Come citare questo articolo: , Smockestack nostalgia o della nostalgia del futuro, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. https://rivista.clionet.it/zazzara-smockestack-nostalgia-o-della-nostalgia-del-futuro. Ultimo accesso 13-11-2018.

Taconite coke and limestone fed my children and made my pay.
Them smokestacks reachin' like the arms of God into a beautiful sky of soot and clay.
 
Taconite, coke e calcare hanno cresciuto i miei figli e fatto la mia paga.
Quelle ciminiere si alzavano come le braccia di Dio in un bellissimo cielo di fuliggine e argilla.
 
Bruce Springsteen, Youngstown, 1995 (traduzione di Alessandro Portelli)

 

Youngstown, Usa 

Industrial Sunset di Steven High – uno dei libri fondamentali della storiografia americana sulla deindustrializzazione – ha un incipit cinematografico. È un giorno di primavera del 1982 e sotto gli occhi di una piccola folla va in scena la demolizione della Ohio Works, la maggiore acciaieria di Youngstown, Stati Uniti. Il clima di tensione e attesa che avvolge l’evento è restituito da una successione di suoni: il pianto della sirena, la voce gracchiante che all’altoparlante scandisce il conto alla rovescia, infine il gigantesco boato dell’altoforno che si abbatte a terra sollevando una nube rossa di polvere di ferro[1].

Bastano due lapidari commenti a introdurre il lettore nella complessità dei processi sottesi allo spettacolo della demolizione. Charles Horne, vicepresidente della U.S. Steel, celebra il momento come «the dawning of a “whole new era” of industrial diversification»; l’ex operaio Clem Smereck lo definisce invece: «the “second saddest day” of his life, the first being the day the mill closed»[2].

Per i top manager del capitalismo globale la cancellazione dell’industria pesante e il suo spostamento fuori dall’Occidente è la prova dell’avvento di una “nuova economia”; per gli ex lavoratori è il segno definitivo della fine della propria storia. Alle comunità locali, rappresentate in questa scena dagli altri spettatori, la deindustrializzazione lascia un vuoto da riempire, una terra da curare e un senso del luogo da ricostruire.

L’ambiguità di questo cambiamento si riflette nel linguaggio che usiamo per descrivere i territori rimasti orfani di importanti esperienze industriali: li chiamiamo “postindustriali” quando vogliamo sottolineare l’inizio di una nuova storia, “deindustrializzati” per enfatizzare il peso di un passato che non passa. Il punto di vista – di classe e di luogo – apre in ogni caso un abisso interpretativo.

 

Bagnoli, Italia

Le parole dell’ex operaio siderurgico americano ci ricordano anche un altro aspetto della deindustrializzazione: le fabbriche muoiono di morte lenta, attraversando lunghe agonie. Prima viene il tempo della crisi, poi della chiusura, poi ancora la fase della ruination, che può essere molto lunga; solo alla fine entrano in campo le ruspe e la dinamite[3]. A queste fasi corrispondono solitamente stadi diversi di reazione operaia, la rabbia e la lotta, la rassegnazione e la negoziazione, poi il ricordo e la nostalgia.

«A cavallo tra il 1997 e il 1998 – scrive Ermanno Rea ne La dismissione – la dinamite era già stress collettivo in tutta Bagnoli. L’argomento assoluto. Ne parlavano tutti, vecchi e bambini compresi»[4]. La cancellazione materiale della fabbrica è il momento in cui la deindustrializzazione assume tutta la sua portata di evento bellico, di guerra totale. Non è un caso che la parola deindustrializzazione abbia avuto la sua prima circolazione durante la Seconda guerra mondiale, come politica di distruzione della potenza nemica[5]. A Bagnoli si comincia il 25 febbraio 1998 dalla torre piezometrica per il raffreddamento dell’altoforno, «un corpo sgraziato tutto testa e niente fusto», un manufatto senza valore né per le soprintendenze né per i professionisti dell’archeologia industriale[6]. Come a Youngstown, anche qui ad assistere alla scena si raccoglie un pubblico di “stakeholder della deindustrializzazione”: tecnici, ex lavoratori, giornalisti, politici, studiosi, artisti. Come a Youngstown è una successione di rumori e silenzi a scandire i minuti che precedono il «grande bum[7]. Subito dopo, dalla cima del laminatoio, il sassofono di Daniele Sepe intona le note dell’Internazionale, qualcuno tra i presenti ne farfuglia le parole a denti stretti, qualcuno alza un pugno. La scena è ripresa da una telecamera: la morte dell’acciaieria diventa subito performance, rappresentazione della fine di un mondo, di una storia non solo economica ma anche politica.  

Il romanzo di Rea non si chiude con questa esecuzione, ma con il funerale di Marcella, la giovane donna figlia di un “casco giallo” dell’Italsider strappata alla vita da una malattia misteriosa. A pensarci bene, la malattia di Marcella è quella che ha colpito a diverse latitudini i “figli della deindustrializzazione”, a dispetto di tante retoriche della resilienza: una costante aspettativa di fallimento personale e la perdita di senso del futuro[8].

Poco prima della demolizione di Bagnoli, un protagonista lucido come Vittorio Foa aveva ricordato che quegli impianti mastodontici erano apparsi alla sua generazione l’incarnazione stessa del futuro: «il ciclo integrale era il simbolo della nuova Italia industriale, ero convinto che quello sarebbe stato per almeno trecento anni il modello della nostra modernità. E adesso, dopo solo trenta-quaranta è il passato»[9]. Lo stesso stupore ha investito – con costi personali molto più alti – milioni di operai di intere regioni dell’Occidente, le loro famiglie e le loro città.

 

Porto Marghera, Italia

Da almeno trent’anni a Porto Marghera le fabbriche chiudono e vengono demolite senza troppo clamore. Solo i fotografi di archeologia industriale e gli urban explorer sembravano essersene accorti[10]. Fino a che l’estate scorsa, nel pieno del centenario della fondazione del porto industriale veneziano, una demolizione è diventata per la prima volta un piccolo evento mediatico. Il «fattore D»[11] è entrato in scena per abbattere due alte fiaccole di sfiatamento dei famigerati impianti per la produzione di cloruro di vinile monomero, la mortale sostanza attorno a cui si è celebrato il decennale “processo al Petrolchimico”[12].

Negli anni Settanta parte del grande complesso Montedison, passati poi – dopo la sanguinosa conclusione delle “guerre chimiche” – sotto il controllo di Eni, negli anni Novanta gli impianti del cloruro erano stati ceduti come molti altri a una multinazionale, che nel 2009 ne aveva infine decretato la chiusura. Per i circa duecento addetti era iniziato allora un lungo periodo di cassa integrazione che si è concluso solo nel 2016 con il licenziamento dei superstiti, quelli che non erano riusciti a ricostruirsi da soli “un nuovo futuro”.

Annunciata con giorni di anticipo e affidata a una ditta specializzata, al primo tentativo la demolizione è clamorosamente fallita: la fiaccola non è caduta[13]. Solo l’intervento del Genio guastatori di Udine, grazie all’uso del plastico, ha portato a termine l’operazione[14]. Come a Youngstown quarant’anni prima e a Bagnoli venti, alla demolizione assisteva una delegazione di tecnici, documentaristi ed ex lavoratori. Ciascuno era stato spinto in quel luogo da ragioni diverse, tutti erano certi di assistere a un evento simbolico di portata storica: le fiaccole erano allo stesso tempo un simbolo della “chimica di morte” e della morte della chimica di Porto Marghera, ma anche di una delle ultime lotte dei lavoratori contro la dismissione.

I cassintegrati Vinyls, infatti, sono stati protagonisti di una lunghissima resistenza che li ha visti non solo usare i mezzi tradizionali della protesta operaia, ma anche salire a più riprese su una delle fiaccole, campeggiare a oltranza su un’isola della laguna, invadere la basilica della Salute a Venezia; poi ottenere la solidarietà di papa Ratzinger e di Vasco Rossi; da ultimo, quando la speranza di una ripresa si era ormai spenta, usare la musica e il teatro per diffondere le loro ragioni e far diventare la propria esperienza racconto, memoria[15].

Nel gruppo Facebook che raccoglie un migliaio di “amici del Petrolchimico” – in gran parte ex operai e dirigenti da tempo in pensione – foto e video dell’abbattimento delle fiaccole sono stati ampiamente condivisi e commentati: «una sconfitta per tutti», «piazza pulita degli impianti, piazza pulita degli operai, che tristezza», «non metto “mi piace” perché mi dispiace cancellare del tutto la memoria!», «il suo apparire mi diceva che andavo al mio adorato lavoro dai miei amati colleghi. E da quel posto di lavoro che mi ha fatto uomo e sfamato. Ciao amata fiaccola anche tu un posto nel mio cuore».

Se la nostalgia e il rimpianto sono i toni dominanti tra gli ex lavoratori, la fiaccola che non cade è diventata subito il simbolo di qualcosa di diverso: della resistenza e dell’orgoglio operaio. «Ingegno e “mano Industriale” la eresse... oggi la protervia, l'incuria e l'ignavia di tanti, di troppi, con l'intervento di “mano militare” l'ha abbattuta», commenta un altro membro del gruppo.

La leader della protesta Vinyls, Nicoletta Zago – una donna, per la prima volta nella storia di Porto Marghera[16] – twitta immediatamente: «e le torce sono ancora lì, dure a morire come gli operai». Gianfranco Bettin, oggi presidente della municipalità di Marghera e storico militante ambientalista, le fa eco con «Marghera dura a morire, neanche con la dinamite. Disponibile a rinascere»[17]. Questa spontanea e immediata “umanizzazione” della fiaccola – che diventa simbolo di fierezza della Marghera operaia – suggerisce qualcosa di importante: quando crolla una fabbrica, persino una tra le più odiate e combattute, si spalanca una voragine sul futuro che accomuna storie e generazioni diverse. Cosa verrà dopo?

La fine della centralità del lavoro industriale – lo sappiamo – non ha creato “un mondo senza lavoratori”[18]. Ma è ormai chiaro che l’uscita da quel patto sociale, per chi non è stato accompagnato alla pensione, ha forse comportato l’accesso a impieghi più sani e sicuri, ma spesso anche impoverimento, precarizzazione, marginalità e scivolamento su posizioni politiche sovraniste e xenofobe.

 

Smockestack nostalgia

Quindici anni fa Jefferson Cowie e Joseph Heatcott si prefissero l’obiettivo di andare “oltre le rovine” della deindustrializzazione e ripensare storicamente cronologia, memoria, relazioni spaziali, effetti culturali e politici di un cambiamento che appariva ormai tra i più significativi del Ventesimo secolo, «on a par with industrialization itself»[19]. Per farlo, ritenevano fondamentale sgomberare il campo sia dalla mera “conta dei morti” – i posti di lavoro persi – che dalle incrostazioni nostalgiche di molte delle riflessioni sino ad allora condotte. Quella postura che efficacemente definirono smockestack nostalgia – nostalgia delle ciminiere – aveva generato una idealizzazione e sentimentalizzazione del lavoro industriale che impediva di fare i conti con la complessità del passato[20]. Oppure era diventata gusto culturale per gruppi e classi che con le fabbriche non avevano mai avuto nessun rapporto, per i quali le rovine industriali erano pura esperienza estetica[21].

Recentemente a questa lettura della smockestack nostalgia come fattore di semplificazione e decontestualizzazione alcuni studiosi hanno opposto una visione diversa, fondata su un’analisi sempre più sofisticata di un corpus ormai sterminato di prodotti e pratiche culturali – musei, memorie, reportages, romanzi, spettacoli e serie televisive – che segnalano che le società postindustriali hanno avviato profondi processi di rielaborazione delle esperienze collettive del lavoro[22].

In particolare il sociologo inglese Tim Strangleman ha proposto di guardare oltre la superficie della nostalgia e di considerare la «remembrance around industrial culture […] as a far more active engagement with the past»[23]. La letteratura della deindustrializzazione rivela infatti che gli ex lavoratori sono spesso coscienti dei costi che hanno pagato in termini di salute e ambiente, e della fatica e alienazione della vita in fabbrica, ma che ciò convive con il ricordo della stabilità economica, della coesione sociale, del senso di inclusione nella sfera civile e di influenza su quella politica a cui quel lavoro dava accesso[24]. E rivela che questa memoria ambivalente si è trasmessa ai loro figli e nipoti, che spesso sono produttori in prima persona di rappresentazioni culturali dell’eredità industriale.

L’idea più importante è che la nostalgia non agisce necessariamente come un sentimento conservatore e romantico, ma anche come un palinsesto di valori, convinzioni e domande innestato nel presente. Per gruppi sociali marginalizzati e impoveriti la nostalgia è una rivendicazione di legittimità e un’affermazione di autostima, che utilizza «a critical balancing of loss and pride to identify those values that many wish to re-engage with, values that ultimately derive from collective experiences of economic and class disenfranchisement and disregard»[25].

La nostalgia conduce a domande le cui implicazioni politiche sono evidenti: «Why is it that industrial working-class jobs paid more in the past than they do now? Why were terms and conditions better in the thirty years of the long boom after World War Two? And why did working-class people in that period enjoy rising standards of living year after year, while today similar groups know only precarity?»[26]. Le risposte non sono affatto scontate ma – per richiamare ancora Vittorio Foa – sotto questa luce la smockestack nostalgia è una “nostalgia del futuro” e può diventare un lievito essenziale della critica del presente[27].

 

Fiaccole di futuro

Fino ad oggi la deindustrializzazione di Porto Marghera è avvenuta e prosegue senza rielaborazione collettiva. La grande trasformazione che ha portato dai 40.000 operai degli anni Settanta ai 5.000 di oggi, che ha spostato gli interessi del capitale dalla produzione alla logistica, ha creato un paesaggio completamente nuovo, ha lasciato immani problemi ambientali e soprattutto ha modificato radicalmente la composizione e la cultura della società locale, è restata lo sfondo di memorie particolari e separate. 

Alcune generazioni di lavoratori l’hanno rifiutata, combattuta, negoziata e infine subita. Alcune generazioni di cittadini di Venezia – soprattutto nella città storica, che con la sua periferia industriale ha avuto da sempre un rapporto irrisolto – l’hanno pretesa, appoggiata e vissuta con il sollievo di chi vede scomparire una minaccia mortale. I movimenti ambientalisti e antagonisti l’hanno attraversata con una critica feroce al modello di sviluppo. Istituzioni, partiti e sindacati l’hanno quasi sempre negata, evocando una re-industrializzazione possibile. Certo, a Porto Marghera l’industria e il lavoro non sono affatto evaporati – basterebbe Fincantieri a fugare ogni dubbio – ma ciò non significa che non si debba riconoscere una frattura radicale e fare i conti con la sua eredità tangibile e intangibile.

L’attenzione che ha accompagnato l’abbattimento delle fiaccole del Petrolchimico dà forse il segno che i tempi sono maturi, anche qui, per guardare i rottami del passato con nuove lenti e strumenti di analisi. Nella storia che andrà scritta la memoria dei vecchi lavoratori e le ultime lotte di resistenza alla dismissione dovranno essere intrecciate per cogliere continuità e discontinuità della moral economy operaia, che continua a scontrarsi con le trasformazioni del capitalismo. La smockestack nostalgia sarà forse anche qui il sentimento ambivalente che consente di legare – come ha scritto ancora Gianfranco Bettin – «la gloria difficile di un’epoca e la sua cruda decadenza, i segni che spingono indietro nel tempo e quelli che invitano a guardare avanti»[28] e di chiedersi perché – con la battuta del comico tedesco Karl Valentin – «una volta il futuro era migliore»[29].


Note

1 Steven High, Industrial Sunset. The Making of North America’s Rust Belt, 1969-1984, Toronto-Buffalo-London, University of Toronto Press, 2003.

2 Ivi, p. 3.

3 Alice Mah, Industrial Ruination, Community, and Place: Landscape and Legacies of Urban Decline, Toronto-Buffalo-London, University of Toronto Press, 2012.

4 Ermanno Rea, La dismissione, Milano, Rizzoli, 2002, p. 334.

5 Roberta Garruccio, Chiedi alla ruggine. Studi e storiografia della deindustrializzazione, in “Meridiana” (Aree deindustrializzate), 2016, n. 85, pp. 35-60: 3.

6 Rea, La dismissione, cit., p. 335.

7 Ivi, p. 340.

8 Sherry L. Linkon, And Their Children after Them: Deindustrialization Lit, in “New Labor Forum”, 2010, vol. 19, n. 1, pp. 102-105. Sulle difficoltà dei “figli della deindustrializzazione” cfr. anche James D. Vance, Elegia americana, Milano, Garzanti, 2016.

9 Vittorio Foa, Passaggi, Torino, Einaudi, 2000, p. 148.

10 Cfr. ad esempio Paolo Costantini (a cura di), Venezia_Marghera. Fotografia e trasformazioni nella città contemporanea, Milano, Charta, 1997 e Giuseppe Dall’Arche, Molo K Marghera. L’altra Venezia, Vicenza, Terra Ferma, 2007. Moltissime sono le fonti rinvenibili in rete: dai reportage fotografici di Fulvio Orsenigo, http://www.fulvioorsenigo.com/the-zone/ (6-6-2018) ai video amatoriali di esplorazioni tra le rovine industriali come questo, girato in una delle fabbriche Sava oggi completamente demolita per fare spazio a un terminal portuale: https://www.youtube.com/watch?v=uwFSllceyIM (6-6-2018).

11 Rea, La dismissione, cit., p. 333.

12 Felice Casson, La fabbrica dei veleni. Storie e segreti di Porto Marghera, Milano, Sperling & Kupfer, 2007.

13 Barbara Ganz, Alle 18,30 la demolizione delle torce ex Vinyls di Porto Marghera: «Oggi cadranno i simboli, non la dignità di chi ha lavorato qui», 13 luglio 2017, http://barbaraganz.blog.ilsole24ore.com/2017/07/13/alle-1830-la-demolizione-delle-torce-ex-vinyls-di-porto-marghera-oggi-cadranno-i-simboli-non-la-dignita-di-chi-ha-lavorato-qui/ (8-6-2018).

14 La seconda fiaccola è stata abbattuta alcuni mesi dopo, cfr. Vinyls, un gran boato ed è stata abbattuta la seconda torcia, “La Nuova Venezia”, 17 ottobre 2017, http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2017/10/17/news/vinyls-un-gran-boato-ed-e-stata-abbattuta-anche-la-seconda-torcia-1.16001756 (8-6-2018).

15 Alcuni lavoratori della Vinyls hanno fondato il gruppo musicale Garbato e collaborato allo spettacolo Vinyls 176. Marghera vista dalla luna di Filippo Tognazzo.

16 Antonietta Demurtas, Nicoletta, coraggio operaio, 8 marzo 2012, http://www.lettera43.it/it/articoli/attualita/2012/03/08/nicoletta-coraggio-operaio/35159/ (7-6-2018).

17 Barbara Ganz, In due giorni il peggio e il meglio che può capitare parlando di imprese, 17 luglio 2016, http://barbaraganz.blog.ilsole24ore.com/2017/07/16/in-due-giorni-il-peggio-e-il-meglio-che-puo-capitare-parlando-di-imprese/ (8-6-2018). Qui commento di Nicoletta Zago all’abbattimento della seconda torcia https://www.youtube.com/watch?v=VGxL2iQ8qXg (5-6-2018).

18 Jeremy Rifkin, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Milano, Baldini & Castoldi, 1995.

19 Jefferson Cowie, Joseph Heatcott (eds), Beyond the Ruins. The Meanings of Deindustrialization, Ithaca-London, Cornell University Press, 2003, p. 6.

20 Ivi, p. 15.

21 Steven High, David Lewis, Corporate Wasteland. The Landscapes and Memory of Deindustrialization, Ithaca-London, Cornell University Press, 2007.

22 Sherry L. Linkon, The Half-Life of Deindustrialization. Working-Class Writing about Economic Restructuring, Ann Arbor, University of Michigan Press, 2018.

23 Tim Strangleman, “Smokestack Nostalgia,” “Ruin Porn” or Working-Class Obituary: The Role and Meaning of Deindustrial Representation, in “International Labor and Working-Class History”, 2013, vol. 84, n. 1, pp. 23-37: 28.

24 Tracy E. K’Meyer, Joy L. Hart, I Saw It Coming. Workers Narratives of Plant Closings and Job Loss, New York, Palgrave-MacMillan, 2009.

25 Laurajane Smith, Gary Campbell, “Nostalgia for the future”: memory, nostalgia and the politics of class, in “International Journal of Heritage Studies”, 2017, vol. 23, n. 7, pp. 612-627: 624.

26 Tim Strangleman, Working-Class Nostalgia, 9 gennaio 2017, https://workingclassstudies.wordpress.com/2017/01/09/working-class-nostalgia/ (7-6-2018).

27 Vittorio Foa, Il cavallo e la torre. Riflessioni su una vita, Torino, Einaudi, 1991, p. 341.

28 Gianfranco Bettin, La chimica della gloria e della decadenza, “La Nuova Venezia”, 11 luglio 2017,
http://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2017/07/11/news/la-chimica-della-gloria-e-della-decadenza-1.15603678 (5-6-2018).

29 La battuta di Valentin ha ispirato la giornata di studi Una volta il futuro era migliore? Lavoro, storia, conflitti, organizzata dall’Associazione storiAmestre presso l’Ateneo degli imperfetti di Marghera il 2 giugno 2018.