Come citare questo articolo: , Il Sessantotto nelle campagne del Mezzogiorno. Un inquadramento storiografico, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. http://rivista.clionet.it/vol3/societa-e-cultura/terra/di-bartolo-il-sessantotto-nelle-campagne-del-mezzogiorno. Ultimo accesso 19-06-2019.

«Ho assistito alla fine, de visu, di questo mondo contadino e ho quindi visto l'inutilità del mio stare in Sicilia»[1]. Con queste parole, rilasciate a un giornalista, Vincenzo Consolo desiderò congedarsi dal luogo in cui era nato e, contemporaneamente, descrivere un sentimento che rimandava a una sorta di «apocalisse», di fine di un’epoca i cui protagonisti furono la moltitudine di contadini e braccianti poveri del Mezzogiorno. Abbiamo dato importanza allo studio non tanto delle campagne, come luoghi fisici in sé, quanto alle relazioni umane che in esse si sono sviluppate. Ciò perché crediamo, come ci ha insegnato Pier Paolo D’Attorre, che lo studio di un qualunque fenomeno storico debba partire sempre da considerazioni che tengano in conto degli studi sociali e la ricostruzione dei contesti in cui essi si dispiegano[2]. Per semplificare, iniziamo a delineare uno schema di ciò che avvenne nelle campagne del mezzogiorno dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni Sessanta.

 

1. Decennio della ricostruzione 1948-1958

Le principali questioni dibattute dai lavoratori agricoli nelle zone a più alta intensità produttiva del Mezzogiorno italiano hanno riguardato le questioni dell’occupazione, dell’imponibile di mano d’opera, dell’aumento della paga e dei primi diritti assistenziali. C’è un motivo di fondo che la storiografia ha ben evidenziato[3].

Prima fase: Nel Mezzogiorno fra il 1936 e il 1951 si assistette a una crescita di unità tra gli occupati in agricoltura (contro una diminuzione drastica nelle regioni del centro-nord). Più in generale, la crescita demografica, privata dagli sbocchi dell’emigrazione, portò a una pressione contadina sulla terra che superava largamente i livelli di guardia. Si spiegano così i temi dell’imponibile di manodopera. Senza questo quadro, resterebbero privi di spiegazioni sia il movimento della lotta per la terra, sia il successivo esodo rurale. Naturalmente, non fu stato facile trasformare gli esiti dei conflitti sociali in diritti riconosciuti. Ancora agli inizi degli anni Sessanta era abitudine padronale non rinnovare alla scadenza i contratti di lavoro.

Seconda fase: Con il ripristino delle rotte migratorie e la rarefazione di manodopera specializzata i temi dell’imponibile e dei soli aumenti di salario lasciarono il posto a quelli sul salario, il potere contrattuale e i diritti assistenziali[4].

 

2. Decennio 1958-1968

La svolta avvenne alla metà degli anni Sessanta, quando per la prima volta furono concordati e sottoscritti regolari contratti collettivi di lavoro, a integrazione del contratto nazionale. Migliorarono anche qualitativamente i livelli retributivi, distinti per qualifiche e in rapporto alle prestazioni effettuate. Le conquiste furono tali e tante che «il decennio (1958-1968) può essere definito quello dei braccianti»[5].

L’apice si ebbe con le lotte sociali dei braccianti degli anni Sessanta, che rappresentarono il punto più alto delle rivendicazioni dei salariati e furono anche le più dure rispetto al decennio precedente. La fase di declino fu immediatamente successiva, tuttavia è altrettanto vero il fatto che il punto più alto delle conquiste sociali dei lavoratori agricoli coincise anche con una fase di declino dell’agricoltura, o meglio con uno sviluppo economico distorto, segnato da un’espansione dei mercati internazionali, un esodo rurale e da un’estrema difficoltà di applicare i diritti già sanciti a nuove masse rurali disoccupate, soggette alle nuove dinamiche del mercato del lavoro innestate dalle trasformazioni economiche. La “lunga marcia” delle lotte sociali, per usare un’espressione utilizzata dai sindacalisti dell’epoca, che condusse al pieno riconoscimento giuridico di alcuni diritti fondamentali per il miglioramento della vita: pensione, malattia, qualifiche professionali, aumenti salariali, si arrestò nel momento in cui le trasformazioni economiche aprirono nuovi varchi ad altrettante domande insoddisfatte e a vecchi e nuovi diritti. Per un verso, il passaggio dall’agricoltura all’industria fece sì chela crisi sociale all’interno del processo di trasformazione economica e la crisi della società agricola si avvilupparono, con il risultato che quest’ultima introiettò in sé processi di “omologazione”, tipici delle società moderne e rivolte ai beni di consumo di massa. Da questo punto di vista le vicende di Avola e Battipaglia, ad esempio, hanno rappresentato una cesura storica, gli ultimi episodi di un ciclo di lotte apertosi nel 1962. La conquista successiva dello “statuto dei lavoratori” nel 1970 appartiene a una nuova stagione di lotte delineata dagli scioperi operai dell’“autunno caldo” del 1969[6]. I braccianti diminuirono di numero e mutarono anche il loro connotato di classe. Questo è un aspetto che meriterebbe di essere approfondito[7].

 

3. Dal 1968 in poi. Il lungo addio

Da quel momento sarebbe iniziato un lungo precipizio (il lungo addio), in fondo al quale si intravide il rischio di non percepire più alcuna dimensione sociale e politica del lavoro agricolo che sembrò allora e sembra a oggi essersi inabissato. Eppure, il lavoro bracciantile esiste ancora e popola numeroso le campagne del mondo economicamente avanzato.

Con l’avvento della globalizzazione che tende a uniformare condizioni economiche, stili produttivi, colturali e visioni ideologiche, in conformità col modello consumistico, sono aumentate le forme di semi schiavitù contemporaneamente a una brusca retromarcia sul versante dei diritti acquisiti[8]. Rispetto al passato vi è in atto il tentativo di far cancellare il lavoro nella sua forma giuridica e nei suoi contenuti sociali, per ridurlo a mera forma di propulsione del profitto. Il lavoratore agricolo, il piccolo produttore, il bracciante, sembra aver perso progressivamente ogni connotazione e identità sociale, non sembra appartenere più a un ceto sociale riconoscibile, ed è slegato da ogni forma di rappresentanza politica. Sembra che, sociologicamente, si sia tramutato in una figura multiforme, precaria e marginale, sprofondato nella sotto-occupazione e composto prevalentemente da nuclei occasionali di tutte le età, genere e nazionalità.

Se nel secolo scorso lavoro e povertà stavano in una relazione di contraddittorietà in conseguenza delle lotte sociali e alle politiche redistributive basate su un moderato welfare inclusivo, dagli anni Ottanta in poi le politiche globali hanno eroso i salari operai, marginalizzato il lavoro e trasferito progressivamente quote di ricchezza dal salario al profitto. Questa nuova composizione globale del lavoro agricolo ha portato con sé anche l’utopica rappresentazione della fine dei conflitti sociali nelle campagne, al fine di persuadere dell’esistenza di una società omologata e formata da indifferenziati consumatori viventi in pacifici «villaggi globali» governati dalla grande distribuzione[9]. Tutto questo modo di rappresentare la realtà sociale è però destinata a screpolarsi nel momento in cui, in prossimità di crisi economiche, gli squilibri dei mercati delle materie prime agricole, le oscillazioni dei prezzi alimentari, la crescita demografica, la modificazione dei sistemi produttivi a livello globale e i vincoli ambientali alla produzione di cibo suggeriscono uno scenario di nuovi conflitti, o vere e proprie rivolte nei luoghi periferici della produzione.

 

4. Che cosa è stato, dunque, il ’68 nelle campagne del Mezzogiorno?

L’opinione pubblica nazionale unitamente agli storici s’è a lungo interrogata su quanto accadde il 2 dicembre del 1968 ad Avola e non solo lì. È possibile oggi tracciare a distanza di cinquant’anni una ipotesi che collochi il tragico evento in un quadro generale della storia nazionale e più specificatamente della storia del lavoro in Italia, oppure lo si deve trattare solo come un episodio isolato, regionale, periferico, che non ebbe alcun collegamento con gli eventi politici e i processi economico-sociali innescati con il 1968?

I fatti Avola, come quelli di Battipaglia in Puglia l’anno successivo[10], attirarono l’attenzione nazionale sulla stridente dissonanza tra una rappresentazione della società italiana sulla via della modernità e del progresso e il risveglio di un mondo arcaico residuale. Si ebbe come l’impressione che dalle profondità delle terre più marginali riapparisse un meridione anacronistico, con le sue ataviche arretratezze. L’impressione che se ne ricavò fu quella  di un’«Italia che soffre ancora di forme intollerabili e feudali di sopraffazione e di oppressione» (espressione utilizzata dal neo ministro del lavoro del nuovo governo di centro sinistra, il socialista Giacomo Brodolini il 4 gennaio 1969) Brodolini rievocò l’esistenza del «caporalato» che a dir il vero esisteva in diverse parti d’Italia, e che forse non rappresentava il problema più importante. Il movimento bracciantile protagonista delle lotte sindacali sembrava perfino dissonante con quel crogiuolo di movimenti più o meno espressioni di una nuova radicalità sociale apparsi in quegli anni. Movimenti di studenti, sigle politiche extraparlamentari, associazioni, circoli culturali, cui fece seguito la massiccia mobilitazione del proletariato di fabbrica nel Nord del Paese. Vi era un filo comune che legava assieme esperienze maturate in contesti differenti? Gli episodi di lotta nelle campagne del Mezzogiorno risentivano delle mobilitazioni politiche e dei movimenti di contestazioni giovanili operanti nella società italiana di fine anni Sessanta?

Senza dubbio le mobilitazioni nelle campagne devono necessariamente trovare una valutazione più complessiva e articolata dentro i processi di trasformazione economica politica e culturale dell’intera società italiana[11]. Tuttavia tale relazione non sembra così diretta con le contestazioni dei movimenti giovanili. Certo, le vicende politiche nazionali non potevano non influire sulla capacità organizzativa dei sindacati e dei partiti di massa di mobilitare i lavoratori di diverse categorie. Ma si trattava pur sempre di masse rurali che fino ad allora non avevano saldato la loro protesta a quella dei settori relativamente ampi della contestazione radicale e giovanile, come avveniva nelle città del Nord.

Ed è altrettanto probabile che non vi fu alcun nesso diretto tra una condizione generale di arretratezza economica e sociale e la mobilitazione delle campagne, e lo è ancor di meno l’ipotesi, come nel caso di Avola, della premeditazione dell’eccidio da parte di forze oscure conservatrici allo scopo innalzare il livello della tensione politica per intimidire processi di innovazione politica nel Paese. La crisi dei governi e l’accelerata formazione del nuovo governo di centrosinistra non furono determinati dai fatti accaduti nel Mezzogiorno[12]. Quest’ultime spiegazioni, invece, hanno trovato una propria legittimità in studiosi che hanno collocando le vicende del ’68 nelle campagne all’interno della cosiddetta oscura stagione politica della strategia della tensione.

Si tratta di suggerimenti e riflessioni sui quali si può anche non convenire. È indubbio che per approfondire la storia delle campagne e del movimento contadino si finisce per interrogarsi sul significato e sull’importanza delle lotte bracciantili del 1968, di cui i fatti di Avola delinearono un margine periodizzante, ma pensiamo che sarebbe più opportuno ragionare non tanto sui collegamenti tra eventi talmente differenti come la strage di piazza Fontana e quella di Avola, bensì comprendere l’analisi dei processi sociali ed economici da cui le lotte sociali dei braccianti degli anni Sessanta trassero alimento e si distinsero dalla tradizione dei movimenti contadini in epoche anteriori. In qualche modo, la sopravvalutazione dei temi dell’arretratezza, della saldatura dei fatti incresciosi con le lotte di operai e studenti e delle trame politiche ha impedito di cogliere alcuni nodi fondamentali. E quello che accadde allora nel Mezzogiorno ha finito per scontare questa idea statica di arretratezza, quasi come fosse solo l’ultimo bagliore di un mondo che tramontava (ecco l’inganno in cui anche Consolo cadde) e non un aspetto fondamentale e importante della modernità.

La reale dimensione del movimento bracciantile è comprensibile se consideriamo il fatto che le lotte lungo tutti gli anni Sessanta erano saldamente connesse alle dinamiche dello sviluppo e della modernità che al Sud si coniugava con una repentina trasformazione economica[13]. Semmai fu la risposta delle forze dell’ordine e della politica a essere inadeguata e primitiva. Negli scioperi e nel corso delle lotte in tutta Italia, più di una volta i manifestanti erano stati oggetto di violente cariche della polizia. Era un modo di reagire che non presagiva piani “golpisti” o eversivi per far accrescere la tensione politica. Al contrario, tale comportamento sembra il risultato, o per meglio dire, si inquadrò in quel processo lento di democratizzazione e di trasformazione delle modalità di azione delle forze dell’ordine che dovettero affrontare in quegli anni le prime manifestazioni collettive del dissenso politico e sociale e, quindi, aderire faticosamente a nuovi piani di contenimento sui binari decisamente democratici. Furono le illuminanti intuizioni di Manlio Rossi-Doria a rivelare che l’esplosione dei duri scioperi ad Avola, Battipaglia e Fondi

non ha[nno] origine nel mancato sviluppo, ma [...] in uno sviluppo caotico, instabile, precario, irrispettoso di ogni ordine e civile disciplina […] All’origine ci sono cioè gli stessi mali dell’irresponsabile sviluppo moderno dell’Italia del “miracolo economico[14].

Come nei primi anni del Novecento, anch’esso segnato dalle violente repressioni degli scioperi generali, le lotte sui diritti del lavoro degli anni Sessanta ci restituiscono l’idea di un Mezzogiorno niente affatto immobile o animato da masse di plebi miserabili, come vuole una certa retorica meridionalistica, bensì di un meridione dinamico, di lavoratori coscienti dei propri diritti, impegnati nella dura vicenda di una trasformazione in atto, e nella faticosa conquista di una stabile posizione sociale.

Negli anni Sessanta l’agricoltura del Mezzogiorno conobbe un’intensa fase di sviluppo produttivo dovuto in gran parte all’intervento pubblico. Nessun settore industriale in Italia si sviluppò con altrettante rapidità. Nelle zone interne ad agricoltura tradizionale l’aumento medio fu del 2%, mentre nelle aree costiere e nelle pianure bonificate la crescita superava il 7%. Su grandi linee si era completata la trasformazione dell’agricoltura da economia di sussistenza in economia di mercato. Allo sviluppo si accompagnava la prorompente crescita migratoria che dimezzava le forze di lavoro agricolo valorizzando la funzione della mano d’opera salariata in un contesto che restava di scarse opportunità di lavoro.

La popolazione abbandonava progressivamente i grossi centri rurali degli altopiani interni ammassandosi nelle grandi città capoluogo delle coste. Ad attrarre erano le nuove occasioni di lavoro. La presenza di un caotica crescita dell’offerta di lavoro nell’edilizia abitativa e infrastrutturale nelle grandi città, nell’area dei nuovi poli industriali petrolchimici e acciaierie o nelle nuove zone di bonifica finanziate dalla Cassa del Mezzogiorno generò un autentico stravolgimento delle dinamiche del mercato del lavoro, sovrapponendo ai preesistenti squilibri del settore agricolo i nuovi problemi legati a un insufficiente assorbimento di manodopera nei servizi e nell’industria. Accanto alla crescita industriale si manifestava la crescita agricola nel settore specializzato in relazione all’espansione dei mercati nazionali del Nord e internazionali. Un peso notevole ebbero le conversioni colturali realizzate su ampia scala come l’impianto di nuovi vigneti e di nuovi agrumeti, l’estensione delle pratiche irrigue e delle colture in serra, il potenziamento e lo sviluppo delle meccanizzazione: 100.000 ettari di zone irrigate si rivelarono un fattore trainante delle trasformazioni capitalistiche delle terre pianeggianti di bonifica, dove lo sviluppo del settore agroalimentare raddoppiava il prodotto netto agricolo, sollecitando nel contempo l’insediamento di attività industriali e terziarie che infittirono la maglia urbana di quei comprensori[15]. Tutto ciò richiedeva prestazioni di lavoro agricolo non più generiche ma specializzate, e corrispondenti remunerazioni salariali.

L’intero processo aveva messo in moto un dinamismo che nell’arco di un quarantennio avrebbe modificato tradizionali polarità geografiche ed economiche, gerarchie sociali e politiche, comportamenti e mentalità individuali e collettive. Ma nel breve termine determinò, diversamente dal passato, la nuova geografia della conflittualità sociale, che si spostò nelle zone dove la trasformazione economica aveva avuto una forte impennata. E questo avvenne proprio nelle zone dove erano presenti un disordinato reclutamento nei nuovi agglomerati industriali, l’occupazione prevalentemente stagionale legata ai lavori agricoli o alle industrie alimentari, i contratti agrari del salariato sottoposti alle continue violazioni degli accordi sindacali, le imprese per lo più piccole e medie avvolte nella rete delle speculazioni commerciali e della oscillazione dei prezzi, senza moderne organizzazione di mercato, mentre i lavori nell’edilizia accrescevano lo stato di precarietà. In altre parole, proprio dove la ricchezza si accresceva, essa era disugualmente distribuita. Con fenomeni crescenti di modernizzazione e altrettanto crescenti processi di espulsione della manodopera salariata dalle campagne, le tutele dei diritti erano fondamentali. Il funzionamento reale della Cassa integrazione, privata dei contributi legali, non poteva assistere disoccupati e ammalati. Su dieci milioni di giornate lavorative, mediamente nel 1967 i datori di lavoro ne dichiararono solo settecentomila, frodando Stato e i braccianti di miliardi di contributi.

I temi che portarono alle agitazione del 1968 non erano, quindi, relativi all’aumento salariale o alla riduzione della giornata lavorativa, ma al rispetto dei termini dei contratti stipulati nel 1966, quando i braccianti erano riusciti a ottenere la costituzione delle commissioni paritetiche di controllo dopo giorni di scioperi e agitazioni. Tale conquista era rimasta sulla carta, e in due anni, dal 1966 al 1968, gli agrari non avevano concesso una regolamentazione sul funzionamento delle commissioni di controllo. Quindi già a settembre, in vista della scadenza del contratto di lavoro, cominciarono le agitazioni, con la rabbia originata dalla delusione di aver visto vanificata una conquista sindacale.

Per la prima volta sindacalisti e braccianti, grazie all’esperienza degli scioperi precedenti, avevano compreso che la loro forza contrattuale ne sarebbe uscita rafforzata se avessero ottenuto rilevanti conquiste non tanto sul terreno contrattuale in sé e per sé, ma su quello del potere all’interno dei rapporti fra datore di lavoro e bracciante. L’accordo, infatti, portava in sé quella parte del patto nazionale di lavoro rinnovato nel gennaio 1970 che sfociò nell'elezione di un delegato sindacale di azienda.

Se con le lotte bracciantili degli anni Sessanta, che rappresentarono l’apice delle rivendicazioni dei braccianti salariati e furono anche le più dure rispetto al decennio precedente, le stesse organizzazioni sindacali di categoria e l’esercizio dei diritti sindacali e politici non sono stati più considerati fatti eccezionali da reprimere con la forza, ma elementi costituitivi di una moderna società democratica e di una economia che si trasforma, è altrettanto vero il fatto che il medesimo punto più alto delle conquiste sociali dei lavoratori agricoli coincise anche con una fase di declino dell’agricoltura, o meglio di uno sviluppo agricolo distorto, segnato da un esodo rurale e da una  estrema difficoltà di applicare i diritti già sanciti a nuove masse rurali disoccupate e disgregate dalle nuove dinamiche del mercato del lavoro innestate dalle trasformazioni economiche. I braccianti, fortemente esposti alla trasformazione, furono, quindi, portati a muoversi in una dimensione collettiva nuova, sollecitati a mobilitarsi per cercare risposte “reali” ai nuovi bisogni, insofferenti al permanere di sperequazioni e mancate applicazioni di diritti sociali acquisiti. La crisi sociale all’interno del processo di trasformazione e la crisi della società agricola si erano avviluppate, con il risultato che la società dei contadini non si era trasformata ma ulteriormente disgregata. E cioè essa aveva introiettato in sé processi di «omologazione» tipici della società moderna e dei consumi di massa, senza progredire socialmente, in assenza di operazioni di promozione civile e professionale o di una realistica politica economica di interventi strutturali.


Note

1 Intervista a Vincenzo Consolo, in “Italialibri. Rivista mensile di libri italiani, biografie di autori e recensioni di opere della letteratura italiana antica e contemporanea”, gennaio, febbraio, marzo 2001. Il presente articolo rielabora un paper presentato al Convegno dal titolo «Il ‘68 nelle campagne», organizzato dalla Fondazione «Basilicata futuro» a Matera il 14 dicembre 2018.

2 Pier Paolo D’Attorre, Alberto De Bernardi (a cura di), Studi sull’agricoltura italiana. Società rurale e modernizzazione, Annali della Fondazione Giangiacomo, Milano, Feltrinelli, 1993.

3 Gino Massullo, Contadini, in Piero Bevilacqua (a cura di), Storia dell’Agricoltura in Italia in età contemporanea, v. 2, Venezia, Marsilio, 1990.

4 Manlio Rossi Doria, Dieci anni di politica agraria nel mezzogiorno, Napoli, L’Ancora del mediterraneo, 2004 [1958].

5 Francesco Renda, Il movimento contadino in Sicilia, in Aa.Vv., Campagne e movimento contadino nel mezzogiorno d’Italia dal dopoguerra a oggi, Vol. I, Bari, De Donato, 1979.

6 Anna Rossi-Doria (a cura di), La fine dei contadini e l'industrializzazione in Italia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1999.

7 Aldino Monti, C’era una volta il lavoro. I braccianti nel Novecento, in Maria Luisa Betri (a cura di), Contadini, Torino, Rosenberg & Sellier, 2006.

8 Piero Bevilacqua, Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo, Bari, Laterza, 2011.

9 Piero Bevilacqua, La miseria dello sviluppo, Roma, Laterza, 2008.

10 Franco Antonicelli, Battipaglia è Battipaglia più Avola, Roma, 1969.

11 Rimando ai volumi di G. Crainz, L’Italia repubblicana, Giunti, Firenze, 2000; Id., Storia del miracolo italiano, Donzelli, Roma, 2005[1996].

12 Salvatore Lupo ha sottolineato da un lato il carattere instabile dei governi che si alternarono tra la fine del 1968 e l’estate del 1970 con una evidente mancanza di prospettive di medio periodo, ma allo stesso tempo si inaugurava anche un tentativo di istaurare un «ciclo riformista» più incisivo del primo centro sinistra, che condusse tra l’altro alla riforma delle pensioni e allo Statuto dei lavoratori: Salvatore Lupo, Partito e antipartito. Una storia politica della prima repubblica (1946-78), Roma, Donzelli, 2004.

13 Franco De Felice, Il movimento bracciantile in Puglia nel secondo dopoguerra (1947-1969), in Aa.Vv., Campagne e movimento contadino nel Mezzogiorno d'Italia dal dopoguerra a oggi, Vol. I, Bari, De Donato, 1979.

14 Manlio Rossi Doria, Scritti sul Mezzogiorno, Einaudi, Torino, 1982, pp. 5-6.

15 Egidio Rossini, Carlo Vanzetti, Storia dell’agricoltura italiana, Bologna, Edagricole, 1987; Gianluigi Della Valentina, L’agricoltura nella nuova Italia industriale, in Aa.Vv., Storia della società italiana. Il miracolo economico e il centro-sinistra, v. 25, Milano, Teti, 1990, pp. 95-132.