Come citare questo articolo: , Donne e Grande Guerra: narrazioni, limiti, possibilità tra ricerca e didattica, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 1 (2017), art. nr. 25, pp. 204-208, []. http://rivista.clionet.it/vol1/societa-e-cultura/clio_eva/serini-donne-e-grande-guerra. Ultimo accesso 22-11-2017.

1. Le vie della ricerca

Complice il centenario dallo scoppio della Prima guerra mondiale, in questi ultimi anni sono stati pubblicati moltissimi studi che hanno cercato di indagare il tema dell’«inutile strage» con cui si è inaugurato il secolo breve muovendo da una prospettiva che non fosse unicamente quella della storia evenemenziale propriamente detta. A seguire, sulla scorta di tale filone che si è rivelato assolutamente stimolante e foriero di un oggettivo arricchimento dello stato dell’arte, hanno fatto la loro comparsa ricerche che hanno approfondito il tema della presenza e della partecipazione delle donne al conflitto.

In un primo momento si sono indagate le conseguenze della guerra sul piano dell’evoluzione della condizione femminile, chiedendosi se la guerra andasse valutata come momento di vera emancipazione o come vettore di un mutamento di «carattere provvisorio e superficiale»[1], giungendo alla conclusione per cui essa abbia sia frenato sia «accelerato alcuni processi avviati durante la Belle Epoque, aprendo talvolta delle brecce nella ripartizione dei compiti e nell’equilibrio dei poteri»[2]. Su questa stessa linea si sono mosse sia la riflessione di Michela De Giorgio che quella di Annarita Buttafuoco, le quali, per ampiezza, approfondimento e taglio critico, contengono elementi utili per cogliere le modificazioni dell’universo femminile in una prospettiva di media e lunga durata[3].

Successivamente, è comparsa una serie di opere che hanno cercato di leggere quegli eventi in un’ottica più attenta alla dimensione eminentemente femminile. Così, il volume di Barbara Curli[4] ha fornito le coordinate numeriche, statistiche e storiche per una valutazione dell’impegno femminile sul piano lavorativo e professionale. E ancora, nei lavori di Stefania Bartoloni si evidenziava come il corpus dei testi redatti dalle infermiere abbia costituito un unicum, «un’esperienza quantitativamente e qualitativamente diversa»[5] da ogni altra a essa antecedente, dettata dalla necessità ed espressione di uno spettro variegato di emotività, sensazioni e appartenenze mai dichiarate prima. Augusta Molinari, che aveva già trattato il tema della sublimazione patriottica della beneficienza di matrice aristocratica[6], invitava, nel suo ultimo lavoro, a una lettura più articolata dell’impegno femminile, precisando come non sussista affatto «una netta separazione di compiti nell’ambito della mobilitazione patriottica tra donne che “parlano” e donne che “operano”»[7] e dunque smorzando il giudizio condiviso secondo cui l’intervento femminile sia essenzialmente leggibile solo sul piano pratico, in termini cioè di assistenza, piuttosto che, anche, come contributo intellettuale, di pensiero e di scrittura[8]. La stessa declinazione unicamente al maschile del dibattito, nazionale e internazionale, tra interventisti, nazionalisti e neutralisti è opinabile perché marginalizza aprioristicamente l’apporto al confronto dialettico tra le diverse posizioni di intellettuali come, tra le altre, Teresa Labriola e Margherita Sarfatti[9] o perché non tiene conto di un evento importantissimo come il Congresso internazionale delle donne per la pace apertosi a l’Aja il 28 maggio 1915, come pure dell’unica delegata italiana che vi partecipò, Rosa Genoni.

Insomma, a livello storiografico ci si è trovati di fronte a studi che hanno rivelato protagonismi e scenari davvero significativi. Nel composito universo femminile che partecipò, visse e subì i drammi della Prima guerra mondiale, gran parte delle ricerche si è concentrata sulle tante donne che, nella contingenza della situazione bellica, si trovarono a occupare luoghi e spazi di lavoro dai quali convenzionalmente erano escluse perché ritenuti di esclusiva pertinenza maschile[10]. Questo consentì loro non solo una visibilità inedita – che, nelle speranze delle attiviste più radicali, avrebbe poi dovuto tradursi in un riconoscimento sul piano dei diritti e della sfera giuridica da parte dello Stato – ma le coinvolse doppiamente sia sul piano pubblico che su quello privato. Quelle donne erano non solo la forza motrice di un paese che aveva mandato in serie, leva dopo leva, tutti i suoi uomini al fronte ma anche le mogli e le madri di quei soldati a cui erano affidati i destini della nazione.

 

2. Ricerca e didattica

A fronte di studi tanto consistenti sul piano quantitativo quanto innovativi sul piano tematico, il mondo della scuola si è mostrato tutt’altro che ricettivo rispetto alle nuove importanti sollecitazioni che venivano dal mondo della ricerca, mancando di cogliere un’occasione unica per avviare un processo di conoscenza e di trasmissione didattica autenticamente inedito e stimolante. Oggi, lo si può asserire con ragionevole fondatezza, eccezion fatta per casi fortunatamente sempre più rari, di donne e Grande Guerra si parla. Il nodo da sciogliere o, meglio, la sfida da giocare ha luogo dunque non tanto – e non solo – sul piano della presenza di contenuti inerenti al tema nei manuali di testo, bensì nelle modalità e nel taglio con il quale essi sono presentati e si inseriscono nel flusso della narrazione storica. Ma procediamo con ordine riflettendo sui contenuti.

Il primo dato che, a giudizio della sottoscritta, emerge in maniera perspicua è il fatto che, in 90 casi su 100, il discorso relativo alla presenza e al ruolo delle donne nel primo conflitto mondiale si riduce a due tipi di esperienze. Da un lato alla possibilità, dettata dalla situazione di emergenza in cui la guerra aveva fatto precipitare il Paese, di svolgere lavori e mestieri fino a quel momento preclusi e ritenuti di esclusiva preminenza maschile. E, dall’altra, alla loro presenza in qualità di infermiere e di crocerossine impegnate al fronte. Ora, se è indubbio che tali contenuti debbano trovare diritto di cittadinanza all’interno di libri di testo rivolti a studenti di scuola secondaria, tuttavia non possono non sorgere delle perplessità. Innanzitutto, è opportuno notare che presentare un argomento complesso come quello in oggetto soltanto in questi termini è riduttivo e fuorviante. In primo luogo poiché si finisce per soffermarsi sui soliti contenuti dimenticandosi di pagine e di esperienze che, pur legate a quel contesto, rimangono sostanzialmente ignorate, come nel caso degli Uffici notizie per le famiglie dei militari, al centro di un bel lavoro di Emma Schiavon[11]. E, in secondo luogo, perché, in questa maniera, non si fa altro che perpetuare sia a livello narrativo che a livello interpretativo, un discorso che vede la donna sempre e comunque in ottica o di supplenza o di assistenza rispetto alla figura maschile che rimane unica e centrale nel racconto della Grande Guerra. La realtà però, e la storiografia ce lo ha dimostrato, attesta altro. Le donne furono protagoniste a tutti gli effetti.

Innanzitutto furono impegnate in prima linea anche al fronte, come dimostra il caso delle portatrici carniche. La vicenda, ormai scandagliata in sede storiografica, rispetto ad altre gode di maggior diffusione anche se ancora ci muoviamo in ambiti molto ristretti al punto che non la si può ritenere parte di un sapere condiviso a livello didattico né dagli studenti né, duole ammetterlo, da buona parte del corpo docente. È inoltre significativo il fatto che, anche tra chi conosce per sommi capi la vicenda di queste donne eroiche e coraggiose, essa si riduca o coincida con la conoscenza sommaria della biografia della più nota tra di loro, ovvero Maria Plozner Mentil, unica donna a cui è stata intitolata una caserma in Italia[12].

Il protagonismo delle donne va anche letto in ottica rovesciata, per esempio in qualità di vittime privilegiate. Ciò non costituisce certo un’esclusiva della Prima guerra mondiale; eppure, in tale frangente, sarebbe utile affrontare la questione con i documenti storici e artistici che ci sono per poterlo raccontare. Per esempio, si potrebbe partire da tue testi di una scrittrici dimenticata come Annie Vivanti, quali il romanzo Vae Victis del 1917 o il dramma teatrale L’invasore del 1915 in cui viene trattato il tema «dello stupro da parte della soldataglia tedesca a danno delle ragazze belghe» ma anche quello «della maternità non desiderata causata dagli stupri»[13]. Stupri, violenze e prostituzione rimangono convenzionalmente esclusi dalla trattazione scolastica, forse per la scabrosità del tema, nonostante ci siano studi notevoli in materia[14].  

Del tutto assente dalla narrazione scolastica sulla Grande Guerra è il corpus incredibile rappresentato dalla diaristica e dalla memorialistica al femminile[15] che si rivelano fonti utili non sono ai fini della conoscenza di determinate realtà storiche altamente sfuggenti ma anche incredibili strumenti di sperimentazioni didattica magari da approfondire con pratiche laboratoriali (mirate ad approfondimenti di tipo storico propriamente detto, ma anche linguistico ad esempio). Riflettendo sulla scrittura delle donne si ha modo di constatare come e quanto la Prima guerra mondiale sia stata «un’occasione di scrittura e di maggior alfabetizzazione»[16], per tante di loro che mai, come in quella circostanza, si trovarono a misurarsi con strumenti decisamente poco familiari quali carta e “penna”; un’esperienza inedita e meno elitaria rispetto a quanto era già accaduto nell’Ottocento. Il fatto che questa pratica, spesso condotta all’insaputa dei congiunti, fosse divenuta così “usuale” proprio durante gli anni del conflitto, conferma come anche per queste donne – che pure non facevano della scrittura un esercizio professionale – essa fu non solo un’esigenza concreta per fronteggiare certe situazioni critiche, ma anche un mezzo irrinunciabile attraverso cui ridefinire se stesse come soggetti storici.

Tra le donne scriventi di cui non si trova alcuna traccia nei manuali scolastici non possono non essere annoverate corrispondenti di guerra a tutti gli effetti come, oltre alla già citata Vivanti, Barbara Allason, Stefania Türr e Ester Danesi Traversari[17], giornaliste di spessore con vicende biografiche altamente significative i cui reportage debbono poter trovare lettura all’interno delle aule scolastiche in quanto voci dirette e preziose di quegli anni travagliati. 

Insomma, storie di donne nel grande fiume della Storia della Prima guerra mondiale non mancano. E allora perché queste e tante altre pagine faticano a entrare nel bagaglio di conoscenze dei nostri studenti? La risposta, a giudizio di chi scrive, chiama in causa direttamente il mondo dei docenti che, abituato da sempre a una didattica trasmissiva, incentrata su contenuti già pronti e standardizzati, difficilmente si presta a misurarsi con materiali che, lo abbiamo visto, non trovano diritto di cittadinanza all’interno della gran parte della manualistica scolastica (e, quando accade, si tratta di una presenza ridotta, scarnificata e non immune da quell’impostazione di complementarietà e sussidiarietà già denunciate sopra). Ciò nonostante, gli insegnanti avrebbero, se volessero e se non fossero prigionieri loro stessi di pregiudizi o dubbi infondati circa l’opportunità o meno di avventurarsi in sentieri poco battuti, la possibilità di superare questi limiti proponendo loro per primi i contenuti non presenti. Ma qui, complice anche una convinzione di fondo e una dimestichezza al confronto diretto con le fonti molto scarse, il discorso spesso si arena e si preferisce ripiegare su un modus operandi magari più consolidato e rassicurante ma decisamente  poco stimolante. Certo, esiste anche un problema serio che riguarda l’aggiornamento professionale che non sempre instrada i docenti lungo la giusta direzione. Di certo sarebbe auspicabile un maggiore raccordo con il mondo universitario e con la dimensione della ricerca e del fare ricerca, anche perché, forse, la radice primaria del vulnus di cui si è parlato in precedenza risiede proprio lì.


Note

1 Françoise Thèbaud, La Grande Guerra: età della donna o trionfo della differenza sessuale?, in Georges Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne. Il Novecento, a cura di F. Thébaud, Roma-Bari, Laterza, 2003 (1ª edizione, 1996),  p. 27.

2 Ivi, p. 77.

3 Michela De Giorgio, Le italiane dall’Unità a oggi. Modelli culturali e comportamenti sociali, Roma-Bari, Laterza, 1992; Annarita Buttafuoco, Questioni di cittadinanza. Donne e diritti sociali nell’Italia liberale, Siena, Protagon, 1995; Id., Cronache femminili. Temi e momenti della stampa emancipazionista in Italia dall'Unità al fascismo, Siena, Dipartimento di studi storico-sociali e filosofici, 1988.

4 Barbara Curli, Italiane al lavoro 1914-1920, Venezia, Marsilio, 1998.

5 Stefania Bartoloni, Italiane alla guerra. L’assistenza ai feriti 1915-1918, Venezia, Marsilio, 2003, p. 159. E, meno recente, Id., Donne al fronte. Le Infermiere Volontarie nella Grande Guerra, Roma, Jouvence, 1998.

6 Augusta Molinari, La buona signora e i poveri soldati. Lettere a una madrina di guerra (1915-1918), Torino, Paravia, 1998; Id., Da donne a italiane: il patriottismo femminile nella Grande Guerra, in Susanna Delfino, Pierangelo Castagneto (a cura di), Guerre e Culture tra età moderna e contemporanea, Genova, Brigati, 2001.

7 Augusta Molinari, Una patria per le donne. La mobilitazione femminile nella Grande Guerra, Bologna, il Mulino, 2014, p. 30.

8 È quanto sostiene, tra gli altri, Isnenghi: «Ci sembra appropriato segnalare l’anticipo che la vocazione femminile per le "opere" segna rispetto ad una propaganda maschile che resta più a lungo circoscritta nell’ambito delle parole. La propaganda patriottica delle donne nasce fin dall’inizio come assistenza». Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, La Grande Guerra. 1914-1918, Bologna, il Mulino, 2008 (1ª edizione La Nuova Italia, 2000), p. 330. Si veda anche Angela Frattolillo, I ruoli della donna nella Grande Guerra, Fano, Sonciniana, 2015.

9 Si vedano in proposito Teresa Labriola, La donna e lo stato nell’ora della guerra, in “La Nostra Rivista”, 1915; Id., Per la pace e il diritto, Roma, Loescher, 1905; Fiorenza Taricone, Teresa Labriola. Biografia politica di un’intellettuale tra Ottocento e Novecento, Milano, FrancoAngeli, 1994; Marina Tesoro, Labriola, Teresa, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 62, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2004, ad vocem; Margherita Sarfatti, La milizia femminile in Francia, Milano, Rava, 1915; Simona Urso, La formazione di Margherita Sarfatti e l’adesione al fascismo, in “Studi storici”, 1994, n. 6; Roberto Festorazzi, Margherita Sarfatti. La donna che inventò Mussolini, Milano, Colla editore, 2010.

10 Curli, Italiane al lavoro, cit., pp. 22-33 e ss.

11 Emma Schiavon, Interventiste nella Grande Guerra. Assistenza, propaganda, lotta per i diritti a Milano e in Italia (1911-1919), Firenze-Milano, Le Monnier, 2015. La foto d'apertura dell'articolo si riferisce all'Ufficio corrispondenza e informazioni gratuite per le famiglie dei richiamati, nei locali della Casa Matha, Ravenna (fotografo Ulderico David, Istituzione Biblioteca Classense di Ravenna).

12 Sulla vicenda delle portatrici carniche si rimanda a Roberto Rossini, Enrico Meliadò, Le donne nella Grande Guerra 1915-18. Le portatrici carniche e venete, gli angeli delle trincee, Mantova, Sometti, 2017, mentre sulla vicenda biografica della Plozner Mentil si rinvia a http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/maria-plozner-mentil/.

13 Si veda Silvia Boero, Annie Vivanti: la storia nelle sue storie, tra due continenti e due secoli, in Marco Severini (a cura di), Trame disperse. Esperienze di viaggio, di conoscenza e di combattimento nel mondo della Grande Guerra (1914-18), Venezia, Marsilio, 2015, p. 230.

14 Emilio Franzina, Casini di guerra. Il tempo libero dalla trincea e i postriboli militari nel primo conflitto mondiali,  Milano, Gaspari, 1999; Antonio Gibelli, Guerra e violenza sessuale: il caso veneto e friulano, in La memoria della Grande Guerra nelle Dolomiti, Udine, Gaspari, 2001.

15 Tra le tante, si vedano Barbara Montesi, Ho vissuto come in un sogno. Cristina Honorati Colocci e la Grande Guerra, Ancona, Affinità elettive, 2013; Quinto Antonelli, Diego Leoni, Aldo Miorelli, Giuseppina Pontalti (a cura di), Scritture di guerra, n. 5, Trento-Rovereto, Museo Storico di Trento, 1996; Matilde Serao, Parla una donna: diario femminile di guerra, Milano, Treves, 1916.

16 Stefania Cavagnoli, Lettere e racconti di donne nel primo anno di guerra in Trentino, in Trame disperse, cit., p. 116.

17 Su Brabara Allason si rimanda al profilo biografico redatto da Lucia Strappini, Allason, Barbara, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 34, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1988, ad vocem. Si vedano, poi, Stefania Türr, Alle trincee d’Italia. Note di guerra di una donna. Libro di propaganda illustrato con fotografie concesse dal comando supremo, Milano 1918 (1ª edizione 1917); Antonella Picchiotti, Flavia Steno una giornalista, una donna (1875-1946), Genova, Fratelli Frilli editori, 2010.