Come citare questo articolo: , Sport e contestazione. Il Sessantotto dell’associazionismo sportivo italiano, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. https://rivista.clionet.it/vol2/societa-e-cultura/sport/molinari-toni-sport-e-contestazione. Ultimo accesso 08-12-2019.

Il ’68 apre una stagione di conflitti animata da una molteplicità di attori che esprimono una richiesta di partecipazione e di allargamento degli spazi di democrazia, rivendicano diritti, rifiutano i sistemi autoritari, criticano le strutture politiche e sociali dominanti, si ispirano a ideali di emancipazione e di liberazione umana. La conflittualità si riverbera anche nell’universo dello sport, facendo emergere le contraddizioni inscritte in uno dei più importanti fenomeni di massa e mettendo in discussione la sua presunta neutralità e separatezza. Nella dimensione dello sport nascono movimenti di protesta che irrompono nelle competizioni, investono gli organismi istituzionali e gli equilibri politico-sportivi. Scontrandosi con culture e assetti consolidati, queste dinamiche generano fratture e resistenze, trasformazioni e chiusure conservatrici. Considerati tradizionalmente luoghi chiusi, neutri e pacificati – e come tali ostinatamente difesi dall’establishment sportivo – gli spazi dello sport vengono riconfigurati, simbolicamente o materialmente, come spazi aperti, fluidi e contesi.

Sulla scia del ’68, anche l’associazionismo sportivo italiano avvia un percorso di profondo rinnovamento teorico e pratico. Questa trasformazione coinvolge anzitutto i due principali enti di promozione sportiva: il Centro Sportivo Italiano, di matrice cattolica, e l’Unione Italiana Sport Popolare legata alla sinistra. Superando la funzione di mero collateralismo rispetto ai partiti di riferimento (da un lato la Democrazia cristiana, dall’altro il Partito socialista e soprattutto il Pci, egemone nell’Uisp), entrambe le organizzazioni avviano un “nuovo corso” con tratti di rottura rispetto alle impostazioni tradizionali dell’associazionismo sportivo. Come vedremo, questo processo si sviluppa secondo percorsi diversi, ma un elemento comune è l’impatto con le istanze e le tematiche dei movimenti scaturiti dal ’68.

 

Per uno sport “a misura d’uomo”: il rinnovamento del Centro Sportivo Italiano

Dopo il ventennio fascista, la rinascita dell’associazionismo sportivo cattolico è affidata al Centro Sportivo Italiano, nato nel 1944 per iniziativa dell’Azione Cattolica e sotto la guida di stampo “integralista” di Luigi Gedda, presidente della Gioventù Italiana di Azione Cattolica. La denominazione risponde all’intento di rivolgersi al mondo sportivo non solo cattolico; di fatto però il Csi si sviluppa come articolazione dell’Ac e attraverso la rete delle parrocchie, svolgendo intorno allo sport un ruolo di aggregazione ecclesiale e di diffusione del messaggio cristiano[1]. Nel corso del dopoguerra il Centro articola le sue strutture sul territorio nazionale, pubblica la rivista “Stadium”, partecipa al dibattito sulla ridefinizione degli assetti sportivi in sede politico-legislativa e può contare sull’appoggio delle gerarchie ecclesiastiche, a partire da Pio XII, definito “il Papa degli sportivi” per l’interesse dimostrato in più occasioni nei confronti dello sport[2].

Negli anni Sessanta le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II (la valorizzazione del laicato, l’attenzione per le questioni sociali, la revisione dottrinale e liturgica) interessano anche gli ambienti legati al Csi. Il Centro si confronta poi con i movimenti del ’68 che non lasciano indifferente un’associazione formata principalmente da giovani e influenzata dalle aperture conciliari. Nella storia del Csi si delinea una nuova fase segnata da una progressiva emancipazione dalla tutela ecclesiastica e dalla definizione di un autonomo profilo politico-sportivo, nel solco di un rinnovato cristianesimo. Nei numeri di “Stadium” pubblicati lungo il ’68 si avverte una crescente attenzione per la contestazione giovanile e per i movimenti che stanno scuotendo l’Italia come il resto del mondo. Il Csi mantiene un atteggiamento di prudente distanza critica rispetto alle punte più radicali della contestazione, ma dimostra simpatia nei confronti di un fenomeno che interroga anche i valori e i risvolti politici del mondo sportivo:

Nella nostra società che “si muove” i giovani sono quelli che “si muovono” di più. I giovani non vogliono più essere presi a rimorchio. Lo hanno detto chiaramente con la “protesta giovanile” che, a parte certi esibizionismi o strumentalizzazioni politiche, rappresenta la virtualità più preziosa della nuova generazione, che è una generazione attenta e cosciente. I giovani sono venuti prepotentemente alla ribalta, imponendo le loro canzoni, il loro modo di vestire, il loro modo di ballare, ma anche il loro modo di pensare. I giovani fanno cultura. È facile irriderli o condannarli: è una comoda copertura alla nostra pigrizia mentale, o al nostro egoistico potere che abbiamo pazientemente costruito, che tenacemente difendiamo e che vediamo seriamente minacciato[3].

Per i dirigenti del Centro la protesta delle nuove generazioni esprime una giusta esigenza di partecipazione che deve tradursi nel superamento dell’autoritarismo e del paternalismo ancora dominanti in ambito sportivo e nella costruzione di uno sport “a misura d’uomo”, non più finalizzato esclusivamente allo spettacolo, all’accumulo di denaro, alla competizione esasperata[4]. “Stadium” si spinge ad auspicare che i giovani, dopo le università e le scuole, occupino gli stadi per dimostrare che esiste un’«altra», «vera» Italia sportiva: «A quando l’occupazione degli stadi? Dopo le università e le scuole medie sarebbe ora che i giovani sportivi si svegliassero ed occupassero gli stadi. Così i ciechi aprirebbero gli occhi. Chi sono i ciechi? Sono gli adulti che finora non hanno visto i giovani e i loro problemi»[5].

La ricerca di una nuova impostazione politico-sportiva caratterizza il IX Congresso nazionale del Csi (Roma, 26-28 aprile 1968). La relazione introduttiva si sofferma sulle indicazioni scaturite dal Concilio Vaticano II in merito all’essere cristiani nella realtà temporale, un tema che interessa direttamente l’associazionismo cattolico e chiama ad un’assunzione di responsabilità un’organizzazione come il Csi che vanta il primato in termini di iscritti (circa 260.000) tra gli enti di promozione sportiva. Il Congresso rappresenta il definitivo superamento dei «vecchi modelli strumentalistici che avevano trasformato il Centro Sportivo Italiano in una delle grandi “macchine associative” sorte per reclutare il maggior numero possibile di individui e proteggerli sotto le vaste ali della Chiesa»: «viene respinta la tentazione di servirsi della pratica sportiva come di un paraocchi, di un meccanismo diversivo che distolga i giovani da un impegno politico e sociale giudicato pericoloso dai benpensanti, quando invece è necessario concepire lo sport come uno strumento di crescita culturale, aprire l’istituzione sportiva alle contraddizioni esplose nel paese»[6]. Poco dopo, i Giochi olimpici messicani – segnati dalla strage di piazza delle Tre Culture e dai pugni chiusi di Smith e Carlos – offrono al Csi l’occasione per denunciare l’ipocrisia del mondo sportivo ufficiale:

Oltre cento miliardi di lire, qualcuno dice centocinquanta. Questo è il primo clamoroso record battuto alle Olimpiadi messicane […]. Ma quel denaro è rubato ed è una gran vigliaccata se accettiamo, in nome dello sport, simili cose. Rubato al popolo messicano, al suo reddito di vita che è uno dei più bassi, alle riforme sociali che il governo non farà più, alla lotta all’analfabetismo e alla miseria. Mai Olimpiade, come questa diciannovesima, aveva impietosamente rivelato l’ipocrisia di cui si ammanta il mondo sportivo ufficiale con i bei discorsi sullo spirito di Olimpia, sulla fiaccola, la fratellanza, la pace e la solidarietà mentre a pochi chilometri l’esercito (nemmeno la polizia!) compie un massacro e le carceri rigurgitano di fermati. Facendo i Giochi ad ogni costo abbiamo creduto di salvare lo spirito (che non c’è) dell’enfatico mito olimpico. La realtà è che per quattro medaglie ci siamo venduti la coscienza. Se crediamo che questo sia servire gli ideali dello sport, continuiamo pure[7].

La rivista del Centro dedica alcuni articoli anche ai fermenti che attraversano il mondo ecclesiale e in particolare ai sacerdoti che svolgono il ruolo di consulenti spirituali nell’associazionismo cristiano. A loro viene affidato il compito di porsi in ascolto dei giovani e di interpretarne i bisogni e il desiderio di cambiamento, avvalendosi dell’insegnamento di figure che hanno ispirato i movimenti di contestazione:

I sacerdoti che hanno letto Marcuse, che hanno seguito i fatti e le idee salienti della contestazione giovanile in tutto il mondo, che hanno seguito gli sforzi di un lavoro più convergente e all’unisono tra Movimento operaio e Movimento studentesco, che hanno letto gli scritti di Kennedy, di Gandhi, di Che Guevara, di King, di Mazzolari, di Milani, che seguono il fenomeno sportivo come fenomeno culturale capace di elevare o alienare l’uomo ecc. ecc. non è che siano dei preti “moderni” “a la page”, dei preti “maghi” che ci sanno fare con i giovani, ma sono dei sacerdoti onesti che fanno il loro dovere e si mettono al servizio effettivo della Chiesa che desidera essere “supplemento d’anima” anche per il mondo giovanile[8].

Nei primi anni Settanta l’associazione avvia un dibattito sulla crisi del sistema sportivo, ancorato a vecchie logiche di potere, guidato da strutture burocratiche e verticistiche e incapace di rispondere alle rapide e profonde trasformazioni della società italiana. La via di uscita dalla crisi è individuata nel rilancio dell’associazionismo di base e nella sua capacità di aggregare i giovani proponendo una tavola di valori fondata sui principi di «libertà», «partecipazione», «consenso» e configurando le società sportive in organismi «aperti» e «vivi», in «comunità educanti» capaci di rivolgersi a tutti al di là di ogni discriminazione e di un angusto corporativismo sportivo[9].

Nel 1970 viene presentato il nuovo Statuto del Csi, punto di approdo di una strategia di rinnovamento alimentata da un costante confronto con il contesto culturale e sociale. Lo Statuto propone di aprirsi anzitutto ai giovani, di rendere partecipi gli iscritti alle decisioni dell’associazione attraverso un’articolazione organizzativa realmente democratica e di promuovere il «diritto allo sport» come «servizio sociale» e «mezzo di crescita umana e civile»[10]. Tra i punti qualificanti dello Statuto viene evidenziata la valorizzazione del ruolo della donna all’interno delle strutture associative, considerata un segno della capacità di recepire le nuove sensibilità che stanno emergendo nell’universo femminile. Secondo il Csi le donne possono contribuire a dare un nuovo volto al mondo dello sport, ancora fortemente connotato da valori agonistici “maschili”; occorre perciò dare spazio alle ragazze «per riconoscere loro parità di diritti sulla partecipazione e nella gestione a tutti i livelli della nuova associazione»[11]. Frutto delle riflessioni maturate lungo gli anni Sessanta, lo Statuto avvia il nuovo corso dell’associazione basato su una concezione dello sport come «strumento posto al servizio della persona e della collettività», «uno sport per tutti e di tutti»[12].

 

“Battere la concezione capitalistica dello sport”: la radicalizzazione dell’Uisp

L’Unione Italiana Sport Popolare nasce nel 1948 per rappresentare i valori della sinistra nello spazio dello sport italiano: tra questi, anzitutto il diritto allo sport e una concezione del fenomeno sportivo come pratica popolare di massa, aperta a tutti, non limitata allo svago ma volta a promuovere momenti di crescita sul piano individuale e sociale. I primi anni di vita dell’Uisp sono difficili. Nel clima della guerra fredda l’associazione, al pari delle altre organizzazioni della sinistra, risente della radicalizzazione che caratterizza lo scontro ideologico e deve misurarsi con il duro attacco portato al movimento operaio dal blocco politico-economico conservatore che fa perno sulla Democrazia cristiana. La Dc tende ad egemonizzare tutti i settori della vita sociale e culturale, compreso lo sport, a partire dal Coni, di fatto sotto tutela governativa in quanto dipendente in termini amministrativi dalla presidenza del Consiglio. Sul piano dei finanziamenti il governo discrimina le associazioni di sinistra rispetto a quelle “clericali”, figure legate alla sinistra sono escluse dalle cariche direttive dello sport ufficiale. Costretto sulla difensiva e con pochi mezzi a disposizione, l’Uisp svolge prevalentemente un’azione di collateralismo rispetto ai partiti di sinistra. Lungo gli anni Cinquanta l’associazione riesce comunque a ritagliarsi un ruolo peculiare nell’ambito dello sport italiano e articola la sua presenza sul territorio attraverso comitati provinciali radicati soprattutto nelle regioni “rosse”[13].

Gli anni Sessanta aprono una nuova fase dell’organizzazione. Sotto la guida del presidente Arrigo Morandi, l’Uisp dà vita ai Centri di formazione fisico-sportiva. In un paese ancora fortemente arretrato sul piano della diffusione della pratica sportiva e di strutture adeguate per lo sport, i Centri valorizzano i contenuti formativi dell’educazione motoria e sportiva e sostengono una visione dello sport come servizio sociale, sottratto alle degenerazioni del professionismo. Secondo l’associazione il cambiamento dello sport deve passare attraverso la valorizzazione delle strutture partecipative proprie della vita democratica, a partire dagli enti locali e dalla scuola[14].

Nel corso del ’68 l’Uisp segue con grande interesse l’esplosione del movimento studentesco, le contestazioni che investono anche il mondo sportivo, le nuove riflessioni teoriche di carattere critico sullo sport[15]. “Il Discobolo”, la rivista dell’associazione, dà ampio spazio alle denunce delle resistenze conservatrici presenti nel movimento sportivo nazionale e negli organismi olimpici internazionali e documenta le esperienze di base che indicano un modo di concepire lo sport alternativo a quello ufficiale[16]. Sul piano politico, l’associazione propone una riforma complessiva dello sport, convergendo con la richiesta di riforme “di struttura” avanzate dai partiti di sinistra e con la lotta per le riforme inserite nelle piattaforme sindacali.

Le ricadute sull’Uisp delle lotte del biennio 1968-69, dalla rivolta giovanile all’“autunno caldo”, emergono con evidenza in occasione dei Congressi dell’associazione che si tengono nel 1969 e nel 1972, in una fase di notevole crescita organizzativa[17]. Il VI Congresso si svolge a Roma tra il 7 e il 9 marzo 1969. Intervenendo nel dibattito congressuale, Arrigo Morandi e Ugo Ristori – il dirigente che di lì a poco diventerà il nuovo presidente dell’organizzazione – rivendicano la crescente politicizzazione dell’Uisp, considerata il frutto di un rapporto dialettico con le trasformazioni sociali e condizione per un reale cambiamento tanto della società quanto dello sport[18]. L’organizzazione discute le tesi preparatorie nelle quali temi caratteristici dell’associazione vengono ripresi e arricchiti alla luce dell’esperienza dei movimenti, in una prospettiva di radicalizzazione del discorso politico-sportivo:

Lo sport per i suoi caratteri di fenomeno sovrastrutturale, non si può sviluppare in una società capitalistica senza subire delle deformazioni profonde. […] Sono cresciute impetuosamente in Italia e nel mondo la critica verso la società, la contestazione del suo ordinamento, della sua struttura che la piega agli interessi dei ceti della dominazione economica, politica, culturale e ne impediscono una misura umana. La gioventù, i lavoratori, gli studenti si battono per trasformarla e porla in grado di accogliere ed esprimere tutte le esperienze e le aspirazioni degli uomini. L’UISP è schierata in questa lotta dalla parte di coloro che si battono per far saltare il disegno di una falsa civiltà che pur elevando il livello di vita dei cittadini, mira ad integrare gli uomini in uno stato perpetuo di subordinazione, soffocando ogni speranza di liberazione, di emancipazione e di sviluppo della personalità umana, ivi comprese le aspirazioni e il bisogno di sport e di educazione fisica[19].

“Battere la concezione capitalistica dello sport” – uno dei punti programmatici del VII Congresso (Firenze, 7-10 dicembre 1972) – è la formula che sintetizza l’esito del percorso compiuto dall’Uisp verso una scelta “movimentista”, in una prospettiva di radicale alternativa politica e sociale e contro la mercificazione dello sport e la sua chiusura in una dimensione individualistica e ipercompetitiva:

La tendenza dominante è quella che trasforma lo sport in merce, fonte di prodotti diretti e indiretti in cui il denaro è fattore determinante, che ha portato agli eccessi dello sport-spettacolo, che vive su masse di spettatori, consumatori passivi di un’attività altrui. Con la complicità dei grandi mezzi di comunicazione, passa anche per questa via il tentativo delle classi dominanti di distogliere le masse e i lavoratori dal loro impegno sociale e politico […]. A tale mercificazione e a questo sviluppo dello sport-spettacolo è stato condizionato quello della pratica sportiva. Su questo piano si tenta di proporre delle attività fisiche, di consumo, vendibili sul mercato del tempo libero – specie nelle vacanze – o attività selezionate che forniscono i produttori dello spettacolo sportivo. Gli stessi atleti vengono così condizionati da un meccanismo gerarchizzato ed autoritario, le Federazioni, le società sportive, nel quale diventano oggetti manovrati da altri, condizionati dalla necessità dei risultati, sospinti verso l’individualismo e il neutralismo, in modo che non possono riconoscersi come uomini anche nella pratica sportiva[20].

Quando si apre il VII Congresso, è ancora forte l’impressione suscitata dai tragici eventi delle Olimpiadi di Monaco[21]. Come era accaduto in occasione dei Giochi messicani del ’68, l’Uisp mette in discussione le logiche sottese all’“olimpismo” – la presunta neutralità dello sport, il gigantismo, l’affarismo – e propone di ridimensionare e modificare le manifestazioni olimpiche per restituire lo sport alla sua dimensione umana:

Gli elementi che hanno caratterizzato le ultime Olimpiadi, affarismo, gigantismo in nome del prestigio nazionale, i tragici avvenimenti delle quali sono state teatro, le manovre politiche che vi sono state dietro di essi, la presenza massiccia dei grandi mezzi di comunicazione di massa che ne hanno esaltato il valore spettacolare come una enorme cassa di risonanza, lo stesso altissimo livello dei risultati raggiunti, hanno dimostrato che i Giochi Olimpici, come tutti i grandi avvenimenti dello sport mondiale, sono ormai un traguardo per vasti interessi individuali, commerciali, politici, nazionali che hanno fatto piazza pulita del mito dello sport neutro. Queste cose debbono provocare un momento di riflessione che trovi sbocco nel ridimensionamento o nella modificazione delle manifestazioni olimpiche, con regolamentazione adeguate ai tempi, che facciano cadere le molte ipocrisie che ancora resistono attorno al mito di Olimpia. È un momento di riflessione che deve essere fatto del resto su tutto lo sport. Riportare lo sport nella sua vera dimensione culturale, liberato dalle deformazioni nell’ambito di una visione diversa dell’uomo e del suo ruolo nella società è uno dei principali compiti che l’UISP si assume[22].

In seguito alla svolta “alternativista”, agli ambienti dell’Uisp viene attribuita l’etichetta di “cinesi dello sport italiano”, un’immagine che estremizza in modo riduttivo un aspetto della politica “uispina”, l’“antiagonismo”, da cui l’accusa di volere imitare la Cina della rivoluzione culturale maoista che aveva messo al bando la competizione[23]. In realtà, l’obiettivo polemico dell’Uisp non è l’agonismo in sé, ma l’esasperazione degli aspetti competitivi dello sport e la conseguente selezione che, in nome della meritocrazia, discrimina di fatto coloro che per ragioni fisiche o economiche non possono emergere nel meccanismo “darwiniano” della “lotta per la vittoria”. A questa concezione viene opposta l’esperienza delle polisportive aperte a tutti, compresi i meno capaci[24].

Dopo il Congresso del 1972 l’Uisp continua ad impegnarsi su molteplici fronti, dalla pratica sportiva al lavoro di formazione tecnica ed educativa, dalla battaglia per la democratizzazione dello sport all’intervento politico rispetto ad eventi nazionali ed internazionali (si vedano ad esempio nel 1974 le prese di posizione antirazziste e antifasciste assunte in occasione della trasferta in Italia degli Springboks, la squadra nazionale di rugby sudafricana simbolo dell’apartheid sportivo, e della finale della Coppa Davis di tennis Italia-Cile giocata sotto la dittatura di Pinochet)[25]. Nel contempo inizia un processo di convergenza tra Uisp e Arci (l’associazione ricreativa e culturale legata alla sinistra) che culmina nell’unificazione delle due associazioni, ratificata nel 1976.

L’anno successivo si svolge l’ottavo Congresso dell’Uisp. Rispetto alle precedenti assisi nazionali il quadro politico, economico e sociale è profondamente mutato. Bologna, la città che ospita in giugno il Congresso, è ancora scossa dalla morte di Francesco Lorusso, lo studente ucciso dalla polizia l’11 marzo, e dagli scontri che ne sono seguiti. A Bologna come a Roma e in altre città si è diffuso il “movimento del Settantasette” che si contrappone nettamente alle organizzazioni storiche del movimento operaio, mentre la politica del “compromesso storico”, la crisi economica e l’escalation del terrorismo sta portando il Pci verso il sostegno ai governi di “solidarietà nazionale”. In questo clima, nel gruppo dirigente dell’Uisp matura un ripensamento critico che porta ad una sostanziale “normalizzazione” dell’associazione e alla chiusura della stagione che si era aperta nel 1968-69, con il ritorno alle tradizionali posizioni di collateralismo e di allineamento alle scelte strategiche dei partiti di sinistra[26].


Note

1 Che cosa è il CSI, Roma, Ave, 1945.

2 Sulla storia del Csi, cfr. Alberto Greganti (a cura di), Centro sportivo italiano. Cent’anni di storia nella realtà dello sport italiano: 1906-2006. Dalla Federazione Associazioni Sportive Cattoliche Italiane al Centro Sportivo Italiano, Bergamo, Litostampa, 2006; Ernesto Preziosi (a cura di), Gedda e lo sport. Il Centro Sportivo Italiano: un contributo alla storia dell’educazione in Italia, Molfetta, La Meridiana, 2011. Si veda anche Felice Fabrizio, Alle origini del movimento sportivo cattolico in Italia, Milano, Sedizioni, 2009.

3 Aldo Notario, I giovani si muovono, in “Stadium”, n. 5, 28 marzo 1968.

4 Vittorio Peri, Vogliono partecipare, in “Stadium”, n. 10, 20 giugno 1968.

5 Aldo Notario, Sport e contestazione, in “Stadium”, n. 20, 5 dicembre 1968.

6 Greganti, Centro sportivo italiano, cit., pp. 130-131.

7 Giulio Martinucci, L’allegro mondo delle olimpiadi, in “Stadium”, n. 17, 24 ottobre 1968.

8 Claudio Bucciarelli, Ai preti che hanno letto Marcuse, in “Stadium”, n. 15, 28 agosto 1969. Uno degli esiti più significativi delle riflessioni critiche sullo sport sviluppate nell’area del Csi è il volume di don Claudio Bucciarelli, consulente spirituale dell’associazione: Claudio Bucciarelli, Lo sport come ideologia: alienazione o liberazione, Roma, Ave, 1974.

9 Giulio Martinucci, Uomini nuovi per tempi nuovi, in “Stadium”, n. 16, 2 ottobre 1969; Aldo Notario, Perché lo sport non diventi “la cosa”, in “Stadium”, n. 2, 12 febbraio 1970.

10 Aldo Notari, Uno statuto “aperto”, in “Stadium”, n. 16, 30 settembre 1970.

11 Aldo Notario, Uno statuto “impegnato”, in “Stadium”, n. 17, 22 ottobre 1970.

12 Greganti, Centro sportivo italiano, cit., p. 137.

13 Sulla storia della Uisp si veda Bruno Di Monte, Sergio Giuntini, Ivano Maiorella, Di sport, raccontiamo un’altra storia. Sessant’anni di sport sociale in Italia attraverso la storia dell’UISP, Molfetta, La Meridiana, 2008.

14 Le proposte dell’UISP. Lo sport e l’educazione fisica diritto dei cittadini e dovere dello Stato, in “Il Discobolo”, n. 39, aprile-maggio 1968.

15 Cfr. Alberto Molinari, Gioacchino Toni, Storie di sport e politica. Una stagione di conflitti (1968-1978), Milano-Udine, Mimesis, 2018.

16 Si veda ad esempio Siberian, Una lezione da Barbiana, in “Il Discobolo”, n. 37, dicembre 1967-gennaio 1968. Riprendendo alcune note sull’educazione fisica contenute nella Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana, l’articolo invita a riflettere sulle deformazioni dello sport e sulla necessità di ricercare una nuova dimensione sportiva per i giovani.

17 Tra il 1969 e il 1972 gli iscritti passano da 66.238 a 190.308, le società sportive da 1.929 a 3.885. Cfr. La realtà dell’UISP, in “Il Discobolo”, numero speciale, settembre 1972.

18 La relazione di Arrigo Morandi, in “Il Discobolo”, n. 45, marzo-aprile 1969; Le conclusioni di Ugo Ristori, ivi.

19 Temi di dibattito per la preparazione del Congresso Nazionale dell’UISP, in “Il Discobolo”, n. 42, novembre-dicembre 1968.

20 I temi del VII Congresso nazionale dell’UISP, in “Il Discobolo”, numero speciale, settembre 1972.

21 L’edizione olimpica di Monaco ’72 è segnata dalla drammatica vicenda iniziata con la violenta irruzione di “Settembre nero” nell’area del villaggio olimpico assegnata ad Israele e conclusa con la strage all’aeroporto di Fürstenfeldbruck.

22 I temi del VII Congresso nazionale dell’UISP, in “Il Discobolo”, numero speciale, settembre 1972.

23 Sergio Giuntini, “L’oppio dei popoli”. Sport e sinistre in Italia (1892-1992), Canterano (RM), Aracne, 2018, pp. 257-259.

24 Giovanni Nativitati, La società di base nel nuovo corso dello sport, in “Il Discobolo”, n. 44, febbraio 1969.

25 A Brescia e a Treviso “no” agli Springboks, in “La Stampa”, 27 novembre 1974; Documento degli enti di promozione sulla Davis, in “Avanti!”, 4 settembre 1976.

26 Di Monte, Giuntini, Maiorella, Di sport, raccontiamo un’altra storia, cit., pp. 187-202.