Come citare questo articolo: , L’editoria italiana nel Novecento tra memoria e studi recenti, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. http://rivista.clionet.it/vol3/societa-e-cultura/beni_culturali/tortorelli-editoria-italiana-nel-novecento-tra-memoria-e-studi-recenti. Ultimo accesso 10-12-2019.

Nel 2015 una nuova casa editrice, la Giometti & Antonello di Macerata, decideva di inaugurare il suo viaggio nelle acque perigliose e seducenti dell’editoria con la traduzione di una serie di conferenze radiofoniche che Kurt Wolff – primo e quasi unico editore di Franz Kafka quando era in vita e poi di Georg Trakl, Robert Walser, Karl Kraus e degli autori più importanti dell’espressionismo tedesco, anche se rifiutava di essere identificato soltanto come mentore di questa corrente artistica – aveva tenuto tra il 1961 e il 1963[1]. In realtà nel 1965 l’edizione originale del libro era stata anche la prima pubblicazione dell’editore berlinese Klaus Wagenbach e, quasi a voler rappresentare il filo rosso della vicinanza, se non dalla continuità data la grandezza di Wolff e Wagenbach, proprio la prefazione di quest’ultimo era indicata come introduzione alla versione italiana[2].

Ma quali erano i caposaldi di un editore al quale era «la letteratura tedesca nel suo insieme a dovergli molto», e come si erano sviluppati e cambiati i rapporti tra editore e autore? Le risposte più che nei saggi dedicati a Carl Sternhaim, Franz Kafka, Karl Kraus, vanno cercate negli interventi raccolti nel capitolo Libri e avventure. Innanzitutto era sfatata l’idea secondo cui l’esercizio del mestiere di editore fosse legata alla lettura dei manoscritti, alla scelta di un grafico capace e all’affidare il successo del libro alla fortuna. La realtà risultava assai diversa tanto da rendere difficile spiegare «l’immensa complessità di questo mestiere, quanti elementi debbano congiungersi per dare al concetto di editore un senso realmente legittimo e positivo» e quella «condizione intrisa di incertezze e tensioni permanenti, eterna fonte di soddisfazioni e delusioni». Tuttavia ancora prima di proseguire e approfondire questo discorso Wolf sentiva il bisogno di precisare che «personalmente riesco a inquadrare il concetto di vero editore solo all’interno di certi ordini di grandezza». Tra i quali il più importante era che «l’editore non è anonimo, ma sinonimo della sua attività». Questa netta scelta di campo, alla quale Wolff non derogherà neanche nei momenti più complicati e difficili delle sue diverse avventure e collaborazioni, gli consentirà da una parte di guardare con rispetto ma anche con diffidenza alla politica di case editrici di grandi dimensioni, dall’altra di sviluppare quel «naturale equipaggiamento» capace di contraddistinguere e di creare le «precondizioni» per svolgere e innalzare il livello culturale delle propria attività: «una familiarità con la lettura mondiale e non solo con quella del proprio paese, un giudizio fondato e indipendente sui valori spirituali e poetici congiunto alla capacità di distinguere autentico e inautentico, ciò che è originale e ciò che è frutto di imitazione, infine un certo fiuto, una comprensione per le correnti essenziali e gravide di futuro per la propria epoca»[3]. Al centro «dei desideri e delle speranze» di ogni vero editore doveva rimanere il rapporto con l’autore. Era attraverso questo scambio creativo, fatto anche di amicizia e infedeltà[4], che l’editore poteva difendere la sua capacità di giudizio dando senso alle scelte, alla qualità dei valori letterari e alla capacità di trasformare e sviluppare un «gusto» autentico e autonomo[5].

Queste riflessioni e valutazioni di Kurt Wolff possono essere accostate, naturalmente sottolineando le dovute differenze dovute al contesto storico e alle ampie e per certi versi eccezionali frequentazioni internazionali dell’editore tedesco, a quelle avviate dalla fine degli anni quaranta del Novecento da Neri Pozza. Incisore, pittore, scultore, giornalista, scrittore, la figura poliedrica di Pozza ha da tempo attirato l’attenzione degli studiosi che negli ultimi anni oltre alla riedizione e alla sistemazione delle sue opere letterarie[6] hanno provato a indagare con continuità anche la sua intensa attività editoriale. Un interesse condiviso con quello riservato da altre case editrici verso il lavoro del fondatore ma che per ampiezza e continuità può essere accostato solo a quello dedicato a Valentino Bompiani[7]. Nel caso di Pozza, inoltre, ci si è potuti avvalere anche delle eccezionali curatele di Angelo Colla, amico, collaboratore e testimone di una lunga e sofferta stagione di lavoro di cui i Frammenti di un discorso interrotto sono una valida dimostrazione[8], e dell’impegno della Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza custode dell’archivio dell’editore[9]. I due testi che ora consentono ai ricercatori di completare la documentazione sulle considerazioni dedicate da Pozza al proprio lavoro sono il Diario 1963-1971 uscito per Ronzani a cura di Marco Cavalli[10] e la Vita di editore pubblicato da Neri Pozza sotto la sollecita premura di Angelo Colla[11]. Un testo, quest’ultimo, molto importante ma che in realtà risulta alla lettura una curiosa mescolanza di parti già edite e inedite comprese tra una nota introduttiva e una postfazione del curatore[12]. Estrapolazioni che forse dal punto di vista filologico possono lasciare perplessi, ma che comunque consentono allo storico dell’editoria di poter leggere in un solo volume riflessioni, lettere, idee, consigli, ritratti di amici e collaboratori che hanno accompagnato in un unico sodalizio la vita di Pozza e quella della sua casa editrice. Non deve comunque meravigliare, conoscendo «le difficoltà le delusioni e le collere insorte col lavoro», se rileggendo il catalogo in un testo assai noto del 1986, Congedo qui riportato con altro titolo, Neri Pozza affermava di averlo fatto «senza nessuna trepidazione». Quasi che l’orgoglio per alcune pubblicazioni e per una attività arrivata in quaranta anni a 640 titoli fosse troppo impastato di lacrime e sangue rimandando a continui alti e bassi e a tempeste esistenziali che contraddistinsero la sua vita e che furono combattute con uno sfibrante dispendio di energie. È comunque nelle lettere più che nelle riflessioni e nei ricordi finali o nei ritratti partecipi e diretti, anche se poi questi ultimi dicono molto sul modo di intendere l’amicizia e sugli interlocutori scelti, che Neri Pozza delineava quello che per lui doveva essere l’editore ideale. La lettera gli consentiva di allontanarsi da una scrittura sorvegliata e compiuta per affrontare l’altro aspetto da sempre privilegiato: trattare singole questioni capaci poi di ricomporre un quadro più ampio del lavoro editoriale. Ecco quindi i continui riferimenti al prodotto ben fatto, i suggerimenti sulle copertine la scelta delle illustrazioni l’impaginazione la nitidezza dei caratteri, che non dovevano mai concludersi in sé ma rimandare a una testimonianza civile della casa editrice[13] e, sulla stessa lunghezza d’onda di Kurt Wolff, la diffidenza verso la politica commerciale dei grandi editori. L’attenzione verso la lettura e i lettori veniva di conseguenza[14]. E se ripetute erano le lamentele e gli scoramenti per la situazione italiana non mancavano lucide considerazioni sui giovani certo, secondo Pozza, non disinteressati a priori ma vittime di una eclatante assenza di istituzioni pubbliche e private. La lettura, e queste lettere ne sono una sufficiente testimonianza, era anche un modo per stabilire un contatto con gli autori. Pozza si definiva «un lettore appassionato ma irritabile ed esigente» che non si accontentava di essere «un editore sic et simpliciter che prende un autore e lo stampa». Era «uno sfruttatore degli autori, nel senso morale, accanitissimo» capace di pubblicare libri che dovevano risultare necessari al percorso professionale dello scrittore. Le lettere a Eugenio Ferdinando Palmieri, Gian Antonio Cibotto, Roberto Papi, Manlio Dazzi, Carlo Laurenzi, per citare solo alcuni dei corrispondenti, e ancora più gli intensi scambi di vedute con Dino Buzzati e Goffredo Parise ci rivelano come Pozza accompagnasse richiami e osservazioni, anche bruschi, con una grande generosità e disponibilità di aiutare scrittori e poeti. Seguendo questa linea di condotta le stesse opinioni sul comportamento e le scelte di alcuni editori, Mondadori, Sansoni, Garzanti, Vallecchi, rimanevano all’interno di opinioni franche e schiette senza scivolare mai nell’invidia, nel sospetto, nel rancore trattenuto. Le lettere ad Antonio Barolini si mantenevano comunque su un piano diverso e conservano una intensità maggiore rispetto a quelle di altri interlocutori. Il lavoro e l’amicizia si incrociano qui con le più impegnative scelte di vita, con la strenua, ma anche sofferta, decisione di non allontanarsi da Vicenza, di fare i conti sino in fondo con la sua storia e la sua cultura[15]. Accettando, lui Pozza strenuo antifascista, una storia politica che sino agli anni settanta aveva continuato a vedere la capillare presenza cattolica e democristiana e la altrettanto significativa partecipazione, istituzionale ed eversiva, delle formazioni di destra[16]. Da questa regione, così ricca nel Novecento di editori e tipografi che attendono ancora di essere riscoperti e studiati, e dalla lezione di libertà e rigore di Pozza, se pure vissuta in anni recenti e con una sensibilità caratteriale meno cocciuta e collerica, proveniva e apparteneva anche Cesare De Michelis. Fondatore e direttore, con Massimo Cacciari, della rivista «Angelus Novus», docente universitario, impegnato in molte Fondazioni e istituzioni culturali venete e nazionali, fondatore della casa editrice Marsilio, De Michelis ci ha lasciato, qualche anno prima di venire a mancare, un libretto, Editori vicini e lontani, che raccoglie brevi interventi apparsi su diverse testate dedicati in prevalenza alle figure di editori e a qualche funzionario illustre[17]. La sede delle pubblicazioni non aveva consentito all’autore interventi ampi, riducendosi spesso a segnalazioni più o meno briose su libri dedicati ai vari protagonisti, ma comunque segnalava una continua attenzione e curiosità sia verso la storia dell’editoria italiana, come è dimostrato da una precedente raccolta e dall’avvio di una collana[18], sia per la presenza militante nel dibattito corrente. Proprio sulla nota introduttiva al volume si possono rintracciare non tanto, o non solo, le osservazioni sullo stato di salute della nostra editoria, quanto un’idea di quest’ultima alla quale rimanere fedele senza sbandierare roboanti proclami, ma piuttosto sviluppando un progetto capace di contenere rischio e audacia[19]. Se «l’editoria è, per un verso, troppo debole per modificare lo stato delle cose e, per l’altro, troppo ostinata per non stare dietro ai tempi, ai costumi, alle novità» e se nell’andamento del mercato editoriale e nella sua struttura «si riflette impudicamente lo stato della vita culturale di un paese», l’editoria di cultura, concetto al quale pur nelle trasformazioni del panorama culturale De Michelis rimane legato, non potrà fare altro che accollarsi il compito di mediare. Finiti i tempi in cui «il progetto coincideva con il piegare i consigli del buon senso al lieto fine della verità», in cui la linea e il tragitto da percorrere «erano disegnati sulla carta secondo gli astratti principi di una rigorosa ortodossia», il futuro non sarebbe appartenuto né ai fautori di una editoria di nicchia e neppure ai profeti di un mercato di massa. Piuttosto, secondo De Michelis, all’editoria di cultura e di progetto serviva guardare al mercato non più come a un tiranno, ma come un suggeritore che attraverso regole pragmatiche premiava la capacità di previsione e smorzava qualsiasi illusione di linguaggi universali e di culture totalizzanti.

Adeguamenti, e considerazioni che si ritrovano anche nella interessante intervista di Edoardo Barbieri a Daniele Olschki dove si focalizzano i problemi affrontati negli ultimi decenni da chi opera nel campo dell’alta cultura umanistica cercando di mantenere la qualità delle pubblicazioni all’interno di una offerta economica abbastanza contenuta[20]. Anche in questo settore, sottolinea Olschki, le strategie future devono tenere conto di un panorama drasticamente mutato per il venire meno di alcuni elementi importanti: la scomparsa «di quella borghesia colta che si rivolgeva alle nostre pubblicazioni per approfondire specifici argomenti», la chiusura della maggior parte delle librerie tradizionali che rappresentavano la principale vetrina per le pubblicazioni, lo «svilimento» della pubblica lettura con i tagli subiti da biblioteche e università, e infine «il prepotente ingresso del digitale che richiede un ripensamento sulla filosofia della Casa Editrice» dalle origini sempre vocata alla migliore realizzazione del libro su carta. Ed è proprio il rapporto con il digitale il punto sul quale Olschki ritornava più volte nell’intervista. Rilevandone certo l’ineludibiltà dell’esigenza e l’apertura a un diverso modo di intendere la trasmissione del sapere, ma non dimenticando di segnalarne la volatilità, il pericolo della separazione del legame tra contenuto e prodotto fisico del libro, l’ottimizzazione dei tempi e dell’economicità degli accessi foriera dello spostamento dell’ago della bilancia «verso l’immaterialità del contenuto a sfavore del ruolo dell’editore». Temi e problemi che naturalmente non potevano essere presenti nelle lettere di Alberto Mondadori mandate in stampa, con una introduzione di Luca Formenton risicata e anche imprecisa, dalla Fondazione Mondadori e da il Saggiatore[21]. Qui la corrispondenza copre un arco di tempo molto lungo, prima lettera del febbraio 1937 ad Alberto Lattuada ultima del 1972 a Carlo Caracciolo per protestare sulla scarsa attenzione de «L’Espresso» ai libri del Saggiatore, e gli interlocutori sono di tutto rispetto e in non pochi casi di assoluta grandezza: da Ungaretti a Giacomo Debenedetti, da Vittorini a Ignazio Silone, da Sapegno a Bernard Berenson, Gaetano Arcangeli, Buzzati, Quasimodo, Hemingway, Emilio Cecchi. Con alcune presenze politiche, Kennedy e Chruščev tra il 1960 e il 1961, per collaborazioni editoriali, che rimandano a nuclei tematici portati avanti da Alberto Mondadori con sofferenza e coerenza: il tormentato rapporto con il padre, la necessità di crearsi una libertà e attività sua, la schiettezza nei rapporti editoriali, si vedano le lettere a Giulio Einaudi, Valentino Bompiani ma anche a tanti autori, la profonda amicizia che lo legava verso collaboratori di antica data. A lettura finita, tuttavia, bisogna osservare come queste testimonianze della febbrile attività di editore, animatore culturale, progettista instancabile, sono presentate al lettore in modo confuso raggruppando e spezzettando la corrispondenza intorno a molti troppi argomenti e soprattutto alternando la datazione delle missive, spesso assai distante, rendendo difficile un orientamento almeno lineare[22]. La pubblicazione di carteggi, delle autobiografie, dei saggi scritti dagli editori hanno comunque avuto il merito, al di là in alcuni casi delle scelte discutibili dei curatori, di dare spazio e fare emergere la viva voce di uno dei protagonisti fondamentali della vita culturale di una nazione. Più di recente a queste testimonianze si devono aggiungere le interviste e gli articoli in ricordo di ricorrenze o scomparse di editori[23]. Per gli studiosi brevi e interessanti sollecitazioni a non dimenticare figure significative del secolo scorso[24]. Tra le case editrici del Novecento quella che tuttavia rimane ancora oggi la più studiata, nonostante il forte richiamo di Sebastiano Vassalli a non eccedere e quasi inflazionare l’interesse con un numero eccessivo di pubblicazioni, è l’Einaudi. La vastità e l’importanza del suo archivio, l’ampiezza del catalogo, di cui ora abbiamo una splendida edizione nei Millenni[25], l’autorevolezza degli autori e collaboratori, il peso avuto nel secondo dopoguerra nella storia della cultura italiana, hanno reso possibile una continua e sempre rinnovata attenzione che si è risolta, ancora di recente, nella edizione di carteggi, saggi, volumi, alcuni dei quali innovativi e di notevole valore. Non si è fermato l’impegno sul problema delle traduzioni, con la segnalazione di casi particolari[26], e sono tornate alla luce lettere che coinvolgono anche aspetti personali di questo lavoro. Tra gli esempi più eclatanti e conosciuti quello che si dipana tra Elio Vittorini e Lucia Rodocanachi nel decennio 1933-1943, quando il lavoro dietro le quinte della «gentile signora» avrebbe permesso allo scrittore una quantità di incarichi che altrimenti da solo non sarebbe riuscito a sostenere[27]. Una relazione con aspetti anche sgradevoli, soprattutto per quanto riguarda la riduzione e i ritardi nei pagamenti, ma che, come è stato giustamente sottolineato da Edoardo Esposito, nulla devono togliere allo sforzo compiuto da Vittorini nell’accostare all’esercizio della traduzione quell’impegno critico e divulgativo portato avanti su giornali e riviste e sorretto, almeno per quanto riguarda gli scrittori americani, da una vera passione di scoperta. A queste lettere di Vittorini vanno affiancati altri due volumi dedicati a collaboratori che hanno ricoperto in periodi diversi ruoli importanti, e nel primo caso fondamentali, nella storia della casa editrice Einaudi: Cesare Pavese e Luca Baranelli. Per Cesare Pavese Gian Carlo Ferretti ha continuato l’indagine iniziata da molto tempo e dedicata a quelle figure di letterati, Vittorini, Sereni, Bassani, Calvino, Niccolò Gallo, che hanno messo talento e competenze a disposizione di un lavoro impegnativo e creativo come quello editoriale[28]. Una attenzione che in seguito Ferretti ha voluto ampliare con successo coordinando una serie di saggi su personalità altrettanto significative del mondo editoriale[29]. Forse, per quanto riguarda il volume dedicato a Pavese, è eccessivo scrivere, come pure viene fatto in quarta di copertina, che si tratta di un lavoro dove «per la prima volta» viene tracciato «un ritratto organico e completo». Troppe sono le ripetizione e numerosi gli scantonamenti rispetto al proposito iniziale. Rimane l’ampia consultazione di carte inedite che ribadiscono la fedeltà di Pavese ai doveri dell’organizzatore e anche del mediatore piuttosto che alla linea editoriale. Tanto che, e sono parole ancora di De Michelis, «si fatica a cogliere un salto o una svolta tra prima e dopo la guerra, mentre resistono i medesimi propositi di fedeltà alla grande tradizione letteraria e alla qualità delle cose ben fatte». Assai diverso nella composizione e negli intenti il volumetto di Luca Baranelli, Compagni e maestri, che raccoglie scritti scelti dai suoi amici per festeggiare gli ottant’anni dell’autore e ricostruire attraverso lettere e documenti una stagione della cultura italiana che ora appare lontana e irripetibile[30]. Sfilano i nomi di Leone Ginzburg, Italo Calvino, Piergiorgio Bellocchio, Gianni Sofri e finiscono per comporre una «autobiografia involontaria» o anche «un autoritratto per interposta persona» dove i colori si fanno più intensi nel ricordare le figure di Raniero Panzieri, Renato Solmi, Sebastiano Timpanaro[31]. Le lettere di quest’ultimo, colui che secondo Baranelli più di ogni altro sapeva unire nella pratica epistolografa «quantità e qualità» sono un esempio raffinato e al tempo sanguigno di ciò che legava cultura e impegno politico agli inizi degli anni sessanta. Ma per affrontare i testi di maggiore impegno, le monografie e le curatele che offriranno anche nei prossimi anni agli studiosi basi solide per ridiscutere la storia dell’Einaudi nel periodo compreso tra la fine della guerra e gli anni settanta del Novecento[32], bisogna guardare soprattutto a tre importanti pubblicazioni: le lettere editoriali scritte da Piero Sraffa dal 1947 al 1975, il diario di Daniele Ponchiroli, e il bel volume che Luca Pietro Nicoletti ha dedicato al significativo e intenso rapporto tra lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan e la casa editrice torinese[33]. Le lettere di Sraffa e il diario di Ponchiroli, affidati alla cura discreta e attenta di Tommaso Munari, che oltre ad avere seguito l’edizione di lettere e carteggi di altri autori ci ha dato la migliore ricostruzione del periodo 1943-1957[34], rimarranno imprescindibili non solo per chiarire meglio la loro personalità e i metodi di lavoro ma anche per valutare quanto stretto fosse il legame, il diario di Ponchiroli è bene sottolinearlo copre solo due anni, tra cultura e impegno politico. Sempre netti i giudizi e le scelte di Sraffa che si possono riassumere negli autori e volumi consigliati – Hill, Frederick Antal, Roy Pascal, Francis Donald Klingender, Hobson e naturalmente Marx – e in quelli respinti con parole taglienti – von Mises, Alan Taylor, von Hayek, Georges Bataille – e soprattutto altrettanto partecipe la volontà di proteggere la figura e la memoria di Antonio Gramsci da qualsiasi “contaminazione” capace di alterare una giusta e corretta presentazione al pubblico. Ne sono testimonianza la continua, e per molti versi defatigante, ricerca di un editore inglese adatto a stampare le Lettere dal carcere e il deciso rifiuto, al contrario del PCI, di una eventuale prefazione di Benedetto Croce che avrebbe potuto contribuire a sciogliere le riserve. Non vi è dubbio, come giustamente scrive Munari, che da queste lettere si evidenzino sia l’indirizzo delle energie creative di Sraffa verso quell’«affare lungo, ma molto divertente» che dopo venti anni di lavoro avrebbe prodotto il monumento in undici volumi dedicato alla edizione del «collcted works of Riccardo», sia le sue capacità maieutiche rivolte con generosità alla comunità scientifica di Cambridge e sedimentate nei carteggi con i colleghi e con il suo illustre protettore John Maynard Keynes[35]. Non mancano in questa raccolta anche lettere appassionate e commosse, soprattutto all’amico Raffaele Mattioli[36], che rivelano momenti di stanchezza e di lento ma inevitabile distacco. Di tono molto diverso il Diario di Ponchiroli: sia per la proverbiale perseveranza a non voler comparire nascondendosi dietro pseudonimi, tanto da attirarsi lo scherzoso rimprovero di Cesare Cases per il suo «satanico orgoglio», sia per l’essere incline anche in queste pagine al ritratto ma refrattario all’autoritratto. Con queste premesse, e aggiungendo che l’adesione al gruppo einaudiano fu quasi assoluta, non si può non essere d’accordo con Munari quando scrive che l’immagine che ci restituisce della casa editrice «è tanto minuziosa quanto inedita» e che l’eccezionalità del documento risiede «nel suo essere al tempo stesso il diario di un uomo e di un gruppo»[37]. Accanto a questi temi rivolti alla attenzione e sensibilità di Ponchiroli, il documento rappresenta bene anche un periodo molto complesso per la casa torinese trascinata in gravi difficoltà economiche dalle quali si salvò con la trasformazione in società per azioni e con la dolorosa cessione di una parte importante e considerevole del catalogo. Alla crisi finanziaria se ne accompagnava poi negli stessi anni una altrettanto profonda di natura politica e ideologica che avrebbe trovato i suoi vertici nella esplosione e repressione della rivolta ungherese, nelle tensioni di Algeria e Suez, e, in casa nostra, nelle riflessioni e prese di posizione su questi avvenimenti durante l’VIII Congresso del PCI. Il Diario documenta in modo efficace negli interventi, nelle prese di posizione, negli scontri di Giulio Einaudi, Bobbio, Calvino, Bollati, Giolitti, Fonzi, Foà, Muscetta, Solmi, Serini, Venturi quanto la discussione politica tracimasse in quella culturale e in quale modo il coinvolgimento non si fermasse a un dibattito interno, la cellula aziendale del Partito comunista risulta vivace e ben presente, ma finisse anche per coinvolgere scelte e posizioni della stessa casa editrice[38]. Risultano invece rarefatti gli accenni di Ponchiroli alla vita personale anche se i numerosi richiami agli incontri conviviali, allargati spesso alle rispettive mogli, e i ripetuti riferimento a una grave depressione in parte alleviata da un rapporto psicanalitico (cfr. le pag. 93-97) lasciano al lettore la libertà di intravedere un percorso parallelo, ma certo non distante, dal lavoro. Fatte salve le peculiarità dei personaggi non risulta lontana da queste fonti la minuziosa a acuta monografia dedicata da Nicoletti ad Argan. Figura naturalmente più vicina a Sraffa nel ritagliarsi un ruolo decisivo come referente di Giulio Einaudi, ma comunque partecipe, al pari di Ponchiroli di una lunga stagione di militanza anche politica[39]. In questo caso come termini di confronto sono chiamati in causa le esperienze di studiosi del calibro di Ragghianti, Vitali, Zeri, Castelnuovo, Zevi e sono analizzati da Nicoletti gli autori stranieri più significativi nel tentativo, riuscito, di studiare lo sforzo di Argan di contribuire a ricollocare la propria disciplina nell’ambito dell’editoria di cultura. Una questione di svecchiamento che, come viene ribadito più volte, si rivelò decisiva per il panorama italiano. Se in quegli anni la questione fondamentale rimaneva il posto da assegnare alla storia dell’arte e il compito che un editore poteva assumere per promuoverne la conoscenza l’impostazione e il lavoro di Argan risultavano perfetti per il programma einaudiano. Accanto a questi importanti meriti la ricerca di Argan conteneva tuttavia anche rigidità, forzature, manipolazioni attraverso tagli e adeguamenti delle traduzioni che potevano fare pensare al libro d’arte come strumento per fare cultura piegato a una precisa finalità ideologica[40]. I capitoli conclusivi del volume di Nicoletti chiariscono bene come si dovrà aspettare l’ingresso in Einaudi di Enrico Castelnuovo e la presenza di Paolo Fossati per inaugurare e fare propri nuovi criteri essenziali nel rispetto dei testi e degli autori e per riformulare da parte di Giovanni Previtali e Federico Zeri quella Storia dell’arte italiana, già progettata ma non realizzata da Argan[41].

Alla continua attenzione verso l’Einaudi non è seguito in questi anni un interesse altrettanto vivace e significativo verso la storia di altre case editrici. Sporadico l’impegno nella ricostruzione di un mondo assai variegato e legato all’editoria di partito[42] e a quelle iniziative che comunque hanno accompagnato una stagione terminata con gli anni settanta[43], mentre più interessanti sembrano i segnali di risveglio verso l’importante settore dell’editoria cattolica. Pensiamo in particolare agli indispensabili cataloghi storici delle Edizioni di Storia e Letteratura, di Vita e Pensiero, di Interlinea[44], alla lunga intervista di Cesare Cavalleri direttore dalla fondazione delle Edizioni Ares e del mensile «Studi cattolici» e alle considerazioni di Giuseppe Costa[45]. Accanto a questi strumenti sono ora da tenere presenti l’agile storia di Giuliano Vigini e l’importante repertorio curato da Annibale Zambarbieri[46]. Entrambi rappresentano una tappa verso una ricostruzione analitica e unitaria dell’editoria cattolica contribuendo a fare emergere la pluralità delle vie e le diverse espressioni di un lungo e travagliato percorso che sempre più ha dovuto misurarsi con la modernità prima e con le più recenti problematiche delle trasformazioni nel panorama editoriale. Le documentate voci del repertorio sulle case editrici Àncora, Borla, Edizione Dehoniane, Jaca Book, Edizioni Lavoro, Marietti, Morcelliana, La Scuola, Queriniana e tante altre, trovano una prima sistemazione nel lavoro di Viggini che nella scansione dei tempi non si sottrae agli interrogativi sulla formazione culturale dei sacerdoti e sulla caduta, o meglio sul rallentamento, di una visione progettuale che aveva accompagnato e fecondato l’editoria cattolica nel Novecento[47]. Ulteriori stimoli ad approfondimenti sulla storia editoriale novecentesca, ma senza seguire un progetto organico di ricerca, sono arrivati da lavori che o hanno proseguito e completato studi già avviati da tempo, e si possono citare quelli su Formiggini[48], l’editore Olschki[49] e le case editrici il Saggiatore e biblohaus di cui sono usciti i cataloghi[50], o hanno tentato di aprire nuove strade. I saggi, i testi e le testimonianze, curati da Velania La Mendola e presentati da Roberto Cicala possono essere una prima sistemazione del materiale riguardante Edilio Rusconi[51] e altrettanto stimolante è la ripresa degli studi, a lungo abbandonata, su quelle case editrici femministe che negli anni settanta hanno contribuito a rinfrescare un panorama sonnacchioso[52]. Tutti lavori che è auspicabile servano alla nostra storiografia per allargare il campo dei suoi interessi[53] e per ritornare a discutere con nuovi elementi sui problemi dell’editoria nell’Italia repubblicana[54].

In questo panorama di studi un posto a parte merita il contributo, in alcuni casi davvero notevole, degli italianisti che nell’ultimo decennio hanno lavorato soprattutto sul rapporto tra editore e autore, agevolati in questa scelta dalle numerose e corpose raccolte di documenti che si sono depositate nelle Fondazioni e nei Dipartimenti. I nuclei più consistenti degli interessi si sono indirizzati oltre che sull’Einaudi anche sugli archivi degli editori milanesi: Feltrinelli, Mondadori, Bompiani, e in misura minore Scheiwiller. In alcune circostanze questi lavori si concentrano su un solo rapporto, quasi a conferma della fedeltà in una convivenza mai facile e scontata, ed è il caso del carteggio apparso qualche anno fa tra Silvio D’Arzo e Vallecchi[55], in altri casi seguono le scelte, volute o imposte dagli eventi, di pubblicare con editori diversi. E si può citare l’ampio lavoro di Daniela Picamus che ha analizzato le significative relazioni tra Pier Antonio Quarantotti Gambini e Bompiani, Gallimard e soprattutto Einaudi[56]. Dai diversi spezzoni degli archivi, personale e della casa editrice, Bompiani sono usciti invece i saggi e le curatele a Corrado Alvaro e Libero Bigiaretti[57].


Note

1 Kurt Wolff, Memorie di un editore. Kafka, Walser, Trakl, Kraus e gli altri, Macerata, Giometti & Antonello, 2015. In antiporta il volume contiene la riproduzione del ritratto di Kurt Wolff dipinto da Felice Casorati nel 1925. Gli avvenimenti principali della sua biografia sono ricordati, sulla scorta di annotazioni di diario, appunti, lettere e conferenze, da Helen Wolff, Vita di Kurt Wolff, in Kurt Wolff, Memorie di un editore, cit., pp. 95-103. Per il rapporto tra Wolff e Giuseppe Maylander che collaborarono al progetto di cooperazione tra le case editrici Pantheon e Apollo cfr. Gianfranco Tortorelli, Editoria e Storia dell’Arte: il contributo di Giuseppe Mayländer e della casa editrice Apollo, in L’editore Giuseppe Mayländer e la casa editrice Apollo. Storia di una impresa editoriale, a cura di Antonio Storelli e Gianfranco Tortorelli, Bologna, Pendragon, 2013, pp. 13-54.

2 Il testo di Wagenbach si legge nella Nota degli editori (Kurt Wolff e il mestiere dell’editore), in Kurt Wolff, Memorie di un editore, cit., pp. 5-7 e veniva riportato da Giometto & Antonello esplicitamente «per evidenziare la catena di filiazione» tra le esperienze tedesche e italiane. Bisogna doverosamente aggiungere che la prefazione di Wagenbach, del quale Wolff era stato amico e consigliere, altro non era che la pubblicazione di un frammento ritrovato nel lascito di Wolff e da considerarsi «come la professione di fede di un editore». Sulle varie tappe del lavoro di Wagenbach cfr. Klaus Wagenbach, La libertà dell’editore. Memorie, discorsi, stoccate, Palermo, Sellerio, 2013, sul quale si veda Michele Sisto, Freno di emergenza, in «L’Indice», XXX, 2013, 11, p. 2.

3 Kurt Wolff, Memorie di un editore, cit., p. 7. Proseguendo le sue considerazioni Wolff aggiungeva come fosse «indispensabile anche la capacità di esprimersi chiaramente per iscritto, non solo in forma epistolare: va trovata la forma giusta per presentare una autore e un libro di critica, al lettore, al mondo del commercio librario; anche le poche parole con coi l’opera viene caratterizzata in una inserzione possono essere decisive per la vittoria o la sconfitta».

4 Considerazioni importanti sulla «infedeltà» degli autori, sulle «opzioni» esercitate dagli editori, alle quali Wolff non credeva e che considerava immorali, sul mercato editoriale, spesso «offensivo e degradante» e in taluni casi somigliane al «mercato delle vacche», in Kurt Wolff, «Soffiare» un autore, ovvero: Come si separano autori ed editori, in Id., Memorie di un editore, cit., pp. 25-37. In questo intervento, e sempre sullo stesso tema, è da vedere la lunga risposta dell’editore a due lettere di Rilke, andate perdute o forse rubate, nelle quali il poeta, secondo Wolff su istigazione della casa editrice Insel, avanzava alcune obiezioni.

5 Scriveva Wolff: «Con il termine gusto non intendo solo la capacità di giudizio e un senso per la qualità dei valori letterari. Il gusto dovrebbe includere anche un istinto sicuro per la forma in cui uno specifico libro debba essere realizzato: formato, griglia tipografica, caratteri, rilegatura, sovraccoperta. Il gusto letterario, d’altro canto, d’evessere associato alla capacità di indovinare se un determinato libro verrà accolto solo da una piccola nicchia oppure sia adatto, per materia  e forma, a un’ampia cerchia di lettori. È così che in definitiva, si determinano tiratura e pubblicità, e occorre guardarsi dal rischio che il personale entusiasmo non ci seduca verso aspettative erronee e iperottimistiche», in Memorie di un editore, cit., p. 14.

6 Neri Pozza, Opere complete, 1: Prosa, a cura di Giorgio Pullini, 2: Poesia, a cura di Fernando Bandini, Vicenza, Neri Pozza, 2011.

7 Per orientarsi negli studi di storia dell’editoria e per avviare una discussione più ampia quasi del tutto assente nel nostro panorama storiografico cfr. Gianfranco Tortorelli, Studi e memorie del Novecento. L’editoria davanti al suo passato, in «Rara volumina», XXII, 2015, 1-2, pp. 45-61, e Id., Quale storia per l’editoria italiana del Novecento? A proposito di alcuni studi recenti, in «Culture del testo», n. s. 18, 2015, 53, pp. 49-72. Dello stesso autore per gli anni precedenti le rassegne apparse sulla rivista «History of Education and Children’s Litterature».

8 Neri Pozza, Frammenti di un discorso interrotto, a cura di Angelo Colla, Vicenza, Neri Pozza, 2018.

9 L’Archivio Neri Pozza: tra impresa e avventura editoriale, a cura di Adele Scarpari et al., testi di Sabrina Minuzza, Vicenza, Cooperativa tipografica opera, 2005.

10 Neri Pozza, Diario 1963-1971, a cura di Marco Cavalli, Monticello Conte Otto (Vicenza), Ronzani, 2018.

11 Neri Pozza, Vita da editore, a cura di Angelo Colla, Vicenza, Neri Pozza, 2016.

12 Le parti già edite sono presenti in Neri Pozza editore 1946-1986, a cura di Angelo Colla, Renato Zironda, prefazione di Licisco Magagnato, Congedo di Neri Pozza, Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana, 1986; Neri Pozza, Personaggi e interpreti, Venezia, Marsilio, 1985, con una Nota di Cesare De Michelis non segnalata sul frontespizio; Id., Ritratti vicentini, Vicenza, Neri Pozza, 1987; Id., Saranno idee d’arte e di poesia. Carteggi con Buzzati, Gadda, Montale e Parise, a cura di Pasquale di Palmo, Vicenza, Neri Pozza, 2006.

13 Nella lettera a Corrado Govoni del 27 maggio 1957 Pozza scriveva: «Tenga presente – e forse se ne accorgerà dalle mie predilezioni – che un buon editore, leale e interessato al proprio lavoro e amante di ciò che stampa, non può estraniarsi dalle cose per le quali è pronto poi a battersi. Tale, almeno per me, è l’ideale dello stampatore», in Neri Pozza, Vita da editore, cit., p. 116.

14 Pozza si definiva un «lettore lento», che poi «risponde d’istinto» e rivendicava anche, come peculiarità del modo di lavorare della sua casa editrice, quello di intervenire sui testi con una lettura critica. Si vedano le lettere a Piero Santi e a Corrado Govoni del 2 dicembre 1949 e del 16 maggio 1957, in Neri Pozza, Vita da editore, cit., pp. 47 e 116.

15 «L’essere rimasto a Vicenza mi ha giovato», scriveva Pozza il 2 novembre ad Alberto Denti di Pirajno. Ribadendo e argomentando questa scelta nelle critiche e appassionate lettere a Goffredo Parise e Antonio Barolini che avevano preso altre strade. Sulle ripercussioni di questa decisione sia sulla storia personale che sugli indirizzi della casa editrice sempre sollecita nell’allargare e approfondire gli studi sulla cultura veneta e vicentina (non dimentichiamo che con grande anticipo sui tempi Pozza avrebbe voluto inaugurare una ampia storia dell’editoria della sua regione) rimangono molto importanti le note di Lea Quaretti, moglie di Neri Pozza fondatrice e colonna portante della casa editrice, in Il giorno con la buona stella. Diario 1945-1976, a cura di Angelo Colla, Vicenza, Neri Pozza, 2016. Anche questo volume contiene, alle pagine 499-503, un Congedo definitivo di Pozza alla moglie.

16 Antifascista, incarcerato, socialista libertario e vicino alle formazioni di Giustizia e Libertà, dove sarà influenzato dall’amicizia con lo storico dell’arte Carlo Ludovico Ragghianti che poi diventerà uno dei più importanti collaboratori della casa editrice, Pozza userà parole molto dure verso i rigurgiti neofascisti ma anche verso il partito democristiano e la cultura cattolica così radicata nel Veneto. A questo proposito si vedano, per testimoniare la persistenza di questi problemi anche a distanza di molto tempo, le lettere a Piero Nardi e Antonio Barolini del 21 dicembre 1951 e 3 ottobre 1961 e il Diario 1963-1971.

17 Cesare De Michelis, Editori vicini e lontani, Trieste-Roma, Italo Svevo, 2016, nella pagina accanto al frontespizio è riportata anche l’indicazione: Gaffi editore in Roma. Numerosi gli articoli in occasione della sua morte: per tutti le pagine del «Corriere della Sera», 11 agosto 2018 con l’intervento di Cristina Taglietti e i ricordi di Susanna Tamaro e Francesco Giavazzi.

18 Cesare De Michelis, Tra le carte di un editore, prefazione di Mario Infelise, Venezia, Marsilio, 2010. Il volume è parte della collana Albrizziana. Documenti per la storia dell’editoria a Venezia, a cura di Mario Infelise e Cesare De Michelis.

19 Cesare De Michelis, Per cominciare, in Id., Editori vicini e lontani, cit., pp. 9-14. In questo contesto è anche da vedere l’articolo dedicato a Neri Pozza e scritto in occasione dell’uscita dell’opera completa dell’editore vicentino, cfr. Cesare De Michelis, L’irrequieto che fu editore, in «Il Sole 24 Ore», 20 maggio 2012.

20 130 anni di casa editrice Leo S. Olschki. Una intervista a Daniele Olschki, a cura di Edoardo Barbieri, in «La Bibliofilia», CXVIII, 2016, 2, pp. 315-322.

21 Alberto Mondadori, Ho sognato il vostro tempo. Il mestiere dell’editore, a cura di Damiano Scaramella, introduzione di Luca Formenton, Milano, il Saggiatore - Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2014. Il volume purtroppo non ha l’indice dei nomi. Non vi sono osservazioni interessanti nella recensione di Corrado Stajano, Editoria motore del progresso. Il sogno di Alberto Mondadori, in «Corriere della Sera», 2 febbraio 2015.

22 Sull’intreccio tra vita privata e scelte di lavoro e comunque senza esaurire i contributi già editi su questo tema cfr.: il fondamentale volume Alberto Mondadori, Lettere di una vita 1922-1975, a cura e con un saggio introduttivo di Gian Carlo Ferretti, Milano, Fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori - Mondadori, 1996, e Mario Monicelli, Alberto Mondadori, Un inesprimibile sentimento di fraternità: 1934-1968, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori - Fondazione Benedetta D’Intino, 2011, che oltre alla corrispondenza contiene gli interventi di Cristina Mondadori, Vittore Armanni, Anna Lisa Cavazzuti.

23 Si vedano, come esempio, le interviste di Antonio Gnoli a Vittorio Avanzini fondatore e presidente della Newton Compton (in «la Repubblica», 31 luglio 2016), di Stefano Righi ad Angelo Guerini tra i soci fondatori della Guerini e Associati (in «Corriere della Sera», 17 marzo 2017), di Antonio Gnoli a Ferruccio Palazzoli, una vita passata in Mondadori e il Saggiatore (in «la Repubblica-Robinson», 24 giugno 2018) di Pier Luigi Vercesi ad Arturo Schwarz, gallerista, libraio, editore (in «Corriere della Sera», 15 aprile 2018). E accanto a loro i ricordi di Raimondo Coga, fondatore e proprietario della Dedalo, di Guido Liguori, di Amedeo Bertolo fondatore della casa editrice Eleuthera, di Giancarlo Bonacina, Ezio Gribaudo, Tullio Pironti.

24 Una occasione persa è il romanzo autobiografico di Teresa Cremisi a lungo protagonista dell’editoria europea, prima a Milano con Livio Garzanti, poi a Parigi con Antoine Gallimard e ancora come presidente della Flammarion, e infine a Milano nella cda della Rizzoli. Il volume, Le Triomphante edito da Adelphi e incensato al limite del possibile nelle recensioni di Paolo Mauri, Maria Rizzarelli e Claudio Magris, si rivela una esile operetta avvolta in fragili tremori esistenziali che avrebbero trovato ben altra consistenza e interesse se si fossero soffermati, o per lo meno avessero almeno accennato, sulle importanti esperienze nel campo dell’editoria.

25 Le Edizioni Einaudi 1933-2018, prefazione di Ernesto Franco, con due saggi di Luca Bianco e Ambrogio Borsari, Torino, Giulio Einaudi, 2018.

26 Si vedano gli articoli di Massimo Bucciantini, Il tedesco che tradusse Levi, in «Il Sole 24 Ore», 11 febbraio 2018, a proposito dell’impegno di Heinz Riedt, e di Cristina Battocletti, Che si fa di Anna Frank?, in «Il Sole 24 Ore», 22 luglio 2018, sull’anomalo iter editoriale per la traduzione e pubblicazione del Diario.

27 Elio Vittorini, Si diverte tanto a tradurre? Lettere a Lucia Rodocanachi 1933-1943, a cura di Anna Chiara Cavallari e Edoardo Esposito, Milano, Archinto, 2016. Esposito firma anche l’introduzione: Vivere di traduzioni, pp. 5-21, e poi ha raccolto e ampliato in volume le sue considerazioni sul tema, cfr. Con altra voce. La traduzione letteraria tra le due guerre, Roma, Donzelli, 2018. Numerosi riferimenti al problema della traduzione e ai rapporti con gli editori sono anche nei lavori dedicati alla Rodocanachi, cfr. Giuseppe Marcenaro, Una amica di Montale. Vita di Lucia Rodocanachi, Milano, Camunia, 1991, con il quale Esposito polemizza, e Lucia Rodocanachi: le carte, la vita, a cura di Franco Contorbia, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2008.

28 Gian Carlo Ferretti, L’editore Cesare Pavese, Torino, Einaudi, 2017. Il volume avrebbe potuto essere più snello e certamente più sorvegliato nella scrittura. Permangono, come in altri lavori di Ferretti, eccessive e poco comprensibili sottolineature, evidenziate da vocaboli in corsivo, e soprattutto una ridondanza di aggettivi che ne appesantiscono la lettura. Si vedano anche le recensioni di Bianca Maria Paladino, Un cervello collettivo, in «L’Indice», XXXIV, 2017, 7/8, p. 28, e soprattutto di Cesare De Michelis, Il mestiere di far scrivere, in «Il Sole 24 Ore», 23 aprile 2017. In quest’ultima è contenuta una osservazione iniziale che, nonostante la lunghezza, merita di essere ripresa: «Nella prospettiva ideologica e storicista di Gian Carlo Ferretti diventano “editori”, quasi più degli stessi titolari delle imprese, gli intellettuali che vi lavorano, come se il mestiere consistesse soprattutto nella selezione dei libri da pubblicare e nel loro ordinamento in collane, nel progetto culturale e letterario piuttosto che in quello imprenditoriale e commerciale, con le conseguenze che non è difficile immaginare nella descrizione e interpretazione delle personalità prese in esame».

29 Cfr. Protagonisti nell’ombra: Bonchio Brega Ferrara Gallo Garboli Ginzburg Mauri Pocar Porzio, a cura di Gian Carlo Ferretti, Milano, Unicopli, 2012.

30 Luca Baranelli, Compagni e maestri, Macerata, Quodlibet, 2016, con uno scritto breve di Francesco Ciafaloni, Gli ottant’anni di Luca, non segnalato sul frontespizio. A questo libretto si possono accostare gli interventi di Francesco Ciafaloni, Un uomo e la sua linea retta, in «L’Indice», XXXII, 2015, 5, p. 11, dedicato a Renato Solmi, e Luca Baranelli, Ossessionato dai soffietti, in «L’Indice», XXXIV, 2017, 5, p. 14, dedicato a Italo Calvino redattore editoriale.

31 Per qualche osservazione cfr. Martina Mengoni, Non mettere in fila parole che ripugnano, in «L’Indice», XXXIII, 2016, 9, p. 24, e Domenico Scarpa, Due grandi, invisibili, editor, in «Il Sole 24 Ore», 22 maggio 2016, dove viene segnalato anche il libretto di Carlo Alberto Chiesa, «Un mestiere semplice». Ricordi di un libraio antiquario, Milano, Officina Libraia, 2016.

32 È doveroso sottolineare che su questo periodo resta fondamentale il volume di Luisa Mangoni, Pensare i libri. La casa editrice Einaudi dagli anni trenta agli anni sessanta, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.

33 Piero Sraffa, Lettere editoriali (1947-1975), a cura di Tommaso Munari, Torino, Giulio Einaudi, 2017; Daniele Ponchiroli, La parabola dello Sputnik. Diario 1956-1958, a cura di Tommaso Munari, Pisa, Edizioni della Normale, 2017; Luca Pietro Nicoletti, Argan e l’Einaudi. La storia dell’arte in casa editrice, postfazione di Orietta Rossi Pinelli, Macerata, Quodlibet, 2018.

34 Tommaso Munari, L’Einaudi e l’Europa 1943-1957, Torino, Einaudi, 2016.

35 Vale la pena in questo contesto rileggere l’articolo e la lettera, pubblicati sulla rivista «The Nation of Athenaeum» del 12 e 22 marzo 1927 e ora compresi nel volume 19 de The Collected Writings, scritta da Keynes nel quadro di un dibattito sui problemi dell’industria editoriale: John Maynard Keynes, Il libri costano troppo?, a cura di Oliviero Pesce, Bari-Roma, Laterza, 2018. Il volumetto è una edizione gratuita che contiene oltre alla traduzione, note e postfazione di Pesce anche l’intervento introduttivo di Giuseppe Laterza: La lettura come dovere sociale.

36 Un esempio dell’intenso scambio intellettuale e dell’amicizia che in alcuni casi legò Sraffa ai suoi interlocutori si può leggere in: Ludwig Wittegenstein, Lettere 1911-1951, a cura di Brian McGuinness, Milano, Adelphi, 2012, soprattutto p. 398.

37 Cfr. Tommaso Munari, Introduzione, in Ponchiroli, La parabola dello Sputnik, cit., pp. 12-13. Erroneamente Munari scrive a pagina 8 che Mantova fu nel 1904, anziché Imola nel 1889, la prima amministrazione comunale socialista.

38 Sul Diario di Ponchiroli si vedano le recensioni di Domenico Scarpa (che sottolinea l’importanza «indispensabile» di questa fonte per «ricostruire la storia in senso assoluto, non quella editoriale o culturale» e nota come «nessun altro libro consente di vivere dall’interno la vita di una casa editrice») in «Il Sole 24 Ore», 25 giugno 2017, e Francesco Ciafaloni, in «L’Indice», XXXIV, 2017, 11, p. 35.

39 Per una ricostruzione, se pure parziale negli anni, del contesto politico del dibattito cfr. Fabio Guidali, Pittori e no. La politica culturale comunista e il dibattito sul realismo tra Milano e Roma (1948-1956), in «Studi storici», LIX, 2018, 3, pp. 745-777. Sul rapporto tra politica e cultura in casa Einaudi e soprattutto su quello tra casa editrice e Partito comunista, agli albori della discussione troppo facilmente liquidata, oltre alle esaurienti pagine della Mangoni più di recente cfr. anche Giulia Boringhieri, Balbo all’Einaudi, «Studi storici», LVII, 2016, 4, pp. 843-862.

40 A questo proposito un duro rilievo è avanzato da Federica Rovati nella sua impegnativa recensione, Quando regnava la militanza critica, in «L’Indice», XXXV, 2018, 12, p. 38: «Sono circostanze già verificate in altri casi ma continuano a cozzare con la dimensione mitica in cui si vuole preservare, nella memoria comune, l’identità storica dell’Einaudi, che soltanto dagli anni sessanta, con l’ingresso di Enrico Castelnuovo e la presenza di Paolo Fossati, avrebbe di fatto ammesso fra i propri criteri essenziali il rispetto di testi e degli autori».

41 Sulla fine della intensa collaborazione tra l’Argan e l’Einaudi e i cambiamenti inaugurati poi da Enrico Castelnuovo e Paolo Fossati cfr. Luca Pietro Nicoletti, Enrico Castelnuovo consulente Einaudi, fra gli anni Sessanta e Settanta, in «Ricerche di storia dell’arte», 2017, 123, pp. 15-27; Per Enrico Castelnuovo. Da Losanna, le vie della storia dell’arte, a cura di Serena Romano e Michele Tomasi, Roma, Viella, 2017, su questo volume si veda la recensione di Orietta Rossi Pinelli, Abbatteva le frontiere, amava le periferie, in «L’Indice», XXXIV, 2017, 6, p. 31; Conosco un ottimo storico dell’arte. Per Enrico Castelnuovo: scritti di allievi e di amici pisani, a cura di Maria Monica Donato, Massimo Ferretti, Pisa, Edizioni della Normale, 2012; Valentina Russo, Einaudi letteratura di Paolo Fossati, in «Studi di Memofonte», 2014, 13, pp. 262-282.

42 Cfr., con alcune affermazioni confuse e discutibili, Elisa Rogante, «Un libro per ogni compagno». Le case editrici del PCI dal 1944 al 1953, in «Studi storici», LVIII, 2017, 4, pp. 1133-1165.

43 Si veda, anche in questo caso con una scrittura poco sorvegliata, il paragrafo Fra editoria e politica, dedicato alla casa editrice De Donato, nel saggio di Gregorio Sorgonà, La proposta storiografica di Franco De Felice, in Franco De Felice, Il presente come storia, a cura di Gregorio Sorgonà e Emanuele Taviani, con testi di Franco De Felice, Roma, Carocci, 2016, pp. 95-107. Il caso della De Donato (su cui cfr. Luca Di Bari, I meridiani. La casa editrice De Donato fra storia e memoria, Bari, Dedalo, 2012) è comunque da tenere presente sia per il dibattito acceso che coinvolse proposte culturali diverse all’interno del Partito comunista, sia per indagare le cause dell’esaurimento di quella proposta politica. Su entrambe le questioni rimandiamo alla lettura che ne fa Biagio De Giovanni, Breve riflessione su Cesare Luporini e la fine del marxismo italiano, in «Il Ponte», LXV, 2009, 11, pp. 193-204. L’intero numero della rivista è dedicato alla figura di Cesare Luporini.

44 Edizioni di Storia e Letteratura - Catalogo storico 1943-2010, a cura di Samantha Segatori, premessa di Luisa Mangoni, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2012; Vita e Pensiero: cento anni di editoria. Catalogo storico 1918-2017, a cura di Roberto Cicala, Mirella Ferrari, Paola Svezzellati, Milano, Vita e Pensiero, 2018, con interventi di Aurelio Mottola, Giuliano Vigini, Roberto Cicala; Catalogo storico delle Edizioni Interlinea. I primi 25 anni di libri (1992-2016), a cura di Alessandro Cunini, saggio introduttivo di Gian Carlo Ferretti, presentazione di Giorgio Montecchi, Milano, FrancoAngeli, 2017.

45 Cesare Cavalleri, «Per vivere meglio». Cattolicesimo, cultura, editoria, una conversazione con Jacopo Guerriero Brescia, ELS La Scuola, 2018; Giuseppe Costa, Ritorno all’editoria fra opinioni e incontri, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia, 2008.

46 Linee per una storia dell’editoria cattolica in Italia, a cura di Annibale Zambarbieri, Brescia, Morcelliana, 2013; Giuliano Viggini, Storia dell’editoria cattolica in Italia dall’Unità a oggi, Milano, Editrice Bibliografica, 2017.

47 Giovanni Santambrogio nella recensione a Vigini (Il fervore editoriale (scomparso), in «Il Sole 24 Ore», 21 gennaio 2018) riprende alcuni rilievi dell’autore e parla di errori di gestione e lentezze imprenditoriali, ma anche di una progressiva perdita del rapporto con il lettore cui si aggiungevano «lo smarrimento culturale dei seminari e la conseguente minore preparazione delle nuove generazioni sacerdotali».

48 Vittorio Ponzani, Dalla “filosofia del ridere” alla promozione del libro. La Biblioteca circolante di A. F. Formiggini (Roma, 1922-1938), presentazione di Alberto Petrucciani, Pistoia, Settegiorni, 2017, che non ha un indice dei nomi, e Angelo Fortunato Formiggini. Ridere, leggere e scrivere nell’Italia del primo Novecento, a cura di Matteo Al Kalak, schede di Annalisa Battini, Elisa Pederzoli, Milena Ricci, Rosiana Schiuma, Modena, Artestampa, 2019. Questo secondo volume è il catalogo della mostra tenuta alle Gallerie Estensi di Modena dal 28 febbraio al 30 giugno 2019.

49 Cfr. i due ampi saggi di Laura Melosi, D’Annunzio e il Dante monumentale. Dai carteggi con Olschki e Passerini con documenti inediti, 1: Il progetto e la fuga (1909-1910), 2: La stampa e l’epilogo (1911-1922), in «La Bibliofilia», CXX, 2018, 1, pp. 111-142, e «La Bibliofilia», CXX, 2018, 2, pp. 279-308.

50 Il Saggiatore 1958-2018, introduzione di Luca Formenton e Andrea Gentile, Milano, il Saggiatore, 2018. Ricco di notizie e accurato nella descrizione bibliografica, anche per l’impegno di Arianna Gorletta e Marco Magagnin, il catalogo lascia molto a desiderare nella introduzione di Gentile (Fare editoria: appunti per un decalogo) abbandonata a considerazioni superficiali. Osservazioni diverse si devono fare rispetto al catalogo illustrato della giovane casa editrice di Macerata biblohaus: Casa editrice Biblohaus 2008-2015. Catalogo editoriale illustrato, con una riflessione di Maria Gioia Tavoni, a cura di Maria Haps, Macerata, biblohaus, 2015. In questo caso Tavoni nell’introduzione (Interpretare un catalogo alla luce della «coperta di Linus», pp. 1-11) si sofferma soprattutto, e in parte lo fa anche Maria Haps nelle paginette finali (La casa del papiro, pp. 169-173), su alcuni filoni presenti nel catalogo – la bibliofilia, l’attenzione per la storia della tipografia, il recupero di testi rari o dispersi – ma dimentica il contributo significativo che alcuni studiosi del libro, archivisti, bibliotecari hanno dato alla conoscenza della storia tipografica di regioni come il Molise, l’Abruzzo e altre regioni centro meridionali. Un lavoro enucleato intorno ai nomi di Massimo Gatta, Giorgio Palmieri, Luigi Ponziani, Giovanna Millevolte e che ha trovato, soprattutto nelle bibliografie edite da biblohaus, il coraggio poi di ricollocare vicende dimenticate o per nulla studiate in un contesto storico più ampio.

51 «Come un don Chisciotte»: Edilio Rusconi tra letteratura, editoria e rotocalchi, con illustrazioni e documenti a cura di Velania La Mendola, presentazione di Roberto Cicala, Milano, EduCatt, 2016.

52 Vera Navarria, I libri delle donne. Case editrici femministe degli anni settanta, postfazione di Monica J. Romano, Catania, Villaggio Maori, 2018. Nella introduzione l’autrice giustamente sottolinea le difficoltà, e i limiti, della ricerca, che non ha potuto contare su alcun testo sistematico di riferimento, e la necessità di un lavoro suppletivo per la traduzione di fonti e articoli introvabili o poco conosciuti da noi ma indispensabili per la scrittura, nel primo capitolo, dell’editoria europea in questo campo. Per quanto riguarda il panorama italiano l’autrice si sofferma sulle esperienze delle Edizioni delle donne, La Tartaruga, Dalla parte delle bambine. Osservazioni interessanti, che prendono spunto dalla nascita della collana Fiore di cactus inaugurata dalla Sovera Edizioni, sono dedicate al mercato editoriale al femminile da Elisabetta Rasy, Scritto con occhi di donna, in «Il Sole 24 Ore», 15 luglio 2018, mentre di tutt’altro tenore è l’articolo di Mario Vargas Llosa (Care femministe non sparate sui libri, in «la Repubblica», 20 marzo 2018) dedicato a una eccesiva chiusura e intolleranza di alcuni movimenti femministi verso autori e letterati uomini.

53 Pochi gli studi su editori stranieri. Si vedano comunque in Alessandro Bigardi, 1915-2015: I primi cent’anni della casa editrice newyorkese Alfred A. Knoff, in «Culture del testo e del documento», 53, 2017, s. n. 17, pp. 71-101; Luca De Bortoli, Libri da leggere, non da guardare. I Woolf e l’Hogarth press nel centenario della fondazione, in «Rara volumina», 2017, 1-2, pp. 27-40.

54 Cfr. ora la sintesi di Gabriele Turi, Libri e lettori nell’Italia repubblicana, Roma, Carocci, 2018, sulla quale converrà tornare in altra sede.

55 Silvio D’Arzo, Lettere, a cura di Alberto Sebastiani, Parma, Monte Università Parma, 2004.

56 Daniela Picamus, Pier Antonio Quarantotti Gambini. Lo scrittore e i suoi editori, Venezia, Marsilio, 2012.

57 Lorella Anna Giuliani, Corrado Alvaro e Valentino Bompiani: lettere inedite, in Memorie della modernità. Archivi ideali e archivi reali, a cura di Clara Borrelli, Elena Candela, Angelo R. Pupino, Pisa, ETS, 2013, pp. 583-594; Cristina Tagliaferri, L’editore e l’autore. Valentino Bompiani e Libero Bigiaretti con carteggio inedito (1958-1990), Pesaro, Metauro, 2010, e Ead., Libero Bigiaretti dagli archivi del suo editore, in Memorie della modernità, cit., tomo III, pp. 591-600. Nello stesso volume (pp. 257-266) cfr. Isotta Piazza, Vanni Scheiwiller e la rivista «il verri»: un contributo originale (e ambiguo) alla neoavanguardia italiana, e, sempre sull’editore Scheiwiller cfr. Arnaldo Di Benedetto, Gli Scheiwiller e Pound, Pound e Dante, in «Critica letteraria», XLV, 2017, 174, pp. 151-161.