
In apertura: le grotte di Menton, Liebig (da Wikimedia Commons, https://commons.wikimedia.org).
1. Introduzione
La histoire culturelle si è dedicata negli ultimi decenni alla ricostruzione dei processi di creazione delle identità e delle tradizioni (nazionali, locali, di classe ecc.), ma una delle genealogie che è per ora parzialmente sfuggita all’analisi storica è quella dell’appartenenza “all’Umanità”. Le ragioni di questa negligenza si possono forse imputare all’oggetto stesso. “L’uomo”, sappiamo da Michel Foucault, non è stato sempre un oggetto del sapere1. Emersa nel secolo della riflessione sui diritti umani, la ricerca naturalista che ha come oggetto la storia naturale dell’umanità ha avuto l’esplicito intento di sottrarre per la prima volta la storia umana alla filosofia religiosa – sottrarre il discorso sull’uomo al dualismo tra “anima” e “corpo”. E, mentre la storia naturale dell’umanità acquistava le dimensioni temporale, spaziale e sociale, l’antropologia nell’epoca dei Lumi si associava alle discipline di governo (statistica, demografia ecc.). Come ha scritto Claude Blanckaert, «l’istituzione della ragione è allo stesso tempo l’istituzione della natura», e i «savants» che si dedicavano alle scienze umane, già dalla loro emergenza postrivoluzionaria, si trovarono stretti nella necessità di produrre un sapere utile alla società che potesse accordare
la liberté alle leggi della fisica, l’égalité di diritto alle disuguaglianze della natura, la fraternité della “grande famiglia umana” a una legislazione […] che vedrebbe il “negro” schiavo, per disposizioni innate2.
La storia dei saperi sull’uomo e quella delle ambizioni politiche di questo sapere si trovarono così associate fin dall’inizio. Così, se le discipline scientifiche che hanno affrontato questo oggetto di analisi si sono differenziate secondo tradizioni nazionali che bisogna tenere a mente, è anche necessario adottare una prospettiva abbastanza ampia da superare le frontiere disciplinari attuali, che all’epoca erano porose o inesistenti. Infatti, in un’epoca di saperi non specialistici, la ricerca “sull’uomo”, si è declinata secondo le linee della ricerca sulla sua fisiologia naturale, sulla sua evoluzione e sullo sviluppo della sua civiltà. L’etnologia, l’antropologia, la storia, la zoologia, la geologia sono discipline che hanno condiviso un orizzonte concettuale e politico e hanno concentrando i loro sforzi su questi dossiers condivisi – la fisiologia naturale dell’umanità, evoluzione e sviluppo della civiltà – modellandoli lungo diverse linee metodologiche e diverse pratiche conoscitive. A partire da questa unità del campo di ricerca, conto di costruire una ricerca che ricostruisca “l’umanità”, come una delle costruzioni genealogiche possibili, affine a quella di altri soggetti collettivi, come la nazione o la razza.
2. Una storia materiale del patrimonio di Homo sapiens
Ma è possibile fare la storia di questo concetto senza fare una storia intellettuale o una storia delle idee?3. Per provarci, propongo di concentrare l’analisi intorno alla creazione del patrimonio, inizialmente scientifico, che è stato costruito nel quadro delle ricerche sull’origine e l’evoluzione dell’umanità. Si tratta di individuare gli oggetti di quelle discipline scientifiche che abbiamo appena menzionato, che hanno delimitato il perimetro concettuale delle ricerche sull’“umanità”. In effetti, lo spazio intellettuale e l’immaginario scientifico che hanno modellato le nostre concezioni sull’unità della famiglia umana si sono delineati ben prima che venisse individuato l’insieme di manufatti, costumi e siti che costituiscono il “patrimonio comune dell’umanità” (ovvero il patrimonio mondiale), la cui protezione è la missione attuale dell’Unesco.
Chiamiamo questo insieme di oggetti il “patrimonio universale”, per distinguerlo dal patrimonio mondiale, che è un concetto della seconda metà del XX secolo, e che è legato all’azione dell’Unesco. Nel secolo precedente, a partire dalla metà del XIX secolo, uomini e donne, ecclesiastici e laici hanno composto invece collezioni di oggetti quali frammenti di ossa fossili, utensili litici, scheletri rappresentativi delle popolazioni del globo, rilievi di arte rupestre e oggetti della cultura materiale che rappresentano le culture del mondo. Questo patrimonio, preso nel suo insieme, dimostrava sia l’unità biologica che la diversità culturale dell’umanità, ascrivibile a Homo sapiens, ovvero a tutti noi. Se osserviamo la costruzione di questo oggetto scientifico – il paradigma del patrimonio dell’“uomo moderno” – a partire da collezioni e archivi conservati in istituzioni museali e di ricerca dedicate allo studio dell’archeologia preistorica e dell’etnologia, lo facciamo a partire da una base concettuale: queste collezioni hanno una caratteristica comune. Sono state raccolte con l’obiettivo di ricostruire la storia indifferenziata di un’umanità che, sin dall’antichità della sua comparsa monogenica, ha sviluppato caratteristiche comuni attraverso fasi evolutive comparabili, sia sul piano biologico che su quello della civiltà. Il repertorio della cultura materiale e dei costumi dei popoli del mondo, che si specializzerà e darà origine al campo dell’etnologia, è rilevante per questo studio in quanto registro comparativo delle fasi dell’“evoluzione”4. Rappresentando ciò che è proprio dell’uomo nella sua unità biologica e nella diversità delle sue culture, questo patrimonio è un’eredità di tutta l’umanità, un patrimonio universale.
Proverò a cogliere l’affermarsi del paradigma dell’evoluzione umana che oggi ci è familiare attraverso l’analisi della patrimonializzazione degli oggetti che dimostrano il percorso evolutivo dell’Homo sapiens. Il paradigma dell’evoluzione umana che oggi ci è familiare coincide con la traiettoria evolutiva di Homo sapiens fino alla sua forma di uomo anatomicamente moderno5. Snodo cruciale in questo percorso è la Dichiarazione sulla razza dell’Unesco, a partire dagli anni Cinquanta, ha postulato che le differenze sociali e culturali dei gruppi umani sono trascurabili, poiché tutti appartengono alla stessa famiglia, quella di Homo sapiens che include tutte le popolazioni attuali del globo, le loro culture e gli oggetti ad esse associati in un’unica origine ancestrale.
Il mio obiettivo sarà quindi quello di studiare la costruzione di questa forma particolare di universalismo, un universalismo scientifico. “Universalismo” perché difende l’idea che tutti gli uomini fanno parte della stessa famiglia, quella di Homo sapiens; “scientifico” perché si costruisce a partire da un insieme di pratiche scientifiche, attori e reti che si sono interessati alla preistoria e alle discipline “sorelle”. A partire dagli oggetti, dalle “scoperte” e dai discorsi e dalle istituzioni che ne costruiscono il senso, si può scrivere una storia materiale, sociale e politica di questo patrimonio, che è stato riunito per dimostrare l’origine comune dell’umanità.
Questo approccio dovrebbe permettere di fare una storia materiale di questo concetto; di fare una storia situata, ancorata quindi alla sua dimensione locale e storica, di un concetto che iscrive l’umanità in un orizzonte universalista.
3. Storia sociale e politica dell’uomo prestorico
La preistoria è un oggetto di studio relativamente recente in Europa. Infatti, sebbene strumenti paleolitici, interpretati come reperti naturali e classificati come “fossili”, fossero già presenti nelle collezioni degli antiquari del Rinascimento6, l’archeologia preistorica emerge solo a metà del XIX secolo come insieme di pratiche utilizzate da una comunità di studiosi. Essa costruisce il proprio campo di indagine all’incrocio di diversi campi di ricerca7: la geologia, che effettua la datazione dei giacimenti di animali estinti attraverso l’analisi degli strati ; la storia e l’archeologia dei popoli preromani (di cui non si conosce – o si conosce poco – la scrittura); l’etnologia, che sviluppa lo studio dei “gruppi parziali” dell’umanità; nonché l’“antropologia generale”, che studia il genere umano nelle sue relazioni filogenetiche con gli altri animali (“antropologia zoologica”)8. Dal 1865, questa diversità di approcci disciplinari è strutturata e orientata attraverso incontri internazionali del Congrés d’Anthropologie et d’archéologie préhistoriques (CIAAP), spesso associati alle Esposizioni universali, che concentravano nelle capitali europee oggetti e studiosi provenienti da tutto il mondo. Tuttavia, è solo nel corso del XX secolo che la preistoria si specializzò come disciplina universitaria nella maggior parte dei paesi. L’Italia costituisce un’eccezione, poiché il processo di istituzionalizzazione della preistoria andò di pari passo con l’unificazione nazionale e la creazione della prima cattedra europea di paleontologia all’Università di Roma risale già al 18779.

Fig. 1. Abbe Breuil alle cave di Lascaux (da Wikimedia Commons, https://commons.wikimedia.org).
L’ipotesi dell’esistenza di un “uomo fossile” appare – e viene ampiamente diffusa dalla stampa – nell’ambito delle teorie evoluzionistiche del XIX secolo, per poi essere sostenuta da alcuni studiosi isolati, come Boucher de Perthes (1788-1868) in Francia10. In Svizzera, la ricostruzione della civiltà preistoriche “lacustri” è ampiamente diffusa fin dagli anni 185011, ma è solo nel 1859 che le principali istituzioni scientifiche francesi e inglesi concordarono sull’antichità dell’umanità12. Si delineò così un campo di studi completamente nuovo, ma i cui obiettivi erano già noti al grande pubblico. “L’uomo antidiluviano” doveva aver fabbricato gli utensili ritrovati nello stesso strato delle ossa di animali estinti, ma, poiché i suoi resti fossili non erano ancora stati scoperti, le speculazioni sulla sua fisionomia, che avrebbe potuto dimostrare la sua parentela con la scimmia, infuocavano l’opinione pubblica13. Il giornalismo scientifico stava acquisendo, fin dal XIX secolo, un ruolo pubblico nella costruzione e nella diffusione dell’immaginario scientifico14. Le scoperte di scheletri fossili dei primi paleontologi parteciparono così pienamente al movimento di divulgazione scientifica in atto in diversi paesi europei. Apparsa nell’ambito delle teorie trasformiste, l’immagine dell’«uomo fossile» come «sostituto di Adamo» nella sua versione «diabolica, scimmiesca, brutale» circolò ampiamente sulla stampa, dove era esplicitamente contrapposta alle idee religiose e scientifiche dell’uomo come creatura creata a immagine del dio cristiano15.
Ciononostante, alla fine del XIX secolo, quando gli scienziati liberi pensatori materialisti occupavano posizioni centrali nelle società scientifiche metropolitane, nei territori extraeuropei o nelle campagne, innervate dalla rete delle missioni e delle parrocchie, i cattolici e specialmente il clero si erano fortemente impegnati nella ricerca in questo nuovo campo della conoscenza che riguarda le origini dell’uomo, la sua cultura e le sue religioni. Gli ordini missionari e i membri del clero furono protagonisti della storia dell’emergere della disciplina preistorica16.
La storia degli scavi e della divulgazione delle scoperte delle grotte preistoriche coincise con quella della costituzione delle collezioni private e pubbliche. Nel XIX secolo, il museo non è solo il luogo dell’esposizione e della trasmissione, ma anche quello della creazione del sapere archeologico17. I reperti provenienti dagli scavi furono inizialmente esposti alle Esposizioni universali, prima di entrare a far parte delle collezioni dei musei di diverse capitali. Gli oggetti provenienti dalle società cosiddette primitive erano associati a quelli provenienti dalle culture dei popoli cosiddetti selvaggi, in quanto testimoni, secondo il discorso scientifico dell’epoca, di uno stesso stadio di civiltà umana.
In Francia, ad esempio, le collezioni preistoriche raccolte in occasione dell’Esposizione universale di Parigi del 1878 furono poi destinate alle gallerie del nuovo Musée d’Ethnographie del Trocadero. Tuttavia, oggetti preistorici erano conservati anche al Musée des Antiquités nationales già dal 1867 e al Muséum national d’Histoire neturelle18. A giudicare dal numero crescente di commercianti di “curiosità esotiche” e di antichità registrato a Parigi negli anni Sessanta dell’Ottocento, il pubblico delle città europee aveva sviluppato un certo gusto per questi oggetti19. In Italia, nel 1876 fu fondato il Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico, che raccolse le collezioni raccolte dal gesuita Athanasius Kircher (1602-1680) nel XVII secolo e le collezioni dei gabinetti di storia naturale di diverse città italiane20. Questo movimento non era affatto limitato alle capitali europee: inseriva la preistoria tra le discipline che contribuivano a forgiare la narrazione del passato durante la costruzione delle nazioni nel XIX secolo. Le diverse cronologie della patrimonializzazione degli oggetti preistorici restituiscono le continuità e le fratture delle storie nazionali di ciascun paese. Tuttavia, a livello globale, le leggi sulla protezione dei beni antichi emersero all’inizio del XIX secolo e la pratica archeologica venne progressivamente posta sotto il controllo degli Stati e regolamentata su base nazionale fin dai primi decenni del XX secolo.
Nonostante questa mia presentazione sommaria delle tappe fondamentali della storia scientifica, sociale e politica della preistoria, e della sua storiografia europea, sia stata molto succinta, mi pare di aver mostrato che la storia sociale dell’archeologia preistorica consente di situarsi molto vicino all’articolazione tra conoscenza, politica e costruzione di uno spazio pubblico. Nello specifico, la storia dell’archeologia preistorica ha aperto nuove prospettive per interrogarsi, tra l’altro, sui dibattiti che accompagnarono la costruzione della nazione e sulla secolarizzazione delle società europee.
4. Il paradigma di Homo sapiens garanzia dell’antirazzismo scientifico
Abbiamo detto che il paradigma dell’evoluzione umana che oggi ci è familiare coincide con la traiettoria evolutiva di Homo sapiens fino alla sua forma di uomo anatomicamente moderno21. Per studiare questo paradigma ho individuato due segmenti temporali che identificano due fasi della sua costruzione: innanzitutto come è emerso negli anni Venti, quando era un’ipotesi minoritaria tra gli studiosi; poi come, dopo la Seconda guerra mondiale, si è imposto all’interno dell’Unesco dove è stato esplicitamente proposto in chiave antagonista al paradigma delle gerarchie razziali. Questo paradigma definisce quindi il compimento della forma “Uomo” da un punto di vista biologico e culturale e postula che sapiens, un primate originario dell’Africa, è l’unica specie rimasta di una famiglia che ha occupato l’intero globo. In effetti, Homo sapiens è il nome dato nella tassonomia linneana del Sistema Naturae a metà del XVIII secolo alla specie umana, ma all’epoca non esisteva il concetto di estinzione, né la concezione della preistoria dell’umanità. Linneo inserisce la famiglia umana in quella dei Primati. A partire dalla scoperta di un cranio fossile nel 1868 in Dordogna (Francia), l’uomo di Cro-Magnon sarà infatti concettualizzato come il prototipo scimmiesco dell’umanità. Secondo il paradigma lamarckiano maggioritario all’epoca, l’umanità si era evoluta secondo una linea ininterrotta che univa tutte le forme paleontologiche conosciute, compreso Neandertal, e che risaliva, secondo alcuni ricercatori, al Terziario22. Negli anni 1910 la storia evolutiva di Homo sapiens si è stabilizzata nella forma che conosciamo, quando è avvenuto il passaggio da un modello lineare lamarckiano a una concezione dell’evoluzione “ramificata” darwiniana. A partire dal 1908, infatti, lo studio condotto nei laboratori dell’Istituto di Paleontologia umana di Parigi da Marcellin Boule (1861-1942) sugli scheletri neandertaliani del sito di La Chapelle-aux-Saints, prefigurava questo cambiamento. Nella rappresentazione filogenetica dell’umanità ridisegnata da Boule, l’ominizzazione era concettualizzata in forma di “cespuglio”, con alcune specie che occupavano “rami morti”: si trattava della prima applicazione del paradigma darwiniano all’evoluzione umana23. Il Neanderthal, considerato al momento della sua scoperta nel 1856 un antenato scimmiesco dell’uomo, fu espulso dalla nostra stirpe a causa della sua morfologia, troppo brutale per potervi figurare24. Secondo alcuni ricercatori, i tratti dei Neanderthal erano invece ancora presenti in alcune razze “nere”, pregiudicando la possibilità di sviluppo di queste ultime25. Lo spostamento dei Neanderthal su un “ramo morto” dell’evoluzione rendeva ora vacante il loro posto di “antenato” della nostra stirpe. Trovare candidati fossili per ricoprire questa posizione divenne l’obiettivo degli scavi effettuati fino al dopoguerra. Si trattava inoltre di conoscere meglio la cultura dei Neanderthal, considerata un esempio di cultura “primitiva” estinta26.
A partire dagli anni Cinquanta, questo paradigma fa derivare tutte le popolazioni attuali del pianeta, le loro culture e gli oggetti ad esse associati da quest’unica origine ancestrale. Inoltre, dal 1950 questo paradigma scientifico è stato politicamente abbracciato dall’Unesco, che ha postulato che le differenze sociali e culturali dei gruppi umani sono trascurabili, poiché tutti appartengono alla stessa famiglia, quella di Homo sapiens. Dopo le divisioni sanguinose della Prima e della Seconda guerra mondiale, dopo la Shoah, attraverso La Declaration de l’Unesco sur la Race, questa istituzione internazionale esprimeva l’auspicio politico di un futuro senza guerre e affidava la costruzione di un paradigma scientifico antirazzista alla concezione universalista di Homo sapiens.
5. Fare la storia dell’internazionalizzazione delle pratiche scientifiche
Per studiare questa che è, alla base, una traiettoria scientifica mi sembra importante utilizzare l’approccio della storiografia delle scienze più recente. Lo studio dell’internazionalizzazione delle pratiche archeologiche proprie del periodo tra le due guerre è necessariamente concentrato sui siti di scavo e sui centri di ricerca. Infatti, le sessioni del CIAAP che avevano strutturato gli obiettivi di questa comunità scientifica al momento della sua nascita, a metà del XIX secolo, non esistono più dopo la Prima guerra mondiale. I congressi internazionali, come il CIAAP, non avevano solo una funzione normativa, ma permettevano anche la circolazione di oggetti e la diffusione di metodi di ricerca. Questi eventi regolari favorivano il coordinamento degli sforzi degli uomini sul campo attorno ai ricercatori delle metropoli. Inaugurate nel 1852 a La Spezia, queste riunioni traducevano la forte adesione ai valori dell’internazionalismo scientifico di questa comunità. L’internazionalismo degli archeologi non sembra però essere sopravvissuto alla Prima guerra mondiale27. Tuttavia, dopo questa cesura, sono riapparse forme di collaborazione internazionale, per esempio la creazione di centri di ricerca specializzati; l’avvio di cooperazioni internazionali nei cantieri di scavo e la circolazione di riviste scientifiche. La formalizzazione del lavoro sui siti è infatti minima, a causa della varietà del grado di professionalizzazione degli attori, ma le pratiche di scavo si formano, circolano e si impongono a livello internazionale.
Per esaminare questo nuovo modo di funzionare dell’internazionalismo scientifico tra le due guerre, proverò a ricostruire il contesto delle scoperte dei diversi esemplari dell’umanità fossile. Partendo dalle controversie su due oggetti scientifici apparsi negli anni Venti – i Neanderthal italiani e gli australopitechi in Sudafrica – intendo ricostruire il radicamento locale e la rete mondiale che hanno prodotto i dati dell’archeologia. Ad esempio, incrocerò l’analisi dei quaderni del laboratorio dell’Università di Johannesburg con la documentazione dell’Ufficio di Archeologia di Pretoria per caratterizzare le osservazioni di Raymond Dart sugli australopitechi. Successivamente, integrerò in questa analisi gli articoli della rivista “Nature” che sostengono l’ipotesi degli australopitechi africani come antenati dell’umanità con le perizie dell’Università di Cambridge che la confutano. Infine, esaminerò gli atti del Pan-African Congress on Prehistory, tenutosi a Nairobi, per rivelare le condizioni che portarono all’accettazione di questa ipotesi nel 1947.
Poiché la storia di questi dibattiti è anche modellata dalla storia delle tecniche della ricerca in questa disciplina, mi propongo di ricostruirne le controversie a partire dalla documentazione conservata dai due laboratori C14 del continente africano (Rhodesia e Senegal). In effetti, se gli scheletri fossili testimoniano la profondità del passato dell’umanità, la loro iscrizione nella contemporaneità avviene attraverso la mobilitazione di tecniche d’avanguardia.
6. Patrimonio scientifico, patrimonializzazione transnazionale
La questione della mondializzazione delle tecnologie di ricerca mostra, ancora una volta, la necessità di ricostruire la storia della patrimonializzazione di questi oggetti che tenga in conto la dimensione internazionale della circolazione degli attori, degli oggetti, dei concetti.
Oltre che studiare gli archivi di istituzioni internazionali, dove possibile, per fare una storia transnazionale sarà necessario interessarsi all’articolazione del piano nazionale e di quello internazionale delle attività di diversi attori che hanno contribuito ad attribuire un valore universale agli oggetti che compongono questo patrimonio.
Il patrimonio scientifico è spesso analizzato a partire dal suo contesto nazionale. Per quanto riguarda la preistoria, l’analisi si è concentrata, ad esempio, sulla costruzione della preistoria nazionale al momento dell’unificazione del paese28. Più in generale, gli storici hanno messo in evidenza il rapporto tra la ricerca archeologica e il processo di costruzione nazionale, ma anche il contributo dell’archeologia alla costruzione dei discorsi nazionalisti29. Attraverso questi casi di studio, la storia dell’archeologia preistorica conferma il carattere naturalistico dei dibattiti sull’etnogenesi dei popoli europei che sostengono il principio di nazionalità30. La storiografia dell’archeologia preistorica ha quindi avuto la tendenza a concentrarsi sulla svolta nazionalista che questa disciplina ha preso a partire dalla Prima guerra mondiale31. Gli storici hanno ad esempio sottolineato le continuità tra l’approccio irredentista dell’archeologia «germanica», avviato da Gustaf Kossinna (1858-1931), e l’imperialismo nazista32. L’archeologia è stata anche studiata a partire dalle sue relazioni con il colonialismo e il sionismo33. I rapporti tra i dibattiti scientifici sulle origini della nazione e le politiche razziste dei fascismi sono stati al centro delle discussioni degli storici delle discipline naturalistiche34. Se l’alleanza tra archeologia e fascismi in un orizzonte nazionalista non è quindi più da dimostrare, resta da esplorare l’evoluzione delle conoscenze sulla preistoria umana dal punto di vista delle sue proiezioni transnazionali. Marie Bossaert e Antonin Durand hanno evidenziato per esempio l’interesse di un tale orizzonte per analizzare il ruolo delle scienze nella costruzione della nazione35. In un articolo recente, Miruna Achim e Stephanie Gänger hanno dimostrato l’interesse di un’analisi transnazionale per comprendere la costituzione di oggetti scientifici e patrimoniali. Infatti, questa prospettiva mostra che, se la molteplicità dei discorsi scientifici non porta a una «comprensione perfettamente omogenea» di un oggetto, «l’analisi considerata a livello di spazi geografici diversi» permette di mettere in luce l’emergere di un «oggetto riconoscibile, [di] una categoria familiare e [di] un insieme di questioni ad esso correlate»36.
I musei svolgono un ruolo centrale nella costruzione del valore delle collezioni (sentimentale, commerciale, scientifico e ideologico) 37. Mentre il ruolo di queste istituzioni nelle costruzioni nazionali del XIX secolo diventava oggetto di indagine classica, alcuni studi più recenti nel campo affine dei museum studies si sono concentrati sul ruolo dei musei come nodi all’interno di reti internazionali di circolazione di oggetti, idee e pratiche38. Questo approccio transnazionale per studiare la storia della patrimonializzazione delle collezioni dialoga con i lavori degli storici della scienza che, molto recentemente, si sono concentrati su questo processo come nodo delle relazioni tra scienza e politica nella dimensione coloniale e postcoloniale39. È importante sottolineare che questi temi toccano alcune delle questioni più rilevanti della nostra contemporaneità, come evidenzia il lavoro sulla certificazione e la privatizzazione delle conoscenze indigene nelle arene internazionali dei filosofi della scienza come Silvia Caianiello (CNR)40 .
7. Conclusioni
Questo articolo passa in rivista la bibliografia sulla storia dell’archeologia e della preistoria e sulle loro rispettive museologie. Se la dimensione “nazionale”, o nazionalista, a seconda dei momenti storici, dell’azione di questa comunità scientifica sembra ormai solidamente riconosciuta dalla storiografia europea, resta da investigare la dimensione transnazionale del paradigma scientifico dell’origine umana che è diventato maggioritario dopo la Seconda guerra mondiale. Con lo scopo di colmare questa lacuna, il mio contributo vuole indicare alcune delle piste di ricerca che intendo esplorare per studiare la genealogia del concetto di patrimonio dell’umanità attraverso lo studio di una storia transnazionale di questa dinamica patrimoniale. L’approccio che propongo si sviluppa su due linee principali.
La prima è una storia materiale e tecnica di un paradigma scientifico che permetta di stabilire il perimetro geopolitico variabile della costruzione dell’antirazzismo scientifico nel dopoguerra. La seconda linea di ricerca che mi propongo di seguire è quella di una storicizzazione dell’universalismo scientifico. Seguendo l’esempio degli storici che hanno recentemente puntato la loro lente sul concetto stesso di universalismo scientifico41, il mio approccio propone di fare una descrizione della sua diversa consistenza e composizione a seconda della configurazione storico-politica che produce il discorso sull’origine dell’umanità.
Note
1 Michel Foucault, Les mots et les choses. Une archéologie des sciences humaines, Paris, Gallimard, 1966.
2 Claude Blanckaert, 1800 − Le moment «naturaliste» des sciences de l’homme, in “Revue d’Histoire des Sciences Humaines”, 2000/2, n. 3, pp. 118.
3 Stephanos Geroulanos, The Invention of Prehistory. Empire, Violence, and Our Obsession with Human Origins, New York, Liveright, 2024.
4 Jean-Louis Georget, Philippe Grosos, Richard Kuba (eds.), L’avant et l’ailleurs. Comparatisme, ethnologie et préhistoire, Paris, Le Cerf, pp. 19-36.
5 Claude Blanckaert, «Un autre monde ethnique»: l’homme de Cro-Magnon, l’idée de progrès et les dialectiques de la modernité en préhistoire, in “Revue d’Histoire des sciences”, 2022, vol. 75, n. 1, pp. 71-104.
6 Martin Rudwick, The Meaning of Fossils. Episodes in the History of Palaeontology, Chicago, The University of Chicago Press, 1972; Matthew Goodrum, The Meaning of Ceraunia: Archaeology, Natural History and the Interpretation of Prehistoric Stone Artefacts in the Eighteenth Century, in “British Journal for the History of Science”, 2002, vol. 35, pp. 255-269.
7 Annette Laming-Emperaire, Origines de l’archéologie préhistorique en France, des superstitions médiévales à la découverte de l’homme fossile, Paris, Picard, 1964.
8 Per A. Bowdoin Van Riper, Men Among the Mammoths: Victorian Science and the Discovery of Human Prehistory, Chicago, The University of Chicago Press, 1993, la geologia è una fonte imprescindibile. Il contributo dell’antropologia è studiato in Claude Blanckaert, Les «Trois Glorieuses de 1859» [Broca, Boucher de Perthes, Darwin] et la genèse du concept de races historiques, in “Bulletins et Mémoires de la Société d’Anthropologie de Paris”, 2010, n. 22, pp. 3-16; si vedano anche gli storici dell’antropologia inglese, George Jr. Stocking, Victorian Anthropology, New York, The Free Press, 1987, pp. 164-179 e Maria Beatrice Di Brizio, Histoire du concept de couvade: Edward Burnett Tylor et l’ethnologie victorienne, Paris, L’Harmattan, 2021; nonché Lanzarote Guiral J., Le naturaliste, l’archéologue et l’anthropologue. De l’origine de l’archéologie préhistorique en Espagne (1860-1880), in “Bulletin du Musée d’anthropologie préhistorique de Monaco”, 2013, n. 53, pp. 29-41 per il caso spagnolo.
9 Anche se questa istituzionalizzazione precoce rimarrà «senza reali effetti disciplinari», Marc-Antoine Kaeser, Une science universelle, ou «éminemment nationale»? Les congrès internationaux de préhistoire (1865-1912), in “Revue germanique internationale”, 2010, n. 12, pp. 17-31.
10 Su Boucher de Perthes si veda tra gli altri Nathan Schlanger, Boucher de Perthes au travail. Industrie et préhistoire au XIXe siècle, in Kapil Raj e Otto Sibum (eds.), Histoire des sciences et des savoirs. Volume 2. Modernité et globalisation, Paris, Éditions du Seuil, 2015, pp. 267-283.
11 Marc-Antoine Kaeser, Les lacustres: archéologie et mythe national, Lausanne, Presses polytechniques et universitaires romandes, 2004, pp. 44-45.
12 Sul 1859 come annus mirabilis della preistoria si veda Chris Evans (ed.), Celebrating the annus mirabilis, in “Antiquity”, 2009, n. 83, pp. 458-461 e Arnaud Hurel, Noël Coye, Introduction: 1859-2009. Aller au-delà d’une célébration, in Arnaud Hurel, Noël Coye (eds.), Dans l’épaisseur du temps, Paris, Publication Scientifiques du MNHN, 2011, pp. 7-37.
13 Su una delle prime controversie preistoriche seguite dalla stampa, quella sulla mascella di Moulin Quignon, si veda Patrick J. Boylan, The Controversy of the Moulin-Quignon Jaw: The Role of Hugh Falconer, in Ludmilla Jordanova, Roy Porter (eds.), Images of the Earth. Essays in History of the Environmental Sciences, Oxford, British Society of the History of Science, 1997 [I ed. 1979].
14 Maddalena Cataldi, Inventing the Menton Man. Rivière’s Discovery as Reflected in the French Media, in “Centaurus”, 2016, vol. 58, n. 3, pp. 148-165.
15 Claude Blanckaert, Avant Adam. Les représentations analogiques de l’homme fossile dans la première moitié du XIXe siècle, in Albert & Jacqueline Ducros (eds.), L’homme préhistorique. Images et imaginaire, Paris, L’Harmattan, 2000, pp. 25-54.
16 Fanny Defrance-Jublot, Question laïque et légitimité scientifique en préhistoire. La revue L’Anthropologie (1890-1910), in “Vingtième Siècle. Revue d’histoire”, 2005, vol. 87, pp. 73-81.
17 Gérardine Delley, Nathan Schlanger, Recovering the History of Archaeology in Museums, in “Oxford Handbook of Museum Archaeology”, 2022, pp. 29-44.
18 Nelia Dias, Le Musée d’Ethnographie du Trocadéro, 1878-1908. Anthropologie et muséologie en France, Paris, CNRS Éditions, 1991.
19 Manuel Charpy, Les «techniques archaïques». Produits d’un autre temps et produits artisanaux dans les expositions universelles, in Anne-Laure Carré, Marie-Sophie Corcy, Christianne Demeulenaere-Douyère, Liliane Hilaire-Pérez (eds.), Les expositions universelles en France au XIXe siècle. Techniques Publics Patrimoines, Paris, CNRS Éditions, 2012, pp. 279-301.
20 Massimo Tarantini, Nascita della paletnologia in Italia (1860-1877), Firenze, All’insegna del Giglio, 2012.
21 Claude Blanckaert, «Un autre monde ethnique»: l’homme de Cro-Magnon, l’idée de progrès et les dialectiques de la modernité en préhistoire, in “Revue d’Histoire des sciences”, 2022, vol. 75, n. 1, pp. 71-104.
22 Nathalie Richard, Inventer la préhistoire, Paris, Vuibert, 2008.
23 Marianne Sommer, Mirror, Mirror on the Wall: Neanderthal as Image and “Distortion” in Early 20th-century French Science and Press, in “Social Studies of Science”, 2006, 36, n. 2, pp. 207-240.
24 Arnaud Hurel, “N’est-il pas infiniment plus honorable de descendre d’un singe perfectionné que d’un ange déchu?” La découverte de l’Homme de la Chapelle-aux-Saints dans son contexte historique, in “Bulletins et mémoires de la Société d’anthropologie de Paris”, n.s., 2006, t. 18, 1-2, pp. 7-14.
25 Claudine Cohen, Un Néandertalien dans le métro, Paris, Éditions du Seuil, 2007, p. 44.
26 Matthew Hammond, The Shadow Man Paradigm in Paleoanthropology (1911-1945), in George Stocking Jr. (ed.), Bones, Bodies, Behavior. Essays on Biological Anthropology, Madison, The University of Wisconsin Press, 1990, pp. 117-137.
27 Ulrike Sommer, International Congresses in the History of Archaeology, in Margarita Díaz-Andreu, Laura Coltofean (eds.), The Oxford Handbook of the History of Archaeology, Oxford, Oxford University Press, 2025.
28 Maria Gabriella Leario, Il Museo Nazionale di Preistoria e Etnografia Luigi Pigorini di Roma: la Nazione in mostra, in Dominique Poulot, Felicita Bodenstein, José Guiral Lanzarote, Grandi narrazioni del passato. Tradizioni e revisioni nei musei nazionali, Atti del convegno EuNaMus (European National Museums), Linköping, 2011, pp. 49-67.
29 Philippe Kohl, Claire Fawcett, Nationalism, Politics and the Practice of Archaeology, Cambridge, Cambridge University Press, 1996; Margarita Diaz-Andreu, Tim Champion, Nationalism and Archaeology in Europe, London, Routledge, 1996.
30 Claude Blanckaert, 1800 − Le moment «naturaliste» des sciences de l’homme, cit.
31 Marc-Antoine Kaeser, Une science universelle, ou «éminemment nationale»?, cit.
32 Bettina Arnold, Justifying Genocide: Archaeology and the Construction of the Difference, in Alexander Laban Hinton (ed.), Annihilating Difference. The Anthropology of Genocide, Los Angeles, The University of California Press, 2002, pp. 95-117.
33 Simona Troilo, Pietre d’oltremare. Scavare, conservare, immaginare l’Impero (1899-1940), Roma-Bari, Laterza, 2021; Chloé Rosner, Creuser la terre-patrie. Une histoire de l’archéologie en Palestine – Israël, Paris, CNRS Éditions, 2023.
34 La bibliografia sull’argomento è molto ricca. Per una prospettiva recente incentrata sulla storia delle scienze, si veda Veronika Lippardht, Les savoirs de la diversité humaine, in Dominique Pestre (ed.), Histoire des sciences et des savoirs, vol. 3, Paris, Éditions du Seuil, 2015, pp. 254-273 e Stephan Müller-Wille, Hérédité, race et eugénisme dans le long XIXe siècle, in Dominique Pestre (ed.), Histoire des sciences et des savoirs, vol. 2, Paris, Éditions du Seuil, 2015, pp. 391-409. Si vedano gli articoli del dossier tematico curato da Silvia Sebastiani (ed.), Les vitrines de l’humanité [online], https://www.politika.io/fr/notice/dupliquer-hierarchiser-lhumanite [ultima consultazione: 18 aprile 2018], che aggiornano questo dibattito storico alla luce delle sfide politiche e sociali contemporanee.
35 Marie Bossaert, Antonin Durand, Par-delà les confins de la science italienne. Relectures transnationales d’une science nationale, in “Mélanges de l’École française de Rome – Italie et Méditerranée modernes et contemporaines”, 2018, t. 130, n. 2, pp. 261-271.
36 Miruna Achim, Stephanie Gänger, Pas encore classiques. La fabrique des antiquités américaines au XIXe siècle, in “Annales, Histoire, Sciences Sociales”, 2021, n. 2, p. 343.
37 Le emozioni sono al centro delle riflessioni sull’attribuzione del valore patrimoniale in Dominique Fabre (ed.), Émotions patrimoniales, Paris, Éditions de la Maison des sciences de l’homme, 2013.
38 Andrea Meyer, Benedicte Savoy, The Museum is Open. Towards a Transnational History of Museums, 1750-1940, Berlin-Boston, De Gruyter, 2014; Michela Passini, Pascale Rabault-Feuerhahn, La part étrangère des musées, in “Revue germanique internationale”, 2015, n. 21.
39 William Carruthers, Flooded Pasts: Unesco, Nubia, and the Recolonization of Archaeology, Ithaca, NY, Cornell University Press, 2022; Mjriam Brusius, Trinidad Rico, Counter-archives as Heritage Justice: Photography, Invisible Labor and Peopled Ruins, in “Journal of Visual Culture”, 2023, vol. 22, n. 1, pp. 64-92; Guillaume Blanc, La nature des hommes. Une mission écologique pour «sauver» l’Afrique, Paris, La Découverte, 2024.
40 Silvia Caianiello dell’Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno (ISPF) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) lavora sul tema della certificazione delle conoscenze indigene. Ha presentato il suo lavoro intitolato Sapere indigeno (Traditional Knowledge), scienza e pseudo-scienza alla World Conference on Science, 1999, in occasione del convegno della Società italiana per la Storia delle Scienze, tenutosi a Bari nel 2024.
41 Antonella Romano, Fabriquer l’histoire des sciences modernes. Réflexions sur une discipline à l’ère de la mondialisation, in “Annales HSS”, 2015, 2, pp. 381-408; Geert Somsen, A History of Universalism, in “Minerva”, 2008, vol. 46, n. 3, pp. 361-379.
