Come citare questo articolo: , Labour Public History. Tracciare una rotta, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. http://rivista.clionet.it/vol3/societa-e-cultura/lavoro/bartolini-labour-public-history-tracciare-una-rotta. Ultimo accesso 06-06-2020.

L’insorgere di un’esigenza

Come è noto, il concetto di Public history è stato elaborato negli Stati Uniti fin dagli anni ‘70, ma è arrivato in Italia solo di recente, incontrando una gamma di pratiche che già esistevano ma che non avevano un nome. Se ne sono accorti subito gli istituti della Resistenza, che nella prima conferenza dell’Associazione italiana di public history tenutasi a Ravenna nel 2017 promuovevano un panel dal titolo: Senza chiamarla Public history… il lavoro degli Istituti storici della Resistenza.

La storia del lavoro non è stata assente dalla scena, ma nemmeno rappresentata in maniera proporzionale alla sua consistenza, anche se già alla prima occasione ravennate alcuni attori erano presenti: Roberta Garruccio con il documentario Il polline e la ruggine; Gilda Zazzara con le esperienze delle passeggiate (post)industriali; tre archivi della CGIL con alcuni loro progetti; infine, con un focus diverso, Marta Gara a proposito dei musei d’impresa.

Tuttavia la storia del lavoro può vantare un’articolazione Public molto più ampia, dal decennale seminario veneziano Ascoltare il lavoro al blog La CGIL nel ‘900 fino al neonato Festival della storia del lavoro svoltosi a Lecce. Ad una ricca messe di eventi e studi si affianca un arcipelago di musei, centri di documentazione, biblioteche, archivi, associazioni, operanti da decenni[1].

Quello che manca è semmai una concettualizzazione delle declinazioni della Labour history as Public history, capace di attivare consapevolezza e fornire una bussola per orientarsi. Una mancanza che risalta se messa a confronto con l’attenzione posta su questo nesso nei paesi di lingua anglofona e in America Latina[2], ribadita negli Stati Uniti nel 2017 quando la North American Labor History Conference e il National Council on Public History hanno dato vita ad un gruppo di lavoro congiunto. La proposta di iniziare a parlare di Labour public history non è allora una trovata ad effetto, ma risponde all’esigenza diffusa di dare un nome, riconoscendone l’esistenza, a quella parte di Public history italiana che si occupa del lavoro, anche per contrastare l’inabissamento dell’argomento. Converrà quindi provare a mettere in luce quali possono essere queste declinazioni, su cui intavolare una discussione aperta.

Lo faremo utilizzando perlopiù testi in lingua[3], alcuni non sempre noti in Italia, con la volontà di apportare elementi nuovi sebbene datati, discutendo nodi, pratiche e branche della storiografia non soltanto metodologiche ma portatrici di un’epistemologia. Esamineremo i temi della ricerca, dei musei, del ricordo, della partecipazione e la non neutralità del nostro oggetto. Al fondo c’è l’idea che le classi subalterne sono capaci di fare la propria storia. In una circolazione di scala tra macro e micro, puntiamo nella direzione indicata da Antonio Canovi: «Gli storici del movimento operaio hanno colto e documentato sul piano macrostorico, la portata epocale del passaggio […] dalla condizione eterodiretta di destino a quella autodeterminata della scelta. Quel paradigma emancipazionista sorregge una visione della storia di cui Gramsci fu non solo partecipe, ma campione rivoluzionario: tuttavia, per dirlo col suo vocabolario, dentro il movimento d’irruzione delle classi subalterne nella scena pubblica si preoccupò di riconoscere gli “uomini in carne ed ossa”»[4].

 

Quali declinazioni?

1. La valenza pubblica della ricerca storica

Public history è divulgazione, disseminazione e condivisione della conoscenza, ma esiste una funzione Public anche per l’attività di ricerca. Partiamo da quanto affermato da David Armitage e Jo Guldi nel loro discusso Manifesto per la storia. «In un contesto in cui sia la scienza del clima sia l’economia ci hanno spesso prospettato un mondo nel quale poco o nessuno spazio è lasciato a futuri alternativi, il ruolo della storia deve consistere non solo nell’esaminare i dati relativi alle responsabilità dei cambiamenti climatici, ma anche nell’indicare altre direzioni, percorsi utopici diversi, modelli di produzione agricola e di consumo alternativi che in ogni epoca si sono sviluppati» sapendo che «fra le varie ricerche di lunga durata su forme alternative al capitalismo vi è la notevole storia del movimento cooperativo mondiale dei lavoratori, dei suoi successi e della sua eliminazione dalla politica internazionale». Per i due storici «la riflessione storica dovrà confrontarsi […] con la realtà di ciò che storicamente ha ostacolato il nostro percorso verso la realizzazione di una civiltà più giusta, sostenibile o ecologicamente equilibrata». A loro avviso «il rapporto della storia col futuro pubblico consiste nella sua capacità di delineare un contesto di lunga durata» perché «ragionare in termini storici è sempre stato un modo per rimodellare il futuro». Il rapporto fra questi ragionamenti e la Public history, che però non è nominata, è chiaro: «rispondere all’appello per un futuro pubblico significa anche scrivere e parlare del passato e del futuro in pubblico»[5]. Il Manifesto prende le mosse dalla crisi delle discipline storiche, che riguarda la loro apparente disconnessione con il presente, ed è un testo politico. Senza entrare nelle numerose discussioni che ha innescato – sulla microstoria, sulla storia della storiografia e sul rapporto con l’economia e le scienze “dure” – va rilevato che l’appello a lavorare sulla “lunga durata” dei processi e il richiamo alla responsabilità civile dello storico incontra le istanze sollevate dalla storia del lavoro, che non ritiene sufficiente uno sguardo limitato ad uno specifico contesto spazio-temporale.

Non possiamo trascurare che l’appello costituente della Società italiana di storia del lavoro del 2012 si situa sulla stessa linea, come il «tentativo di praticare una storia del tempo presente, di individuare e discutere le caratteristiche del mondo attuale in una dimensione temporale non schiacciata sull’attualità, ma che sappia però raccoglierne le domande, nonché valorizzarla e ricondurla nello spazio di una contemporaneità lunga»[6]. È proprio l’indicazione per una storia di lunga durata che permette alla storia del lavoro di avere molto da dire ed a svelare l’utilità del suo apporto, che non è da meno di quello di altre discipline come la sociologia.

Proviamo a scendere su un terreno più pratico prendendo il caso della precarietà, oggi al centro delle discussioni pubbliche. La storiografia non si è sottratta dal dare il proprio contributo, con un filone di studi che cerca di analizzarla in prospettiva storica come un qualcosa che oggi ha i suoi caratteri originali e di novità ma in una fenomenologia di lungo periodo fatta di continuità e rotture.

Nel 2008, il numero monografico di «Genesis», Flessibili/precarie, ha ripercorso sette secoli di lavoro femminile su questo crinale. Non è casuale che il lavoro delle donne, da sempre più soggetto a forme di misconoscimento, scarsa regolamentazione e precarizzazione, abbia fatto da apripista per l’analisi della relazione ambigua che flessibilità e precarietà hanno intrattenuto nel tempo. Nel dibattito odierno slittano su una sovrapposizione, diventando inscindibili nel senso comune. La prospettiva storica può allora aiutare a fare chiarezza, evitando tanto il rischio di dire che flessibilità e precarietà, come le conosciamo oggi, sono sempre esistite, tanto quello opposto di negare qualsiasi comparazione[7]. Più di recente Christian De Vito ha proposto un approccio globale ed ha letto flessibilità e precarietà come due categorie di natura relazionale, sostenendo che storicamente la ricerca di autonomia da parte dei lavoratori si situa al polo opposto rispetto allo sforzo dei datori di lavoro di assoggettare il lavoro alle proprie esigenze e che pertanto i due concetti vadano studiati nei diversi tempi e luoghi alla luce di questa relazione mobile. Ultimo in ordine temporale il libro di Eloisa Betti, che separa la storia repubblicana in due fasi, quella della costruzione della stabilità seguita da quella della costruzione della precarietà, con un cambiamento del discorso egemonico in senso gramsciano, cercando di delineare le traiettorie storiche del dibattito politico, dell’azione degli attori sociali e delle realizzazioni legislative.

De Vito e Betti si pongono esplicitamente il problema della valenza pubblica dei loro studi. Il primo esplicita di posizionarsi «al crocevia tra convinzioni storiografiche e politiche» in merito al «dibattito storiografico sulla riconcettualizzazione della working class, da un lato, e dall’altro la ricerca di tipo esplicitamente politico di una (nuova) soggettività subalterna»[8]. La seconda richiamando il ruolo sociale dello storico e quello della propria soggettività: «Il ricercatore-attivista negli anni della crisi è diventato una figura ricorrente e per certi versi iconica del dibattito pubblico, ricordando l’intellettuale engagé di altri periodi storici». Betti sostiene una chiara funzione pubblica per la ricerca: «La scelta di occuparsi di un simile oggetto di studio […] è legata alla volontà di contribuire alla comprensione dei mutamenti avvenuti nell’ultimo trentennio, non accontentandosi delle narrazioni (più o meno scientifiche) che hanno dipinto il fenomeno della precarietà come contemporaneo e privo di una sua storicità. L’auspicio è che una prima, seppure manchevole, storia della precarietà nell’Italia repubblicana possa offrire spunti per una rilettura critica delle scelte politico-istituzionali, del ruolo degli attori sociali e di come questi diversi attori hanno interagito dagli anni Cinquanta ad oggi»[9]. La figura dello storico-attivista è discussa anche da Thomas Cauvin, che parla di una tradizione oggi rinnovata dall’impegno per la giustizia sociale. Significativamente però nella sua rassegna di figure sociali oggetto di attenzione ci sono i poveri e gli emarginati ma non i lavoratori, se non nel caso di un progetto di storia orale di comunità[10].

Ovviamente non tutta la ricerca storica può avere questa declinazione pubblica, ma una storia siffatta si avvicina molto, anche se con una prospettiva rovesciata, a quel sottoinsieme della Public history che prende il nome di Applied history[11], una storia utile ai “decisori”, a chi è nella posizione di determinare le scelte sul futuro del proprio Paese o della propria organizzazione, senza tuttavia condividerne la pretesa di formulare previsioni e indicare soluzioni certe. D’altronde anche la concezione materialista della storia nel pensiero marxista può essere considerato un caso di storia applicata. Ma è anche una storia che accetta la sfida della battaglia, per dirla con Gramsci, per l’egemonia culturale.

2. Storia orale e partecipazione

Un secondo ambito in cui ricercare possibili declinazioni è quello della storia “dal basso”. La Public history porta con sé un’istanza partecipativa e democratica, terreno sul quale incrocia i temi e gli strumenti dell’Oral history, dove entra di nuovo in gioco la funzione sociale dello storico. La storia orale del lavoro e dei gruppi sociali subalterni è sempre stata un terreno fertile, e in Italia esiste una grande tradizione, a partire da Il mondo dei vinti di Nuto Revelli, che ha prodotto una mole di opere sui contadini, gli operai, i movimenti sociali e il sindacato. Si spazia da pubblicazioni e documentari di storia locale a prodotti microstorici più ambiziosi e ricchi di significato. È quasi impossibile dar conto di una produzione che fra libri, articoli, video e oggetti multimediali appare sconfinata.

“Dare voce a chi non ha voce” è sempre stato uno dei motivi di fondo dell’Oral History. L’idea di una storia democratica e includente era infatti già esplicitata nel 1981 nell’editoriale del primo numero di una rivista che ha fatto epoca, «Fonti orali»[12]. Il riferimento obbligato da cui partire è l’esperienza degli History workshop, nati in Gran Bretagna e da lì radicatisi in altri paesi come gli Stati uniti e la Svezia[13]. Si tratta di una pratica ancora poco nota nel nostro Paese fuori dal circuito degli specialisti. Nati nel 1966 al Ruskin college, Oxford, nelle parole del loro animatore, Raphael Samuel, erano «an attempt to create, within a very limited compass, an alternative educational practice, to encourage Ruskin students – working men and women, drawn from the labour and trade union movement – to engage in research, and to construct their own history as a way of giving them an independent critical vantage point in their reading». All’epoca era un modo per sfuggire alle strettoie dell’accademia e lavorare a una storia diversa da quella dominante delle élites. L’afflato militante era ben saldo: «the workshop has asserted that truth was partisan»; «the socialism of the workshop was from the start quite explicit»; «the workshop, in short, inhabits a political as well as a historiographical territory»[14]. Questo “attivismo” era il frutto del contesto, la Gran Bretagna degli anni ‘60, dove tanto i sindacati che il movimento studentesco e la New left alimentavano il desiderio di un nuovo tipo di storia[15].

Dal 1970 al 1974 uscirono 13 pamphlets scritti dai partecipanti ai workshop, tutti in qualche modo dedicati alla storia del lavoro, e nel 1976 nacque la rivista, «History Workshop Journal», ancora in vita (sebbene il sottotitolo A Journal of Socialist Historian sia venuto meno). L’intento era sempre quello di «bring the boundaries of history closer to people’s lives». «We believe that history is a source of inspiration and understanding, furnishing not only the means of interpreting the past but also the best critical vantage point from which to view the present. So we believe that history should become common property, capable of shaping people's understanding of themselves and the society in which they live»[16].

Nel corso degli anni ’70 «the Women’s Liberation Movement had also become a key element in History Workshop, as under its influence women sought to uncover “hidden” histories of women’s lives and gender inequalities», dopodiché il movimento britannico ha conosciuto un lento declino, sebbene «many of the developments it helped to foster (such as oral history and women’s history) continue to flourish today». Le ragioni vanno ricercate tanto nell’ascesa del thatcherismo che nel declino del lavoro organizzato e nel collasso della sinistra popolare, senza tralasciare «The expansion of higher education, which undercut the movement’s anti-elitist critique of university history; the subsequent move into the academy of many varieties of history which History Workshop had nourished, including women’s history; and, very importantly, the emergence of new radicalisms – the gay and green movements, anti-racist and postcolonial politics – that did not fit easily under the History Workshop umbrella»[17].

Parlare di History workshop significa affrontare la People’s history, strettamente connessa a questa esperienza. La Labour History ha intessuto uno stretto rapporto con la People’s History, al tempo stesso branca e pioniera della storia sociale, tanto da non rendere semplice in molte occasioni tracciare dei confini. Il lettore italiano dovrà anche prestare attenzione alla sfumatura di significato diverso che il termine People ha in inglese rispetto al nostro “popolo”. Tuttavia resta il fatto che i loro oggetti primari, il lavoro e il “popolare”, o la “gente comune”, in teoria sono distinti, anche se un’ambiguità nell’uso dei termini “popolo” e “classe”, segnatamente classe lavoratrice, non è cosa nuova, affondando le radici nell’idea di “plebe”. Una circolazione semantica è esistita nella stessa cultura marxista, come osserva Samuel: «It is true that Marx spoke not of “the people” but of “the proletariat” but in his writing the terms is used in a convertible sense»[18]. Non sarà allora indifferente per l’odierna storia del lavoro cercare di chiarire il significato di categorie quali “popolo” e “classe”, svolgendo così una funzione nel contesto delle discussioni pubbliche, dove i due termini vengono sovrapposti o contrapposti tanto per leggerezza che per posizioni ideologiche.

I People’s historians, pur considerandosi public historians, hanno sottolineato la loro diversità rispetto a una Public history vista come associata al settore commerciale e ad un approccio che non muoveva dal coinvolgimento attivo del pubblico nella pratica del fare storia, limitandosi a facilitarne la ricezione. Con le parole di James R. Green: «we have tried to provide a kind of people’s history service for institutions, groups, and labor unions that might otherwise overlook historical education or turn to commercial outfits specializing in “public history”. We see the Workshop as part of the trend toward public history, but we prefer to call our efforts “people’s history” because we reject the mainstream approach, which presents professional historians as experts who do history for the public. We want to work with the public in a democratic, participatory way and help organize projects that will enable people to do their own history»[19].

Arrivati a questo punto, è d’obbligo affrontare la questione dell’autorità condivisa, di cui parla Michael Frisch nel suo A Shared Authority del 1990. Chi è veramente l’autore nella storia orale, lo storico o il testimone? Come viene rappresentata, o oscurata se non mistificata, questa relazione? Da una parte, nella Public history l’enfasi veniva posta sui nuovi prodotti e sulle relazioni pubbliche aggirando la questione, dall’altra Frisch definiva come una «guerrilla war» contro lo studioso la pretesa di affidare l’autorialità completamente al pubblico o al testimone. A suo avviso era, ed è, offensivo pensare che «ordinary people and communities have little capacity for communicating with and incorporating approaches to their history originating outside their own immediate experience and knowledge». La nozione di una «shared or sharable authority» poteva e può aiutare a risolvere questi dilemmi. La conoscenza non va semplicemente redistribuita dall’alto verso il basso, e all’altro capo non si tratta di un porsi alla pari dello storico – che conserva la regia, la facoltà di ordinare i fatti ed i racconti per restituirli dotati di una chiave interpretativa – con i propri testimoni. Si tratta semmai del riconoscimento di una soggettività che compartecipa al processo del fare storia in un rapporto mobile. Non è solo una questione di comunicazione ma anche di gerarchie e di potere culturale. Non sfuggirà quanto questo punto sia importante dentro al dibattito pubblico sulla storia, dove infervora la discussione su cosa “la gente” sa, o non sa, e dove l’autorità dello studioso viene oggi posta in discussione dal basso, che ci piaccia o no. Come nota lo stesso Frisch: «These concerns about the dynamics and shareability of cultural power, then, complicate the task of thinking clearly about oral and public history, and what they have to contribute to the process of not only interpreting our world, but also changing it – the authority for which is even more in need of sharing. But at least helps to locate the challenge in a real space and time, rather than pretending that a broadened public discourse about history is simply a matter of methodology, technique or translation»[20].

Cerchiamo adesso di vedere più da vicino come tutte queste questioni interagiscono ai fini del nostro discorso. Come detto, il lavoro è stato centrale nell’esperienza dei workshop. Green ci ha fornito utili considerazioni su come questa pratica possa essere felicemente declinata per attività di Labour public history. Ancora una volta alla base c’è l’idea partecipativa di rompere la distinzione tra osservato e osservatore, «a democratic approach to people’s history also encourage workers to see themselves making history», per dar forma alla coscienza pubblica e alle politiche pubbliche attraverso un’interpretazione democratica della storia. In questa direzione servono responsabilità e accountability, quest’ultima intesa come trasparenza e chiarezza sugli obiettivi: «Accountability requires active listening and understanding the subjective feelings and memories workers bring to the dialogue, as well as sharing interpretive authority with people who might otherwise be considered “sources” or subjects of historical study»[21]. Sono questioni ben note agli storici orali italiani, su cui Alessandro Portelli ha fornito importanti indicazioni[22]. Per Green, nei workshop «oral history was the medium that linked activist history and labor militants», «we also discovered that oral history can be more than a method of gathering historical recollections; it can be used as a way of involving workers in public history events and publications»[23].

I workshop di Green venivano organizzati in collaborazione con gli storici locali e i sindacati, assicurandosi di creare un’atmosfera confortevole, informale, una “riunione di famiglia” presentata come un party con un lunch e caffè, ispirando voglia di interazione. Il ruolo dello storico era quello modesto di presentare i temi, poi veniva chiesto di parlare del proprio lavoro. Le persone coinvolte appartenevano allo stesso settore lavorativo, se non alla stessa fabbrica, oppure rappresentavano una comunità locale. I risultati ottenuti variarono in funzione della specifica storia dei contesti d’intervento. Nel caso dei lavoratori tessili di Lawrence, Massachusetts, le difficoltà furono non indifferenti, anche per il carattere multietnico della comunità, ed emerse che la repressione del Bread and Roses strike del 1912 aveva lasciato in eredità la paura per la memoria storica. L’esito dell’intervento non fu comunque indifferente, contribuendo all’invenzione di una tradizione, il Bread and Roses Festival nel 1984, con l’intento di utilizzare un’esperienza storica di lotta che univa lavoratori immigrati come Heritage per contrastare i conflitti razziali. Nel caso di Boston, incentrato sulle impiegate e la debole sindacalizzazione, furono messe in contatto due generazioni, le anziane impiegate in veste di testimoni e le nuove come intervistatrici. I ricercatori scoprirono che la storia orale poteva essere uno strumento per generare una «mobilization of memory», cioè forme di politicizzazione e organizzazione. Ne nacque una pubblicazione, They Can’t Run the Office Without Us, poi utilizzata per le attività formative dei sindacati, che apprezzarono l’uso della storia – di norma negletta in questi programmi – in una forma capace di fornire un senso immediato del passato e l’importanza dell’esperienza di classe per l’attività sindacale. I workshop non si limitavano a raccogliere storie da trascrivere e pubblicare, ma incoraggiavano i lavoratori a scrivere la propria storia, alla ricerca di un «usable past», andando a cadere, con le dovute distinzioni, nei pressi di quanto fatto nel 2017 dal libro Meccanoscritto[24]. In un altro progetto si puntò a produrre un video per raggiungere un pubblico più vasto. La riflessione metodologica e narrativa che ha sovrinteso a questo lavoro si avvicina molto a quella sviluppata da Giovanni Contini e il sottoscritto per il film di storia orale In cerca della felicità[25]. «There is no narrative voice to assert interpretive authority», «we shared the interpretive task with the workers and made an effort to ask critical questions, but in the end we relied on their interpretation. […] Glory days is not the whole story of the “long strike at Colonial; it is the workers’ story as interpreted by the leaders and activists of the union’s formative struggle».

Le conclusioni tratte da Green sono significative: «workers seem more interested in a genuinely critical interrogation of the past to see what went wrong and to see what traditions can still be used for guidance. While some nervous labor officials still favor the “old time labor history”, as a way of promoting institutional loyalty, I have found a new critical spirit toward the past among many unionists on both the local and national level». I sindacalisti volevano capire perché i sindacati crescono o declinano. Una domanda che arrivava direttamente dalla necessità di sviluppare nuove strategie organizzative per includere i lavoratori fuori dall’industria[26].

Esperienze di questo tipo possono essere replicate oggi in Italia? La risposta ci sembra debba essere affermativa. Prendiamo il tema della deindustrializzazione. Il Labour Public historian può sollecitare la partecipazione alla costruzione e comprensione della propria storia, come nel film Il polline e la ruggine. Spesso la deindustrializzazione ha un impatto violento, con la distruzione delle comunità operaie, la perdita di lavoro, legami, relazioni e identità, a cui può far seguito l’espulsione e lo sradicamento delle famiglie a seguito della gentrification degli ex quartieri operai. La ricostruzione del processo storico può, da una parte, venire incontro alla necessità di elaborare il senso di una parabola in una dimensione glocale, mentre dall’altra le persone possono essere coinvolte nel processo del fare storia favorendo una patrimonializzazione dotata di senso del proprio passato. Analoghe considerazioni possono essere fatte nei casi di disastri ambientali legati al lavoro industriale, dove il conflitto e le contraddizioni sono accessi. Sono casi di Community history, le cui radici affondano di nuovo nella People’s history, per i quali i volumi di Alessandro Portelli su Terni e di Giulia Malavasi su Manfredonia rappresentano esempi interessanti[27].

Anche le organizzazioni sindacali, che si trovano a fare i conti con un mondo che non è andato nella direzione che sembrava essere stata garantita con le lotte degli anni ‘60 e ‘70, possono trovare attraverso queste pratiche la via per una maggiore messa a fuoco. La mostra promossa a Milano dall’Archivio del lavoro sull’Autunno caldo del ’69 non a caso ha favorito pratiche partecipative, mettendo a confronto generazioni diverse[28].

3. Heritage, musei, memoria e celebrazioni

Secondo lo studioso canadese Craig Heron, che si è dedicato al Worker’s heritage, la Public history «can take the form of monuments and plaques, restored buildings, exhibitions and displays, speeches and lectures, films and videos, special events, festivals, pageants, and other celebrations – all intended to preserve and interpret particular elements of the past as embodiments of shared values and aspirations – our “heritage”». Tuttavia, nei musei dedicati al lavoro «workers still remain invisible or marginalized. In response, the clusters of labour historians and others interests in workers’ history and culture consciously appropriated the term “heritage” and declared that the neglect of “workers heritage” had to stop. They meant that not only did workers have a right to pass on to their children the collective memory of their particular history, but also that all Canadians should know about workers’ contribution to the larger society».

Heron parla del Canada, ma i suoi argomenti riecheggiano familiari: la marginalizzazione o l’occultamento della storia del lavoro dalla scena e dal senso comune; la competizione per guadagnare l’attenzione pubblica; la necessità di imparare a maneggiare gli artefatti, che assumono la doppia valenza di fonti e di “cose” capaci di raccontare la storia, ma anche la difficoltà nel reperirli ed il rischio di ammassarli acriticamente; il bisogno di imparare a padroneggiare i media comunicativi e di parlare a diverse audience, senza “stampare libri sui muri” nei percorsi espositivi; il dovere di confrontarsi con altri attori e approcci, come l’Heritage community e la storia locale; la costruzione di una narrazione distinguibile da quella dei musei della tecnologia, della produzione industriale, della cultura materiale rurale, che tendono a presentare una versione neutralizzata e pacificata della storia; la difficoltà nel fare in conti con la nostalgia e la mitizzazione del passato da parte del pubblico, degli attori locali e dei numerosi committenti o finanziatori, portatori di un approccio spesso acritico o celebrativo.

Come già Green, anche Heron parla dell’interesse che i sindacati possono avere per il Workers’ heritage, giungendo alle stesse conclusioni: «make the paste relevant to the current situation of working people. Unionist look to the past for validation of their contemporary concerns and for the threads of a tradition of resistance and struggle»[29].

Il discorso sull’Heritage non riguarda solo il riconoscimento, ma l’esistenza del rischio concreto di una divaricazione tra la storia del lavoro più matura e le pratiche di Public history. A metterci in guardia su questo pericolo è stata Lucy Taksa, storica australiana del management, che ci ha fornito un contributo interessante sulla tensione tra Labour e Public history, che nonostante le intersezioni possono divergere fino a chiedersi se sono «allies or uneasy bedfellows?». Prendendo in esame quattro siti deindustrializzati dove erano stati portati avanti progetti di rigenerazione conclude che: «when we look more closely at what is exhibited and celebrated and how workers history is displayed at such industrial heritage sites, it quickly becomes apparent that the imperatives of labor history and  public history are fundamentally at odds with each other. This divergence is not simply based on a distinction between a “rational/scholarly” approach and one that responds to the “emotional/popular demands made on the past”. Often referred to as a tension between history and heritage, this particular difference is something of a moot point for this discussion». A suo avviso c’è una differenza tra il Labor heritage, riferito alla comunità dei lavoratori, e l’Industrial heritage, riferito al patrimonio industriale, che si tramuta in divaricazione tramite un fattore decisivo: «It is here, in the recognition of connections between past and present, that we find a marked difference between labor heritage and industrial heritage and, relatedly, between labor history and public history». Lo storico impegnato nel Labor heritage punterebbe a creare uno spazio per le storie ai margini e a rischio di scomparsa dei lavoratori, mentre il public historian che lavora sul patrimonio industriale mirerebbe all’orgoglio locale, creando prodotti funzionali alla crescita del turismo, re-immaginando un passato da “consumare” ed estetizzando il processo industriale. Taksa introduce il tema della non neutralità di quest’ultimo approccio, che proietterebbe «a “collective memory” of the industrial era that disregards the collaborative and collective nature of industrial labor and the way working people joined together to form trade unions, among other organizations, and engaged in industrial and political struggles»[30].

Esempi di sterilizzazione dei siti industriali non mancano in Italia. Prendiamo il caso dei “Musei e rifugi SMI di Campo Tizzoro”, sull’appennino pistoiese. Qui nel Novecento ebbe sede un proiettificio del gruppo SMI, affiancato da un villaggio aziendale. Il percorso museale unisce una storia della produzione ad una narrazione delle realizzazioni della famiglia Orlando, proprietaria della SMI: le case per le maestranze; la scuola; l’asilo; la mensa; lo spaccio aziendale. Infine, il visitatore può accedere ai rifugi antiaerei, un affascinante complesso di gallerie sotterranee. Quello che però viene omesso è che la SMI di Campotizzoro è stata una fabbrica in cui la proprietà ha ricercato l’irreggimentazione della manodopera, dove si è sviluppato un fortissimo movimento dei lavoratori, nel Biennio rosso e poi per tutta l’epoca repubblicana, a partire dalla “Marcia della fame” del 1948 – molto presente nelle memorie locali – fino agli anni Settanta. Il percorso si risolve in una storia tecnologica della produzione, in un’agiografia del paternalismo degli Orlando e in una proposta, tramite i rifugi antiaerei, per gli appassionati di Linea gotica, le associazioni di rievocazione storico-militare e la curiosità dei turisti. La storia, dal punto di vista dei lavoratori, semplicemente non c’è. Significativamente all’ingresso è presente un “Imparziale”, lo strumento per indicare quali lavoratori sottoporre a perquisizione, che però non era granché imparziale nella selezione, scegliendo di norma i sindacalizzati. Perfettamente restaurato, l’Imparziale fa bella mostra di sé senza essere tematizzato o raccontato ai visitatori.

Tuttavia secondo la Taksa spesso non si tratta solo di ritrovarsi di fronte alla negazione di una parte della storia. Il punto qui assume valenze politiche, e vengono introdotti i concetti di nostalgia e nostofobia. La prima creerebbe un passato disconnesso dal presente, mitizzato, ripulito, rassicurante, rispondendo allo smarrimento per un futuro che appare incerto e inquietante dopo le grandi ristrutturazioni economiche degli anni ‘80 e le sue ripercussioni sociali. Ma con un doppio effetto negativo: una distorta comprensione del presente e di conseguenza il venir meno di una possibilità di correggere le ingiustizie attuali. La nostofobia invece è un sentimento contrario, la paura del ritorno a casa, e costruirebbe un’ostilità verso il passato. Per la Taksa questi due sentimenti sono come un Giano bifronte ed agiscono insieme con un effetto preciso: «I would argue that this connectedness between nostalgia and nostophobia is manifested in the approach taken to public history at redeveloped industrial heritage sites by the active distancing of the past from the present, the concealment of multiple (and often conflicting) stories, and the use of the past predominantly for present and future commercial benefit. In short, the commodification of selected memories of and images from the industrial past at such sites serves to obscure the traditionally collectivist and political concerns of labor history by eradicating all vestiges of pollution, inequality, oppression, and conflict. It is here in the sanitized representations of industrial process and life whose focus is on attaining economic advantage, that nostalgia and nostophobia are joined at the neck, like the two faces of Janus»[31]. Agendo di concerto, i due sentimenti favoriscono la sensazione di un presente senza passato e di un passato senza presente che per l’autrice si risolverebbe nello stroncare le forme di resistenza alle ristrutturazioni economiche.

I pericoli segnalati dalla Taksa sono senz’altro concreti, e molti storici del lavoro nel loro agire pubblico ne avranno fatto esperienza. Tuttavia è azzardato concluderne una contrapposizione inevitabile tra la storia del lavoro e la Public history. Non ci vuole molto a scongiurare questa deriva, che può essere evitata includendo proprio la dimensione del lavoro e delle relazioni industriali, delle relazioni sociali collettive e del conflitto, nei progetti di Public history relativi all’Industrial heritage, sostituendo la Storia a uno storytelling ispirato dalle tecniche pubblicitarie. Che poi è esattamente quello che fa la storia del lavoro oggi, tenere insieme la dimensione del conflitto con quella della produzione, la storia tecnologica con la storia dell’organizzazione del lavoro e la storia sindacale. Di recente a Trieste il progetto InHeritage ha iniziato a affiancare la storia del lavoro con quella dell’impresa, con un approccio passibile di essere approfondito mentre a Bologna un esempio virtuoso è costituito dal progetto Bologna metalmeccanica e dalla mostra Noi siamo la Minganti. Infine, una felice coniugazione è visibile nel Museo Cervi a Reggio Emilia, anche se qui l’antifascismo sociale è preponderante[32].

Parlare di Heritage e di musei ci porta al tema della “memoria”, che per Heron riguarda come decifrare il racconto popolare e le forme in cui viene tramandato[33] e per Frisch una «living history, the remembering past that exists in the present» che pone un’alternativa alla storia ufficiale ma corre il rischio della manipolazione per favorire comportamenti culturali[34]. Nell’ultimo ventennio, sull’onda della storia della Shoah è sorto un paradigma della “memoria” che è slittato su imperativi etici, investendo poi altri ambiti. Tuttavia la memoria sociale del lavoro non muove dal “mai più” ma dal polo opposto, richiamando le riflessioni di Edward P. Thompson. Se assumiamo che viviamo in una nuova epoca contrassegnata da una “rottura dell’economia morale”, rappresentata dal compromesso keynesiano novecentesco, vediamo all’opera una “memoria” di attori sociali come i lavoratori e gli ex lavoratori – che hanno subito e subiscono i cambiamenti epocali della globalizzazione – tendente a cercare nel passato i riferimenti per “ristabilire” la giustizia sociale[35]. Apparentemente ci troviamo al polo opposto del rischio paventato dalla Taksa, dove scende in campo una memoria per costruire una trincea su cui resistere a oltranza di fronte a un mondo che appare minaccioso e ad un uso del discorso sul futuro che è servito ad avallare le ristrutturazioni economiche e produttive e lo scardinamento dei diritti del lavoro faticosamente conquistati. Il crinale su cui cammina è però stretto. Se una memoria-ricostruzione, ragionamento critico sul ricordo che contribuisce a dar forma alla storia può interagire con i processi in corso, una memoria-ripetizione, cristallizzazione del passato che diventa nostalgia per il senso di coesione delle comunità dei lavoratori e per i successi del passato, può cadere nella trappola indicata da Taksa dell’incapacità di aprire la partita dell’interpretazione storica delle trasformazioni, elaborando di conseguenza un programma di futuro.

Paradossalmente, un antidoto all’irrigidimento nostalgico può arrivare da un terreno dove gli storici si trovano spesso a disagio – perché riguarda la creazione di “miti”, operazione antistorica per eccellenza – come quello delle celebrazioni, commemorazioni e monumenti, strumenti identitari per eccellenza. Occasioni come il 1° maggio si situano al crocevia tra la celebrazione e l’agire sindacale, in cui viene ribadita un’identità. Queste ricorrenze sono anche momenti di Public history, dove lo storico può intervenire per favorire un ragionamento su cosa il passato rappresenti per il presente ed il futuro. Lo ha indicato bene Maurizio Ridolfi: «Anniversari e rituali della memoria sono divenuti momenti centrali nella ricostruzione storica e nella rappresentazione di una “storia pubblica”», dove «occorre evitare una troppo rigida distinzione tra quelli di origine popolare e le manifestazioni invece promosse dalle istituzioni: la scena è pubblica, gli attori e i protagonisti sono diversi, ma spesso anche le celebrazioni ufficiali possono alimentare sensi identitari e sentimenti popolari di partecipazione»[36].

Il 1° maggio è proprio uno di quei casi dove l’origine popolare si interseca con la trasformazione istituzionale in festa della Repubblica. E non è isolato. Nei diversi luoghi si dipana un calendario civile legato alle vittorie dei lavoratori o alla repressione degli scioperi, sorto con lo scopo di preservare fatti, storie ed eventi che altrimenti rischiano di scomparire dalla storia e intorno a cui sono sorte pratiche commemorative e segni tangibili della memoria nel tessuto urbano, come le targhe. La pratica di lasciare segni della storia nel paesaggio non appartiene al passato, è ancor oggi viva e può essere declinata nella Labour public history sia tramite l’intervento su quello che già c’è che attraverso nuove realizzazioni. E’ quanto abbiamo fatto con la Fondazione Valore Lavoro a Pistoia nel 2018. Ricorreva il 70° anniversario dell’uccisione di un operaio, Ugo Schiano, durante uno sciopero. Già nel 1978 la Camera del lavoro aveva apposto una targa nel luogo dove fu colpito, in cui tutti gli anni si svolge una commemorazione. L’operazione da una parte ha inteso rinverdire questa tradizione, dall’altra ha voluto aggiungere qualcosa di nuovo e dalla valenza più ampia, recuperando un progetto del 1913 di un artista locale per una statua, Scioperanti, raffigurante una famiglia di lavoratori che trasporta un suo membro colpito a morte, che è stata posizionata nella piazza dove terminavano le manifestazioni e dove iniziarono i fatidici scontri nel 1948. Tramite questo inserimento ragionato nel tessuto urbano e storico è stato possibile rievocare la storia del movimento dei lavoratori pistoiesi nel suo insieme, legandola al suo evento simbolo. In aggiunta, l’ubicazione della statua incontra il percorso del corteo del 1° maggio, fattore che ha permesso di inserirla nella sua “ritualità” inventando una tradizione partecipativa che invita la cittadinanza a lasciare un fiore alla statua in quell’occasione. Un’azione di cittadinanza attiva basata sulla consapevolezza, che diffonde la coscienza del percorso storico dallo sciopero come reato allo sciopero come diritto, un diritto che non può essere dato per scontato.

 

Per concludere

Nel 1991 Graeme Davison individuava tre paradigmi nella Public history: la Public history propriamente detta, che riguardava la divulgazione e un agire disinteressato a servizio del bene comune; la People’s history, i cui animatori rigettavano la dipendenza dai committenti e, per dirla don Davison, rifiutavano di vivere sulle briciole cadute dal tavolo aziendale; l’Applied history, che intendeva applicare le lezioni del passato distillando formule utili a chi deteneva responsabilità di governo[37].

Un quarto di secolo dopo le tre anime continuano a convivere sotto lo stesso ombrello, mentre l’approfondimento ha chiarito definitivamente la differenza fra uso pubblico della storia e Public history, definendo le sue metodologie scientifiche, legittimandone le istanze partecipative e problematizzando i suoi campi di applicazione[38]. Alla contrapposizione fra lavorare per o lavorare con il pubblico si è sostituita una sintesi che propugna un modo di fare storia in, con e per il pubblico. La discussione ha evidenziato le criticità di una Public history disincantata e che non si pone il problema dell’influenza del committente, il romanticismo degli History workshop, accusati di tradire nella pratica le proprie intenzioni, la fragilità e l’ingenuità scientifica degli assunti tecnocratici dell’Applied history. Ma tutte le istanze che hanno portato sul tappeto restano valide e passibili di essere perfezionate. Nel frattempo, la terra di mezzo fra la politica e la storiografia continua ad essere assai trafficata. E non potrebbe essere altrimenti, come ricorda Tommaso Detti: «non va mai dimenticato che la stessa funzione politica della storia è sempre stata un tratto costitutivo dell’impresa storiografica»[39].

Il lavoro e la sua storia sono sempre stati, più di altri settori, particolarmente sensibili, tanto da far dire a Green che «Labor history has been highly contested terrain ever since, with historians of various partisan views contending for influence»[40]. Nella nostra trattazione ci siamo imbattuti in storici-attivisti, in temi non neutrali e approcci conflittuali nonché nelle organizzazioni sindacali. Queste ultime sono spesso interlocutori interessati a finanziare progetti di Labour Public History, anche per una maggiore consapevolezza della propria storia che si è sviluppata come risposta all’attacco a cui sono sottoposte da alcuni decenni, e potrebbero giovarsi da una concettualizzazione di queste attività più lineare e ordinata.

Questo articolo non pretende di essere esaustivo, consapevoli che molti aspetti, come la fotografia, la microstoria, la Digital history, l’istruzione e la formazione, il rapporto dialettico con la storia d’impresa non vi hanno trovato spazio. Quello che si è provato a delineare sono le possibili interazioni tra storia del lavoro e Public history, le questioni da affrontare, le pratiche da implementare, nella speranza che possa aprire un confronto costruttivo tra storici ed operatori che con passione e spesso scarse risorse si impegnano nella società con la convinzione che, riprendendo James R. Green, «a democratic interpretation of history shaped public consciousness and public policy»[41].


Note

1 L’immagine di apertura dell’articolo, tratta dall’Archivio fotografico CGIL Pistoia, è una foto del febbraio 1969 con l'intervento di uno studente a un'assemblea di mezzadri.

2 Cfr. T. Miller Klubock, P. Fontes, Labor History and Public History: introduction, in «International Labor and Working-Class History», 76, 2009, pp. 2-5.

3 In proposito occorre avvertire che i testi in inglese, nelle tre varianti britannica, americana e australiana, presentano alcune diversità nei termini, ad es. Labour diventa Labor negli Stati Uniti.

4 A. Canovi, “C’è una storia, che però non esiste ancora”. Declinazioni epistemologiche tra Public history e Storia orale, in P. Bertella Farnetti, L. Bertucelli, A. Botti (a cura di), Public history. Discussioni e pratiche, Milano-Udine, Mimesis, 2017, p. 178.

5 D. Armitage, J. Guldi, Manifesto per la storia. Il ruolo del passato nel mondo d’oggi, Roma, Donzelli, 2016, p. 60, p. 68, p. 137, p. 231, p. 127 e p. 232; cfr. C. Ottaviano, La “crisi della storia” e la Public history, in «RiMe Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea», I n.s., 1, 2017, pp. 41-56.

6 Il documento è visionabile all’URL: https://storialavoro.wordpress.com/sislav/verso-la-societa/about/ (visitato in data 29 novembre 2019).

7 A. Bellavitis, S. Piccone Stella, Introduzione, in «Genesis», VII, 1-2, 2008, pp. 7-10.

8 C. De Vito, Passato precario. Flessibilità e precarietà come strumenti concettuali dello studio storico delle interazioni tra rapporti di lavoro, in G. Bonazza, G. Ongaro (a cura di), Libertà e coercizione: il lavoro in una prospettiva di lungo periodo, Palermo, New digital frontiers, 2018, pp. 123-161.

9 E. Betti, Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicana, Roma, Carocci, 2019, pp. 13-24.

10 T. Cauvin, Public history. A Textbook of Practice, New York, London, Routledge, 2016, pp. 230-241.

11 Ivi pp. 14-16.

12 Editoriale, in «Fonti orali. Studi e ricerche», 1, 1981, p. 4.

13 Sulla Svezia vedi S. Lindqvist, Dig where we stand, in «Oral History», Vol. 7, 2, 1979, pp. 24-30.

14 R. Samuel, History Workshop 1966-1980, in R. Samuel (edited by), People’s History and Socialist Theory, London, Routledge & Kegan, 1981, pp. 410-417.

15 History of History Workshop, all’URL: http://www.historyworkshop.org.uk/the-history-of-history-workshop/    (visitato in data 27 novembre 2019).

16 Editorials, in «History Workshop Journal», I, 1, 1976, pp. 1-3.

17 History of History Workshop, cit.

18 R. Samuel, People’s History, in R. Samuel (edited by), People’s History…, cit., p. XXVIII; su questo tema vedi G. Bassi, Non è solo questione di classe. Il “popolo” nel discorso del Partito comunista italiano (1921-1991), Roma, Viella, 2019.

19 J.R. Green, Engaging in People’s History: The Massachusetts History Workshop, in S. Porter Benson, S. Brier, R. Rosenzweig (edited by), Presenting the past. Essays on History and the Public, Philadelphia, Temple University Press, 1986, p. 340.

20 M. Frisch, A Shared Authority. Essays on the Craft and Meaning of Oral and Public History, New York, State University Press, 1990, pp. XX-XXIII.

21 J.R. Green, Workers, Unions, and the Politics of Public History, in «The Public Historian», 11, 4, 1989, pp. 11-13.

22 A. Portelli, Storie orali. Racconto, immaginazione, dialogo, Roma, Donzelli, 2007.

23 J.R. Green, Engaging…, cit., p. 342 e 357.

24 Collettivo MetalMente con Wu Ming 2 e Ivan Brentari, Meccanoscritto, Roma, Alegre, 2017.

25 Cfr. Oral History of Migrants, in «Oral History», vol. 45, 1, 2017, pp. 24-25; il film In cerca della felicità è visionabile all’URL: https://www.cgilpistoia.tv/media-gallery/180-in-cerca-della-felicita-def (visitato in data 27 novembre 2019).

26 J.R. Green, Workers…, cit., pp. 14-28.

27 Per questa genesi e per una rapida introduzione vedi sul sito Making History l’articolo di A. Twells, Community History, all’URL: https://archives.history.ac.uk/makinghistory/resources/articles/community_history.html (visitato in data 30 novembre 2019); T. Cauvin, Public history…, cit., p. 96. Cfr: A. Portelli, Acciai speciali. Terni, la ThyssenKrupp, la globalizzazione, Roma, Donzelli, 2008; G. Malavasi, Manfredonia. Storia di una catastrofe continuata, Milano, Jaca Book, 2018.

28 Vedi l’URL: https://www.autunnocaldo.it/ (visitato in data 30 novembre 2019).

29 C. Heron, The Labour Historian and Public History, in «Labour/Le Travail», 45, 2000, pp. 171-197.

30 L. Taksa, Labor History and Public History in Australia: Allies or Uneasy Bedfellows?, in «International Labor and Working-Class History», 76, 2009, pp. 82-84.

31 Ivi, pp. 90-92.

32 Vedi gli URL: https://www.inheritage.it/#box-tophttp://bolognametalmeccanica.it/http://www.istitutocervi.it/museo-cervi/ (tutti visitati in data 30 novembre 2019).

33 C. Heron, The Labour…, cit., pp. 185-186.

34 M. Frisch, A Shared…, cit., p. XXIII.

35 Cfr. E.P. Thompson, L’economia morale delle classi popolari inglesi nel secolo 18°, Milano, et al, 2009.

36 M. Ridolfi, Verso la public history. Fare e raccontare storia nel tempo presente, Pisa, Pacini, 2017, pp. 22-23.

37 G. Davison, Paradigms of Public History, in «Australian Historical Studies»,  XXIV, 96, (1991) pp. 4-15.

38 Per queste discussioni vedi i saggi di Serge Noiret, Paolo Bertella Farnetti, Thomas Cauvin, Lorenzo Bertucelli, Alfonso Botti, Maurizio Ridolfi, Marcello Ravveduto e Angelo Ventrone, in P. Bertella Farnetti, L. Bertucelli, A. Botti (a cura di), Public history..., cit.; C. Ottaviano, L’uso pubblico della storia e il mestiere dell’insegnante, in «Ricerche storiche», XXIX, 78, 1995, pp. 93-207; T. Cauvin, Public history…, cit.

39 T. Detti, Lo storico come figura sociale, in A. Giardina, M.A. Visceglia (a cura di), L’organizzazione della ricerca storica in Italia, Roma, Viella, 2018, p. 289.

40 J.R. Green, Engaging…, cit., p. 341.

41 J.R. Green, Workers…, cit., p. 11.