Come citare questo articolo: , Dal "charbonnage" alla "carbonnade". Italiani in Belgio tra esclusione e integrazione , in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 1 (2017) []. http://rivista.clionet.it/vol1/societa-e-cultura/migrazioni/tolomelli-vecchietti-dal-charbonnage-alla-carbonnade-italiani-in-belgio-tra-esclusione-e-integrazione. Ultimo accesso 21-04-2018.

Il forte legame tra Belgio e Italia ha origine dal consistente flusso migratorio verificatosi in particolare nel secondo dopoguerra, che ha fatto degli italiani la più cospicua comunità immigrata in territorio belga. Italiani perseguitati, chi da un regime politico avverso (in epoca fascista), chi dalla miseria e dalla disoccupazione. È affascinante mettere a confronto i dati storici con le testimonianze, dirette o indirette, delle persone che di questi spostamenti sono state protagoniste, e da questo confronto è facile trarre la misura di quanto la società belga sia sorprendentemente composita, métissée, frutto di una fusione imperfetta di popoli.

La presenza italiana in Belgio, priva fino alla Grande guerra di reale consistenza in rapporto alla popolazione locale[1], è strettamente legata all’industria estrattiva del carbone; se i primi accordi commerciali risalgono al 1922[2], il vero momento chiave è il 1946, anno in cui, il 20 giugno, si firmava il protocollo d’intesa italo-belga che stabiliva, in cambio di 2.000 giovani in buona salute a settimana da inviare nelle miniere, la fornitura mensile allo Stato italiano – a prezzo calmierato – di 2.500 tonnellate di carbone ogni 1.000 operai inviati[3]. Una tratta in sostanza, funzionale a compensare sia il fabbisogno di manodopera in Belgio, sia la necessità di fonti energetiche e la grave crisi economica dell’Italia all’uscita del secondo conflitto mondiale[4]. La propaganda fu capillare: in tutta la penisola comparvero i manifesti rosa della Fédéchar (Fédération charbonnière de Belgique), che recitavano «Operai italiani / Condizioni particolarmente vantaggiose vi sono offerte per il lavoro sotterraneo nelle / Miniere belghe», elencandone i benefici (salari, vantaggi sociali, alloggi economici). Nei sotterranei della stazione centrale di Milano vennero attrezzati tre piani per l’accoglienza dei candidati (il Centro per l’emigrazione in Belgio) che venivano sottoposti all’esame finale da parte di un medico della Mission belge d’immigration, vagliati dalla sicurezza italiana e (informalmente) da quella belga perché non fossero sovversivi o comunisti e infine spediti alle miniere con un convoglio ferroviario settimanale[5].

Nel filone della storiografia e memorialistica sul tema dell’immigrazione italiana in Belgio, sulla vita dei minatori e sulle purtroppo frequenti tragedie che hanno scandito la storia dei distretti minerari valloni e fiamminghi si colloca l’iniziativa Solo andata, con cui, a partire dal 2015, sono state raccolte testimonianze orali di ex-immigrati e delle loro famiglie in Belgio, immagini fotografiche, documenti editi e inediti nell’intento di ricostruire gli aspetti della presenza italiana in Belgio (in particolare in Vallonia) da un punto di vista il più possibile ampio e multidisciplinare, di cui in questa sede si vuole dare un primo contributo[6].

Raffaele Iacopetta, nativo di Fabrizia in provincia (ora) di Vibo Valentia, racconta in un’intervista il momento dell’arrivo in Belgio, a Charleroi, avvenuto a diciotto anni l’11 gennaio 1951, a seguito del ricongiungimento familiare con il padre minatore[7]. Ricorda la visita medica a Catanzaro prima di partire con il treno speciale per Milano, dove per tre giorni dormirono nello spazio riservato, nei sotterranei della stazione, in attesa che si riempisse il convoglio con l’arrivo di altri emigranti. «Arrivammo di notte, all’epoca le fabbriche erano in piena produzione e mi ricordo le fiamme degli altiforni, da Lussemburgo fino a Charleroi». Arrivati in stazione a Charleroi, li aspettava un camion della miniera che li portò in una cité, un complesso residenziale costruito apposta per gli immigrati adiacente agli impianti industriali, fatto di povere case a un solo piano, per loro comunque tutto sommato – testimonia Iacopetta – allora soddisfacenti[8]. Come si è detto, arrivò in Belgio diciottenne, quando non era più un ragazzo ma nemmeno un uomo (come egli stesso sottolinea), e dalla settimana successiva iniziò a lavorare in una fabbrica di piastrelle e tubi di gres.

A questa testimonianza diretta fa eco un “caso” letterario, l’opera autobiografica di Raul Rossetti, Schiena di vetro[9], che racconta la sua vita dall’infanzia (nacque nel 1929) fino al 1953. Con una lingua icastica e personalissima Rossetti, rodomonte vicentino, descrive la sua vita nelle miniere di Séraing e Charleroi, raggiunte a ventidue anni dopo la fine della guerra e una gioventù di espedienti per sbarcare il lunario. Il personaggio-Rossetti, di origine veneta, è rappresentativo del primo periodo dell’ondata migratoria, quando il patronato carbonifero belga riteneva i lavoratori del norditalia, per la più lunga esperienza di industrializzazione di quel territorio, migliori candidati rispetto ai lavoratori meridionali, perché più assidui, più disciplinati, meglio preparati, meglio integrabili nella comunità locale[10]. Tale tendenza si invertì intorno alla metà degli anni Cinquanta, quando l’immigrazione dall’Italia meridionale e insulare superò quella del resto della penisola[11], tanto che a oggi la comunità italiana in Belgio è composta soprattutto da siciliani, cui seguono pugliesi, abruzzesi, campani, e infine veneti[12]. Il reclutamento dei primi anni prevedeva inoltre l’inserimento di lavoratori celibi (come era appunto Rossetti) o comunque giunti senza la famiglia (che poteva ricongiungersi solo dopo un certo lasso di tempo), alloggiati in edifici collettivi[13] funzionali a ospitare una forza lavoro temporanea, elemento significativo anche dell’assenza di iniziative, da parte delle autorità belghe, volte all’apprendimento delle lingue ufficiali del paese da parte della manodopera, presupposto minimo per l’inserimento nella società[14].

Da più parti è ribadito anche il disinteresse, sempre da parte delle autorità belghe, verso una qualsivoglia forma di preparazione al lavoro in miniera, alle sue condizioni e ai suoi rischi. I minatori venivano affidati a un capo, uno “chef”, fatti scendere a diverse centinaia di metri nel sottosuolo – fatto traumatico come raccontano molte testimonianze[15] – e messi a estrarre carbone. Descrive accoratamente la prima, tragica impressione della discesa in miniera Bruno Zanella da Castelfranco Veneto, ex minatore rientrato in Italia dopo la tragedia di Marcinelle[16] e intervistato nel 2015 a Bologna[17]. Zanella racconta che il primo contatto con la miniera fu terribile, ma amici e conoscenti con maggiore esperienza lo incoraggiavano a resistere e a non demordere. In occasione della sua prima discesa Rossetti invece, sbruffone impenitente, fu ammonito da un collega anziano: «Sono cinque anni che sono qui e ormai i sacchetti [polmoni] sono pieni. […] ti consiglio di filare prima ancora di firmare». Il collega non venne  ascoltato «Mica sarà l’inferno. Io credo: lo fanno loro lo farò anch’io» (p. 76).

La maggior parte delle miniere imponeva condizioni di lavoro estremamente gravose[18], in quanto le vene di carbone erano di basso spessore e a grande profondità; per raggiungerle erano necessarie gallerie sovente soggette a crolli e a fughe di grisou, il gas che si sprigiona dai filoni di carbone[19]. Zanella racconta che il minatore aveva sempre con sé la lampada di sicurezza: se la fiammella della lampada si spegneva significava che la galleria era satura di gas. Bisognava allora sospendere il lavoro e recarsi senza indugio verso i pozzi per salvarsi la vita. «Dorme sempre rabbioso in mezzo alla roccia e al carbone, lontano dai rumori e la sua comparsa avviene quando mamma mina va in amore» ci riferisce pindarico Rossetti paragonando il gas a un serpente e la miniera alla cesta entro cui riposa: «Quando vuole essere gas asfissia e quando è incazzato esplode» (pp. 111-112).

Per Zanella la notizia dell’incidente di Marcinelle è un trauma, e decide di abbandonare il lavoro di minatore e tornare in Italia[20]. Lo stesso fece Rossetti dopo un grave infortunio in miniera, e anche a seguito della perdita, per incidente o per malattie polmonari, di tutti i colleghi di vecchia data. Ci lascia però l’inquieto e irriverente Rossetti una riflessione sull’unicità del lavoro di minatore: «Tanti si stupiranno che un uomo arrivi al punto di uccidersi perché non lavora più in mina. Invece per noi è una cosa normale […]. Ti entra nel sangue, e non ti lascia più» (pp. 120-121). Il continuo contatto con il pericolo mortale provoca un’assuefazione dopo la quale è difficile – almeno per lui – reinserirsi in un contesto diverso. Complice di ciò il clima di solidarietà e cameratismo che si genera tra i lavoratori, perdurante anche nella generazione successiva: «una volta in profondità eravamo tutti neri, tutti uguali, quindi la nazionalità o la provenienza non si notavano. L’atmosfera tra noi era bellissima, mai più trovato un senso di collaborazione e aiuto reciproco come quello in miniera, molti la pensavamo così, e con nostalgia, nonostante molte schiene distrutte insieme alla salute, pensiamo con nostalgia a quei tempi» racconta Alessio Salsi, minatore figlio di minatore nato nel 1964 e impiegato fino al 1988 nell’impianto di Zolder[21].

C’è però chi, diversamente da Raul Rossetti e Bruno Zanella, ha deciso di restare in Belgio, portare la famiglia, crescervi i figli. La situazione economica della Vallonia, la regione con maggior concentrazione di miniere – e di italiani – si trovò purtroppo prestissimo, a partire già dalla fine degli anni Quaranta, all’interno di una congiuntura negativa. Il territorio soffriva allora di un consistente calo demografico, significativamente parallelo a una decrescita economica. La regione, con il suo importantissimo bacino minerario, si sostenne grazie all’arrivo di manodopera straniera che, dopo la metà degli anni Cinquanta e a seguito di diverse inchieste e studi demografici e sociologici, fu invitata alla stanzializzazione attraverso facilitazioni attuate verso le riunioni familiari o l’accoglienza di intere famiglie[22]. In parallelo cambiò anche la fisionomia dell’immigrato; per evitare soggetti politicizzati e quindi potenzialmente perturbatori, gli intermediari delle autorità belghe per l’immigrazione che operavano direttamente in Italia avevano dato la preferenza, al fine di assicurarsi una manodopera affidabile e di modeste pretese, al reclutamento dalle zone rurali attraverso la mediazione delle reti parrocchiali e delle opere vaticane. Se infatti la precedente opzione prediligeva la figura dell’operaio industriale del norditalia, più avvezzo all’operosità della miniera (ma più facile all’abbandono verso opportunità più attraenti in virtù del suo elevato tasso di professionalità), dalla metà degli anni Cinquanta l’obiettivo del reclutamento divenne la manodopera non specializzata (braccianti agricoli, taglialegna, pastori...) provenienti dai piccoli centri di provincia del centro-sud, in particolare dalle zone a tradizione mineraria (Sardegna, Sicilia, Marche, e dall’Appennino)[23]: «Sembra che il Sud Italia sia pieno di disoccupati disposti a grattare il culo al diavolo a patto di garantirsi un tozzo di pane. Del resto, ce ne sono così tanti che al Governo italiano non dispiacerà sbarazzarsi di qualcuno di loro», riassume sarcasticamente Girolamo Santocono, immigrato a Morlanwelz, tra Mons e Charleroi, da bambino nel 1953, come racconta nel suo romanzo autobiografico Rue des Italiens[24].

Questa concomitanza, unita alla fisionomia rurale della Vallonia, ha condotto a una stanzializzazione dei lavoratori immigrati, e di conseguenza al tentativo di ricreare, nel paesaggio vallone, la campagna del paese di origine, in cui crescere i figli. In primo luogo la casa, elemento fortemente identitario ma anche primo segno di riscatto sociale: «Gli italiani di solito lavorano come bestie; cottimo su cottimo, metri di carbone su metri, vogliono la casa questi pazzi nostalgici» chiosa amaro Rossetti sulla notizia della silicosi di un collega, contratta a causa del carbone ma anche delle privazioni per mettere da parte il denaro («attaccare i soldi al chiodo») per la casa (p. 210). Intorno alla casa si ricrea la campagna conosciuta, con l’orto, gli animali, e si dà inizio a quella che viene definita da Flavia Cumuli con una felice espressione la conquête du paysage[25]. «Il giardino deve essere prima di tutto conveniente. L’estetica lasciamola ai ricchi, perché la bellezza sta in ciò che possiamo mangiare: fagiolini, fave, cipolle, aglio, cavolo, ravanelli...» riporta divertito Santocono parlando degli orti dei ritals[26].

E con la casa, che cerca il più possibile di riprodurre quella del paese natale[27], si ricostituiscono le reti sociali interrotte dallo sradicamento dell’emigrazione, anche grazie ai ricongiungimenti familiari e alla presenza sempre più significativa delle donne. Si nota una certa differenza di genere nella narrazione della vita nelle cités minerarie, che nei ricordi delle donne è – più spesso che in quelli degli uomini – un luogo in cui si è incontrata la solidarietà con le altre famiglie di italiani, fondamentale per superare lo sradicamento dei legami parentali interrotti a causa della partenza: «erano bei tempi, nonostante la miseria, soprattutto tra noi donne, si stringeva subito amicizia, un’amicizia vera»[28].

E sarà proprio la casa, spesso frutto di un cospicuo investimento, che determinò, come vedremo anche più avanti, la tendenza degli italiani a rimanere nella zona di arrivo, in particolare nella regione della Vallonia[29], rinunciando al ritorno in patria[30]. La sedentarizzazione dei nuclei familiari portò con sé la conseguente problematica dell’educazione dei figli degli immigrati, per i quali sovente i genitori sognano un avvenire migliore, lontano dal lavoro usurante della miniera: «Avevo un diploma da ragioniere [...] merito dell’orgoglio di mio padre, che si era logorato in ore di straordinario nelle viscere della terra per poter offrire al suo primogenito una condizione sociale che gli evitasse di dover fare la triste e disumana scelta di sudore e di sangue»[31]. A tale atteggiamento non corrisponde però una completa accettazione da parte della società belga: i ragazzi di seconda generazione non sono liberi di scegliere il proprio percorso formativo, essendo il sistema scolastico volto a indirizzare questi ultimi verso scuole di formazione tecnico-professionale che davano immediato accesso al lavoro ma che sostanzialmente non presupponevano forme di istruzione superiore o tantomeno l’iscrizione all’università[32]. Ricorda con ironia Girolamo Santocono: «Sembrava che i differenti livelli d’insegnamento fossero giustificati dal fatto che i bambini ritals presentavano difficoltà a seguire il programma normale. […] Finite le elementari, ad aspettarli c'era la fabbrica o la scuola professionale. […] Mi ricordo che alla fine della sesta ci hanno domandato che cosa avremmo voluto fare poi. […] ho risposto che volevo fare il medico. Scandalo! Il nostro bravo maestro per poco non è soffocato. Si aspettava di tutto, tranne una cosa del genere, poveretto. Ha cercato di spiegarmi, dopo aver superato il primo momento di panico, che, per fare una cosa del genere, sarebbero occorsi lunghi anni di studio molto costosi e, soprattutto, ci voleva molta intelligenza. In ogni caso, più di quella che avevo io»[33]. Troviamo testimonianze simili nel corso delle interviste realizzate nel 2016 durante il progetto Solo andata: non era infrequente infatti che il rendimento scolastico degli alunni di origine italiana fosse ritenuto a priori peggiore di quello dei coetanei belgi. In particolare viene raccontata la vicenda di un ragazzino figlio di immigrati che, avendo superato un esame scolastico con un ottimo voto, superiore a quello del compagno belga, subì la reazione ostile dei genitori di quest’ultimo i quali, increduli, si recarono a scuola per protestare, insinuando addirittura il dubbio – fugato solo da una riverifica – che i risultati degli esami potessero essere stati invertiti (non potendo il loro rampollo aver ottenuto un risultato inferiore a quello di un “rital”).

Le vicende poco fa narrate evidenziano quindi, fino agli anni Settanta, la marginalità degli spazi messi a disposizione dei lavoratori e delle loro famiglie da parte del governo belga, che si riverberava nella povertà delle reti di socializzazione (chiusura delle reti familiari e di gruppo tipica delle famiglie italiane), nella scarsissima possibilità di accedere a livelli elevati di scolarizzazione e di conseguenza nel protrarsi delle disuguaglianze attraverso le generazioni: «Sono pochi coloro che nati da famiglie italiane a Lindeman si sono laureati», riporta in un’intervista Giovanna Macchini, moglie di un emigrante[34]. Tale atteggiamento di sostanziale disinteresse per l’integrazione, anche linguistica, delle comunità italiane, se nella fase iniziale del flusso migratorio rispecchiava la volontà che gli immigrati non si stanzializzassero, dall’altra ha fatto mancare anche le seconde generazioni del necessario capitale culturale per negoziare un posto nella società del paese di accoglienza, determinandone la marginalizzazione anche nella vita politica[35] (nonostante l’esistenza di una figura di spicco come quella di Elio Di Rupo, giunto alla carica di Primo ministro dal 2011 al 2014). Ciononostante, è proprio con la seconda generazione che inizia il faticoso processo di integrazione degli immigrati italiani in Belgio, avvenuto anche in concomitanza con la crisi del settore minerario belga, la cui fragilità appare chiara già dalla fine degli anni Cinquanta[36], e la conseguente progressiva chiusura delle miniere. «Borinage, charbonnage, chômage»: Borinage, miniera, disoccupazione, dice Domenico, protagonista del film di Paul Meyer Già vola il fiore magro (Déjà s’envole la fleur maigre, 1960), minatore in procinto di lasciare il Belgio perché consapevole che «il tempo della miniera è finito», al figlio di un immigrato appena giunto dall’Italia[37].

Questa situazione consente, pur con diverse difficoltà, una maggiore varietà di impieghi per gli italiani, nell’industria siderurgica e nell’edilizia principalmente, come liberi professionisti o impiegati nel settore pubblico o privato per i più intraprendenti o coloro che erano riusciti a ottenere un diploma. La percentuale che riesce a migliorare le proprie condizioni lavorative è però ridotta, e la difficoltà a trovare un nuovo lavoro per gli ex minatori è in genere dovuta a due cause: o perché dopo pochi anni sopraggiunge la silicosi e non vengono più ritenuti abili ad altre mansioni, o perché hanno difficoltà ad apprendere un nuovo mestiere[38].

In questo contesto di rinnovata difficoltà economica, gli italiani di seconda generazione sentono addosso tutta la fragilità del migrante, doppiamente stranieri sia sul piano individuale, sia su quello sociale[39]: «Sinceramente mi è difficile autodefinirmi, anche se sembra paradossale. Qui non mi sento belga anche se sono nato e cresciuto nella società belga […]. Ma quando vado in Italia in vacanza, mi rendo conto che non sono nemmeno un italiano vero, visto che le loro usanze sono diverse dalle mie»[40].

La crisi perdura e giunge al culmine nel corso degli anni Ottanta, con la chiusura delle miniere (in Vallonia l’ultima cessò l’attività nel 1984)[41]; la successiva deindustrializzazione e delocalizzazione delle attività produttive crea nuovi problemi agli immigrati di seconda generazione, a quei figli di italiani che avevano spesso subito indirettamente la difficile situazione di disoccupazione dei genitori – conseguente all’entrata in crisi del settore minerario e industriale – e direttamente la più generale crisi che ha colpito l’economia occidentale negli ultimi decenni del Ventesimo secolo. Doppiamente stranieri quindi, nella patria di origine, alla quale sono ormai definitivamente estranei, e in quella acquisita; doppiamente beffati da un sogno di benessere troppo difficile da realizzare. Cosa sarebbe successo – si chiedono in molti – se fossimo rimasti in Italia? Quale vita, quali possibilità si sarebbero schiuse? Nelle testimonianze raccolte nel 2015 si ritrova l’eco della deindustrializzazione del Belgio, della chiusura delle fabbriche, dello spostamento delle attività produttive verso i paesi dell’Est, insieme alle difficoltà e ai traumi conseguenti alla perdita del lavoro, al rischio della depressione fino, per alcuni, alla tragica scelta di togliersi la vita[42].

Il flusso migratorio verso il Belgio non si è fermato ai primi decenni del dopoguerra: è proseguito con portata differente e caratteristiche del tutto diverse dal passato. Dagli anni Ottanta, infatti, ad arrivare in Belgio sono soprattutto giovani all’inizio della propria carriera lavorativa, dotati di un alto livello di istruzione, che si stabiliscono per lo più nell’area metropolitana di Bruxelles, andando a occupare posti di rilievo nelle istituzioni europee, negli enti satellite o nella finanza[43].

La complessa vicenda dell’immigrazione ha lasciato al Belgio un’eredità tangibile: in Vallonia, anche nelle aree rurali, si possono incontrare comunità estremamente composite, in cui i gruppi di diversa origine – italiani per la maggior parte, ma anche polacchi, turchi, nordafricani – convivono e si mescolano sentendosi pienamente belgi, avendo ormai assimilato la cultura del territorio che a sua volta si è arricchita di elementi provenienti dalle varie aree di origine degli immigrati[44]. Ecco quindi avverato il gioco di parole contenuto nel titolo di questo modesto contributo, emblematico di un presente in cui il passato si rispecchia ancora in senso fortemente memoriale: dal charbonnage, la miniera, alla carbonnade, piatto tipico belga (e fiammingo) nel cui nome rimane il ricordo del charbon, elemento fondamentale per la storia – e l’identità – del territorio al cui calore la carne veniva rosolata nella birra scura belga.


Note

1 Racconta Anne Morelli, importante studiosa del fenomeno migratorio italiano in Belgio (lei stessa è belga figlia di emigranti italiani), che i primi italiani giunti nel plat pays nel corso dell'Ottocento, a parte il caso degli esuli politici fuggiti dall'Italia a seguito delle vicende risorgimentali, erano per lo più personaggi marginali, dediti a lavori piuttosto umili (suonatori di organetto, venditori ambulanti, cantanti di strada, mendicanti). Ai primi del Novecento cominciarono a giungere altri lavoratori, attratti dalle grandi opere per le infrastrutture ferroviarie. Secondo l'autrice, l'avversione xenofoba della popolazione belga contro i nuovi immigrati ha origine proprio in questo momento (Anne Morelli, In Belgio, in Storia dell'emigrazione italiana. Partenze, a cura di Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi ed Emilio Franzina, Roma, Donzelli, 2001, pp. 159-170, in partic. pp. 160-161; Anne Morelli, Gli italiani del Belgio. Storia e storie di due secoli di migrazioni, Foligno, Editoriale Umbra, 2004, pp. 14-16).

2 Monica Barni, Belgio, in Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo, a cura di Massimo Vedovelli, Roma, Carocci, 2011, pp. 225-244, in part. p. 226. A seguito di questo primo accordo confluisce nelle miniere, negli impianti industriali e nelle cave di pietra del Belgio una prima cospicua ondata di lavoratori italiani, anche a tamponare la sempre maggiore resistenza dei valloni al lavoro in miniera, considerato logorante e pericoloso. Molti sono, tra gli italiani di prima fase di afflusso, gli antifascisti in fuga dall'Italia (Jean-Louis Delaet, Les Belges ne veulent plus descendre. Recours à la main-d’oeuvre italienne de 1922 à 1946, in Italiens de Wallonie, a cura di Jeanne Vercheval-Vervoort, Jean-Louis Delaet, Charleroi, Archives de Wallonie en collaboration avec les Archives de la Ville de Charleroi et le Musée de la Photographie à Charleroi, 1996, pp. 15-29; Morelli, Gli italiani del Belgio, cit., pp. 47-71). Si accentua la disparità di trattamento tra gli operai della Vallonia, ben organizzati in forti sindacati, e la manodopera immigrata – non solo italiana, ma anche fiamminga − costretta a disparità salariali, vessazioni, condizioni e orari di lavoro durissime (ivi, pp. 25 ss).

3 Barni, op. cit., p. 226. Emblematico del capovolgimento della proporzione tra belgi e italiani è il confronto delle liste delle vittime di due grandi tragedie minerarie, quella meglio nota del Bois du Cazier a Marcinelle (1956) e quella del Fief de Lambrechies a Paturages (1934): mentre gli oltre cinquanta morti del 1934 avevano tutti nomi che dimostravano un’origine vallona, tra i 262 deceduti nel 1956 più della metà erano italiani, mentre molti altri erano fiamminghi, polacchi, greci e di altre nazionalità (Terrible catastrophe à Paturages, rassegna stampa del maggio 1934, all’interno della rivista "Marcinelle, vendu au profit des victimes du Bois-du-Cazier").

4 Flavia Cumoli, Dai campi al sottosuolo. Reclutamento e strategie di adattamento al lavoro dei minatori italiani in Belgio, in “Storicamente”, 2009, n. 5 (Dossier Migrazione e lavoro, a cura di Matteo Pasetti e Pietro Pinna). Sulla situazione socioeconomica dell’Italia alla fine della Seconda guerra mondiale in rapporto all’abbandono del paese Ada Lonni, Pourquoi partir. La réalité sociale, économique et politique en Italie, dans l’Entre-deux-guerres et en 1946, in Italiens de Wallonie, cit., pp. 31-37, in part. p. 36. Più in generale sul tema dell’immigrazione italiana in Belgio si veda il recente volume a cura di Anne Morelli, Recherches nouvelles sur l’immigration italienne en Belgique, Mons, Couleur livres, 2016. Sul territorio del Limburgo Sonia Salsi, Storia dell’immigrazione italiana in Belgio. Il caso del Limburgo, Bologna, Pendragon, 2013.

5 Anne Morelli, L’affiche rose. L’appel à la main-d’oeuvre italienne pour les charbonnages et sa prise en charge à son arrivée en Belgique dans l’immédiat après-guerre, in Italiens de Wallonie, cit., pp. 39-89, in part. pp. 39-51; Morelli, Gli italiani del Belgio, cit., pp. 114-115. Una bella testimonianza diretta delle dinamiche del reclutamento in Salsi, op. cit., pp. 125-134 (intervista dell’autrice al padre Egisto Salsi, lavoratore in miniera a Lindeman, Limburgo).

6 Progetto dell’Associazione culturale Griò Sinergie Culturali (http://www.soloandata.net). Esito preliminare del progetto la giornata di studi L’emigrazione italiana in Belgio nel secondo dopoguerra (Istituto per la Storia e la Memoria del Novecento Parri E-R, 7 novembre 2016), con la partecipazione di Anne Morelli (Université Libre de Bruxelles) e Francis Tessa, poeta belga figlio di immigrati veneti, all’interno della rassegna Archivio Aperto di Home Movies e con il patrocinio di Istituto storico belga di Roma, Associazione culturale Bologna-Bruxelles A/R, Cineteca di Bologna e Cinémathèque royale de Belgique.

7 Intervista a Raffaele Iacopetta raccolta dalla figlia Angelina (Angela) Iacopetta (2010, registrazione audio in francese, traduzione degli autori). L’ascolto di Iacopetta è estremamente interessante anche dal punto di vista della lingua usata: dall'eloquio si comprende come ormai la sua lingua sia il francese (lui e la moglie si sono precocemente sforzati di abbandonare l’italiano in favore del francese per abituare i figli all’uso della lingua locale, che avrebbe facilitato loro l’inserimento nel sistema educativo e nella società belga). Significativamente, la lingua natale riaffiora nelle descrizioni dell’infanzia in Calabria, in cui utilizza termini (ad es., «asinello») appartenenti a una sfera semantica con cui in francese non ha presumibilmente familiarità. Sulla famiglia Iacopetta si veda anche la testimonianza di Angelina, tornata in Italia (a Bologna) negli anni Ottanta: Angelina Iacopetta, Ce « je double » n’est pas tout seul, in Un coin de ciel belge en Italie, a cura di Hugues Sheeren, Imola, Angelini Editore, 2016, pp. 67-72.

8 Inizialmente gli emigrati furono relegati – per scelta delle società carbonifere – in isolamento, persino nascosti dalla vista dei belgi; venivano prelevati nelle stazioni di notte con i camion per il trasporto del carbone e venivano accompagnati nei campi di accoglienza adiacenti alle miniere, al fine di mantenere il più possibile distinte le realtà dei migranti da quelle degli abitanti. La società belga ebbe coscienza dell'entità della presenza italiana nel distretto minerario solo a partire dalla catastrofe di Marcinelle (Chiara Milazzo, La cité mineraria degli Italiani in Belgio. Tappe fondamentali del fenomeno di migrazione dal 1946 al 1956, in “Il Palindromo”, II/8, 2012, pp. 73-92, in partic. pp. 73-74, 80).

9 Torino, Einaudi, 1989, Premio Pieve 1988.

10 Morelli, L’affiche rose, cit., p. 66; Cumuli, Dai campi al sottosuolo, cit.; entrambi i contributi riportano interessanti considerazioni sui termini in cui gli italiani del nord e del sud venissero considerati dalle autorità belghe.

11 Morelli, Gli italiani del Belgio, cit., p. 28; Milazzo, La cité mineraria, cit., p. 73.

12 Barni, op. cit., p. 227.

13 I primi alloggi erano costituiti da baracche in lamiera già utilizzate durante il secondo conflitto mondiale dai tedeschi per ospitare i prigionieri di guerra sovietici impiegati come manodopera nelle miniere; sgombrati dai prigionieri nel 1946, furono reimpiegati come temporaneo ricovero per i lavoratori (Morelli, Gli italiani del Belgio, cit., pp. 116-117). Strutture analoghe utilizzate come alloggiamento della manodopera mineraria esistevano però da prima della guerra, come testimoniato dalle immagini del documentario di Joris Ivens e Henri Storck Misère au Borinage (1933). Le baracche vennero poi sostituite da edifici in muratura, le cantines, che fungevano da dormitorio e da mensa (Favry Claude, Le cantines des italiens, Bruxelles, La noria Labor, 1996).

14 Barni, op. cit., p. 234. Sulla questione dell’apprendimento del francese e del fiammingo come fattori di emancipazione sociale e culturale si tornerà più avanti.

15 «Il primo impatto con la miniera fu traumatico per quasi tutti gli italiani. Non erano assolutamente consapevoli di quello che li aspettava: le facce nere dei minatori che risalivano dal fondo, la gabbia dell’ascensore ove erano stipati uno addosso all’altro, la velocità con cui questo scendeva a centinaia di metri di profondità, il buio dei cunicoli, il rumore dei martelli pneumatici e dei nastri trasportatori e infine la polvere di carbone che sembrava togliere il respiro. Nessuno aveva dato loro adeguate informazioni nonostante ciò fosse espressamente previsto dall’articolo 5 dell’accordo Italia-Belgio» riferisce Egidio Salsi, in Salsi, op. cit., p. 127.

16 L’evento drammatico della catastrofe mineraria del Bois-du-Cazier a Marcinelle (8 agosto 1956), con i suoi 262 morti di cui 136 italiani, impose una battuta d’arresto al flusso migratorio (con la cessazione degli accordi bilaterali tra il Belgio e l’Italia), che comunque non cessò ma proseguì con l’arrivo spontaneo di italiani che soprattutto dal mezzogiorno e dalle isole continuarono ad affluire in Belgio almeno fino al 1970. A questi ultimi si affiancarono poi nuovi migranti, provenienti soprattutto dalla Turchia e dal Marocco (Cumuli, Dai campi al sottosuolo, cit.; Barni, op. cit., p. 227).

17 Intervista a Bruno Zanella: https://www.youtube.com/watch?v=jP3Vt2YNXj0.

18 La durezza delle condizioni e la scarsità del salario è testimoniata anche dalla frequenza delle automutilazioni, che i minatori si infliggevano per avere giornate supplementari di riposo o un compenso aggiuntivo. Ne parla Rossetti, ma è anche tema del fumetto: Thomas Campi, Vincent Zabus, Macaroni!, Marcinelle, Dupuis, 2016.

19 Cumuli, Dai campi al sottosuolo, cit.; i giacimenti belgi si trovano a grande profondità (900-1.500 m nel sottosuolo), elemento grandemente sfavorevole per l’attività estrattiva anche a causa della discontinuità degli strati carboniferi, che obbliga a scavare una fitta serie di pozzi, e al loro limitato spessore (30-120 cm, con una media di 70 cm), che ostacola il lavoro meccanico imponendo quello manuale (Giovanni Merlini, Il carbone nel mondo, Bologna, UPEB Edizioni Universitarie, 1944, pp. 50-51).

20 Sull’evento di Marcinelle si veda anche la testimonianza di Jacques Lechien e Antonia Iacopetta: https://www.youtube.com/watch?v=F4841ibbY9w.

21 Salsi, op. cit., pp. 142-145 (trascrizione dell’intervista al fratello Alessio Salsi).

22 Non è questa la sede per trattare a fondo delle questioni demografiche, economiche e sociali della Vallonia nel secondo dopoguerra, per cui si rimanda a Cumuli, Dai campi al sottosuolo, cit.; Jean-Louis Dalaet, Intégration... Assimilation?, in Italiens de Wallonie, cit., pp. 225-233, in part. pp. 226-230; Flavia Cumuli, Des champs aux “pays noirs”. L’importation des cultures rurales italiennes dans les bassins industriels de Belgique, in Recherches nouvelles, cit., pp. 71-78, in part. p. 74.

23 Cumuli, Des champs aux “pays noirs”, cit., p. 77. Sull’emigrazione di marchigiani verso il Limburgo (e la provincia di Ferrara) Lilith Verdini, Migrazioni fra luoghi e culture. Le miniere di Cabernardi, il Limburgo belga e Pontelagoscuro negli anni ’50, in “Storicamente”, 2007, n. 3.

24 Iesa, Edizioni Gorée, 2006 (ed. or. Mons, Editions du Cerisier, 1986), p. 5. L’emigrazione veniva infatti sostenuta dai governi nazionali italiani, che non seppero mai trovare, sostiene Ada Lonni, nessun’altra soluzione ai problemi della povertà e delle tensioni sociali (Lonni, op. cit., p. 37), opinione condivisa anche “dal basso”, come è emerso nelle interviste a immigrati e figli di immigrati realizzate nel corso del progetto Solo andata.

25 Cumuli, Des champs aux “pays noirs”, cit., pp. 76-78. Si veda anche Alain Forti, Dis-moi où tu habites..., in Italiens de Wallonie, cit., pp. 91-109.

26 Santocono, Rue des Italiens, cit., pp. 59-60 ss. Rital è il termine familiare e peggiorativo con cui venivano indicati gli immigrati italiani nei paesi di lingua francese.

27 «Il nostro tetto, sotto il quale ci inventavamo alla meno peggio un po’ della nostra bella, ma povera Sicilia», Salvatore Adamo, La notte... l’attesa, Roma, Fazi, 2015, p. 31 (ed. or. Le souvenir du bonheur est encore du bonheur, Paris, Éditions Albin Michel, 2001). Salvatore Adamo altri non è che il cantautore italo-belga meglio noto solo come Adamo, nato a Comiso in Sicilia nel 1943 e giunto a Jemappes, nei dintorni di Mons, nel 1947. La notte... l’attesa, pur essendo un romanzo, contiene nel racconto dei ricordi del protagonista, siciliano di Comiso figlio di minatori in Belgio, inequivocabili richiami autobiografici.

28 Salsi, op. cit., p. 147 (intervista a Irene Ceccarini). Si vedano anche le interviste a donne nello stesso volume.

29 Nicolas Perrin, Michel Poulain, Italiens de Belgique. Analyses socio-demographiques et analyse des appartenances, Bruxelles, Bruylant-Academia, 2002; Nicolas Perrin, Michel Poulain, Les caractéristiques socio-démographiques de la population d’origine italienne de Bruxelles, in “Studi Emigrazione”, 2005, n. 160, pp. 894-918.

30 «A dir la verità i primi tempi che mi sono pensionato ci avevo un’idea, ci avevamo pensato con mia moglie. Poi ci avevamo i figli, lavoro non ce n’è, porta cinque figli là, a fare cosa? Allora abbiamo deciso di rimanere qua, abbiamo comprato casa, e ci siamo sistemati qua», intervista in Chiara Milazzo, “Io il Belgio lo bacio due volte...”. Memorie di minatori emigrati (1946-1984), Tesi di Dottorato di ricerca in Scienze Politiche, Università degli Studi di Catania, A.A. 2012-2013, p. 218.

31 Adamo, op. cit., p. 44.

32 Milazzo, “Io il Belgio lo bacio due volte...”, cit., p. 225.

33 Santocono, Rue des Italiens, cit., pp. 144-145.

34 Salsi, op. cit., p. 141 (Giuliana Macchini è la madre dell'autrice). Dato ribadito anche da Iacopetta, op. cit., p. 68.

35 Leen Beyers, “Italians” in Belgium. A unique process of changing positions and identities, in “Studi Emigrazione”, 2005, n. 160, pp. 762-886, in partic. pp. 769 ss.; Barni, op. cit., pp. 233-237. Si veda anche Pierre Tilly, Les italiens de Mons-Borinage. Une longue histoire, Bruxelles, EVO, 1996, pp. 105, 127. Ultimo passo per l’integrazione è la cittadinanza: «Nationality remains an essential instrument for any discussion on participation, especially political, since the vast majority of political rights are associated with nationality», Pierre Tilly, From economic integration to active political participation of immigrants: the Belgium experience from Paris to the Maastricht Treaty (1950-1993), in The history of Migration in Europe. Perspectives from economics, politics and sociology, a cura di Francesca Fauri, Abingdon-New York, Routledge, 2015, pp. 217-229.

36 Cumuli, Dai campi al sottosuolo, cit.

37 Anna Caprarelli, Emigrazione italiana e cinema belga, in “Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana”, 2009, n. 5, pp. 43-56; Paola Manno, La rappresentazione al cinema dell’emigrazione italiana in Belgio, in Recherches nouvelles, cit., pp. 101-108, in partic. pp. 102-104.

38 Milazzo, “Io il Belgio lo bacio due volte...”, cit., p. 212. Elisa Ganci, Comunisti e socialdemocratici a confronto. L’emigrazione italiana in Belgio (1946-1969), Tesi di Dottorato di ricerca in Scienze Politiche, Università degli Studi di Catania, A.A. 2012-2013, p. 197.

39 Salsi, op. cit., p. 116.

40 Ivi, p. 168 (intervista a Silvano Ferron, immigrato di seconda generazione).

41 Il n’y a plus de mine wallonie, inserto di “La Nouvelle Gazette. La Province”, jeudi 27 septembre 1984, p. 6.

42 Testimonianza di Giovanni F.

43 Barni, op. cit., pp. 227-228. Si veda da ultimo Geoffrey Pion, Quelques aspects socio-spatiaux de la présence italienne en Belgique au tournant des années 2010, in Recherches nouvelles, cit., pp. 13-29, in partic. pp. 28-29.

44 Si veda il video girato durante i preparativi del carnevale a Biercée (Thuin) https://www.youtube.com/watch?v=7WgBj3Xiqj4.