Come citare questo articolo: , ATRIUM, turismo sostenibile e patrimonio dissonante, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/vol2/dossier/etica_del_turismo/castellucci-leech-atrium-turismo-sostenibile-e-patrimonio-dissonante. Ultimo accesso 10-12-2018.

Atrium è l’itinerario culturale, riconosciuto dal Consiglio d’Europa, sul tema dell’Architecture of Totalitarian Regimes in Europe’s Urban Memory (Architettura dei regimi totalitari nella memoria urbana europea).  Si tratta di un progetto culturale e turistico promosso originariamente dalla città di Forlì come risposta ad una call for proposal del programma South East Europe dell’Unione Europea che ha avuto come primo risultato il riconoscimento ufficiale dell’itinerario da parte del Consiglio d’Europa nel 2014. Oggi l’itinerario è gestito da un’Associazione transnazionale che conta 18 membri in 5 diversi paesi europei[1]

In quanto itinerario culturale europeo Atrium parte da presupposti culturali piuttosto che da ragionamenti prettamente turistici. In linea con gli indirizzi del Consiglio d’Europa, opera per mettere insieme soggetti interessati a sviluppare e promuovere un tema culturale comune di rilevanza europea: i luoghi e le architetture realizzati dai regimi autoritari europei del Novecento. Il percorso si compie con la “fruizione” della proposta culturale da parte di un turismo consapevole e mirato.         

Questa proposta culturale segue un iter che in gran parte può anche essere definito sostenibile. Infatti, se si pensa alla sostenibilità turistica come termine che può essere declinato in sostenibilità economica, sociale e ambientale, Atrium sicuramente cerca di seguire questi principi. In termini di sostenibilità economica, mira a rispondere alle esigenze di crescita e coinvolgimento delle località interessate, con piena attenzione alle piccole e medie imprese ed associazioni culturali attive nell’ambito del turismo e dell’industria culturale. A livello sociale, l’attività svolta da Atrium mira ad un pieno coinvolgimento della popolazione locale, identificando i residenti come “ambasciatori” dell’itinerario, in un’ottica “bottom-up”, che valorizza l’impegno degli stakeholders locali. E l’attenzione di Atrium verso il recupero, riutilizzo o valorizzazione di edifici spesso in disuso, o usati senza una piena consapevolezza del loro ruolo o carattere storico, è da considerarsi come elemento che premia la sostenibilità del patrimonio architettonico esistente.

È la natura dissonante del patrimonio Atrium che ha reso necessario accompagnare lacostruzione del prodotto turistico con un’attenzione costante al coinvolgimento dei residenti. A tal fine, ha messo in pratica una serie di  prassi partecipative, per evitare l’insorgere di equivoci sulla finalità del progetto complessivo, che non è certamente la revisione storica dei regimi attraverso la valorizzazione dei manufatti architettonici[2], ma fare luce sulle  storie che tali manufatti narrano, sulle vicende e ideologie che li hanno fatti nascere e che oggi rifiutiamo.

Già ai tempi del progetto europeo (cioè prima che Atrium diventasse Rotta ufficiale del Consiglio d’Europa) il coinvolgimento del territorio è apparso una necessità imprescindibile. Da principio ciò ha significato porre costantemente attenzione al coinvolgimento degli enti e delle associazioni, culturali locali, visti come soggetti competenti sul piano dell’interpretazione e dell’attualizzazione del patrimonio, in grado di produrre nuovi significati, nuove interpretazioni e nuove narrazioni dei luoghi. Col label, che ha ufficializzato Atrium come Rotta europea, è diventato chiaro, poi, che la scommessa sarebbe stata quella di lavorare nel lungo periodo con progetti non solo pensati e realizzati dal mondo culturale per i residenti, ma progettati ed attuati dai residenti stessi. Le esperienze di coinvolgimento dei residenti in pratiche culturali già realizzate a Forlì e in altri territori dimostrano che queste attività possono aiutare a stabilire nuove relazioni tra l’Amministrazione locale, il mondo associativo e i cittadini, e che è possibile dar vita a contesti generatori di humus ed energie creative attrattive, dando impulso ad un’economia sostenibile e duratura.

Il nostro punto di partenza per il coinvolgimento della popolazione è stato il tema della propaganda. Durante il fascismo Forlì, provincia natale di Mussolini, diventa il perno della propaganda del regime come modello di città media esemplare. Interessata da un ampio programma di lavori pubblici e da un moderno progetto urbanistico che le dà nuova forma, Forlì è enfatizzata dalla propaganda fascista come città razionale, al centro di un processo che la conduce verso la modernità nel passaggio tra agricoltura e industria. Tra damnatio memoriae e indifferenza, dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, la città disconoscerà le trasformazioni degli anni Venti e Quaranta come modo per negare la propaganda e l’immagine che il fascismo aveva voluto dare alla città. Atrium invece vuole adottare una metodologia consolidata di public history e dotare il percorso dei necessari supporti scientifici, il Comune di Forlì e l’Associazione Atrium, in altre parole, stanno tentando di trasformare un problema (la natura anche politica delle architetture ed il peso della storia) in un’opportunità di crescita della consapevolezza dei cittadini e in un’opportunità di turismo sostenibile, dando a residenti e visitatori delle chiavi per comprendere cosa è stata la storia e cosa ha prodotto. A tal fine anche le piccole storie (di persone, luoghi, quartieri, edifici), anche le narrazioni frammentate portate dai residenti, così come la creazione di nuove narrazioni e attribuzioni di senso, tutto è utile.  

L’interesse della città di Forlì nei confronti della convenzione del Consiglio d’Europea sul valore del patrimonio culturale (la Convenzione di Faro del 2005[3]), l’essere diventata Local Faro Community[4], ha permesso di acquisire solide modalità operative per la relazione coi residenti. In pratica, il percorso forlivese inizia con una comunità che riconosce come identitario un patrimonio (sebbene scomodo e difficile), e gli dà valore, identificandolo pubblicamente come patrimonio culturale. Su questa base lo interpreta, classificandolo come “dissonante”, e definisce un progetto per la sua valorizzazione. Successivamente inserisce questo patrimonio in una storia e identità sovralocale (europea), collegandosi ad altre città che hanno beni e storie analoghe. In questo modo la comunità locale si percepisce non più in rapporto con se stessa, ma, attraverso il patrimonio, si sente parte di una comunità e una storia più ampia. Si costituisce allora una nuova comunità su base europea sul tema del patrimonio culturale dissonante, attraverso lo strumento della European Cultural Route.

Intervenendo nei processi di conoscenza e interpretazione del patrimonio dissonante la comunità comprende di esercitare un diritto che consiste nella partecipazione alla sua definizione, e riconosce la propria responsabilità individuale e collettiva, nei confronti di questo patrimonio. Si tratta di una responsabilità culturale (approfondimento della ricerca e della conoscenza sul valore culturale del patrimonio difficile, riconosciuto come tale nello spazio pubblico), di una responsabilità sociale (attivazione di percorsi di partecipazione dei cittadini nell’interpretazione democratica, nella valorizzazione del patrimonio e il rafforzamento della coesione sociale attraverso il senso di responsabilità comune verso il patrimonio e la sua interpretazione), e infine di una responsabilità economica (attivazione di percorsi, servizi e prodotti per l’accesso e la conoscenza del patrimonio, per cittadini e turisti).

Vale la pena soffermarsi sul concetto di patrimonio dissonante, elemento che sta al centro dell’operato di Atrium[5]. Innanzitutto la natura “dissonante” del patrimonio, nel caso di Atrium, deriva dall’oggetto culturale proposto – il lascito architettonico ed urbanistico dei tanti diversi regimi totalitari o autocratici che hanno caratterizzato molta parte dell’Europa durante il Novecento. Un oggetto, quindi, che ha una valenza duplice, fisica (si interessa di edifici, strade, quartieri, decorazioni) e concettuale, ossia il legame fra gli oggetti e il particolare contesto politico e storico che li ha prodotti. Si parte, insomma, dall’esistenza di un oggetto materiale nel presente – un dato edificio o area urbana – ma si amplia lo sguardo necessariamente al significato di questo oggetto all’interno del complesso di significati politici e culturali originari.

Questo ragionamento, valido per qualsiasi oggetto patrimonializzato, quando lo si pensi applicato agli oggetti lasciati da regimi totalitari, fa emergere subito la natura difficile, contesa e complessa, in una parola “dissonante” del progetto. Si tratta di una dissonanza che sta proprio nello iato fra i due significati dell’oggetto: da un lato l’essere pienamente inserito in un progetto non-democratico del fascismo, nazismo o comunismo per quanto riguarda le condizioni della sua costruzione, e dall’altro il significato dell’oggetto in un presente democratico, che potrà richiamare i valori del passato ma potrà anche aver assunto significati più quotidiani e meno ideologici nel presente. La statua di Icaro in Piazza della Vittoria di Forlì, ad esempio, è stata eretta nel 1940 con un chiaro intento celebrativo e simbolico strettamente legato al regime fascista. Oggi questo originale significato ha perso molta della sua presa e il monumento ha assunto un altro valore quotidiano – quello di essere un punto di incontro riconosciuto come tale dai forlivesi.

Lo iato fra significati passati e presenti è necessario per Atrium proprio perché l’itinerario si propone come progetto culturale in sintonia con i principi del Consiglio d’Europa menzionati sopra. Ossia, Atrium è un progetto che mira non ad intercettare un turismo inconsapevole (che, magari, è disposto a guardare gli oggetti con una neutralità estetizzante che potrebbe sfociarsi in un facile revisionismo) ma al contrario ad un turismo che vuole accrescere la propria consapevolezza sia del passato che della complessità e talvolta addirittura la contraddittorietà del rapporto fra il presente e il passato. Tale complessità risiede soprattutto nell’accettazione e valorizzazione del patrimonio materiale tramandato (ad esempio nella piena funzionalità dell’oggetto nel presente) e il rigetto contestuale dell’ideologia e dei significati delle condizioni della sua costruzione.

Un esempio concreto potrà essere d’aiuto. La zona “razionalista” della città di Forlì, dalla stazione ferroviaria a Piazza della Libertà fu una parte importante del tentativo di costruire una città nuova, fascista, durante il ventennio[6]. Spiccano senz’altro elementi che legano questo tentativo in modo forte al regime ed ai suoi bisogni ideologici di autocelebrazione. La nuova stazione appare come edificio monumentale che ha chiaramente una funziona celebrativa oltre a quella puramente utilitaristica. L’iscrizione su due lati della torre littoria della Casa del Balilla celebrava a grandi lettere di travertino la presunta lealtà dei giovani al regime fascista[7]. Il nome stesso dato alla strada, viale “Benito Mussolini” prima e “viale 28 Ottobre” poi, toglie ogni dubbio sull’intento del regime di costruire una nuova parte della città intimamente legata al regime fascista. Alcuni dei significati più evidenti, naturalmente, sono stati alterati. La strada è stata rinominata “Viale della Libertà” e dedicata con una targa a tutti coloro “sotto qualunque cielo” hanno dato la loro vita al servizio della libertà. Le tracce del giuramento dei Balilla rimangono a memoria storica, ma le lettere in travertino, tolte in un atto iconoclasta dopo la guerra, non sono state pienamente restaurate[8]. Ma l’essenziale funzionalità degli edifici rimane. La stazione sarà, forse, sovradimensionata per una città di media proporzione come Forlì, ma svolge ancora oggi egregiamente le proprie mansioni. La scuola “Rosa Maltoni” (il cui nome era quello della madre di Mussolini) opera tutt’oggi come scuola elementare, ora chiamata “Edmondo De Amicis”. Il Collegio Aeronautico, progettato e costruito dall’architetto Cesare Valle[9], tutt’oggi funziona come complesso scolastico, e la Casa del Balilla, restaurata da poco, continua la sua vita come centro sportivo. La dissonanza fra i significati passati e quelli odierni, fra il rifiuto presente di un’architettura pienamente inseribile nei progetti del regime fascista ed il permanente apprezzamento ed utilizzo, pressoché inalterato, degli edifici, è facilmente intuibile.

Vale la pena soffermarsi su altri due elementi riguardanti la proposta di Atrium, entrambi legati in modo più indiretto alla nozione di turismo sostenibile. Il primo riguarda la valenza transnazionale del progetto. Nel corso degli ultimi anni (dal 2011 quando è partito il progetto originario), Atrium ha incluso un buon numero di Comuni europei, prevalentemente italiani e del Sud Est Europa, date le sue origini come progetto europeo nato in quest’area. I membri attuali dell’Associazione sono in Italia, Croazia, Albania, Romania e Bulgaria. L’esperienza della Rotta mette a confronto esempi di architettura e spazi urbani fortemente caratterizzati da lasciti di regimi totalitari del XX secolo, spaziando da esempi a forte impronta fascista in Romagna ed Emilia (Forlì, Forlimpopoli, Cesenatico, Predappio, Castrocaro, Tresigallo, Ferrara), ad altri esempi del nord Italia (Merano, Tor Viscosa), a città croate segnate da una forte influenza prodotta dall’espansione del fascismo (Labin, Rasa e Uble), a città che hanno visto sia un notevole sviluppo urbano di impronta fascista, sia una forte impronta comunista, come a Tirana, dove il regime albanese filosovietico e successivamente maoista ha dato luogo ad un lascito architettonico ampio e stratificato. Vanno inoltre ricordati esempi come Iasi, città caratterizzata da un lascito architettonico del regime rumeno, e due città bulgare, la capitale Sofia e una città piccola dell’est del paese, Dimitrovgrad, entrambe ricche di edifici e monumenti che sono esempi importanti e testimonianze dell’architettura e struttura urbana legate al regime. Tutti questi esempi, pur con le proprie notevoli e specifiche differenze, sono inquadrabili all’interno di un concetto di patrimonio dissonante; tutti rimandano inevitabilmente e in modo più o meno forte, alle loro origini e al loro significato durante i regimi che li hanno prodotti, significati che sono in forte contrasto con il presente democratico e anti-totalitario di questi paesi nel presente[10]

Oltre che al patrimonio dei soci, Atrium si è interessato anche di un numero importante di altri casi, analizzati durante il lavoro del progetto originario: 71 casi studio di 10 paesi diversi[11]. Anche se non tutte le città coinvolte nel progetto iniziale sono entrate a fare parte dell’Associazione, la mappatura eseguita mostra l’esistenza di un patrimonio turistico e culturale potenzialmente importante. Durante il lavoro di promozione e divulgazione di Atrium, inoltre, l’Associazione Atrium è stata in contatto con altre città europee con un patrimonio dissonante simile: Weimar, Prora, Nuremberg e Eisenhuttenstadt in Germania, Nova Huta in Polonia, Pécs in Ungheria per fare alcuni esempi.  Insomma, benché l’attività diretta di Atrium riguardi per ora un numero limitato di casi, sembra che tocchi un punto comune del patrimonio novecentesco europeo, finora poco esplorato[12]. Uno sguardo culturale-turistico su questo patrimonio che caratterizza molte aree dell’Europa, su un lascito architettonico e urbanistico difficile ma diffuso, può allargare in modo importante l’attività turistica europea proponendo una meta che va oltre le località note e affollate, realizzando in tal modo anche uno dei principali obiettivi di un turismo europeo sostenibile. Potrà inoltre costituire una forte attrattiva per cittadini e turisti provenienti da paesi extra-Europei grazie ad uno sguardo sulla storia “paneuropeo” e non confinato a contesti prettamente nazionali.

Infine, il patrimonio dissonante richiede un tipo di turismo culturale diverso e per sua natura consapevole. Non è assimilabile ad un modello di patrimonio che prefigge un forte legame di continuità fra il passato e il presente. Lo sguardo del turista di Atrium, necessariamente critico-storico, presuppone una distanza fra il soggetto nel presente e l’oggetto fisico lasciato dal passato. Il paesaggio dolce inglese che costituisce un forte elemento della proposta culturale del National Trust inglese, ad esempio, celebra una supposta continuità fra un “pastoralismo” inglese sia passato che presente; non necessita, anzi, tende a sopprimere, uno sguardo critico[13]. L’atto di patrimonializzare i lasciti dei regimi totalitari in un presente democratico non può non essere basata su una iattura che pone il soggetto in una posizione critica e diversa. Questa stessa tensione, che costituisce un elemento che caratterizza fortemente Atrium, porta a considerare il tipo di turismo e attività culturale di Atrium ad un livello di complessità e articolazione a nostro avviso proficuo, una complessità che abbraccia la dissonanza come parte integrante e necessaria dello sguardo culturale.  L’ineluttabile differenza fra il turista e l’oggetto presente in Atrium, in altre parole, ci porta a valorizzare uno sguardo critico e consapevole che potrà anche costituire una modalità diversa di fare turismo culturale.


Note

1 I membri di Atrium sono, per statuto, enti locali. In questo momento aderiscono ad Atrium i Comuni di Forlì, Forlimpopoli, Cesenatico, Predappio, Bertinoro, Castrocaro, Tresigallo, Tor viscosa, Merano e Carbonia (Italia); Labin, Rasa e Uble (Croazia); Sofia e Dimitrovgrad (Bulgaria); Tirana (Albania) e la Contea di Iasi (Romania).

2 Per evitare ogni equivoco, l’articolo 2 dell’Associazione recita come segue: «L'attività dell’Associazione si ispira al principio della promozione dei valori della democrazia e della cooperazione fra i popoli quale fondamento per un vivere civile e di pace. In nessun caso ed in nessun modo l’Associazione accetta espressioni e forme di revisionismo storico, apologie nei confronti di governi autoritari, dittatoriali o totalitari» (http://www.atriumroute.eu).

3 https://www.coe.int/en/web/conventions/full-list/-/conventions/rms/0Novecento001680083746.

4 Per promuovere ed attuare gli indirizzi della Convenzione di Faro, è nata una rete denominata Faro Convention Network (https://www.coe.int/en/web/culture-and-heritage/faro-community).

5 Si veda John E. Tunbridge, Gregory J. Ashworth, Dissonant heritage: the management of the past as a resource in conflict, Chichester, John Wiley & Sons Lite, 1996; Patrizia Battilani, Cristina Bernini e Alessia Mariotti, How to cope with dissonant heritage: a way towards sustainable tourism development, in “Journal of Sustainable Tourism”, 2018, DOI: 10.1080/09669582.2018.1458856.

6 Ulisse Tramonti, Forlì, architettura e urbanistica per una nuova “imago urbis”, in Ulisse Tramonti e Luciana Prati (a cura di), La città progettata: Forlì, Predappio, Castrocaro. Urbanistica e architettura fra le due guerre, Forlì, Comune di Forlì, 1999, pp. 57-71.

7 «Nel nome di dio e dell’Italia giuro di seguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e, se necessario, con il mio sangue, la causa della rivoluzione fascista».

8 Per una discussione del restauro del guiramento sulla torre della Casa del Balilla come reperto archeologico, si veda Patrick Leech, Dissonant historical heritage and the role of cultural institutions: the case of Atrium in Forlì, in Tomasz Domański(a cura di), The Role of Cultural Institutions and Events in the Marketing of Cities and Regions, Łodz, Wydawnictwo Uniwersytetu Łodzkiego, 2016, pp. 105-115: 108.

9 Ulisse Tramonti, Forlì, una città per due Cesare, in Ulisse Tramonti (a cura di), Cesare Valle. Un’altra modernità: Architettura in Romagna, Bologna, Bononia University Press, 2015, pp. 57-71.

10 Si veda il sito di Atrium (www.atriumroute.eu) per esempi del patrimonio di ciascun membro.

11 Si veda il Transnational Survey, disponibile sul sito di ATRIUM: http://www.atriumroute.eu/images/media_articoli/documenti/library/Atrium%20Transnational%20Survey.pdf. Si veda anche Tadeja Zupančič, Sonja If ko, Alenka Fikfak, Matevž Juvančič, Špela Verovšek (a cura di), Management, Preservation, Reuse and Economic Valorisation of Architecture of Totalitarian Regimes of the 20th Century, Forlì and Ljubljana, Municipality of Forli and University of Ljubljana, Faculty of Architecture, 2013. Disponibile anche sul sito Atrium: http://www.atriumroute.eu/images/media_articoli/documenti/library/The_Manual_of_Wise_Management.pdf.

12 Eccezioni notevoli, entrambi dei quali hanno un approccio fortemente transnazionale sono Harald Bodenshcatz, Piero  Sassi, Max Welch Guerra (a cura di), Urbanism and Dictatorship. A European Perspective, Basel, Birkhauser/Berlin Bauverlag, 2015; Häkan Hökerberg (a cura di), Architecture as Propaganda in Twentieth-Century Totalitarian Regimes. History and heritage, Firenze, Polistampa, 2018.

13 Si veda Raphael Samuel, Theatres of Memory, Past and Present in Contemporary Culture, London, Verso, 1994, pp. 295-297.