Come citare questo articolo: , Donne nella CGIL: foto e documenti dall’Archivio storico CGIL nazionale, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. https://rivista.clionet.it/vol3/societa-e-cultura/archivi_vivi/romeo-donne-nella-cgil-foto-e-documenti-dall-archivio-storico-cgil-nazionale. Ultimo accesso 19-10-2019.

Le fotografie relative ai primi anni del movimento sindacale in Italia sono rare e ancor più raramente presentano figure femminili[1]. Se poche immagini sfuggono a questo modello, costituisce un’eccezione l’unica immagine conservata del Congresso costitutivo della CGdL.

La Confederazione generale del lavoro nasce al primo Congresso di Milano del 29 settembre-1° ottobre 1906: cinquecento delegati, in rappresentanza di 700 leghe per un totale di 250 mila iscritti ne proclamano la costituzione. Del Congresso costitutivo rimane alla storia una sola, famosissima, immagine fotografica, ripresa alla Camera del lavoro di Milano dallo studio fotografico Italo Pacchioni (Corso Genova 20). Come d’uso si saranno stampate tante copie quante erano le organizzazioni a congresso. E la diffusione dell’immagine si ferma qui.

I partecipanti ai lavori sono riuniti nella grande sala di via Crocifisso, oggi distrutta, sotto la scritta dal palco “Operai di tutto il mondo unitevi!”, ognuno con lo sguardo rivolto all’obiettivo del fotografo. Il quale – si legge ne Il Lavoro della Confederazione (Milano, 1988) – “aveva senz’altro effettuato un sopralluogo per poter valutare se la sala fosse idonea alla ripresa ed offrisse spazio e luce sufficienti per un lavoro tanto impegnativo quanto questa foto di gruppo. Oltre alla valutazione della luce, stimata sulla base dell’esperienza dell’operatore, la parte più complessa della ripresa consisteva nella scelta dell’inquadratura – il punto dove sistemare la grande macchina a lastre 18*24 – e nella disposizione delle circa 200 persone presenti”.

Tra le 200 persone presenti, nella foto si riconoscono tre figure femminili. Poche, certo, ma particolarmente significative, testimonianza del ruolo delle donne nella fondazione dell’organizzazione sindacale ma anche rappresentazione plastica della loro difficoltà di affermarsi. Un aspetto ricorrente e a più riprese al centro del dibattito nel secolo successivo.

Da quanto riporta “Lavoro” nel numero dedicato al 50° anniversario della fondazione, si tratta di tre dirigenti di primo piano: Ines Oddone Bitelli di Gallarate e Ida Persano della Federazione arti tessili di Torino. Terza donna nell’immagine Argentina Bonetti Altobelli, fondatrice della Federazione nazionale lavoratori della terra e membro del Consiglio direttivo della CGdL fin dalla fondazione. Scrivono in proposito Barbara Imbergamo e Anna Scattino:

Non è facile rintracciare voci, presenze, interventi di donne, nelle attività delle Camere del lavoro, o nei resoconti delle riunioni e dei congressi di leghe e federazioni. I delegati erano in prevalenza uomini e le donne quando c’erano faticavano a farsi sentire. Nel 1901, al Congresso fondativo della Federazione dei lavoratori della terra, Argentina Altobelli invitava le donne delle leghe femminili a intervenire: “[vorrei] che si lasciasse la facoltà di parlare alle rappresentanti delle leghe femminili che sono sorte da poco tempo e sono un fenomeno nuovo e interessante – si legge nel resoconto stenografico del Primo Congresso della Federazione nazionale dei lavoratori della terra –. E siccome, purtroppo, le donne non sono ancora abituate ai congressi, così se qualcuna di esse crede di poter parlare sulla organizzazione del suo paese, si faccia iscrivere e chieda al presidente di riservarle la parola”. Le donne c’erano e anche in quell’occasione furono cinque le delegate di leghe bracciantili della Valle Padana a portare il loro contributo al dibattito di fondazione della Federazione nazionale dei lavoratori della terra. Le Camere del Lavoro furono negli anni luoghi importanti di formazione politica e sindacale, e diverse delle donne più attive nel lavoro di organizzazione e di propaganda vi ricoprirono funzioni direttive[2].

La Prima guerra mondiale crea una profonda lacerazione rispetto al passato. In tutti i paesi impegnati nello sforzo bellico le donne vengono invitate a lavorare in sostituzione degli uomini al fronte per mantenere alto il livello della produzione. Nei paesi impegnati nel conflitto, le donne sostituiscono per quattro anni gli uomini partiti per il fronte in tutte le professioni, comprese quelle più faticose. Le donne, anche quelle appartenenti ai ceti medi, incominciano a diventare quadri tecnici nelle imprese, rappresentanti di commercio, conduttrici di tram, garzoni nei caffè, operai in fabbrica, facchini[3]. Nelle fotografie dell’epoca le donne ritratte nelle mansioni un tempo riservate agli uomini e nelle relative divise appaiono generalmente fiere, sorridenti, contente. “Le donne si scoprirono tranviere, ferroviere, portalettere, impiegate di banca e dell’amministrazione pubblica, operaie nelle fabbriche di munizioni. Si arrivò pertanto alla rimozione di tabù e confini tra compiti e ruoli canonici, con una nuova confusione e mescolanza dei sessi. Il risultato di tale drastica rimozione della repressione sociale femminile, fu dunque un inedito anelito di libertà: vivere sole, uscire da sole, assumersi da sole certe responsabilità erano cose che ora divenivano per molte finalmente possibili, anche se non sempre accettate senza riserve dagli altri”[4]. Scriveva Ugo Ojetti sul “Corriere della Sera” nel1917: “La fiumana di donne penetra, gorgogliando e frusciando, nei luoghi degli uomini: campi, fabbriche... Talune, è vero, assomigliano ai bambini, specie quando ancora non ne hanno di propri: si stancano, si distraggono, sospirano, litigano, s’impuntano, scioperano, minacciano, strillano. Ma le più, insomma, lavorano e sono preziose, e s’ha bisogno di loro... La donna è prima di tutto un essere pratico il cui lavoro sociale è utilissimo…”.

Anche negli anni del biennio rosso (1919-1920)[5] le donne sono protagoniste di duri scioperi che coinvolgono molte categorie, come testimonia ne l’“Illustrazione italiana” un particolare dello sciopero di protesta alla Pirelli del 1920. Al “biennio rosso” segue il cosiddetto “biennio nero” (1921-22), segnato dall’attacco violento che i fascisti scatenarono contro il movimento operaio e le fragili istituzioni dello Stato liberale e il 28 ottobre 1922, con la marcia su Roma, Benito Mussolini prende il potere. “In realtà – scrive Lucia Motti – anche il mondo del lavoro è presente nelle immagini della propaganda, ma in forma retorica e rituale e le donne vi sono quasi del tutto assenti, se non come massa ‘scritturata’ come comparsa in occasione di visite del Duce, o come massaie rurali, o come lavoratrici domestiche premiate ‘per la loro laboriosità, fedeltà, attaccamento al lavoro familiare’”[6].

Il 1º settembre 1939, con l’invasione della Polonia da parte della Germania, ha inizio la Seconda guerra mondiale. Ancora una volta, con gli uomini impegnati al fronte, alle donne viene chiesto di svolgere attività fino a prima della guerra tipicamente maschili. Ritorna ad essere normale vedere le donne alla guida dei tram nelle città: donne vigile, postino, spazzino vengono ripetutamente ritratte in foto e in pose diverse. Scrive ancora Lucia Motti:

La foto delle operaie di Torino che, alla vigilia della Liberazione, assistono ad un comizio, può essere assunta come simbolo del profondo cambiamento della rappresentazione (e della autorappresentazione) dei lavoratori e delle lavoratrici che si avrà nel dopoguerra. Quei volti, segnati dalla fatica del lavoro in fabbrica e dalle privazioni della guerra, esprimono la consapevolezza della drammaticità del momento, ma anche la determinazione nella volontà di voltare pagina e di essere protagoniste del cambiamento. [...] Dopo decenni di immagini funzionali al regime, c’è una diffusa voglia di antiretorica e si avverte la forte attrazione che su questa generazione di fotografi esercita un esempio di “fotografia sociale” quale è stato negli Stati Uniti del New Deal di Roosevelt l’esperienza della Fsa (Farm Secutity Administration). È questa la stagione, nella fotografia, come nel cinema, del fotografo che ambisce a diventare “intellettuale organico”, e Quintavalle sottolinea la vicinanza di questa generazione di fotografi al cinema neorealista. Un rapporto comune con le forze democratiche e con il sindacato, che appare simboleggiato dalla fotografia che ritrae alcuni tra i principali protagonisti del “nuovo cinema”, sul palco di un comizio sindacale. Tra di loro Anna Magnani (che d’altra parte ne aveva ricoperto il ruolo nel film L’onorevole Angelinadi Luigi Zampa) negli insoliti panni dell’attivista. Nelle fabbriche, sopratutto al Nord, spira ancora il vento della Resistenza, e una donna può sedere nel consiglio di gestione della Breda[7].

Rispetto alla partecipazione femminile ai movimenti ed agli scioperi che precedono la Liberazione, la presenza delle donne nella ricostituita Cgil unitaria è estremamente esigua. È il Congresso del 1945 a deliberare l’istituzione di una Commissione femminile nazionale allo scopo di stabilire “una forma di collaborazione effettiva e permanente per comprendere, per sentire, per tener presenti, ora per ora, i problemi delle donne lavoratrici e risolverli con soddisfazione generale del nostro movimento sindacale”[8].In ottemperanza ai deliberati del Congresso, recita la circolare n. 9 dell’8 marzo 1945:

Vi comunichiamo che in conformità delle decisioni del 1° Congresso confederale si è istituita presso la Cgil un Commissione consultiva femminile nazionale per lo studio di quei problemi che sono particolari alle donne lavoratrici; tale Commissione rispecchia le varie correnti sindacali ed ha iniziato la sua attività. In seno ad ogni camera confederale del lavoro provinciale, devono essere istituite commissioni consultive femminili col compito di esplicare presso ogni organizzazione sindacale della periferia l’opera di difesa e di tutela degli interessi delle lavoratrici. Tale opera dovrà svolgersi in perfetto accordo coi dirigenti sindacali i quali porranno ogni cura perché i diritti delle donne lavoratrici siano in ogni caso validamente salvaguardati[9].

La Commissione femminile verrà formalizzata soltanto due anni dopo al Congresso di Firenze del giugno 1947. Si trattava, nella sostanza, di una struttura consultiva, cui non veniva ancora riconosciuta una propria autonomia. Risultò composta da 6 comuniste, 6 socialiste, 6 democristiane e 5 “delle minoranze”[10]. La responsabile coordinatrice del lavoro della Commissione femminile doveva appartenere, secondo quanto precisato dalla circolare del 1° agosto 1947 emanata dalla Commissione centrale della Cfn, alla corrente di maggioranza. Alla prima riunione della Cfn, tenutasi il 13-14 ottobre del 1947[11], a questa carica venne nominata Rina Picolato che coordinerà l’esecuzione delle decisioni collegiali della Segreteria sulla base della linea concordata dalle commissioni femminili fino al 1960.

Il Congresso di Genova del 1949 ribadisce e rafforza ulteriormente la negazione di autonomia della Cfn. Con il lancio del Piano del lavoro la Confederazione porrà in primo piano lo sviluppo delle forze produttive del Paese come necessario per la lotta alla disoccupazione. Alla ribadita assoluta centralità degli obiettivi di carattere generale devono necessariamente corrispondere scelte organizzative tese a rafforzare l’assetto verticistico e centralizzante della Confederazione. Anche l’autonomia delle commissioni femminili, e di quella nazionale in primo luogo, deve essere limitata o addirittura eliminata, per garantire la rispondenza piena dell’attività di queste strutture con gli obiettivi indicati come prioritari dalla Confederazione[12].

Nella prima metà degli anni Cinquanta le principali rivendicazioni delle donne sul terreno del lavoro sono l’attuazione del dettato costituzionale sulla parità salariale e la realizzazione di una tutela della maternità che garantisca non solo migliori condizioni di lavoro, ma anche una serie di servizi esterni di sostegno (asili nido, mense, ecc.). La legge sulla tutela delle lavoratrici madri, per la quale si era battuta Teresa Noce, verrà approvata nel 1950. Il testo definitivo, pur se limitativo rispetto alla proposta Noce, rappresenta un importante risultato per le lavoratrici italiane, ma apre un altro fronte di rivendicazioni; molte imprese, infatti, per aggirare la legge, impongono alle assunte la cosiddetta clausola di nubilato, che prevede il licenziamento in caso di matrimonio. Sempre per iniziativa di Teresa Noce nel maggio 1952 viene presentato alla Camera il progetto di legge per l’«Applicazione della parità di diritti e della parità di retribuzione per un pari lavoro», ma l’accordo sulla parità sarà raggiunto solo il 16 luglio 1960 relativamente ai soli settori industriali (le donne otterranno la parità salariale in agricoltura nel 1964)[13]. Nel 1958 era stata intanto approvata la legge sulla tutela del lavoro a domicilio, mentre sono del 1963 le leggi che vietano il licenziamento delle donne in caso di matrimonio e l’ammissione delle donne ai concorsi per entrare in magistratura.

La seconda metà degli anni Cinquanta appare cruciale dal punto di vista della rappresentazione dell’immagine femminile. Si fa strada, sopratutto nei manifesti sindacali, la figura della donna impegnata nel lavoro. Anticipatore in questa direzione era stato un bel volantino della Fiom del 1952, rivolto alle operaie metalmeccaniche ancora non iscritte al sindacato, che raffigura una giovane operaia intenta a una lavorazione al tornio[14].

Nei primi anni Sessanta il miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne spinge la Cgil a considerare esaurita l’esperienza delle Commissioni femminili[15]. Il corollario organizzativo di questa nuova impostazione è l’istituzione di un Ufficio confederale di settore, non elettivo, affiancato da una Consulta centrale in cui figurano militanti di base e donne dirigenti delle diverse categorie. La Commissione femminile viene così sostituita da un Ufficio delle lavoratrici con compiti di coordinamento dell’attività delle sindacaliste[16]. Intanto il 1968 e l’Autunno caldo creano aspettative di emancipazione e conquiste anche nell’universo femminile: le confezioniste ottengono un buon contratto già all’inizio del 1968, mentre le ortofrutticole e le addette al commercio crescono di numero riuscendo nel 1973 a raggiungere un ottimo risultato contrattuale. 

A partire dai primi anni Settanta tuttavia si registra una battuta di arresto nel percorso verso l’emancipazione e la rappresentanza. Nel Comitato direttivo della neonata Federazione Cgil-Cisl-Uil non vi è neppure una donna. Scarsa rappresentanza le donne trovano anche nella successiva tornata elettorale del Congresso di Bari del 1973. Le donne elette nel Consiglio generale nel 1973 sono 12 (su 211 membri, pari al 5,68%); 2 nel Comitato direttivo (su 64 membri, pari al 3,1%). In un clima generale non favorevole viene però raggiunta l’importante conquista della legge sul lavoro a domicilio. La legge 877/1973 sostituisce la precedente legge 13 marzo 1958, n. 264.

Anche se il sindacato in questi anni le nomina di rado, e ancor meno le chiama negli organismi dirigenti, le donne ci sono e sono larga parte dei movimenti che crescono nel Paese. Lo testimoniano le numerose inchieste sulla condizione operaia, nelle quali, mentre si parla in modo generico di “lavoratori”, emergono molte voci femminili: sono le operaie della Lebole di Arezzo, le cotoniere del gruppo Cantoni, le lavoratrici della Dalmas di Bologna e della Apollon di Roma, che scendono in sciopero, molte per la prima volta, contro il cottimo, per l’abolizione della quarta categoria, per i diritti sindacali in fabbrica. 

Uno degli episodi più noti fu la lotta sostenuta dai lavoratori e dalle lavoratrici dello stabilimento della Coca Cola e della tipografia Apollon di Roma, che divenne il simbolo della resistenza operaia nella città per la sua durata, quasi nove mesi, e per aver avuto la solidarietà di intellettuali, personaggi dello spettacolo e del movimento studentesco. Le operaie e le mogli degli operai sostennero con grande forza il peso della estenuante lotta. Quando, nel novembre del 1969, decine di migliaia di metalmeccanici invasero pacificamente Roma per spingere la Confindustria a firmare il rinnovo del contratto nazionale di categoria, la Flm, dispose che il corteo fosse aperto dalle donne, un riconoscimento fortemente simbolico del loro protagonismo.

Questi sono anche gli anni che vedono un crescente numero di donne fotografe. Se infatti è vero che, sin dai suoi inizi (o perlomeno a partire dal momento in cui l’innovazione tecnologica ne ha semplificato le procedure) la fotografia ha visto le donne fotografare, sia come dilettanti, sia, seppure più raramente, come professioniste, a partire dalla metà degli anni Settanta il fenomeno assume una notevole rilevanza e molte delle immagini che da allora documentano la vita dei movimenti sono firmate da donne. Gabriella Mercadini è tra le più sensibili e presenti nel rappresentare il nuovo protagonismo delle donne nelle piazze, il nuovo modo di manifestare una vitalità e “voglia di esserci” che attraversa le generazioni, dalle giovanissime impegnate sul terreno del rifiuto della guerra alle pensionate, ritratte con un sguardo di affettuosa simpatia […] Le immagini ci dicono anche altro: striscioni e cartelli ci restituiscono la voce delle manifestazioni, i nuovi slogan, alcuni prima impensabili nella tradizione sindacale come lo “scandaloso” «Per una sessualità libera e felice» sullo striscione delle metalmeccaniche della Flm o l’inusuale «Vivere, amare, Lavorare», suggerito dall’adesivo del Coordinamento donne della Funzione Pubblica Cgil sul giubbotto della ragazza ritratta da Mauro Torri[17].

Negli anni Settanta si impone l’esperienza del Coordinamento donne della Flm. Il confronto con questa nuova realtà mette profondamente in discussione l’approccio della Cgil ai temi della condizione della donna e la sua capacità di dare alle donne una adeguata rappresentanza al suo interno. La Conferenza nazionale delle donne dell’aprile 1981 prende atto delle novità e sollecitazioni portate in tutta Italia dalla esperienza dei Coordinamenti donne della Flm, e pone l’esigenza di introdurre anche in Cgil una analoga forma di rappresentanza delle donne[18].

Oggi le donne in Cgil sono più o meno il 50% degli iscritti. Hanno circa la metà dei delegati nelle assemblee e nei comitati direttivi e sono alla guida di numerose camere del lavoro e strutture regionali nonché di categorie nazionali. Nella Segreteria confederale la percentuale di donne è gradualmente aumentata a partire dal 1986 sino a divenire paritaria dal 2002. Con il 1996, anno del XIII Congresso (Rimini, 2-5 luglio), la “Norma antidiscriminatoria” assume un carattere vincolante e soprattutto viene introdotta senza alcuna riserva nello Statuto confederale (art. 6) stabilendo che “nessuno dei due sessi può essere rappresentato al di sotto del 40% o al di sopra del 60%”.

Molta strada è stata fatta, molta ne rimane da fare. Del resto diceva qualche anno fa Susanna Camusso, primo segretario generale donna nella storia ultracentenaria della nostra organizzazione: “Il sindacato è per definizione un’organizzazione collettiva. Considero il fatto che oggi una donna diriga la Cgil non un successo personale ma il frutto di una lunga storia anche complicata e conflittuale delle donne nel sindacato. Poi certo, le donne sono più disponibili all’ascolto e a mettersi in discussione. Però non avere mai certezze è anche molto faticoso. Il messaggio che manderei alle giovani – e che ripeto spesso anche a mia figlia – è che un esercizio collettivo è di per sé un cambiamento e che non è vero che parole come ‘femminismo’ sono vecchie. Sembrano vecchie perché vi illudono che non ci sono discriminazioni. Invece vi scontrate con gli stessi problemi con cui ci siamo misurate noi. La realtà non è cambiata e richiede parole già usate e solo apparentemente usurate”.


Note

1 Scrive Lucia Motti nell’introduzione al volume Donne nella CGIL: una storia lunga un secolo, 100 anni di lotte per la dignità, i diritti e la libertà femminile (Roma, Ediesse, 2006): “Se la fotografia ha ormai svelato la sua intrinseca ambiguità, che la rende una fonte da ‘maneggiare con cautela’, proprio questa sua carica di soggettività e di parzialità, per questo suo essere insieme rappresentazione e auto rappresentazione, per quello spazio, – secondo Benjamin elaborato inconsciamente – che si colloca tra il soggetto ritratto e la macchina fotografica, si è rivelata una fonte di straordinario interesse per la storia delle donne. Spesso assenti nei discorsi degli storici – anche in quelli sulla storia del sindacato – le donne popolano invece di volti e di corpi le fotografie. L’immagine fotografica, infatti, a differenza di altre fonti, non nega, anzi mette esplicitamente in scena i corpi, rendendo così evidente la loro identità sessuale. Inoltre si presenta come luogo di una relazione, in un incrocio di sguardi che ci fornisce preziose indicazioni e ci consente una duplice lettura: cambia la rappresentazione, individuale – del singolo fotografo – ma anche sociale, che delle donne viene fornita (non bisogna dimenticare che anche le fotografie, come le altre fonti iconografiche, sono infatti state prodotte prevalentemente da uomini), ma cambia al tempo stesso il modo in cui le donne si porgono all’obiettivo, spia del mutare della percezione di se stesse e del proprio ruolo nella società e, come nella nostra indagine, del modo di agire uno spazio pubblico quale è il sindacato” (pp. 15-16).

2 Donne nella Cgil: una storia lunga un secolo, cit., pp. 177-178.

3 https://venets.wordpress.com/2016/11/05/16-foto-incredibili-della-prima-guerra-mondiale-e-la-tenacia-femminile/.

4 http://www.lagrandeguerra.net/gggrandeguerradonne.html.

5 Dopo la firma nel febbraio 1919 dei primi contratti nazionali, che sancirono la conquista delle otto ore giornaliere, con l’estate si entrò nel vivo della mobilitazione. Protagonisti di questa fase furono i braccianti nelle campagne, mentre nell’industria operarono i Consigli di fabbrica, le nuove strutture di rappresentanza operaia, promotori di una politica rivendicativa fortemente antagonista, centrata sul controllo dell’organizzazione del lavoro e della produzione. La CGdL mantenne un atteggiamento diffidente verso il movimento dei Consigli, facilitandone in questo modo la sconfitta, avvenuta a Torino nell’aprile 1920.

6 Donne nella Cgil: una storia lunga un secolo, cit., p. 24. Cfr. L’immagine della donna italiana nelle riviste femminili durante gli anni del Fascismo, in “Officina della storia”, 30 marzo 2013, https://www.officinadellastoria.eu/it/2013/03/30/limmagine-della-donna-italiana-nelle-riviste-femminili-durante-gli-anni-del-fascismo/.

7 Donne nella Cgil: una storia lunga un secolo, cit., pp. 25-26. Stando ad alcuni calcoli fatti dall’Anpi, furono 35.000 le partigiane combattenti, 20.000 le patriote con funzioni di supporto, 70.000 le donne appartenenti ai Gruppi di difesa per la conquista dei diritti delle donne, 5.000 circa le donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, circa 3.000 le deportate in Germania. Nei cortei del 1945 però di donne se ne vedono poche. La Resistenza delle donne non è stata uguale a quella degli uomini e per molto tempo è rimasta avvolta nel silenzio. Scrivono nell’introduzione al volume La Resistenza taciuta le due autrici Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina: “Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio (Trottolina) non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino. ‘Ma tu sei solo una donna!’, si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano (Camilla), quando chiede spiegazioni dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Mentre a Barge il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone (Vittoria)? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo esser stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, non sarà forse riconosciuta dalla Commissione regionale come ‘soldato semplice’?” (Anna Maria Bruzzone, Rachele Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, prefazione di Anna Bravo, Torino, Bollati Boringhieri, 2016, p. 8). Le foto delle partigiane col fucile oggi sembrano scontate, ma per anni non hanno circolato.

8 I Congresso nazionale Cgil (Napoli, 28 gennaio-1° febbraio 1945), in I Congressi della Cgil, Roma 1949, vol. I, p. 162. Recita l’intervento di Di Vittorio “Per le lavoratrici”: “La compagna che ci ha parlato, ci ha fatto vedere quale importanza abbia la mano d’opera femminile nell’industria, nelle amministrazioni, nel commercio. Se trascuriamo le donne, trascureremo una parte importante della massa lavoratrice italiana e non avremo realizzato quella unità sindacale totale che intendiamo, invece, realizzare. Propongo di approvare la proposta fatte dalle delegate al nostro Congresso di includere – credo sia sufficiente – una donna nel Comitato direttivo della Confederazione e di accettare la proposta di questa Commissione consultiva delle donne che costituirà una forma di collaborazione effettiva e permanente per comprendere, per sentire, per tener presenti, ora per ora, i problemi delle donne lavoratrici e risolverli con soddisfazione generale del nostro movimento sindacale” (Ibidem).

9 Confederazione generale italiana del lavoro, Circolare n. 9, 8 marzo 1945.

10 Costituzione delle commissioni femminili, in “Notiziario Cgil”, a. I, n. 8, 20 settembre 1947, pp. 16-17. Si veda anche il verbale di Segreteria del 23 luglio 1947. Il punto 12) all’odg recita: “Piani di lavoro delle commissioni giovanile e femminile”.

11 Programma di lavoro della Commissione femminile, in “Notiziario Cgil”, a. I, n. 11, 20 ott. 1947, p. 8. Nella relazione tenuta al Congresso del ’49 Lama, responsabile dell’assetto organizzativo della Cgil, criticherà in modo molto netto l’autonomia di cui fino a quel momento avevano goduto le commissioni femminili.

12 II Congresso nazionale Cgil (Genova, 4-9 ottobre 1949), in I Congressi della Cgil, cit., vol. III, pp. 293-294.

13 Il 16 luglio 1960 viene stipulato a Milano, tra Confindustria e sindacati, l’accordo interconfederale sulla parità salariale tra lavoratori e lavoratrici relativamente ai soli settori industriali. L’accordo, che si ispira a quello stipulato a febbraio per il settore tessile, abolisce le discriminazioni per sesso eliminando dai contratti nazionali collettivi di lavoro le tabelle remunerative differenti per uomini e donne, stabilisce aumenti per le lavoratrici e la rivalutazione immediata della contingenza. Le donne otterranno la parità salariale in agricoltura nel 1964. La legge n. 7 del 9 gennaio 1963 stabilisce il divieto di licenziamento a causa di matrimonio.

14 Donne nella Cgil: una storia lunga un secolo, cit., p. 29.

15 Nel novembre 1962 si tiene a Roma la III Conferenza della donna lavoratrice. Un importante elemento di novità portato dalla Conferenza riguarda le politiche sociali. Le sindacaliste sottolineano come l’ingresso massiccio delle donne nella produzione solleciti nuovi bisogni ai quali si cerca di rispondere attraverso la richiesta di riformare la legge sulla maternità del 1950 (la riforma sarà approvata nel 1971) e attraverso la battaglia per l’istituzione di asili nido e scuole materne come servizio territoriale.

16 I diritti della donna lavoratrice nella società nazionale e il riconoscimento del valore obiettivo del suo lavoro, atti a stampa della Conferenza, Roma [1963], in Archivio storico Cgil, Coordinamento femminile, b. 63, fasc. 1, pp. 147-148.

17 Donne nella Cgil: una storia lunga un secolo, cit., pp. 35-36.

18 Contare di più per rafforzare la democrazia nel paese e nel sindacato; trasformare l’economia e rendere più sicuro il lavoro; impegnate governo, istituzioni e padronato sulle domande di giustizia, civiltà e libertà di tutte le donne, atti a stampa della Conferenza nazionale (IV) delle delegate e delle donne elette negli organismi dirigenti della Cgil, Roma 8-9 aprile 1981, pp. XVII-XVIII in Archivio storico Cgil, Coordinamento femminile, b. 80, fasc. 17 g.