“Occuparsi” della storia. L’esperienza della caserma di via Asti a Torino

Torino, 1943. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, la caserma Alessandro La Marmora, un complesso di edifici ai piedi della collina, diviene quartiere generale dell’Ufficio Politico Investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana, creato allo scopo di reprimere la lotta clandestina. Fra quelle mura vengono detenuti, torturati e uccisi donne e uomini sospettati di antifascismo. Nel dopoguerra il complesso torna alle sue funzioni ordinarie, ospitando la Scuola di Applicazione dell’Esercito. Nel fossato in cui avvennero le fucilazioni, nel 1962 è posta una lapide1 di fronte alla quale, in prossimità del 25 aprile, si ricordano i martiri della Resistenza torinese, alla presenza delle autorità e di un gruppo ogni anno più sparuto di cittadini. Negli anni, la caserma, sovradimensionata rispetto alla prima destinazione d’uso, si presta a vari utilizzi temporanei e oggi versa per buona parte in stato d’abbandono.

Il complesso è tra i venti luoghi della memoria urbana del secondo conflitto mondiale2 che compongono il Museo diffuso3 della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà, inaugurato nel 2003; un pannello davanti all’ingresso chiarisce questa relazione ma il luogo non è coinvolto nelle azioni educative del Museo, che si svolgono perlopiù nel suo centro di interpretazione ai Quartieri Militari – ove si trova l’allestimento multimediale –, al poligono di tiro del Martinetto, al rifugio antiaereo di piazza Risorgimento e in percorsi urbani.

Con l’attuazione del Decreto “Sblocca Italia” (2014), e a seguito di un accordo di programma fra Ministero della Difesa, Demanio e Città, la caserma è venduta a Cassa Depositi e Prestiti4. Il 18 aprile 2015 alcuni giovani preoccupati per la vendita e un possibile futuro di speculazione, in un gesto di disobbedienza civile5, occupano il complesso. L’intenzione è quella di portare all’attenzione della cittadinanza e delle istituzioni la condizione d’incuria in cui si trova uno dei luoghi simbolo della lotta di Liberazione e della violenza nazifascista. Il gruppo, in principio costituito da ragazze e ragazzi formatisi nell’esperienza del Treno della memoria, raccoglie presto intorno a sé il consenso e il concreto apporto di singoli e realtà cittadine democratiche. Alcune personalità del mondo accademico, dei sindacati, della cultura e della società civile sostengono con un comunicato gli obiettivi degli occupanti chiedendo alla Città di legittimare e supportare il nuovo uso proposto dalla pacifica occupazione.

Riconoscendo nella caserma un bene comune, cioè una risorsa collettiva che genera attività funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali6, i cittadini si propongono di contribuire alla sua riqualificazione e al suo riutilizzo con gli strumenti della cittadinanza attiva. “Noi non occupiamo, ce ne occupiamo” è lo slogan che esprime l’assunzione di responsabilità rispetto al monumento.

Nella primavera e nell’estate di quell’anno centinaia di cittadini si affacciano alle assemblee pubbliche e partecipano alle attività organizzate in caserma; ci sono anche alcuni partigiani fra cui Bruno Segre, avvocato, giornalista e politico, che nel 1944 fu catturato perché antifascista, rinchiuso in via Asti e poi alle carceri Nuove7. “In via Asti fui condotto nel ’44. Oggi quel luogo di detenzione e tortura è stato occupato da giovani progressisti per evitare che un complesso monumentale proceda nel degrado e per farlo diventare un luogo di accoglienza per i bisognosi di questo tempo e anche un’integrazione del Museo della Resistenza…”8.

In occasione del settantesimo anniversario della Liberazione della città, gli occupanti danno dunque il via a un’azione di rifunzionalizzazione riaprendo il complesso alla cittadinanza con l’idea di salvaguardarne il valore storico e di fornire una risposta alle emergenze sociali in atto. La rivendicazione dello spazio si accompagna alla riscoperta del luogo, con la creazione di un percorso narrativo sulla storia del luogo nel periodo in cui divenne carcere, e all’offerta di servizi quali un’aula studio, una mensa sociale gratuita, sistemazioni temporanee per persone in condizione di disagio abitativo. Animano gli spazi della caserma attività culturali, sociali e ricreative per adulti, ragazzi e famiglie. Storici e giuristi offrono momenti formativi e facilitano dibattiti; in occasione della festa Di parte, per esempio, che ha luogo tra agosto e settembre, si alternano spettacoli, momenti di convivialità, conversazioni sui temi della scuola, dell’immigrazione, del lavoro, delle questioni di genere, delle grandi opere, dell’emergenza abitativa, letti attraverso la lente dell’antifascismo e della Costituzione.

I cittadini che si riappropriano dello spazio di via Asti sembrano di fatto costituirsi come comunità patrimoniale – concetto di grande portata innovativa introdotto dalla Convenzione di Faro – cioè “un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future”9. E la caserma diviene, per quei pochi mesi, spazio di “profitto sociale”, per usare le parole del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, e di “conflitto e potere costituente, luogo di costruzione di felicità comune”10.

La caserma, accolta benevolmente dagli abitanti della zona e con giudizi chiaramente di vario segno dalle diverse componenti politiche delle istituzioni cittadine, viene sgomberata dalle forze dell’ordine nel novembre 2015. Negli anni che seguono, gli occupanti di Via Asti Liberata – nel frattempo costituitisi in associazione per non disperdere le energie aggregate intorno a quell’episodio – ritornano in caserma; previa autorizzazione di Cassa Depositi e Prestiti e Città, per alcuni giorni, in occasione del 25 aprile e dell’8 settembre, organizzano iniziative volte a tenere viva l’attenzione sul luogo, integrando socialità e memoria e onorando il calendario civile. Il 26 aprile 2018, ha luogo un evento di public history di grandi proporzioni e intensità: più di 500 studenti della scuola Altiero Spinelli sono guidati da giovani aderenti all’Associazione – a loro volta già formati da storici e testimoni – in un percorso di scoperta dell’edificio e della sua storia. La caserma si fa “teatro della memoria”11, dunque, laddove la memoria è “un atto che dice oggi che del passato si è trattenuto qualcosa, e che quel qualcosa ha arricchito la nostra capacità di agire oggi in relazione a un domani che si intende costruire”12.

Quell’esperienza, comunque, pur non ottenendo il dialogo voluto con la Città, riporta la caserma all’attenzione dell’amministrazione. Il complesso diviene oggetto di studio dell’Urban Center Metropolitano come “spazio in attesa” ed è uno dei luoghi di In progress, iniziativa finalizzata a raccontare e accompagnare le trasformazioni della città attraverso un processo partecipativo. Alcune occupazioni portano al centro del dibattito politico la possibilità di una gestione diretta dei cittadini di alcune strutture pubbliche; nella primavera 2016, per esempio, la Città adotta il Regolamento per la cura dei beni comuni (studiato da Labsus, laboratorio per la sussidiarietà) e ne affida la gestione unitamente all’organizzazione dei patti di collaborazione a Co-City, progetto di sviluppo urbano promosso nell’ambito del programma europeo Urban Innovative Actions.

Nell’aprile 2016, Cassa Depositi e Prestiti presenta uno studio di fattibilità per la trasformazione dell’area a cura della Carlo Ratti Associati; la proposta progettuale13 prevede la conversione a funzione residenziale, servizi e verde, mentre la casermetta 5, che affaccia sul cortile delle fucilazioni, è destinata a uso pubblico, e in specifico alla rappresentazione in forma museale della storia del luogo tra il 1943 e il 1945.

Non è chiaro quale voce in capitolo avrà effettivamente la cittadinanza per il ripensamento di questi 20mila metri quadri che fanno parte della “città come spazio del conflitto ma anche della negoziazione e delle memorie messe in condivisione”14. Ma le recenti premesse alla seconda vita della caserma interrogano la città: “Quali sono, quali saranno i luoghi socialmente ‘riusciti’? Come scoprirli? Secondo quali criteri? Quali tempi, quali ritmi di vita quotidiana s’iscrivono, si scrivono, si prescrivono in questi spazi riusciti cioè che forniscono la felicità? Ecco ciò che ha interesse”15.


Note

1 Torino 1938-45. Una guida per la memoria, Città di Torino – Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, Torino, Blu edizioni, 2010, pp. 84-85.

2 Paesaggi della memoria. Resistenze e luoghi dell’antifascismo e della Liberazione in Italia, Pisa, Edizioni ETS, 2018, pp. 206-215. Si veda anche:
www.museodiffusotorino.it.

3 Espressione coniata da Fredi Drugman nel 1982 e usata per esprimere la stretta relazione tra un territorio e il patrimonio conservato nei suoi musei nonché un legame diretto con i luoghi della città.

4 Questi aspetti sono sintetizzati nell’Istruttoria di progetto – Caserma Via Asti, pubblicata sul sito dell’Urban Center Metropolitano, http://www.urbancenter.to.it.

5 Livio Pepino, Cavallerizza e via Asti, la vera questione aperta a Torino, “il Manifesto”, 10 maggio 2015 [online].

6 La definizione si deve al Disegno di legge delega per la modifica del codice civile in materia di beni pubblici proposto dalla Commissione sui beni pubblici (2007), presieduta da Stefano Rodotà.

7 Bruno Segre, Quelli di via Asti, a cura di Carlo Greppi, Torino, Seb 27, 2013.

8 Intervento alla cerimonia per la consegna dei sigilli civici, Torino, 5 maggio 2015.

9 Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società, Consiglio d’Europa (CETS no. 199) Faro, 27 ottobre 2005, art. 2b. La convenzione non è ancora stata ratificata dall’Italia.

10 Teatro Valle Occupato, “Chi è di scena”. Gesto, eros, metamorfosi, dinamica, in Teatro Valle Occupato. La rivolta culturale dei beni comuni, Roma, DeriveApprodi, 2012, p. 11.

11 Espressione di Raphael Samuel riproposta in Serge Noiret, A proposito di Public History internazionale e dell’uso-abuso della storia nei musei, “Memoria e ricerca”, 1, 2017, p. 15.

12 David Bidussa, La memoria come atto, “To-Day”, 25 gennaio 2016 [online].

13 Cfr. nota 4.

14 Joan Roca i Albert, lectio alla conferenza CAMOC (Committee for the Collections and Activities of Museums of Cities) del 4 giugno 2018 a Francoforte.

15 Henri Lefebvre, Il diritto alla città, Venezia, Marsilio, 1968, p. 126.