzature mediche d’epoca. La Sala Argani 1 conserva intatti al suo interno i grandi tamburi dell’argano con cui si manovrava la discesa e la risalita delle gabbie nei pozzi per il trasporto dei minatori e delle berline vuote o cariche di carbone. La Sala Argani 2, purtroppo priva dell’argano, viene utilizzata per l’allestimento di mostre temporanee anche di lunga durata che vengono continuamente aggiornate ed arricchite con nuovi elementi; tra queste la mostra Strumenti e Ricordi, realizzata grazie a donazioni e prestiti temporanei ed utilizzata per attività didattiche rivolte all’utenza scolare. La mostra è dedicata alla vita quotidiana dei minatori e delle loro famiglie, con la ricostruzione di alcuni ambienti della casa, dell’albergo operaio e dell’orto, con mobili e oggetti d’epoca.

Il percorso in sottosuolo, sviluppato per poco meno di un chilometro, mostra l’evoluzione delle tecniche di coltivazione del carbone utilizzate a Serbariu e nel Bacino carbonifero sulcitano dagli anni Trenta sino alla cessazione dell’attività: con cantieri di coltivazioni per Camere e Pilastri, Fronti Lunghe con abbattimento manuale, Fronti Lunghe con abbattimento meccanizzato tramite Rabot e Fasci sottili, in ambienti fedelmente riallestiti con attrezzi dell’epoca e prosegue con l’allestimento di due cantieri meccanizzati di Tracciamento e Taglio, che presentano grandi macchinari ancora oggi in uso in miniere carbonifere attive. In sottosuolo si accede sia attraverso la galleria di giro pozzo del 1939 che collega la Lampisteria alla Ricetta del primo livello sotterraneo dello stesso pozzo sia dalla Discenderia carrabile della Galleria di Carreggio. Nel Museo sono funzionanti inoltre un Bookshop, nel quale è possibile acquistare libri e gadgets realizzati a tema, una Caffetteria e una Sala Conferenze con 128 poltroncine e moderno impianto audio-video e due cabine per traduzione simultanea.

Il Museo, dall’inaugurazione ha accolto finora oltre 300.000 visitatori tra turisti individuali, gruppi e scolaresche, provenienti da tutta l’Italia e dall’estero.

Il sito della Grande Miniera di Serbariu è stato inserito nella lista dei siti protetti dall’Unesco (Unesco’s World Heritage List) nel 2007, ricadente nell’area di pertinenza del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna. Nel 2011 la città di Carbonia si è aggiudicata la II edizione (2010-2011) del Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa (Landscape Award of the Council of the Europe), grazie alla realizzazione dei progetti di recupero e riqualificazione dell’impianto urbanistico e architettonico della città e dell’area mineraria (Carbonia – The Landscape Machine).

Dal 2011 il Museo del Carbone è membro, della Rete Europea dei Musei della Miniera di Carbone, costituita dai sette principali siti minerari europei: Centre Historique Minier du Nord Pas-de-Calais di Lewarde per la Francia, Bois du Cazier di Marcinelle per il Belgio, Muzeum Gornictwa Weglowego Kopalnja Guido di Zabrze per la Polonia, National Coal Mining Museum for England di Wakefield per la Gran Bretagna, Deutsches Bergbau Museum di Bochum per la Germania, Museo de la Minería y de la Industria, Mina San Vicente per la Spagna e Centro Italiano della Cultura del Carbone di Serbariu, Carbonia per l’Italia.

Lo scopo principale del partenariato è quello di rafforzare la collaborazione interna su quattro principali campi di cooperazione. Scambi nell’ambito delle ricerche scientifiche: un primo pilastro della cooperazione concerne lo scambio delle conoscenze scientifiche. Poiché l’industria carbonifera comprende una grande diversità d’ambiti di ricerca (quali la geologia, l’archeologia, la storia, l’etnologia, la politica sociale, l’ambiente, la cultura), i lavori portati avanti da specialisti in tutti questi ambiti possono favorire la valorizzazione di questo patrimonio industriale. I membri possono partecipare ai differenti programmi di ricerca, condividere le informazioni relative all’industria mineraria, ed eventualmente andare verso una maggiore complementarietà per la condivisione dei documenti e delle conoscenze nel seno della rete. Scambi di produzioni culturali: i diversi membri attivano delle collaborazioni sulle produzioni culturali (quali esposizioni, pubblicazioni, prodotti multimediali, ecc.). Il raggruppamento permette ai musei, oltre l’interscambio delle loro produzioni culturali, anche la realizzazione congiunta di detti prodotti culturali. Queste cooperazioni arricchiscono i musei con una diversità di temi espositivi che li rende più interessanti per i visitatori e per le comunità locali. Scambio di pratiche professionali: lo scambio di pratiche professionali (nell’ambito dell’accoglienza del pubblico, la biglietteria, la mediazione culturale, le comunicazioni, le pratiche documentarie e la conservazione delle collezioni) e l’eventuale condivisione di una parte di queste, miglioreranno la gestione dei musei e dei servizi forniti al pubblico, portando ad un più efficace funzionamento delle strutture museali. Promozione turistica, marketing, comunicazione: questo quarto campo è il risultato del lavoro di scambio dei primi tre assi d’intervento. Consente una maggiore visibilità dei musei della miniera di carbone in Europa e nel mondo, in particolar modo attraverso lo sviluppo di sistemi comuni di promozione.

Il Museo del Carbone è inoltre membro dal 2012 del ERIH (European Route of Industrial Heritage), la Rete europea di Itinerari di Archeologia Industriale che comprende attualmente oltre 2000 siti in rappresentanza di tutti gli stati europei. La Grande Miniera di Serbariu fa parte degli Anchor Points, i prestigiosi siti chiave che compongono l’itinerario principale, e ne è il primo Anchor Point italiano di ambito ad aver avuto il riconoscimento. Tutti i siti sono collegati a 14 European Theme Routes che mostrano le diversità nella storia industriale d’Europa e le loro radici comuni. Quale Anchor Point, il Centro Italiano della Cultura del Carbone è inoltre inserito in due European Theme Routes, relative rispettivamente all’Industria mineraria e ai Paesaggi industriali. Gli obbiettivi del ERIH per il prossimo futuro sono l’ulteriore estensione della rete, il collegamento ad altre reti culturali (come il TICCIH), la ricerca di fondi e l’identificazione di altre fonti di entrate, l’organizzazione e la partecipazione ad eventi in cooperazione con altre reti del patrimonio culturale e industriale. Nel 2019 l’ERIH ha ottenuto il riconoscimento di Cultural Route of the Council of Europe.

Il Centro Italiano della Cultura del Carbone con il Museo del Carbone fa parte della rete del progetto MINHER Mining Heritage concepita tra città con un comune legame – l’importanza del patrimonio minerario carbonifero – e finalizzata allo sviluppo della cooperazione tra i diversi membri. Le interazioni si basano sulla storia comune delle città con una particolare attenzione alla ristrutturazione e valorizzazione del patrimonio di archeologia industriale in insediamenti urbani associati alle attività estrattive. Al progetto partecipano, oltre Carbonia, Pod Labin (Albona) e Rǎsa (Arsia), Croazia, Velenje e Idrija, Slovenia, Rybnik, Polonia e Banovići, Bosnia-Erzegovina. Il programma teso a favorire la creazione di nuove attività economiche nei luoghi delle miniere ha finora permesso una serie di incontri e di scambi culturali tra città, diverse per storia e collocazione geografica, ma simili per lo sviluppo industriale nel settore estrattivo e il successivo declino. Lo scambio di esperienze è parte di un percorso condiviso di cooperazione e crescita culturale che, attraverso il confronto con diverse realtà europee, consente la messa a punto di buone pratiche e di soluzioni innovative rispetto all’esigenza comune di riconvertire, valorizzare e dare nuova vita ai siti minerari dismessi, con l’obiettivo di fornire nuove opportunità di sviluppo e lavoro per il territorio. Il progetto presentato nel 2013 ha ottenuto il finanziamento del Programma dell’Unione Europea denominato Europa per i cittadini.

Il Centro Italiano della Cultura del Carbone – Museo del Carbone ha ottenuto nel 2017 da parte della Direzione Generale dei Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport, Servizio Beni Culturali e Sistema Museale della Regione Autonoma della Sardegna il Riconoscimento regionale provvisorio dei musei e delle raccolte museali ai sensi della Legge Regionale 20 settembre 2006, n. 14 Norme in materia di beni culturali, istituti e luoghi della cultura. Tale riconoscimento è mutato in definitivo dal 2019 con successiva riconferma nel 2023, 2024 e 2025.

Il Centro Italiano della Cultura del Carbone ha inoltre ottenuto nel 2019 da parte del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, Direzione Generale Educazione e Ricerca, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, dietro parere favorevole, riguardo i requisiti tecnico-scientifici del Museo del Carbone, della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna l’accreditamento come Ente Schedatore (Esc) con Codice Esc: AI456.

Il Museo del Carbone raccoglie, conserva, mette a disposizione del pubblico e dei ricercatori del settore reperti documentali e materiali attinenti alla cultura mineraria ed in particolare le attività correlate alla coltivazione del carbone nella Grande Miniera di Serbariu e nel Bacino carbonifero sulcitano. Nelle attività di inventario e catalogazione e in parte conservazione per quanto riguarda il materiale documentale (documenti vari amministrativi e identificativi, buste paghe, cartografie, relazioni, ecc.) si avvale della collaborazione dell’Archivista e delle colleghe operanti presso il Servizio di Storia Locale cittadino ubicato nei padiglioni delle ex Officine Meccaniche della Grande Miniera di Serbariu. I materiali e le attrezzature minerarie vengono trattati direttamente dal personale in servizio nel museo con la consulenza dei referenti scientifici del settore3.

L’esposizione

I percorsi dell’esposizione sono dedicati ai lavoratori e alle lavoratrici che realizzarono le esperienze della modernità industriale in particolare in Sardegna negli ultimi 150 anni di attività delle miniere carbonifere.

Le esposizioni propongono incontri con oggetti che riuniscono frammenti di storie di vita individuale e collettiva. Permettono d’incontrare corpi e persone tramite gli strumenti lavorativi diventati, in vari casi e modi, anche simboli ed emblemi. Mettono in luce specialmente le conoscenze, le capacità, le abilità creative dei lavoratori e delle lavoratrici all’opera nelle attività tecniche e nelle relazioni umane del lavoro industriale. Mettono in vista i saperi del vivere minerari che caratterizzano personalità e identità culturali di persone e di gruppi che ancora si distinguono come agenti e inventori di quotidiane competenze di lavoro e di vita e che danno distinzione anche a luoghi, comunità e istituzioni.

L’itinerario tecnico-antropologico complessivo unisce nove spazi.

Il primo Le docce, i corpi assenti, i corpi presenti all’ufficio e alla visione I minatori con le lampade. Il secondo congiunge, nel lungo corridoio delle docce, l’ambiente Frammenti d’identitàArchivi di memorie alla corsia Persone Tempi Saperi e alla galleria fonica Voci di miniera. Il passaggio Persone Tempi Saperi è suddiviso in due progressivi spazi tematici: il primo Entrare in miniera e scendere nel sottosuolo, il secondo Conoscenze-Saperi-Saper fare che contiene numerosi punti espositivi.

Uscendo dal corridoio sono lasciate libere varie scelte. Un primo punto illumina alcuni fatti storici di particolare importanza La città del Podestà-La città dell’Autonomia. Il successivo percorso delle visioni, consente un ritorno verso la visione fotografica de I minatori con le lampade per vedere meglio lo spazio dedicato a I minatori e le lampade in miniera nel rito e nell’emblema. A chiusura del percorso e dell’esposizione la sala Visioni-Memorie con le narrazioni Seguendo le lampade-Tracce visive di vita mineraria.

Fig. 4. Medaglie identificative per ritiro lampade (Foto di Claudia Locci, Archivio Centro Italiano della Cultura del Carbone).

Fig. 4. Medaglie identificative per ritiro lampade (Foto di Claudia Locci, Archivio Centro Italiano della Cultura del Carbone).

L’esposizione, complessivamente, dà luogo e speciale visibilità ad esperienze umane caratterizzanti identità, singolari e plurali, attraversando i tempi storici, mentre alcune narrazioni storiche lineari mettono in luce importanti cambiamenti culturali: il passaggio della città di Carbonia dal governo del podestà a quello democratico dell’autonomia comunale, i rapporti fra l’Azienda Carboni Italiani e i Sindacati che, attraverso conflitti e negoziati, come accadde durante lo sciopero dei 72 giorni del 1948, diedero vita ad una vera e propria nascita di democrazia popolare, partecipata e solidale. La vita nelle relazioni dell’impresa, della società civile, dei sindacati, dei partiti, delle stesse assemblee elettive, specialmente del Comune di Carbonia, cambiò infatti profondamente nel corso di quell’esperienza.

Le esposizioni offrono informazioni e documenti, oggetti, testi, fotografie, filmati d’identità anagrafiche, professionali, politiche in certi periodi subite, in particolare durante il fascismo, ma anche autonomamente agite, prodotte, modificate. Offrono una parziale visibilità a relazioni culturali, dalla sottomissione all’autonomia di individui e di gruppi, di associazioni e di istituzioni. Si tratta di relazioni generalmente in ombra e di non facile messa in scena e in vista.

Il tragitto complessivo delle presentazioni è organizzato lungo un itinerario di preziose donazioni solo parzialmente in mostra nella Lampisteria.

I donatori con i loro “oggetti d’affezione” diventati “oggetti” di condivisione fra generazioni contribuiscono a rendere possibili le attuali esposizioni ed altre attività, come il deposito attivo per nuove mostre ed il laboratorio didattico.

La vita delle miniere di carbone dal 1937 al 1943, anno della fine della guerra, è documentata da preziosi ritrovamenti: le carte d’identità personale conservate nell’Archivio del Comune di Carbonia, e le targhette Adrema dove venivano archiviati i dati anagrafici e lavorativi delle persone assunte in miniera per gestirne gli aspetti contabili, ritrovate e recuperate a Serbariu dal personale del Centro Italiano della Cultura del Carbone.

Nel 1937 i lavoratori sardi erano la maggioranza, mentre i restanti provenivano da tutte le altre regioni italiane. Frammenti d’identità di persone classificate, numerate, archiviate in oggetti di documentazione. Persone che ad un primo sguardo sembrano ridotte a cosa, a numeri, a notizie, ma che già si mostrano come forza dei numeri che fanno massa e possono stare insieme in modi imposti o condivisi, nella miniera e nella città.

Le carte d’identità e le targhette Adrema diventano quindi frammenti dinamici: indicano molte provenienze geografiche; mostrano i numerosi saper fare industriali che qualificavano in modi nuovi persone e professioni, comunicano l’organizzazione del lavoro nelle moderne miniere carbonifere con l’esempio del sito minerario di Serbariu. Questi oggetti individualizzano, per certi aspetti, le persone titolari, ma segnalano anche esperienze comuni, collettive, condivise: la violenza della guerra e la specifica fragile modernità dell’industrializzazione energetica storicamente realizzata in Italia. Questa stanza unisce frammenti d’identità individuali, offrendo spazio e tempo per l’incontro con i corpi qui identificati. Premette corpi, persone, mansioni come differenze lavorative e civili registrate, riconosciute, archiviate a successive differenze singolari conseguenti i saperi. Le arti minerarie delle miniere di carbone furono, nell’isola, esperienze complessive di arti del vivere: furono caratteristiche culturali ed umane delle persone che agirono con propria personalità culturale diventando in molti casi esempi estesi di etiche della solidarietà, delle stesse miniere di carbone e della modernità sarda e nazionale in senso lato. Andare sotto, scendere in galleria, lavorare nel sottosuolo senza il corso del sole e delle stelle, senza le misure del tempo naturale.

Fu forse questo mutamento di luogo lo sradicamento più sofferto nei primi tempi dell’apprendistato lavorativo: manovali che erano stati agricoltori e pastori e che diventarono poi minatori, armatori, lavoratori del sottosuolo. Forse qualcosa di simile avvenne anche per i sorveglianti, per i tecnici, per gli ingegneri.

Scendere nelle gallerie fu occasione per diventare apprendisti di sé stessi: un rimescolio d’emozioni per la scoperta di nuovi profili di cose e di persone. Un venir meno ed una riconquista della stima di sé stessi. Diffidenza dei luoghi, delle cose, delle persone diventati poi meno estranei.

Bui e luci, silenzi e rumori che non erano tutti uguali: farsi occhio e orecchio. Un labirinto spaesante a più livelli di mistero, ma anche a più gradi di percezione, di conoscenza, di produzione, di calcolo, di misura, di stupore. Luoghi diventati spazi di lavoro e di vita, fatti vitali e umani dai gestii sapienti di tutti: insieme allontanavano il pericolo e la morte.

Lavorare era prima di tutto vivere, vivere insieme. Apprendere la miniera, conoscere e migliorare sé stessi, un successo tecnico ed etico condiviso e ripartito: misurarsi senza subire misure imposte. Non poche furono le vertenze per contrattare i cottimi, eredi del taylorismo e del metodo Bedaux che regolava, adottato e peggiorato dal Regime fascista, il sistema del cottimo razionale che gestiva produzioni e retribuzioni del personale e che riducevano il lavoratore ad una bestia lavorante e lo esponevano ai pericoli.

Del resto la frase, in corso di restauro conservativo, ma ancora leggibile che accoglieva le maestranze in ingresso nel piazzale principale della miniera non lascia spazio alle interpretazioni sulla visione del lavoro del periodo:

Coloro che io preferisco sono quelli

che lavorano duro secco sodo in

obbedienza e possibilmente in silenzio

A. XVII E.F. Mussolini

La scritta è emblematica della retorica del fascismo e di un’ideologia che considera il lavoratore una macchina di produzione e non un essere pensante. All’indomani della caduta della dittatura fascista, i minatori la cancellarono con un gesto liberatorio collettivo che portò a distruggere la gran parte dei simboli del regime presenti in città. I lavori di recupero della miniera hanno riportato alla luce questa scritta che è ora mostrata come documento storico del rapporto del regime con i minatori e nello stesso tempo, con una targa, si vuole documentare e conservare la memoria della reazione dei minatori che cancellarono il monito mussoliniano come segno di libertà. Scendere in miniera era anche percorrere, costruire la città invisibile, la Carbonia che stava sotto: oscuro rischio, intimo percorso, laboratorio dell’avvenire. Ognuno faceva di necessità virtù e produceva il “lavoro ragionato”. Incontri con altri e con altri modi d’essere sé stessi umanizzarono le relazioni umane in miniera, poi le organizzazioni sindacali e politiche, diedero linfa alla democrazia dopo il fascismo.

I corpi, con la loro presenza, caratterizzavano le docce che, nella vita quotidiana, scandivano in lampisteria il tempo ed il luogo del passaggio di ritorno dal lavoro alla famiglia, dalla miniera alla casa e alla città. Questo spazio, costruito per ospitare i corpi, ora è vuoto. Indica che la concretezza della loro vita qui non esiste più. I muri, tracce di interventi umani passati, segni d’altri usi e d’altri tempi, indicano l’attuale assenza e mancanza di visibilità dei corpi. Le figure umane non nutrono alcuna visione. I corpi, di fatto, rimangono inaccessibili. Questo corridoio vuoto evoca i corpi che sono passati qui e ne prepara la riapparizione. Altri spazi mettono in vista i corpi. Lì potranno essere realizzati incontri con le figure umane al lavoro: visibili specialmente nel percorso nel sottosuolo minerario, oppure nel corpo centrale della Lampisteria grazie alle fotografie, agli audiovisivi, ai filmati, agli oggetti e ai documenti scritti. Un principio di sparizione che attiva un principio di apparizione o di evocazione.


Note

1 Luciano Ottelli, Serbariu. Storia di una miniera, Carbonia, Centro Italiano della Cultura del Carbone, 2005.

2 Giampaolo Porcedda, Marco Piras, Monica Stochino, Recupero e valorizzazione dell’area mineraria dismessa di Serbariu a Carbonia (Italia). Il Centro Italiano della Cultura del Carbone, in Atti del Congresso Internazionale Puesta en Valor del Patrimonio Industrial, Sitios, Museos y Casos (Santiago de Chile, 21-23 marzo 2006), TICCIH Chile, 2006, pp. 745-753; Claudia Fenu, Maura Murru, Un esempio di riconversione del patrimonio archeologico industriale in Sardegna (Italia). Serbariu: da miniera di carbone a giacimento di memoria, ivi, pp. 1007-1016.

3 Mauro Villani, La Grande Miniera di Serbariu (Carbonia): riconversione culturale della “Città invisibile”, in Kultura, Sztuka i Przedsiębiorczość w przestrzeniprzemysłowej, 12th International Conference on Industrial Heritage and Tourism, Zabrze, 2015, pp. 170-177; Marilena Crisafulli, Claudia Locci, Loredana Marzeddu, Mauro Villani (a cura di), Museo del Carbone. Grande Miniera di Serbariu. La Guida, Centro Italiano della Cultura del Carbone, 2019; Margaret Lindsay Faull, Commemorating Coal Mining Worldwide. International Museums, Heritage Centers and Sites Related to Coal Mining, BAR International Series XXX/2022, 2022.