Come citare questo articolo: , Narrazioni seriali: Treccani e “La trilogia della memoria", in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/vol2/societa-e-cultura/mondi_digitali/muroni-narrazioni-seriali-treccani-e-la-trilogia-della-memoria. Ultimo accesso 16-07-2018.

Il digital turn ha avuto un effetto dirompente nella società di massa e ha investito tutti i settori dello scibile, dalla comunicazione alla medicina, dalla fotografia alla didattica scolastica, dalla fisica al cinema. In ambito culturale, le più importanti istituzioni del nostro Paese, come l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, ad inizio anni Novanta, hanno raccolto il guanto di sfida lanciato dai nuovi linguaggi della modernità iniziando percorsi di ristrutturazione, sperimentazione e riconversione. La storia digitale di Treccani comincia nel 1996 quando, sotto la presidenza Rita Levi Montalcini, nasce il sito internet Treccani.it, costituito allora esclusivamente da una home page statica in cui erano consultabili i prodotti enciclopedici in vendita. La sperimentazione digitale sul web era ancora agli albori; l’impegno principale, difatti, verteva sulla produzione di cd-rom, tra i più importanti va menzionato “Le frontiere della vita” che si aggiudicò molti premi a livello internazionale. Poi l’arrivo di Wikipedia, nel 2001, ha rimescolato le carte e reso obsoleto il contenuto multimediale su cd catapultando l’utente verso nuove frontiere e nuove richieste[1]. Da lì è partita l’implementazione del portale e l’ingresso ufficiale di Treccani nell’era del web 2.0, sotto la guida di Massimo Bray: buona parte del suo vasto patrimonio enciclopedico è stato via via messo on-line, arricchito da una serie di strumenti interattivi e contenuti di approfondimento[2]. Una delle proposte innovative era ed è la Web-Tv con interviste a esperti su temi culturali e scientifici, video di divulgazione e approfondimento e presentazioni di libri e convegni in streaming[3]. Treccani.it è oggi tra i siti culturali più cliccati ed è visitato quotidianamente da circa 500.000 utenti unici. Le web-serie disponibili sul portale affrontano temi di divulgazione del patrimonio culturale, Patrimoni dell’Unesco[4], di cronaca, Storie del terremoto[5] di Pablo Castellani e Matteo Di Calisto, storico-antropologici come L’Italia in piccolo[6], e di memoria storica, Voci di R-esistenza, L’ultimo grido.

 

Voci di R-esistenza nel Settantesimo della Liberazione

Come descritto da Serge Noiret nell’articolo Storia digitale o storia con il digitale?, sul solco dei cambiamenti epocali poc’anzi citati, si è trasformata anche la funzione dello storico e con essa gli strumenti usati per creare prodotti storici, le modalità e gli spazi di fruizione, l’utente finale. Come conquistare e riconquistare, quindi, un pubblico attento e appassionato alla storia si chiede Monica Martinat in Empatia, la storiografia tra scienza e fiction?[7] Il dibattito è vasto e diversificato, ma basti vedere il numero di master universitari in “comunicazione storica” e “public history”, i corsi di storytelling, i canali televisivi dedicati alla storia, il mondo editoriale volto sempre più alla promozione di romanzi a sfondo storico, per capire che siamo di fronte ad un riassestamento epistemologico della materia. Inoltre, i media digitali, lo spazio virtuale e la grammatica delle serie televisive, divenuta prerogativa delle fasce giovani della popolazione, hanno trasformato il confine tra fiction e storia, verità e finzione. Una partita importante viene giocata sui tavoli del linguaggio e della forma. Quando Manfredi Scanagatta afferma che

se si vuole riuscire a coinvolgere chi si ha davanti è sempre necessario dare vita a un processo creativo; perché ciò accada dobbiamo individuare e provare una serie di narrazioni possibili modificando sempre il punto di vista, così da costruire differenti modi di raccontare la stessa cosa, spiazzare il proprio pubblico per attirare l’attenzione. Il public historian in quello che crea deve essere spettacolare, coinvolgente e convincente. […] È importante non concentrarsi tanto sul diffondere concetti complessi, ma assicurarsi che il ragionamento di base su cui costruiamo il nostro impianto narrativo e epistemologico possa essere compreso, solo così il fruitore del nostro messaggio potrà dare forma ad una propria rielaborazione e dunque dare inizio ad un reale processo di apprendimento[8],

sostiene ciò che Serge Gruzinski si chiede in Abbiamo ancora bisogno della storia?quando afferma che

fare storia senza esaminare i molteplici schermi contemporanei che ci circondano, ignorando i cineasti, gli scultori, i coreografi e tutti coloro che mettono in scena il nostro presente, si traduce nell’auto-confinamento della disciplina[9].

La storiografia di recente si è concentrata molto sulle metodologie narrative: il cortocircuito della narrazione storica è causato dal cambio repentino del paradigma media-fruitore, acuito da una spinta catalizzatrice di internet che si è imposto come principale mezzo di informazione-formazione. Ivo Mattozzi e Giuseppe Di Tonto, esponenti dell’Associazione Clio ’92, hanno affrontato il tema dello spaesamento dell’internauta dinanzi alla sovrabbondanza contenutistica della rete sottolineando, allo stesso tempo, la carenza di criticità e di autonomia nella navigazione[10]. Sulle pagine de “La Stampa”, lo storico Giovanni De Luna, evidenzia questo aspetto e ben riassume il modus operandi dello studente nell’orientarsi tra gli arcipelaghi della rete: “La maggior parte degli studenti costruisce il suo sapere attingendo i materiali più disparati, giovandosi della facilità con cui molte nozioni storiche sono accessibili senza sottoporsi al faticoso lavoro della lettura e della ricerca”[11]. Treccani, con Voci di R-esistenza, si inserisce nel panorama di sperimentazione dei nuovi linguaggi digitali proponendo un prodotto accurato scientificamente, per certi aspetti innovativo, in grado di offrire risposte rigorose al “popolo di internet”. Pensato principalmente per i nativi digitali, per i fruitori-consumatori di contenuti on-line in generale, è una web-serie che si sviluppa in quattro episodi della durata di circa cinque minuti ciascuno. Uscita a fine 2015, in occasione del Settantesimo della Liberazione, vi si riflette sul termine “resistenza” non più solo come fatto storico fondante della democrazia repubblicana, ma anche come sentimento, modo di essere. Al biennio 1943-45 viene associato, di norma, il documentario storico, la fotografia, la testimonianza orale, l’intervista al reduce, la fonte documentale, quasi mai la rappresentazione teatrale, per di più se questa esce dal suo contesto istituzionale e viene diffusa esclusivamente sul web. Grazie ad uno spazio scenico minimal, scarno scenograficamente, semibuio, lo spettatore si avvicina al racconto dell’attore che, sospinto in un flusso di coscienza, ci introduce in un altrove temporale. In un lavoro che risente della storia orale, tutto è affidato alla parola e al suo potere evocativo, fatto di immagini forti, realiste, cinematografiche, in netto contrasto col linguaggio spersonalizzante della carta stampata. Contaminazioni ed incontri tra diverse tecniche di rappresentazione – il teatro di narrazione abbraccia il cinema, la storia si interseca con la letteratura –, con Voci di r-esistenza si cerca di far dialogare settori disciplinari distanti, in primis con la partecipazione nel discorso pubblico di attori di cinema e tv noti a livello popolare. Stella Egitto, tra le attrici più brave del nuovo cinema italiano, fa rivivere, ne Il maggio del peccato, la storia dell’orrendo crimine perpetrato dall’avanzata delle truppe francesi in Ciociaria nel maggio 1944[12]. Ricco, come ha affermato il critico cinematografico Bruno Roberti, di suggestioni cinematografiche e letterarie, da De Sica a Moravia[13], non è presente un intento voyeuristico, piuttosto la volontà di assistere ad un’esperienza partecipativa. Il lato emotivo, però, non esaurisce la propulsione didattico-divulgativa del lavoro: difatti la fruizione del video è preceduta ed affiancata dalla didascalia descrittiva presente sul portale Treccani; il monologo diventa, quindi, il punto di partenza per compiere un ulteriore approfondimento. Con la voce sicura e ferma di Stella Egitto, inizia un viaggio nella memoria del nostro Paese, dove la memoria, opponendosi all’oblio e al pericolo del “presente permanente”, diventa, come ha sostenuto Annette Wieviorka, l’unica via d’accesso al passato[14]. Col David di Donatello Giorgio Colangeli, poi, viene rievocata la storia poco conosciuta del II Corpo d’Armata polacco. I polacchi, guidati dal generale Anders, si rivelarono decisivi per vincere la quarta battaglia di Montecassino, liberarono Ancona e tutta la fascia costiera, fino a Bologna, entrandovi per primi all’alba del 21 aprile 1945. Più note sono le storie delle letture di Francesca Valtorta e Stefano Muroni. In Sul monte non batte il sole, l’attrice romana narra uno dei più gravi crimini di guerra perpetrati nei confronti della popolazione civile durante la seconda guerra mondiale. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nell’Appennino bolognese intorno a Monte Sole, le truppe tedesche intrapresero una vasta operazione di rastrellamento: dalle frazioni di Grizzana, Pioppe di Salvaro, Vado e dalla periferia di Marzabotto, le truppe, comandate dal maggiore Walter Reder, mossero verso le abitazioni, le chiese e le scuole. Fu l’inizio della strage: dopo sei giorni di violenze, vennero uccisi circa ottocento civili. In Io partigiano, Muroni interpreta la parte di un giovane partigiano che, sotto una pioggia incessante, dopo un conflitto a fuoco, fugge sulle colline; l’episodio è liberamente ispirato a I ventitrè giorni della città di Alba di Fenoglio. Voci di R-esistenza è un serie che presenta più di una chiave di lettura ove alcuni episodi degni di nota della Campagna d’Italia vengono riproposti da un punto di vista non convenzionale e diffusi con l’intenzione di guidare consapevolmente studenti e non nell’approfondimento di tematiche storiche.

 

L’ultimo grido: il cinema nella storia a ottanta anni dalle Leggi razziali.

La web-serie L’ultimo grido, andata in onda tra gennaio e febbraio 2018, è stata prodotta da Treccani con la collaborazione di Controluce Produzione in occasione degli ottanta anni dalla promulgazione delle Leggi razziali; patrocinata dal MEIS (Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah), dal CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), dall’UCEI (Unione Comunità Ebraiche Italiane) dalla Comunità Ebraica di Ferrara, con la consulenza scientifica dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, presenta la stessa grammatica narrativa di Voci di R-esistenza. I protagonisti sono attori celebri del cinema italiano: Francesco Montanari, Francesca Inaudi, Monica Guerritore e Stefano Muroni. Se nella web-serie precedente è riconoscibile l’influsso della storia orale, è evidente, qui, come ci sia un grande lavoro di indagine, ricerca e riscrittura delle fonti provenienti dalla diaristica[15].

La lettera, la penna, i fogli di carta, l’inchiostro, la stanza di casa, la sedia, la luce di una candela o dell’abat-jour, sono gli oggetti che fanno da sfondo alle vicende narrate ma, allo stesso tempo, sono una delle chiavi di lettura attraverso cui approcciarsi allo studio delle storie trattate. Tutti gli oggetti, difatti, oltre a rimandare a campi semantici analoghi, sono ulteriormente collegati l’uno all’altro da un fil rouge che li mette in relazione, unendoli: la sfera dell’intimità. Nell’Italia delle Leggi razziali compiere gesti eclatanti o urlare non serve più: gli appelli degli ebrei sono inascoltati e stigmatizzati pubblicamente. Prevale l’isolazionismo e la solitudine. Quest’ultima è interrotta dalle migliaia di lettere che vengono inviate quasi quotidianamente da una comunità estremamente vivace e attenta a ciò che succede. È dalla dimensione privata che bisogna partire per comprendere le vicissitudini degli ebrei italiani durante il regime fascista e non è un caso se la lettera, quindi la capacità di articolare un pensiero personale, confidenziale, intimo, è stata scelta come emblema del viaggio che ci porta a ritroso nel tempo. Scrivere nella propria casa, vista in questo caso come locus amoenus, rimanda alla spontaneità istintiva dell’infanzia: la scrittura stimola la conoscenza di sé, scatena dubbi esistenziali, preoccupazioni ancestrali, induce a meditare e mette in relazione col proprio Io. Nel contrasto tra “spazio privato-libertà” e “spazio pubblico-negazione” si poggiano le fondamenta di una comunità che, come nessun’altra, tentò di non piegarsi alla bieca violenza. Fino a quando le porte di casa rimangono invalicabili viene coltivata una speranza, nutrita dalla fede e dalla cultura; nel momento in cui verrà violata la dimensione privata-familiare, mediante rastrellamenti e deportazioni, inizierà la persecuzione delle vite e il periodo più nero della storia del Novecento[16].

L’ultimo grido di una generazione riecheggia, in questo lavoro, nelle lettere come dentro le stanze di casa: le epistole diventano veri e propri luoghi della riflessione, della paranoia, del ripensamento, della scissione, dell’auto-analisi, del malessere, dell’intimità, della resistenza e della libertà[17]. C’è sempre un misto di incredulità e pacata preoccupazione nella voce di Stefano, Francesco, Monica e Francesca, i quattro protagonisti di questa storia che si sviluppa tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta del Novecento. Stefano (Stefano Muroni), ebreo veneziano, dipendente della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, viene improvvisamente licenziato nel dicembre del 1938 dopo molti anni di onorato lavoro. Lui, come altre migliaia di ebrei italiani, invia una lettera al Duce. Gli appelli restano inascoltati, le persecuzioni diventano più violente e iniziano i primi attacchi fisici, presagio della tragedia che, nel silenzio generalizzato, si avvicina. Nel settembre del 1941 viene presa di mira la sinagoga di Ferrara, a ottobre quella di Torino. Monica (Monica Guerritore), ebrea torinese, cammina per le strade vuote del ghetto sotto una pioggia incessante: sono passati pochi giorni dall’affissione di manifesti e volantini con su scritto i nominativi degli ebrei della città. Tornata a casa e in preda alla disperazione scrive una lettera al marito, morto a New York. Mette in discussione il proprio passato – «Ma che Italia è questa? Abbiamo partecipato anche noi, Mario, alla costruzione di questo Paese?» – e si interroga sugli ideali da lei professati. La scrittura diventa una sorta di terapia attraverso cui è possibile compiere quel percorso di meditazione atto a mettere in discussione l’Io interiore che si trova scisso tra il proprio passato – personale e famigliare –, il proprio Paese e l’identità religiosa non sempre ben definita. In tutte le storie dominano i luoghi chiusi ed emerge l’aspetto riflessivo: le mura di casa così come la Sala F del convento-caserma di San Bartolomeo a Campagna, in provincia di Salerno, sono il luogo dei dubbi esistenziali, della fuga e della presa di coscienza. A partire dal giugno 1940, il regime fascista, difatti, ricorre a misure di internamento istituendo campi di concentramento destinati a ebrei stranieri o apolidi e a ebrei italiani ritenuti pericolosi. Vengono creati oltre 200 luoghi di reclusione in strutture riadattate e, in qualche caso, in veri e propri campi di baracche. Francesco (Francesco Montanari) si trova in uno di questi: metaforicamente la Sala F diventa un luogo iconico descrittore della condizione psicofisica di ogni ebreo italiano. Come passeggeri su una metropolitana della memoria, si fa sosta nella Ferrara di Giorgio Bassani. Francesca (Francesca Inaudi), la sera del 10 giugno 1943, affigge, nelle vie del centro città, manifesti in ricordo di Giacomo Matteotti. Viene arrestata e subisce violenze fisiche e psicologiche. Liberata in seguito alla caduta di Mussolini, scrive una lettera ad una amica per documentare ciò che le è accaduto: «Ti scrivo queste cose non per rivendicare i torti che ho subito, ma per lasciare una traccia di ciò che sta accadendo in questi anni. È una questione di memoria, anche se mi costa ricordare attimi di orrore. A volte dimenticare è più facile». La geografia dei sentimenti dell’Italia ebraica è racchiusa qui, nelle centinaia di lettere che correvano veloci lungo l’asse nord-sud della nostra penisola. Con le parole di Francesca e le scene di violenza e di resistenza morale, civile e culturale si interrompe il racconto, anche se si intravede l’arrivo della bufera. L’armistizio dell’8 settembre 1943 e la successiva occupazione militare tedesca segnarono l’ingresso ufficiale dell’Italia centro-settentrionale nel cono d’ombra della Shoah e il periodo della «persecuzione delle vite». L’ultimo grido racconta gli anni in cui vennero violentate l’identità, la coscienza, gli affetti e i rapporti sociali di migliaia di cittadini italiani di religione ebraica. La web-serie è stata scritta consultando fonti documentali dell’epoca – lettere e diari – riadattandole per una efficace fruizione on-line. Uno degli obiettivi è di restituire la complessità della storia in un condensato di pochi minuti in cui emergono citazioni, riferimenti bibliografici, eventi storici precisi, persone realmente esistite. Il lavoro, quindi, si presta ad una lettura stratificata che riesce a dare risposte a pubblici differenti ed è stimolo per ulteriori approfondimenti.

L’ultimo episodio della trilogia, uscirà nell’autunno del 2018 a chiusura delle celebrazioni del centenario della Grande Guerra. Anche in questa occasione, gli attori sono noti al pubblico e scriveranno alcune pagine di diario ispirate ad episodi realmente accaduti. Maschere di Guerra (titolo provvisorio) è un grande affresco storico dell'Italia durante la Grande Guerra. Un viaggio alla ricerca di storie dimenticate, semi-dimenticate e comuni, per capire le diverse identità di un Paese, le memorie divise e condivise, i percorsi sotterranei di vite ordinarie. Al ricordo della figura di Gaetano Boschi verrà affiancata quella di Caterina Arrigoni; non solo, verranno affrontati i temi dell’irredentismo e del ruolo della donna durante il conflitto.


Note

1 La Treccani ai tempi di Wikipedia conquista il web, “La Repubblica”, 6/05/2015.

2 http://www.treccani.it/magazine/webtv/videos/Conv_Nuovo_Portale_Treccani_Amato.html.

3 http://www.treccani.it/istituto/sala_stampa/comunicati/comunicati_2008/cs29.html.

4 http://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/patrimoni-dell'unesco/.

5 http://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/storie-del-terremoto/WebTv/.

6 http://www.treccani.it/italia-in-piccolo/.

7 http://www.novecento.org/uso-pubblico-della-storia/empatia-la-storiografia-tra-scienza-e-fiction-1114/.

8 Manfredi Scanagatta, Public historian, tra ricerca e azione creativa, in P. Bertella Farnetti, L. Bertucelli, A. Botti (a cura di), Public History. Discussioni e pratiche, Milano-Udine, Mimesis, 2017, p. 326.

9 Serge Gruzinski, Abbiamo ancora bisogno della storia? Il senso del passato nel mondo globalizzato, Milano, Raffaello Cortina, 2016, p. 149.

10 Carla Antonini, Introduzione al dossier “La storia nell’era digitale”, in “Novecento.org”, n. 1, 2013. DOI: 10.12977/nov2.

11 Giovanni De Luna, Sul web tutto il contrario di tutto. Capire la storia è verificare le fonti, “La Stampa”, 11/05/2018.

12 Simonetta Sandri, Il maggio dei senza terra, “Ferraraitalia”, 23/02/2016.

13 http://www.treccani.it/magazine/webtv/videos/Conv_Voci_Resistenza.html.

14 Annette Wieviorka, L’era del testimone, Milano, Raffaello Cortina, 1999.

15 Per approfondimenti sui linguaggi digitali, cfr. Valentina Colombi, Carlo Greppi, Enrico Manera, Giorgio Olmoti, Renato Roda, I linguaggi della contemporaneità. Una didattica digitale per la storia, Bologna, Il Mulino, 2018; Giancarlo Poidomani, Serie Tv e Public History. Narrazioni storiche seriali tra Italia e Stati Uniti, Milano, Franco Angeli, 2017.

16 Luigi Pansini, L’ultimo grido in rete, “Il Resto del Carlino”, 25/01/2018.

17 Cfr. Michele Sarfatti, La Shoah in Italia. La persecuzione degli ebrei sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 2005; Mario Avagliano, Marco Palmieri, Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945, Torino, Einaudi, 2011; Paola Frandini, Ebreo, tu non esisti. Le vittime delle Leggi razziali scrivono al Duce, Lecce, Manni Editori, 2007; Carlo Spartaco Capogreco, Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista, (1940-1945), Firenze, La Giuntina, 1993.