Come citare questo articolo: , La “delazione slava”. Trieste 1944: alcune note tra storia e antropologia a partire da una fonte dimenticata in morte di Natale Kolarič, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 4 (2020) []. https://rivista.clionet.it/vol4/societa-e-cultura/archivi_vivi/scartabellati-la-delazione-slava. Ultimo accesso 26-09-2020.

1. Evento, scritture, interpretazioni: una rassegna[1]

Nell’ambito della storia e della storiografia giuliana relativa all’ultimo anno della Seconda guerra mondiale, una vicenda dai risvolti extra-locali risulta particolarmente controversa. Essa riguarda la decapitazione nazifascista della dirigenza internazionalista del partito comunista italiano della Venezia Giulia. Una dirigenza fautrice della strategia delle larghe alleanze del CLN[2], sgominata in seguito ad una vociferata delazione slava lasciata filtrare dai settori titini, desiderosi di sgombrare il campo da potenziali concorrenti, seppur fratelli per ideologia.

Si tratta, è giusto premettere, di una voce ad oggi non provata dalle fonti archivistiche, di recente smentita dalla pubblicazione integrale di noti documenti. Facendo tesoro delle indagini svolte a metà degli anni ’70 dal funzionario comunista Giorgio Iaksetich[3], Patrick Karlsen, introducendo con attenzione filologica il Rapporto Zovič, una fonte che getta nuova luce sui fatti, ha scritto nel 2019:

esso sembra apportare una smentita netta e fino a prova contraria risolutiva alla tesi della delazione slava, nel significato […] implicante una correità del movimento di Liberazione sloveno nell’annientamento della Federazione triestina del PCI[4].

In realtà, malgrado i consolidati risultati dell’investigazione storica, l’evento fulmineo e traumatico della decapitazione dei vertici del PCI accomunati, con diversa consapevolezza e volontà, dall’intenzione di arginare il predominio regionale dell’Osvobodilna Fronta (il Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno)[5], non ha smesso di alimentare una sommessa ma, a tratti, insinuante discorsività storiografica, cronologicamente tanto estesa quanto spia di radicati immaginari figli della storia stessa del territorio di frontiera alto-adriatico.

Al pari di un rimosso che, sistematicamente, torna a chiedere conto di sé alla società giuliana[6], gli arresti e le esecuzioni, tra la primavera e l’autunno del 1944, di Natale Kolarič (maggio), Luigi Frausin (agosto) e Vincenzo Gigante (novembre), nonché la coeva neutralizzazione politica di Vincenzo Bianco[7], esautorato per l’affrettata quanto oscura adesione fornita alle tesi titine circa la futura sovranità della Venezia Giulia, hanno rappresentato per l’attualità dell’epoca e la memoria locale qualcosa di più di un ordinario, tragico, epilogo nella lotta ingaggiata tra antifascisti, hitleriani e collaborazionisti repubblichini.

Prima del recente revival e salvo rare eccezioni, quello della delazione slava è stato, per altro, un evento più citato nelle inquietanti coincidenze temporali, che un episodio metodicamente sviscerato. Un doppio ordine di problemi, al minimo, ha rallentato lo scavo analitico. Da un lato, gli oggettivi ostacoli linguistici che si aggiungono alle complicazioni attinenti la consultazione delle fonti, in particolare jugoslave, hanno scoraggiato anche le migliori intenzioni dei ricercatori. Dall’altro, non hanno giovato l’intrinseca delicatezza internazionale della faccenda, né la sua porosità alle svolte ideologiche dei comunismi novecenteschi.

Fig. 1. Giorgio Iaksetich.
Fig. 1. Giorgio Iaksetich.

Fig. 2. Natale Kolarič.
Fig. 2. Natale Kolarič.

In questo senso, esemplari furono le ricadute interpretative seguite all’indomani della burrascosa rottura Tito/Stalin. Non fu per caso se, solo allora, la stampa giuliana legata alla linea moscovita, abbandonando la precedente disattenzione venata di real politik, si prestò a pubblicare una versione purgata[8] del posteriormente detto Rapporto Zovič, facendo propria la tesi del tradimento slavo titolando a tutta pagina il 14 novembre 1949: Come vennero passati al boia nazista i migliori capi, italiani e sloveni, del popolo triestino. Davano fastidio agli agenti della cricca di Tito ed ai nazisti[9].

Fig. 3. Il Lavoratore, 14 novembre 1949.
Fig. 3. Il Lavoratore, 14 novembre 1949.

In un quadro evenemenziale mai lumeggiato compiutamente, la «mai sopita polemica che attribuisce a delazioni slave gli arresti di Frausin e degli altri dirigenti del PC»[10], ha, insomma, rappresentato per la memorialistica e la letteratura storiografica un tema di confronto inevitabile, giocoforza maneggiato dalla scrittura[11] attraverso le forme dell’allusione o dell’inciso, delle conferme o delle smentite inaccessibili alle repliche.

Non è questa la sede per affrontare i vuoti storiografici accennati. Altri studiosi sono impegnati oggi in tale atteso sforzo conoscitivo[12]. Non di meno, senza pretese di completezza[13] e peregrinando nelle temporalità di protagonisti e studiosi[14], l’occasione della presentazione al pubblico di un resoconto corale a lungo dimenticato sul circoscritto episodio dell’arresto, la carcerazione e la condanna a morte del partigiano Natale Kolarič, suggerisce di contestualizzarne il valore informativo e simbolico incastonandolo in una breve rassegna di citazioni testuali e architetture interpretative.

Quei terribili mesi del 1944 a Trieste[15] presentavano ai propri attori un profilo che sarebbe risultato impensabile soltanto alcune settimane prima. Un intero mondo, e modo di vivere e concepire la vita giuliana era stato spazzato via dopo l’8 settembre in una sequela di rapidi avvenimenti. La città lungamente bramata da Roma, redenta nel 1918, era ora sotto il tallone del Reich germanico. Feroci polizie teutoniche e incattiviti collaborazionisti vi scorrazzavano depredando e brutalizzando impunemente gli avversari. Nell’antica pilatura del riso di San Sabba, dall’ottobre ’43, aveva trovato sede un Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), destinato allo smistamento dei deportati ebrei e dei resistenti, alla loro eventuale soppressione fisica, e al deposito dei beni razziati. Mentre nella popolazione slovena della regione, da anni angariata dal regime, la determinazione alla resa dei conti cresceva, SS e SD[16] tedesche con l’aiuto dei collaborazionisti braccavano donne, bambini e uomini di origine ebraica per un trasferimento nei lager nazisti che si annunciava senza ritorno. Nella clandestinità gli antifascisti italiani e slavi, e alcuni gruppi di cetnici al servizio del governo jugoslavo in esilio, dalla condotta non sempre cristallina, giocavano la loro disperata partita cercando di opporsi al dominio tedesco. Complicavano ulteriormente la lotta contro l’oppressore i rapporti non sempre improntati da reciproca fiducia tra le forze della Resistenza. In particolare, le relazioni tra i comunisti rientrati dal confino e dalle galere fasciste[17] con l’obiettivo di rimettere in piedi il movimento operaio a supporto delle direttive del CLNAI, e le forze partigiane titine, induritesi moralmente alla scuola della spietata guerra irregolare, non erano esenti da ambiguità alla lunga pericolose per la tenuta del movimento antifascista.

Sottotraccia, le insinuanti grammatiche etniche dei nazionalismi[18] italiano e sloveno sembravano tornare a dettare i tempi degli eventi, fornendo il tono alle scelte politiche e militari contingenti.

Nel classico e più volte riedito Trieste. Un’identità di frontiera (1987) Angelo Ara e Claudio Magris, al prezzo di qualche semplificazione, hanno rievocato con efficacia la situazione dell’epoca, cogliendo con acribia un aspetto di carattere culturale spesso sottostimato dagli storici più scolastici. Trattando dei propositi sloveni che auspicavano per Trieste un futuro di autonomia linguistica e amministrativa nella cornice del nuovo Stato degli slavi del Sud, e dei controprogetti democratici italiani volti a prefigurare una Venezia Giulia rispettosa delle minoranze all’interno di un’Italia repubblicana e federale, appuntavano:

Su questa linea di apertura nazionale, ma di assoluta e irrealistica intransigenza sui problemi territoriali, il comitato di liberazione nazionale di Trieste rimane fermo […] Il problema è reso ancora più aggrovigliato, e la posizione italiana ancora più debole, dalla sostanziale accettazione delle tesi jugoslave da parte dell’ala italiana del comunismo giuliano […]. La certezza che la costruzione di una società socialista fosse un’ideale molto più vicino alla sua realizzazione in Jugoslavia che non in Italia determina poi la piena convergenza del comunismo italiano sulla linea di quello jugoslavo, correzione di rotta che è facilitata dall’arresto da parte dei tedeschi di Luigi Frausin e di Zeffirino Pisoni, avvenimento che priva dei suoi dirigenti più importanti la tendenza italiana del comunismo triestino[19].

In continuità con la pagina di Ara-Magris si esprimeva trent’anni dopo Raoul Pupo. Nel volume Trieste ’45 scriveva: «l’apertura delle galere fasciste» successiva alla caduta di Mussolini nel luglio del ’43,

rimette in circolazione un gruppetto di militanti comunisti italiani, come Luigi Frausin, Vincenzo Gigante e Giordano Pratolongo, assieme a Natale Kolarič, sloveno ma anche lui cresciuto alla medesima scuola internazionalista del Komintern, tutti con anni di galera o confino alle spalle. La nuova dirigenza comunista giuliana è determinata ad applicare anche a Trieste le logiche della resistenza italiana, e ciò significa collaborazione del Pci con gli altri partiti antifascisti all’interno del Cln e quindi di riacquisizione di autonomia nei confronti del Kps [il partito comunista sloveno]”.

In breve, se sul piano dottrinale si trattava di superare i precedenti tentennamenti filo-slavi della leadership di Vincenzo Marcon[20], sul piano pratico «è tutta la politica annessionista slovena» circa i territori contesi alto-adriatici

a venir apertamente contestata da Frausin, divenuto segretario della federazione triestina del Pci, in quanto giudicata di ostacolo alla strategia dell’alleanza con le altre forze antifasciste italiane, riunite nel Cln[21].

Fig. 4. Vincenzo Antonio Gigante.
Fig. 4. Vincenzo Antonio Gigante.

La lettura di Pupo del 2010, ribadita quattro anni dopo nella monografia I giorni di Trieste[22], sistematizzava, invero, valutazioni da alcuni autori avanzate fin dai primi decenni dopo la conclusione delle ostilità. In questo senso si era espresso, nel 1965, Bruno Steffè in Partigiani italiani della Venezia Giulia. Librando una narrazione persuasiva a fronte di un repertorio di fonti non dichiarato, l’autore, tenente dell’esercito in Libia, milite della Guardia Civica triestina disertata per non prestar giuramento ai tedeschi, infine partigiano garibaldino, osservava tralasciando la figura di Kolarič:

Tra il 24 agosto e il 3 settembre 1944, il secondo CLN di Trieste, quello del maggiore attivismo, del più avanzato orientamento di collaborazione italo-slava, fu quasi totalmente eliminato. […] La segreteria locale del PCI fu letteralmente decapitata, poiché furono arrestati i fratelli Frausin, Gigante, Fachin e altri attivisti italiani. […] L’arresto di Frausin, di Gigante e degli altri vecchi comunisti legati alla Federazione italiana, eliminò all’interno del Partito le punte dei contrasti e il gruppo comunista locale scivolò sulle tesi slave. Tesi che […] assumevano nel frattempo un tono nazionalista sempre più intransigente[23].

Fig. 5. Luigi Frausin.
Fig. 5. Luigi Frausin.

Fig. 6. Luigi Facchin.
Fig. 6. Luigi Facchin.

Il riconoscimento della latente situazione conflittuale interna al campo antifascista di Ara-Magris e Pupo, s’impreziosiva in Steffè della connessione logica, proposta velatamente, tra l’annientamento della dirigenza comunista e la subordinazione del PCI alle posizioni titine. Nel quadro fattuale profilato, che coinvolgeva un collettivo di pensiero storico non circoscritto al solo ex milite della Guardia Civica, il passo interpretativo successivo: la circostanza della delazione con probabile matrice slava, non era più un impensabile logico-narrativo.

Proprio la mancanza della prova documentaria regina – la pistola fumante archivistica –, invece di nuocere, spalancava possibilità poietiche inconsuete al discorso storiografico. Nel caso specifico, il prudente atteggiamento suggerito dalla debolezza dei riscontri era rimpiazzato dalla maliziosa, ma a suo modo inoppugnabile, constatazione relativa all’identità di chi – i resistenti titini – da quella repentina messa fuori gioco di Frausin e compagni aveva tratto beneficio[24].

A dar prova di sé non era la malafede degli studiosi, bensì la forza narrativa di una poietica storiografica in larga misura inconscia, che concatenava e vivificava a vantaggio delle convinzioni profonde degli autori materiali analitici inerti ed incerti.

Tornando agli avvenimenti con protagonista Kolarič, la certezza del suo essere vittima di un traditore non meglio identificato, apparteneva anche a due esponenti comunisti cultori nel tempo della memoria del dirigente muggesano. Ricorrendo a parole alla lettera quasi sovrapponibili, sia Maria Bernetič sia Paolo Sema facevano proprio il dato del tradimento senza accompagnarlo – come gli altri studiosi del resto – ad una possibile critica dei punti deboli dell’organizzazione clandestina resistenziale.

Esponente di punta del movimento operaio, incarcerata dal fascismo, partigiana e deputata alla Camera nel dopoguerra, Bernetič negli appunti più volte ritoccati per tracciare un breve profilo biografico scriveva senza indugi: «Per la sua intensa attività Natale Kolaric viene arrestato verso la metà di maggio su delazione di un provocatore inseritosi nelle file partigiane»[25]. In analogia Paolo Sema, anch’egli figura di punta del comunismo alto-adriatico, gappista, senatore della Repubblica e autore del contributo per anni di riferimento sulle vicende di Frausin e Kolarič, osservava a proposito di quest’ultimo:

viene arrestato verso la metà di maggio su delazione di un provocatore inseritosi nelle file partigiane, a Vermegliano […]. Viene condannato a morte con altri 18 partigiani italiani croati e sloveni dal Tribunale Speciale del Supremo Commissario nella zona di operazioni del Litorale Adriatico[26].

Con l’eccezione di Giovanni Postogna, operaio comunista incarcerato dal regime, forzato collaboratore della polizia durante la detenzione[27], deportato a Dachau negli anni finali della guerra e autore del volume: Muggia operaia e antifascista. Memorie di un militante (1985), protagonista di un lapsus sorprendente confondendo il destino di Natale con quello del fratello partigiano Arminio Kolarič, morto in seguito ad un incidente d’arma da fuoco[28], l’informazione della delazione era, oramai, un fatto acquisito dalla memoria locale e dalla ricerca. Acquisito a tal punto da inscriversi in due strumenti di grande consultazione disponibili a scaffale in centinaia di biblioteche della penisola: l’Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza (La Pietra)[29] ed il Dizionario della Resistenza (Einaudi)[30].

Nella voce dedicata al funzionario di Muggia, entrambe le opere riprendevano la notizia della delazione, ma la prima lo faceva aggiungendovi un elemento di novità, sfortunatamente lasciato cadere dalla critica successiva. Era scritto:

Catturato in seguito a delazione insieme con Rudi Ursich, venne atrocemente torturato e poi fucilato. Il suo delatore, certo Visentin, fu poi deportato in Germania, dove venne giustiziato dagli antifascisti in un campo di concentramento.

Visentin: un nome da non dimenticare.

Certo, considerando le vicissitudini di quegli anni di soffocante regime poliziesco, imbroglio e voltafaccia non erano eventualità né imprevedibili né impreviste[31], di cui lo stesso Kolarič, ignorandolo, era già stato vittima nel passato.

Rientrato illegalmente in Italia nel 1932 a seguito della svolta[32] con la direttiva di riorganizzare il partito tra i contadini del Carso, aveva vissuto una breve stagione di impegno clandestino, passo a passo sorvegliato, in realtà, dall’occhio vigile dell’Ufficio Politico della questura, messo sulla pista dalle soffiate di un giovane comunista di Città Vecchia, Bruno Klun, la cui devastante azione delatoria è da anticipare di almeno un quinquennio rispetto alle ipotesi di Mauro Canali[33].

Fig. 7. Bruno Klun.
Fig. 7. Bruno Klun.

E tuttavia, a caricare di significati controversi la discussione non era (e non è) la questione della delazione in sé. Per una popolazione cittadina addestrata da decenni dagli irredentisti radicali a traslare le proprie paure nazionali in ossessioni, a temere le orde slave, e ad identificare nell’antislavismo e nell’Altro slavo costanti strutturali dell’immaginario italianizzante[34], era la coloritura sloveno-croata dell’inganno a dar fuoco alle polveri delle recriminazioni.

In questo quadro, a fare un ulteriore passo avanti interpretativo rispetto a Steffè, era una figura di vertice del comunismo locale. Al netto dell’amara disillusione personale, condita, forse, di voglia di rivalsa, ad aggiungere un tassello fondamentale alla costruzione del tessuto connettivo che, muovendo dagli spazi dell’immaginario, mirava alla virtù del dato storiografico, era Antonio Budicin, autore di un memoriale pregno di significati fin dal titolo: Nemico del popolo. Un comunista vittima del comunismo[35]. Rovignese, fratello del partigiano medaglia d’oro Pino, dirigente di punta del Centro Interno allevato alla scuola moscovita del partito, Budicin al termine del conflitto entrava in rotta di collisione con quello che, sprezzante, etichettava come comunismo nazionalista slavo[36]. Incarcerato dal regime di Tito dopo il tentativo, finito male, di presentare una lista autonoma alle elezioni, fuggiva rocambolescamente dall’Istria, trovando, infine, riparo a Roma prima dell’emigrazione in Argentina. Proprio nella capitale, dopo aver avuto uno sconfortante abboccamento con i dirigenti del PCI, tra i quali particolarmente astioso si dimostrava Walter Audisio, Budicin s’imbatteva in Sandro Pertini, ex compagno di detenzione. Rievocava Budicin:

Con Pertini m’incontrai per caso. Dopo le solite formalità ci fermammo a chiacchierare in un bar nei pressi del Senato. Mi domandò logicamente cosa facessi a Roma e gli risposi ch’ero profugo. Si risvegliarono anche in lui i ricordi dei cinque anni trascorsi al confino: ‘Come sta il tale? E il tal altro?’. La mia risposta era stata per ciascuno dei nominati, Frausin, Srebnich, Collarich ‘Scomparso!’. Mi è rimasto impresso il commento sulla situazione iugoslava ‘È per questo che mi avevano avvisato, nel 1944, di lasciar subito Trieste, dove m’ero recato in rappresentanza del C.L.N. Alta Italia, di cui ero membro. Se avessero saputo della mia presenza, con un solo colpo di telefono avrebbero potuto consegnarmi al nemico[37].

L’associazione esplicativa offerta dal futuro presidente della Repubblica, dietro la cui autorevolezza il memorialista Budicin si dissolve, risultava clamorosa solo se si ignorano le contorte vicende politiche ed umane del confine orientale nel dopoguerra[38].

Fu infatti allora, nel pieno della rottura del campo comunista tra Stalin e Tito, che un’asserzione simile nei contenuti ma più netta nei toni, era stata enunciata da Davide Lajolo in un articolo del 13 gennaio 1950. Figura dal percorso controverso[39], Lajolo divulgava attraverso il quotidiano nazionale “l’Unità”, affermazioni diffuse localmente da “Il Lavoratore” nel novembre del 1949 con la pubblicazione del Rapporto Zovič[40].

Nel contesto di uno scontro senza esclusione di colpi tra ortodossi moscoviti e revisionisti titini, la cattura e la morte dei dirigenti comunisti giuliani diventata, allora, nuovamente altro da sé. Nel non detto giornalistico, diveniva la profezia di una predisposizione al tradimento degli jugoslavi preannunziata dalla delazione del 1944, e bissata dalla rottura del 1948. Non di meno, oltre le mistificazioni della lotta politica, la perentorietà delle parole di Lajolo sembrava sfuggire ad un uso meramente cinico di vicende le cui conseguenze erano ancora troppo dolorosamente presenti alla vita dei lettori.

Il giornalista de “l’Unità” svolgeva un’inchiesta tra Trieste ed il territorio, coronata da una visita, in compagnia di Vittorio Vidali[41], alla frontiera presidiata dalle truppe jugoslave della zona B. Senza che si abbia motivo di dubitare della sua buona fede, appuntava:

Questa è Muggia, il paese di Frausin […]. Frausin è stato massacrato dalla Gestapo, ma le documentazioni che ‘Il Lavoratore’ di Trieste ha pubblicato recentemente hanno ormai scoperto che l’assassinio è stato organizzato dalla banda titista proprio perché egli era uno di quei combattenti comunisti che si sarebbe sempre opposto […] al tradimento del movimento internazionale proletario”.

Lasciata la frontiera, Lajolo raggiungeva Santa Barbara, un sobborgo di Muggia, dove pur cambiando eroe riproponeva il medesimo cliché:

Santa Barbara è il paese di Kolaric, l’organizzatore militare della guerra partigiana nella zona […]. Anch’egli è caduto assassinato dai nazisti e lo stesso filo che lega la morte di Frausin ai delatori titisti lega quello di Kolaric.

Infine, concludeva il pezzo incontrando alcuni ex resistenti sloveni residenti nella Zona A. Discutendo con loro dei retroscena della guerra partigiana, ritrovava una verità retrospettiva simile ad un’esca interpretativa gettata ai lettori: «soltanto oggi – sottolineava – dopo lo smascheramento dei traditori di Belgrado, essi [i resistenti sloveni] si sono spiegati molti fatti d’allora»[42].

Fig. 8. L’Unità, 17 gennaio 1950.
Fig. 8. L’Unità, 17 gennaio 1950.

Lajolo e Budicin: due sodali ideologici di Frausin e Kolarič. Ma la tesi del tradimento slavo aveva trovato ampio credito, forse origine ed una successiva articolata messa a punto, pure nelle pagine di due ex esponenti del CLN giuliano: l’azionista Giovanni Paladin, ed il socialista Carlo Schiffrer, i quali scrivevano a pochi anni dall’evento, avvalorando sospetti corsi tra gli antifascisti italiani già in quelle settimane di fine ‘44 inizio ‘45 come rilevava puntualmente un rapporto riservato dell’Office of Strategic Services (OSS) statunitense del 21 maggio 1945:

A most significant feature of the CLN – scrivevano gli analisti militari americani – is that since the execution of the Communist, Giuseppe [= Luigi] Frausin, in the fall of 1944, the Italian Communist Party has not bee represented on the Commitee. The heads of the CLN parties suspect that the Italian Leaders of the Communist Party were one by one eliminated by the Yusoslavs who covertly denounced them to the Germans. In any case, they claim that after Frausin’s death the leadership of the party represented not the Italian Communist but Slovene nationalist and carried on a heavy propaganda within the rank and file in favor of Tito Yugoslavia. [...] All the Italian anti-Fascist leaders in the city state that the members of the rank and file of the Communist Party are bewildered by the recent events and feel that they have been betrayed by a leadership which has been masking Slovene nationalism behind a program of anti-Fascist unity[43].

Sintetizzando al limite della semplificazione, con Paladin e Schiffrer prendevano parola due autori il cui retroterra formativo ed identitario, nutrito di pacato eppure ambiguo nazionalismo, non li preservava da abusati pregiudizi e stereotipi verso la componente slovena e croata giuliana, alla quale si negava, in ultima analisi, la possibilità di un dialogo svolto su un piede di reale parità con la rappresentanza italiana. Se il primo, in una pagina dedicata al dramma delle foibe, aveva grossolanamente discettato di psicologie collettive, rammentando gli «istinti ferini che allignano nella psicologia delle genti slave»[44] tout court, il secondo, riflettendo sulla possibile ibridazione delle genti del litorale, aveva sostenuto con disarmante sicurezza violando la lezione di Angelo Vivante[45]: a Gorizia, a Trieste o nell’Istria

Italiani o si è o non si è. L’italianità è un elemento congenito di determinate famiglie di determinati individui (…) conversioni dall’una all’altra nazionalità non saranno possibili, anche per il fatto che nella Venezia Giulia gli Italiani, di regola, non conoscono affatto le lingue slave[46].

A tacere dei contenuti discutibili già all’epoca di tali affermazioni incuranti della negoziabilità dei dati storico-culturali[47], si trattava di premesse epistemologiche ed emotive, prima ancora che logico-analitiche, inadatte a predisporre alla necessaria distanza critica dagli avvenimenti. Tanto più che questi, per entrambi i politici-autori, richiamavano alla mente traversie personali drammatiche, pagate nel caso di Schiffrer anche col carcere. Inoltre, tassello decisivo per la ponderazione dei canoni interpretativi proposti, ai due informati studiosi erano sicuramente noti i nomi dei compagni antifascisti italiani liquidati in circostanze dubbie dai titini: Lelio Zustovich, capo comunista dell’Istria[48]; Darko Pezza, comandante partigiano le cui vicissitudini avevano finanche provocato un intervento (infruttuoso) di Kolarič presso i comandi sloveni[49]; ed il suo collaboratore Umberto Dorini.

Carlo Schiffrer, geografo, storico e rappresentante socialista presso il CLN, non aveva esitato a considerare con un’osservazione ripresa dalla carta stampata a metà degli anni ‘70: «i nazionalisti lubianesi trovarono il modo di sbarazzarsi del Frausin facendolo cadere nelle mani delle SS»[50]. Non diversamente Paladin, nativo di Visignano d’Istria, promotore delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e consultore durante la transizione istituzionale, aveva sostenuto nel 1954 in un testo a metà tra storiografia e memoria, la necessità per l’OF di «eliminare taluni membri della Segreteria Politica [del comunismo locale] troppo compromessi col CLN giuliano». Quest’inconfessata esigenza, messa a segno indirettamente grazie al braccio armato delle SS, aveva condotto all’eliminazione fisica, tra gli altri, di Frausin, del nipote Giorgio, e di Vincenzo Gigante, così favorendo l’asservimento del movimento comunista regionale «alle mire politiche di Lubiana»[51]. Una lettura dei fatti già anticipata nel dicembre del 1945, a pochi mesi dagli eventi, in un breve saggio per il mensile di arte, politica e cultura “Mercurio”. Dopo aver ricordato come, approfittando del crollo dello Stato fascista, «nella seconda metà di settembre del 1943 la ferocia balcanica poté sfogarsi senza ritegno» con l’infoibamento in Istria di 500 italiani, Paladin proseguiva allusivamente narrando del tentativo di accordo tra due delegati dell’OF e due rappresentanti del CLN a Trieste nell’estate del 1944. Accordi sottoscritti ma rimasti lettera morta poiché «il 5 settembre 1944 la polizia nazista arrestò Umberto Felluga e Luigi Frausin, mentre non subirono alcuna molestia i due delegati sloveni»[52], Urban, esponente del governo di Tito a Lubiana, e Stoka, l’organizzatore degli operai slavi della Venezia Giulia[53].

Più vicino a noi nel tempo, certe sicurezze analitiche sprovviste di basi documentarie dichiarate sono state rilanciate da Antonio Sema, storico militare figlio del già citato Paolo. Nella cura del saggio di H. Schneider-Bosgard, Bandenkampf. Resistenza e controguerriglia al confine orientale (2003), con eccessivo astio, Sema deponeva «per la non casualità del nesso» tra gli arresti di Frausin e altri comunisti e «l’avvio dei preparativi per la presa di potere nella Venezia Giulia da parte dei vertici resistenziali sloveni»[54]. In particolare, pur sottovalutando i tempi lunghi della storia culturale dell’area di confine giuliana, osservava non senza motivo: «il cuneo della divisione etnica e nazionale è stato conficcato nel cuore della Resistenza non solo dai tedeschi, ma anche dai titini»[55].

Ora, se si trae un bilancio dalla rassegna di autori e testi sondati, e si considera che la circostanza della delazione slava è stata incorporata dalle motivazioni ufficiali stilate per il conferimento delle onorificenze a Kolarič e Frausin – motivazioni pubblicate nel sito della Presidenza della Repubblica Italiana[56] – il nodo storiografico relativo sembrerebbe in sostanza acclarato. Al contrario, le tesi di Lajolo, Budicin, Paladin, Schiffrer e Antonio Sema, hanno suscitato la replica di numerose voci scettiche, distribuite tra chi ha rammentato alla platea dei lettori «che le teorie indimostrate non equivalgono a fatti, neppure se sostenute da quadri indiziari eloquenti», e chi ha guardato all’histoire-problème in esame come ad «uno scenario in attesa d’essere illuminato, a prescindere dalle possibili risultanze»[57], da rinnovati scavi euristici e fonti inedite.

La smentita seguita alla rilettura integrale di Karlsen del Rapporto Zovič aveva avuto un’anticipazione, seppur spoglia di appigli documentari, con Elio Apih. L’accademico giuliano, in un testo divulgativo del 1988 ristampato ventisette anni dopo, le cui 200 pagine ripercorrevano la vicenda di Trieste dal XVIII secolo agli anni ’70 del Novecento, aveva reputato opportuno ritagliare al tema un inciso parentetico importante. Narrando di quell’angoscioso 1944, aveva scritto:

In settembre vi fu la svolta dei comunisti e la rottura fra le due Resistenze. Avviene la cattura, ad opera di un delatore, di Frausin, Kolarich, Gigante (si parlò a lungo di delazione promossa dall’O.F., per sbarazzarsi degli internazionalisti italiani, ma è da ritenere falso)[58].

Fig. 9. Natale Kolarič.
Fig. 9. Natale Kolarič.

Perseguendo una diversa strategia esplicativa, approdava alla medesima opinione di Apih Claudia Cernigoi, autrice del dossier Le due Resistenze di Trieste (2015). Evitando di isolare gli arresti dei dirigenti del PCI dalla dinamica complessiva dell’azione annientatrice germanica di quei mesi – azione figlia dell’assunto strategico di una controguerriglia diretta alla distruzione preliminare dei gruppi dirigenti resistenziali[59] –, e riportando al lettore fatti di frequente omessi dall’attenzione selettiva degli storici fautori della delazione slava, l’autrice appuntava:

tra agosto e settembre 1944 la repressione nazifascista colpì pesantemente a Trieste il movimento di resistenza: furono arrestati 75 militanti di formazioni collegate all’OF, ai GAP, all’UODE, 48 dei quali furono uccisi in Risiera o non rientrarono dalla deportazione nei lager germanici. Furono inoltre fucilati il 18/9/44 19 partigiani dell’EPLJ (tra i quali il dirigente comunista Natale Kolarich); ed in questo contesto furono arrestati tra agosto e dicembre cinque segretari del PC e 7 dirigenti del KPS (Komunistična partja Slovenje)[60].

Con Cernigoi l’artificio metodologico dell’ampliamento dello sguardo autoriale, che osserva a distanza di decenni la materia complessa del passato[61], muniva il dibattito di due rilevanti novità. In primo luogo, ricalibrava il significato singolare ma non incomparabile in quel contesto dell’evento distruzione della dirigenza comunista italiana. Secondariamente, depurava il lavoro critico dalle scorie inevitabili di un’epistemologia nazionalista che, consapevole o meno, autorizzava studiosi dall’esitante spirito autocritico a fare della presenza resistenziale slava nelle aree urbane e suburbane un dato, se non marginale, comunque non fondante del processo interpretativo.

Un altro storico capace di valorizzare la cassetta degli attrezzi critici della disciplina è stato Galliano Fogar. Autore nel 1982 di uno studio fondamentale: L’antifascismo operaio monfalconese fra le due guerre (1982)[62], Fogar si focalizzava sulle traversie di Luigi Frausin col saggio del 1987 Storia di una delazione[63]. Intervento inaugurato da una puntuale disamina dei passaggi burocratici che conducevano all’attribuzione della medaglia d’oro al comunista muggesano. Comparando le mozioni inoltrate al competente dicastero dai proponenti nei primi anni ‘50, da un lato i comandanti partigiani Antonio Fonda e Ercole Miani, dall’altro l’amministrazione comunale di Muggia, constatava eloquentemente come nessuna delle due proposte contenesse la frase delazione slava acquisita, al contrario, dalle motivazioni ufficiali. «Il testo modificato», proseguiva lo studioso, che «assumeva un significato chiaramente politico» suscitando «immediate reazioni nella stampa comunista e di sinistra italiana e slovena», non era nemmeno frutto della penna della Commissione ministeriale per il riconoscimento delle qualifiche e ricompense ai partigiani. Bensì, ipotizzava, di «un imprecisato ufficio od organo burocratico addetto a tali compiti»[64].

Chiarita in parte la genesi della frase incriminata, Fogar corredava la premessa di una puntuale riflessione circa le caratteristiche originali del collaborazionismo triestino. All’interno di queste pagine, valorizzando al pari di Karlsen il minuzioso lavoro di ricerca di Giorgio Iaksetich – capostipite della corrente scettica – individuava in Enzo Mari/Marsich, alias Giulio, un ex ufficiale partigiano della Garibaldi-Trieste, l’indiziato numero uno[65] del tradimento subito da Frausin. Congettura questa che permetteva allo storico di approdare a due certezze: l’appartenenza al campo nazifascista dell’informatore responsabile della cattura di Frausin; la grossolanità storiografica della motivazione «mistificatoria e insidiosa»[66] con la quale, citando incautamente la delazione slava, era stata conferita la medaglia d’oro.

Ultimo, ma non per ultimo, nella carrellata dei protagonisti propensi a «respingere con nettezza la tesi della delazione slava che avrebbe portato all’arresto di Frausin, Gigante e altri dirigenti italiani»[67], era Rudi Ursini-Uršič, l’uomo arrestato a Vermegliano con Kolarič, e scampato al lager evadendo dal convoglio che lo stava deportando in Germania[68].

Anche il suo racconto, affidato alle pagine di Attraverso Trieste. Un rivoluzionario pacifista in una città di frontiera, pagava l’obbligato debito alla ricostruzione di Iaksetich. Ma a questa, suggerendo una rinnovata lettura dell’evento, aggiungeva con i ricordi personali censure polemiche di straordinario interesse alle quali non sfuggivano i maggiorenti del PCI locale.

Se a Kolarič Ursini-Uršič dedicava parole di stima velate di rimpianto per i lunghi colloqui intrecciati[69], riconoscendogli una disponibilità verso le esigenze politico-militari dei gruppi partigiani sloveni[70] assente in altri dirigenti comunisti, altrettanto l’autore non replicava per Vittorio Vidali, Giorgio Frausin[71] e Luigi Frausin, quest’ultimo sbrigativamente etichettato come «irriducibile stalinista ed intransigente assertore dell’italianità di queste terre»[72].

Nel quadro dialogico delle ricostruzioni attinenti gli eventi del maggio-settembre 1944, la narrazione di Ursini-Uršič, un attivista a cui toccherà la singolare sorte, dopo la rottura Stalin/Tito, d’essere ostracizzato sia dai cominformisti sia dai filo-jugoslavi per la propria posizione autonomista, mostrava un pregio raro. Quello di disquisire del tema tabù delle «gravi lacune dell’attività clandestina dell’epoca delle organizzazioni illegali facenti capo al PCI»[73]. In particolare, evidenziando una presunta omissione di Iaksetich, rammentava come

addosso a Kolarič erano stati trovati un gran numero di documenti, anche di carattere militare, in ispecie concernenti i GAP, nonché una grossa somma di denaro, di cui Kolarič, per un calcolo sbagliato, non volle disfarsi, subito dopo il fermo, seppur da me insistentemente sollecitato quando venne dapprima fermato e poi arrestato a Vermegliano, per una ragione del tutto casuale[74].

Per una ragione del tutto casuale: all’ipotesi della delazione slava si contrapponeva, per adottare la beffarda annotazione di Antonio Sema[75], la logica del destino cinico e baro. Ma ecco la descrizione di quella giornata nelle parole del testimone e protagonista Ursini-Uršič, allora impegnato col dirigente muggesano ad organizzare la resistenza tra i lavoratori dei cantieri di Monfalcone ed i proletari dei sobborghi della città.

Kolarič decise di far ritorno a Trieste il mattino del 5 maggio 1944. Prima di partire, avevo voluto recarmi al mio fermo posta di Vermegliano, per vedere se era giunta della posta […] Ignoravo però che, al mattino presto, la banda di Ketner aveva catturato il corriere Visintin a Iamiano (Jamlje), mentre stava ritornando e che questi, ben presto era crollato sotto le botte di Ketner e dei suoi aguzzini. Al fermo posta di Vermegliano era ad attendermi la banda al completo. Il caso volle che Kolarič – seppur non era stata prevista la sua puntata al mio fermo posta – si era deciso, all’ultimo momento, di recarvisi assieme a me, per proseguire da lì, in bicicletta, direttamente per Trieste. La banda di Ketner, un drappello di disperati, di circa 30 uomini, che cercavano di rifarsi una verginità, dopo esser stati degradati come indegni per reati vari, comandati dal sergente Ketner […] era un commando antiguerriglia con sede a Visogliano […] Il commando era specializzato nella caccia agli attivisti politici ed ai corrieri. Al momento della cattura […] – proseguiva Ursini-Uršič – Kolarič aveva addosso una grande quantità di documenti, sia politici che militari nonché molto denaro: malgrado fosse stato insistentemente sollecitato da me a disfarsi di tutto – trovandosi fra circa una novantina di persone fermate in precedenza e tutti insieme custoditi in un fienile – Kolarič, per un calcolo sbagliato, non aveva voluto far proprio il suggerimento.

«Parte di questo materiale, trovato addosso a Kolarič», concludeva Ursini-Uršič con un cenno (autolegittimante) al futuro Rapporto Zovič,

viene […] menzionato in un residuo di archivio di un centro informatori, al servizio dei tedeschi, scoperto per puro caso, nel corso dei lavori, eseguiti alla fine del 1948, su un fabbricato posto dietro la chiesa parrocchiale di Barcola[76].

Nell’economia delle narrazioni di quei giorni dai cento volti, il lungo passo riportato è importante per una pluralità di ragioni sia informative che interpretative. 

Innanzi tutto, Ursini-Uršič ribadiva la ragione della circostanza sfortunata. La visita al fermo posta non concordata di un Kolarič qui ritratto – credibilmente? e senza che ciò ne pregiudichi il giudizio positivo precedente… – come uno sprovveduto del lavoro clandestino, lo aveva condotto nelle mani dei nazifascisti carico di documenti compromettenti per l’intera organizzazione resistenziale.

In secondo luogo, il testo aggiungeva elementi inediti alle trascorse esposizioni. L’arresto e la custodia in un fienile di 90 uomini eseguito dai tedeschi nell’ambito di un’operazione di rastrellamento di intere contrade, si differenziava marcatamente dalla strategia, alla quale gli storici si erano implicitamente abbarbicati fin dal 1950, di distruzione mirata della dirigenza comunista del litorale, di cui la cattura di Kolarič sarebbe stato solo uno dei primi episodi.

La testimonianza, inoltre, metteva per la prima volta a fuoco il ruolo di un non meglio specificato Visintin[77] sia come corriere partigiano, sia, soprattutto, come anello debole di un domino clandestino che, a seguito del suo iniziale cedimento sotto tortura, portava all’identificazione dei membri attivi della resistenza – e qui, forse, si potrebbe ritrovare un piccolo tassello esplicativo del tragico destino di quel Visentin ricordato dall’Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza punito dai deportati in un lager germanico.

Ancora, l’esistenza resa nota da Ursini-Uršič di un fermo posta presso l’abitazione di un’insospettabile famiglia presso Vermegliano – covo in apparenza ignoto alle polizie nazifasciste ma, probabilmente, da queste tenuto d’occhio dopo il maggio del ’44 – aiuterebbe a spiegare una successiva tragica coincidenza. E cioè la presenza in quelle medesime case e stanze dei quattro partigiani (tra cui Edilia Moimas, della Brigata Trieste), assassinati dai fascisti nella mattanza del 04 gennaio 1945.

Infine, un ultimo punto del racconto di Attraverso Trieste meritava estrema attenzione. Si trattava di una chiave di lettura di quelle drammatiche vicende che, paradossalmente, conduceva Ursini-Uršič a precorrere le domande senza risposta rilanciate nel 2004 da un autore da lui preso a bersaglio: Paolo Sema.

Fig. 10. Natale Kolarič.
Fig. 10. Natale Kolarič.

Fig. 11. Giorgio Iaksetich.
Fig. 11. Giorgio Iaksetich.

Per il primo come per il secondo non era da escludere che l’arresto di Kolarič potesse avere legami col doppio gioco di Mariuccia Laurenti, una giovane triestina, sorella del partigiano e commissario di brigata Eugenio, passata al soldo della Gestapo presumibilmente verso la fine di marzo del 1944. Per la sua attività di corriere di Branko Babič, segretario regionale dei comunisti sloveni, e per la stretta amicizia, corrisposta, con Vincenzo Bianco, la Laurenti era stata regolarmente in contatto con i massimi dirigenti del comunismo locale, sovente conoscendone funzioni, recapiti, decisioni e progetti. Ora, se Paolo Sema, con prudenza, si limitava ad interrogare se stesso ed i lettori a proposito degli effetti del tradimento, pubblicando, tra l’altro, in traduzione italiana i verbali del processo intentatole dal IX Corpus titino per il reato di spionaggio[78], Ursini-Uršič adottava una strategia sottile nel montaggio delle informazioni, e non di meno argutamente allusiva nell’approdo analitico.

Dopo averne ricordato l’opera delatoria, «favorita dall’irresponsabile gestione del servizio di sicurezza dipendente dal PCI del litorale»[79], glossava con fare in apparenza neutro: «sulla questione Laurenti, la cattura di Kolarič, invece, non aveva permesso che si venisse a conoscenza del suo tradimento», né era stato possibile appurare a quali conclusioni fosse pervenuta l’inchiesta istruita dal dirigente di Santa Barbara sulla staffetta di Babič da più compagni sospettata di doppio gioco[80].

Per il lettore attento, gli incisi appena menzionati di Ursini-Uršič non cadevano in un vuoto logico-informativo. Due pagine prima, abbozzando una concatenazione causale di eventi nel mentre illustrava i compiti organizzativi di Kolarič a Monfalcone, egli aveva preavvertito che il ritorno dal capoluogo giuliano nell’isontino del comandante dei GAP

era dovuto pure ad una ragione molto più delicata e pericolosa per l’integrità del movimento clandestino sia italiano che sloveno come, purtroppo, hanno messo in evidenza gli avvenimenti dei mesi seguenti: doveva condurre un’indagine confidenziale sul corriere Mariuccia Laurenti, la quale aveva fatto molte volte da accompagnatrice, nel monfalconese, di Giorgio Frausin[81].

Corretta o tendenziosa, precisa o minimizzante che fosse, la lettura promossa da Ursini-Uršič con Attraverso Trieste aveva un approdo indiscutibile. Pur con qualche singolare contraddizione, dietro lo schermo della doppia tesi dell’effetto distruttivo del tradimento della Laurenti, e della casualità della cattura di un Kolarič impreparato a tale eventualità, l’ipotesi della delazione slava cara ai memorialisti filo-ciellenisti perdeva di credibilità, finendo inevitabilmente relegata a ferro vecchio, e fuorviante, per la comprensione di quelle tragiche giornate.

 

2. Un pervasivo immaginario nazionalista? Alcune note

Stratificatosi nell’arco di sette decenni, è questo, tracciato per sommi capi e senza pretese di completezza, il quadro conoscitivo ed emotivo, frutto dell’intreccio di più narrazioni memorialistiche e storiografiche, entro il quale va collocata la fonte inedita proposta ai lettori circa la cattura, la carcerazione e la condanna a morte di Natale Kolarič.

La scelta metodologico-narrativa di navigare liberamente nelle temporalità dei protagonisti e dei testi non è stata casuale. Preferita ad una scansione analitica orientata cronologicamente, essa ha inteso sottolineare, a favore dei fruitori odierni del documento, non tanto gli scarti interpretativi che caratterizzano le singole narrazioni, quanto rappresentare, per riflesso, i percorsi di costruzione di un tessuto conoscitivo reticolare e frammentato, sorto nello spazio ibrido a cavallo tra memoria e indagine storica.

Il documento, qui trascritto in copia integrale dell’originale, compresi gli errori di battitura e la punteggiatura spesso scorretta, si presenta composto da 5 fogli dattiloscritti, tutti tranne il primo numerati. Pur offrendosi come testimonianza del comunista di Monfalcone Valerio Beltrame[82], esso è in realtà un resoconto corale, nel quale altre quattro voci – quella dei compagni di fede politica Andrea Marusich, Leda Blason, Ruggero Bersa[83] e Ottavio Ferletti[84] – s’intrecciano in un controcanto espositivo trattando di un episodio che, almeno per quel che concerne Marusich, lo vede anche nei panni di sfortunato attore.

Le Note biografiche sull’arresto e incarcerazione del Comp. Colaric Natale, alla cui origine si pongono un desiderio e un libro: quello di Beltrame di chiarire certi fatti del maggio ’44 maturato dopo la lettura del volume di Steffè La lotta antifascista nel basso Friuli e nell’Isontino[85], scaturiscono nell’ambito di una parte politica precisa, la comunista giuliana, invogliata a ripercorrere quei luttuosi eventi quando le fratricide polemiche col campo titino, così influenti nell’approccio di Lajolo, sono oramai solo un ricordo.

Senza voler togliere al lettore il piacere della scoperta, anticipo che il documento racconta una nuova versione di quella drammatica giornata, innesco di un’odissea conclusasi con la fucilazione di Kolarič.

Lontano dalle mortali contrapposizioni ideologiche tra resistenti e nazifascisti, il testo, auspice il primo dei testimoni, adombra una sorta di tradimento motivato da ragioni di banale conflittualità quotidiana: l’utilizzo non concordato di una bicicletta. L’incipit, anti-epico e poco eroico, innesca una danza di fermi e violenze fasciste di cui sono vittime, col dirigente muggesano, altri tre comunisti. In quella caporetto dell’antifascismo isontino sono arrestati Rudi Ursič, Andrea Marusich, deportato poi in Germania, e Stanco Visintin, al pari di Marusich finito a Buchenwald dove perirà di stenti. Un nome, Visintin, che in mancanza di più dettagliati riscontri, non può non lasciare sorgere un agghiacciante e, forse, irrisolvibile dubbio. Nell’accumulo posteriore e disordinato di memorie pubbliche, reminiscenze personali e dicerie più o meno fondate, potrebbe essere lui, vittima di tragiche incomprensioni, il Visentin menzionato dall’Enciclopedia della Resistenza deportato nel Reich e colà giustiziato dagli antifascisti come delatore di Kolarič?

Complessivamente, le Note biografiche meritano l’attenzione degli studiosi per un’intrinseca, duplice, importanza, evenemenziale e storiografica da un lato, interpretativa e simbolica dall’altro.

Nel primo senso, sono ricche di notizie relativamente conosciute dalla letteratura storica. Esse ci forniscono dei riferimenti temporali accurati in merito alle settimane dell’arresto, della prigionia e della condanna. Permettono, con approssimazione, di stabilire tra il giorno dell’arresto e quello dell’esecuzione – se prestiamo fede al comunicato firmato dal comando germanico apparso ne “Il Piccolo” del 21 settembre 1944[86] inerente la fucilazione di 19 partigiani – una detenzione di oltre 100 giorni trascorsa da Kolarič tra il carcere del Coroneo e la  Risiera di San Sabba.

Fig. 12. Il Piccolo, 21 settembre 1944.
Fig. 12. Il Piccolo, 21 settembre 1944.

Ci offrono una delle ultime, toccanti, istantanee del dirigente muggesano, allora trentaseienne, nell’atto di raccogliere un romanzo dal proprio letto mentre «sconvolto, serio», informa i compagni di cella della sentenza di condanna a morte pronunciata dalle autorità germaniche. Descrivono le brutali modalità di interrogare e gestire i prigionieri delle polizie di sicurezza tedesche col compiaciuto supporto dei fascisti repubblichini. Aprono uno squarcio sull’oblio disceso su un altro, tragico, avvenimento occorso nelle stesse stanze di via Pacinotti 16 di Vermegliano, dove Kolarič ed i compagni vivono le prime ore di prigionia: l’eccidio, nel gennaio 1945 per mano fascista, di quattro partigiani, due uomini e due donne, la prima delle quali moglie di Andrea Marusich, e la seconda, Edilia Moimas[87] della Brigata Trieste, allora madre di una bambina la sola a salvarsi quel giorno.

Le Note biografiche, infine, dipingono la disperata destrezza d Kolarič che, sanguinante e pesto, approfittando di un attimo di disattenzione dei carcerieri, subito dopo la cattura ingoia alcuni documenti compromettenti finendo per pagare l’astuto gesto con nuove, bestiali, percosse. Un fermo-immagine solo in apparenza minore nell’economia complessiva degli eventi. Indirettamente, esso sembra suffragare la denuncia avanzata da Ursini-Uršič a proposito delle scarse misure di sicurezza in voga tra i responsabili del PCI.

Ricche per quanto riguarda gli avvenimenti, le Note biografiche si rivelano altrettanto fertili sul piano della dimensione interpretativa e, latu sensu, culturale. Esse forniscono una nuova freccia all’arco dei sostenitori della delazione slava. La testimone Leda Blason parla apertamente di trappola ed imboscata, mentre Ruggero Bersa e Ottavio Ferletti, all’epoca dei fatti membri del CLN locale, non esitano a ritenere Kolarič un ostacolo per gli intendimenti separatisti promossi nelle campagne isontine dal movimento di liberazione sloveno. E del resto, precisano i testimoni accreditando l’assunto iniziale senza produrre fonti a sostegno, era risaputo che il giorno dell’arresto il responsabile dei GAP si recava ad una riunione di compagni sloveni pianificata inspiegabilmente all’improvviso, della quale Ferletti, la sera prima della cattura compagno di riservate conversazioni con Kolarič, ignorava fissazione e ordine del giorno.

La persistenza lungo i decenni del cliché della delazione slava; la facilità di condivisione del medesimo mostrata da settori politici eterogenei e, non di rado, conflittuali; la sua intangibilità alle rettifiche della ricerca: come emerge anche dalla lettura delle Note biografiche, questi sono interrogativi da non lasciar cadere, ignorabili solo da una visione epistemologicamente miope e metodologicamente inaridita dell’analisi storica. Interrogativi stringenti ai quali una prima soluzione può essere suggerita muovendo dalle celebri riflessioni di Marc Bloch sulle false notizie di guerra, ponderate alla luce delle peculiarità antropologiche e culturali della regione di confine giuliana.

Simile alla falsa notizia, lo spettro della delazione slava da troppi inverato, ma da pochi esaminato con le armi della critica nella sua genealogia poietica, non solo non presta il fianco alle smentite. Immesso nei circuiti mnemonici e storiografici da un susseguirsi caotico di voci più o meno fondate, si dimostra la spia di atteggiamenti psicologici radicati, collettivamente partecipati e diffusi oltre le appartenenze ideologiche, dalla gestazione lunga e distribuita nei ritmi lenti della quotidianità.

Oltre gli ambiti della storia ideologica, è la dimensione identitaria-culturale a favorire l’accreditamento e la condivisione della notizia. Non diversamente dall’errore indagato da Bloch, la delazione slava

non si propaga, non si amplia, non vive, infine, che a una condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. In essa, inconsciamente, gli uomini esprimono i loro pregiudizi, i loro odi, i loro timori, tutte le loro emozioni più forti. […] Facilmente – prosegue il grande storico francese – si crede ciò che si ha il bisogno di credere.

E quasi profetico, conclude: «Una leggenda che ha ispirato atti clamorosi e soprattutto azioni crudeli, è vicinissima a essere indistruttibile»[88].

Alla luce dei suggerimenti blochiani, l’ombra della delazione slava autorizza una doppia lettura.

In primo luogo, al pari della costruzione fantasmatica della figura-martire di Rodolfo Parisi[89], il giovane triestino-italiano vittima degli scontri dei portici di Chiozza del luglio 1868 con militi slavi, essa si dimostra un sismografo sensibile dei rapporti interetnici locali. Una chiave di volta evenemenziale – nel senso di Francis Affergan[90] – con conseguenze concrete nella memoria collettiva e nella letteratura storiografica proprio perché sommuove pregiudizi, ossessioni, timori, ed emozioni centrali per la fondazione identitaria dell’italianità locale.

In secondo luogo, essa acquista all’occhio dell’analista contemporaneo la valenza di cartina di tornasole di una rappresentazione operativa capace di illuminare le forme attraverso le quali la parte maggioritaria della società triestina ha inteso raccontare se stessa e gli altri, si è immaginata come progetto futuribile, e si è predisposta a raccogliere, condividere, montare, rifiutare e trasmettere informazioni[91] inerenti il Sé collettivo. Una pratica di antropoietica identitaria nei suoi esiti credibile quanto utile per rinsaldare le scosse sicurezze di una comunità di confine[92] auto-percepitasi sotto attacco. 

Per concludere, come ha scritto Leonardo Raito nella sua lucida analisi di quei contorti frangenti,

risulta impossibile comprendere la storia del movimento antifascista ai confini orientali se si trascurano le ostilità del PCS [Partico comunista sloveno] e del PCC [Partito comunista croato] nei confronti del PCI[93].

Nello stesso tempo, un perfezionato inquadramento di quelle ostilità che sappia evitare le ristrettezze della storiografia politica, deve progredire da un accorto ampliamento delle prospettive analitiche[94], le quali non possono più trascurare le conseguenze a lungo termine culturali e psicologiche di una bildung nazionalista affratellata dal destino esistenziale di baluardo latino contro la corruzione slava[95].

Quando, durante i 40 giorni dell’occupazione titina del maggio ’45, i triestini di lingua italiana, per rimarcare estraneità e distanza, guarderanno ai partigiani sloveni e croati come a dei barbari[96] calati dall’hinterland rurale nel cuore stesso della civiltà, non faranno nulla di storicamente inedito. A prescindere dell’irripetibile, scontata unicità degli eventi[97], e al di là dell’implicita, rituale, rimozione della secolare presenza slava urbana, essi attingevano – senza nemmeno avvedersene – ad una riserva di simboli e materiali linguistici xenofobi sedimentatasi tra l’anno Mille ed i primi decenni del ‘600[98]. Riserva trascesa a sorta di senso comune e, dalla metà dell’Ottocento, resa congenita e cogente al discorso etnonazionale in funzione mobilitante delle masse[99] da uno stuolo di intellettuali accomunati da un doppio privilegio: quello della parola scritta, e quello della competenza alla riconfigurazione del presente del passato[100].

 

Appendice. Note biografiche sull’arresto e incarcerazione del Comp. Colaric Natale nome di battagia “BOSO”

Da: Archivio storico dell’Istituto “Livio Saranz”, Trieste. Serie PCI, Bernetic Marija (1943-1993), b. 9, d. 383.

[Foglio 1]

Dichiara il Comp. Valerio Beltrame che nel Giugno 1944 si trovava nel Carcere del Coroneo di Trieste quale detenuto politico, essendo stato arrestato nel Ottobre del 1942 dall’ufficio politico della questura di Trieste e deferito al Tribunale Specale del regime fascista, incontrò il Comp. Colarich Natale Nelle seguenti circostanze:

In un giorno del Giugno 1944 per un attacco di febbre il sottoscritto fù trasferito dalla cella N.23 in una cella dell’infermeria del carcere e dopo qualche giorno fù invitato dal medico, in quel ambulatorio per analisi del caso della malattia e mentre era in attesa di essere ricevuto dal sanitario un detenuto le comunico che l’uomo che in quel momento si trovava sulla porta di entrata dell’ambulatorio si chiamava Colarich, il quale era un noto Partigiano arrestato nel Monfalconese alcuni giorni fa. Il Comp. Indicato vestiva una camicia color grigio, un paio di calzoni stracciti, una grande fasciatura che dalla spalla sinistra immobilizzavano il braccio stesso, a mò di braccio al collo. ad un segno di domanda del Beltrame il detenuto informatore spiegò che il Comp. Colarich aveva una brutta ferita d’arma da fuoco alla spalla sinistra con entrata e uscita di proiettili sparati da tedeschi in un tentativo di fuga.

Il Comp. entrò dopo unpò nella sla di medicazione uscendo dopo circa mezzora era fascito a nuovo pero aveva gli stessi indumenti, il Comp. B. tenta di scambiare qualche parola con il ferito : dove sei stato arrestato? Io sono un detenuto politico di Monfalcone sono stato arrestato nel ottobre 1942 con il gruppo di Colussi[101], conosci il fatto? Il Comp. interrogato pronunciò frasi non comprensibili in primo ma poi disse di essere a disposizione delleS.S. e dei fascisti suoi collaboratori espresse cualche frase del C.L.N. e quindi le fù intimato dal secondino di seguirlo in cella che si trovava a canto a quella del Comp. Beltrame.

Alle ore 17 dello stesso giorno si setono dei passi ben distinti di militari tedeschi S.S. oltre il cucherle il B. vede due S.S. armati di mitra e un secondino del carcere, che apre la cella ove si trovava il Comp. Colarich lo invita ad uscire e seguirli al comanda delle S.S. per essere interrogato.

Il Comp. Colarich fù portato nuovamente nella cella dell’infermeria alle ore 12 del giorno seguente al momento della distribuzione della brodaglia che il B. approfitta del momento per avicinae il Comp. lo trova sconvolto, serio e in mano un romanzo appena raccolto dal suo letto ove si preparava a distendersi ; le chiese : come è andata? Il Comp. Colarich rispose: le S.S. mi hanno condannato a morte avendo saputo della della mia attività di :militante comunista. il secondino ; interviene e il B. rientra nella propria cella ;.

Alle ore 20 circa dello stesso giorno, di nuovo le S.S che prelevano il Comp., portandolo nel braccio della morte, che le S.S usavano ; era un braccio ; del carcere interno che si allungava verso il muro di cinta sulla metà del fabbricato del carcere stesso.

2. Foglio

All’indomani il Beltrame chiese informazioni alla guardia di custodia del reparto infermeria sulla sorte del Colarich viene così a sapere che il Comp. era stato prelevato dalle S.S. alle ore 5 di quel giorno e che mentre le S.S. lo accompagnavano verso l’uscita il Comp. aveva le mani legate dietro alla schieno con una cintola di quoio.

Il B. suppone sia stato il giorno 15 Giugno 1944.

Infatti il Beltrame , su richiesta della vedova del Comp. Colarich fece nel 1969 una dichiarazione alla stessa, che doveva servirle per certi riconoscimenti di legge .

“ Io sottoscritto Valerio Beltrame dichiara che nel ; mese di Giugno dell’anno 1944 mi trovavo nell’infermeria del Carcere del Coroneo di Trieste, come detenuto politico a disposizione delle S.S. Tedesca , ebbi come vicino di cella il detenuto Colarich natale anchesso per motivi politici a disposizione della predetta S.S .; e che fù delle stesse condannato alla pena di morte e giustiziato presso la Risiera di S.Saba circa il giorno 15/giugno 1944”

Questa dichiarazione è stata ritenuta valida dalla polizia di Trieste e la vedova del Comp. Colarich ottenne cio che ebbe richiesto .

Il libro del Comp. Bruno Steffè “ La lotta Antifascista nel Friuli e nell’Isontino” Ha invogliato il Beltrame alla ricerca dei particolari sull’arresto del Comp. Colarich “Boso” trovando che il Comp. è stato fermato ; nel maggio 1944, da S.S. tedesca e da repubblichini in borghese, che fugevano da interpreti, a Vermegliano, frazione di Ronchi dei Legionari , in via Capitello mentre era diretto ad un appuntamento in casa del Comp. Visintin Stanco segnata con il N.25 della via su indicata.

Per capire meglio qell’avvenimento il Comp. B. espone alcune testimonianze raccolte fra comp. protagonisti di quegli ; avvenimenti.

Dal Comp. Marus ich Andrea , che in quel periodo abitava al N. 26 della via Capitello,ed era un combattente nella Resistenza,e attualmente abita a Doberdò del lago in località Marcotini, rimpetto alla Trattoria . Dice :

In un mattino di Maggio dell’anno 1944 fui fermatoad un blocco stradale posto da tedeschi e fascisti nei pressi di Iamiano, sulla Strada del Vallone incrocio strada che porta a Doberdò via lago li venni perquisito e mi fù trovato in tasca una pistolla Bertta calibro 9 della quale non mi sono potuto liberare dato l’improviso fermo.

Due giorni prima di questo fermo,dice Andrea,ricevetti il compito di ; accompagnare un tizio in un ritrovo partigiano nei pressi di Ranziano del Carso con partenza da Vermegliano , nelle vicinanze della mia abitazione ma per tale operazione mi serviva una bicicletta che la chiesi alla vicina famiglia Ferfoglia assicurando a questa, la restituzione della bici non appena terminata la missione, ma la ragazza chi Andrea trova in casa si opone alla consegna della bici, Andrea che sa dell’importanza della missione, prende la bici senza consenso della proprietaria e parte lasciandosi alle spalle le grida minacciose della ragazza che a affermava di fargliela pagar cara , questa ragazza era la figlia del proprietario della casa e si chiama Ferfoglia Celestina.

di ritorno dalla missione, dice Andrea , percorro la strada del Valone e nei pressi di Jamiano mi imbatto nel blocco tedesco .

3 Foglio

dove trovo, legato mani e piedi , il Comp. Stanco Visintin disteso sull’Erba e visibili erano le percosse da lui ricevute dalla sbiraglia che lo aveva fermato , i tedeschi “ o collaborazionisti “ , mi avicinano al Comp. al quale , in tono imperioso, chiedono: conosci questo partigiano? Indicando Andrea , al che il Visintin dice di sì, a questa affermazione positiva gli S.S. insistono per sapere dove si trova la loro base partigiana ma mentre Andrea non vuole scoprirsi come partigiano il Visintin, con fierezza, ebbe a dire : Sentite, voi siete fascisti loro collaboratori, quindi gli, uni e gli altri siete nemici dei nostri popoli ; io sono Partigiano ora vostro prigioniero . Ambedue i Comp. vengono percossi e legati mani dietro la schiena e dopo, circa un’’ora vengono avviati a piedi verso Doberdò direi a Vermegliano scortati da una pattuglia;di tedeschi armati .

Lungo il percorso i Comp. chiesero più volte acqua che le fù negata giunti a Vermegliano gli accompagnatori si , incontrano con altri armti, tedeschi e collaboratori, che bloccovano la via Capitello in attesa di qualcuno; la patuglia che ci accompagna dice Andrea, ci condusse di filato , nella casa di Farfoglia controsegnata con il N. 3 della via Capitello ; al rumore dei passi tedeschi il cane, che si trovava legato nel cortile si speventa mettendosi ad abaiare sinistramentecome sé intuisce qualche grave avvenimento, un tedesco si infastidisce di quel ululato estrae la pistola e spara due colpi al cane uccidendolo e prima di morire emette un urlo siniatro di dolore.

Finita questa bravata i tedeschi spingono in casa i prigionieri, i quali sono legati mani dietro alla schina con il filo di ferro , che vengono nuovamente interrogati da un ufficiale che trovano sul posto , subiscono nuove percosse e quindi gettati in un nagolo distesi sul pavimento .; nel frattempo entrano in casa altri tedeschi accompagnando un altro prigioniero che Andrea conosce , era il Comp. RUDI URSIC con il quale Andrea aveva avuto molti incontri nel movimento partigiano e clandestino nella zona; il comp. era appena fermato sulla via Capitello , un interprete chiede ai due prigionieri : lo conoscete? I comp. rispondono di no gli sgherri, aperto un cassetto , mettono le mani del Comp. Ursich dentro lo stesso chiudendolo , i tedeschi vogliono sapere chi esso è cosa faceva nel luogoe chi erano i suoi amici partigiani , ma il comp. non parla malgrado urlasse dal dolore per la stretta alle mani ; non è finita dice Andrea; mentre stanno insistendo sul Comp. Ursich per carpirle informazioni sul movimento partigiano entrono dalla porta altri tedeschi e collaborazionisti i quali conducono un altro prigioniero in quel momento fermato ; pure in via Capitello , che Andrea conosce benissimo per essersi più volte incontrato con lui in apuntamenti nella latta clandestina; era il Comp. Colarich Natale Boso che vestiva un impermeabile chiaro ed a testa scoperta , il nuovo arrivato viene messo a confronto dei precedenti prigionieri ai quali i tedeschi chiedono: lo conoscete?alla nostra affermazione negativa iniziano a percuoterlo bestialmente in quel momento entra in casa la signorina Celestina Ferfoglia alla quale i tedeschi chiesero : conosci questo signore? Si rispose la ragazza l’ho visto più volte in queste case

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in riunioni clandestine , conosci il suo nome ? no rispose la ragazza lo conosco solo per averlo visto più volte in questi paraggi .

Ormai, dice Andrea, la sentenza di riconoscimento era avvenuta la sbiraglia fascista continuava a perquotere il Comp. Colarich in modo brutale lo perquisiscono di cima a fando e ciò che le viene trovato depongono sul davanzale della finestra in quei ogetti cè una lettera che il Comp. Colarich, aprofittando di un momento di disatenzione dei carnefici, riesce ad afferarla metterla in bocca inghiottirla, il fatto è avvenuto in un attimo dice Andrea, quando i nazzi sti si sono accorti non c’era più nulla della lettera essi si acaniscono contro il Comp purquotendolo selvagiamente e mani nel cassetto il tutto alla presenza dei Comp. e della Ferfoglia ma il comp. non parla, non sa nulla di ciò che le viene chiesto.

Dopo unpò i quattro comp. vengono carricati su un automezzo e condoti a VSOGLIANO, loccalità sopra Sistiana, dove in quel particolare momento si trovava un comando di S.S. la giunti i prigionieri vengono rinchiusi in stale da maiali ;il Colarich fù rinchiuso separatamente in un ripostigliosenza finestra da dove subì spaventose torture ad intervallo di tempo si sentivano urla straccianti , dice il Comp. Andrea, e fra queste urla delle parole “io nonsò niente ma chì ha potuto denunziarmì per cio che non ho fatto, non so niente non so niente ”.

Alla rera dello stesso giorno i Comp. URSICH VISINTIN E MARUSICH vengono prelevati dal porcile per essere portati a Sesana in un altro Comando tedesco e da li diretti al Coroneo di Trieste senza il Comp. Ursichche rimase a Sesana come il Colarich a Visogliano. Andrea non sa più nulla dei due Comp. lui e il Comp. Stanco Visintin vengono prelevati dal carcere, nella II settimana di Giugno del 1944 e deportati in Germania ; nel famigerato campo di sterminio di BUKENVALD dal quale Andrea riesce a ritornare a casa mentre il comp. Stanco Visintin muore di stenti e privazioni di ogni sorte.

Si sapra poi che il Comp. Ursich partì dal Coroneo di Trieste per essere : deportato in germania,ma riesce a fuggire dal convoglio che lo trasportava, nelle vicinanze di Udine , e si presento nella zona appena fuggito cio lo afferma la Leda Blason che attualmente abita a Ronchi dei legionari presso la Trattoria A’aeroporto . La comp. a afferma inoltre che il Ursich il mattino dell’arresto era assieme con il Comp. Colarich , la Leda non è a conoscenza che al momento del fermò dei comp. cì sia tato sparatoria e che il loro fermo è avvenuto alla fine della via Capitello dove i tedeschi e fascisti bloccovano il Crocivia .

i due comp. erano diretti ad una riunione e che certamente sono caduti in una imboscata ,Trappola dice la comp. Leda , l’Ursich che riesce a fuggire dal convoglio che lo doveva deportare in Germania , incontrò la comp; Leda dopo tale fugga le ebbe a dire a proposito del Comp. Colarich che esso era stato ferito mentre era separato da lui a Visogliano ; è stato in quel posto dice l’Ursich che ho potuto osservare che il comp. era ferito in quanto il soprabito chiaro che indossava era macchiato di sangue alla schiena e sul davanti ,pero non amete di aver inteso degli spari

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Ma che il Comp. Colarich subì molte violenza durante gli interrogatori. Dopo la separazione da Visogliano l’Usich non seppe più nulla del Colarich .

Ritengo utile indicare con precisione dove è avvenuto il fermo del Comp. Colarich in quel lontono giorno di Maggio 1944

È proprio all’incrocio della strada che dalla via Capitello a Vermegliano porta a Ronchi a Monfalcone e quindi in piazza dello stesso villaggio.

Le case, dove sono avvenuti i fatti su indicati, sono segnate con un altro nome di via via Pacinotti è,un vicolo che dalla via Capitello si inoltra nella campagna . I N. delle case sono / casa Farfoglia N. 3 casa Visintin n.6 casa Marusich N.16. Nella casa del Comp. Marusich Andrea , mentre lui ero in campo di concentramento, nell’Autuno dello stesso anno , venivano trucidati dai fascisti reppublichini la moglie di Andrea , due giovani partigiani che pernotavano in casa e una Comp. che si trovava lì con la sua bambina di pocchi mesi ,la sola che si salvò .Questa bambina , venuta grande lavora presso la Compagnia Portuale di Monfalcone si chiama Moimas Giordana.

I Comp. Bersa Ruggero ( Calvo) e Ferletti Ottavio (Otto°)che all’epoca facevano parte del C.L.N. della zona , sono concordi nell’affermare che il Comp. Colarich Natale è una vitima dell’attegiamento separatista, che esisteva nella zona , da parte del movimento di liberazione Sloveno nei confronti del C.L.N.

Che il Colarich era inviato dal P.C.I. nella zana affinché si adoperasse per l’unificazione della lotta;frà italiani e Sloveni non essendo possibile ,senza gravi conseguenze, l’esistenza di due correnti distinte per nazionalità essendo unica la lotta e unico il nemico da colpire .

Era evidente che il Colarich, il giorno dell’arresto , si recava ad una riunione di comp. Sloveni la quale doveva aver luogo in una delle case indicate più sopra . Ma il Comp. Ferletti dice che la sera prima dell’arresto ebbe un incontro con il Colarich nel quale si e ra parlato con lui dell’organizz. Dell’attività clandestina per il consolidamento della lotta di Liberazione , non si pronunzio dell’incontro con gli Sloveni ,e pertanto il Ferletti si meravigliò quando seppe dell’arresto del Colarich e nello stesso tempo si preocupava pensando cosa era andato a fare in quel luogo il Comp. Colarich.

N.B. Il Marussich Andrea afferma che al momento del suo arresto avvenuto nelle vicinanze di Jamiano, non sapeva della riunione che i comp. Ursich e Colarich dovevano tenere una riunione a Vermegliano.

Ritenendo utile questa esposizione il Comp. Beltrame si mette a disposizione per qualsiasi chiarimento od ulteriori informazioni

Fraterni Saluti

Valerio Beltrame Via S.Rita N.9 Monfalcone


Note

1 Per le referenze fotografiche, ringrazio sentitamente: il dr. Lugi Gervaso (San Michele al Tagliamento); l’Archivio Centrale dello Stato, Roma. Casellario Politico Centrale: immagini 1, 2, 4, 7, 9; Il Lavoratore: immagini 3 e 5; l’Unità: immagine 8; l’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Fondo Giacuzzo: immagini 6, 9, 10, 11; Il Piccolo: immagine 12. Ringrazio, inoltre, per l’aiuto nella ricerca il Comitato Provinciale ANPI di Gorizia (Monfalcone).

2 Come scrive un solerte critico di tale strategia politica, R. Ursini-Uršič, Attraverso Trieste. Un rivoluzionario pacifista in una città di frontiera, Roma, Studio i, 1996, p. 276, massimi dirigenti del PCI locale, come Frausin e Kolarič, raggiunsero l’area giuliana nell’ottobre 1943 per «impostare il lavoro per la costituzione del CLN, come da direttive tassative della Direzione del PCI per l’Alta Italia».

3 Giorgio Iaksetich nasce a Trieste, in una famiglia operaia, nel 1901. Studente al Politecnico di Torino, qui aderisce prima al socialismo, quindi, al Partito Comunista d’Italia. Perseguitato dal fascismo, è confinato a Ponza. Dopo il rilascio vive clandestinamente in Austria, Svizzera, Belgio, Lussemburgo e Francia. Volontario in Spagna, dopo la vittoria franchista è internato in Francia. Al rientro in Italia, è confinato a Ventotene, che può lasciare solo dopo l’8 settembre 1943. Rientrato nella Giulia, è ricercato dalle polizie nazi-fasciste. Unitosi ai partigiani, tieni i rapporti con col IX Corpus titino per conto dei battaglioni Garibaldi-Trieste e Alma Vivoda. Funzionario comunista nell’Italia repubblicana, muore a Trieste nel 1987.

4 P. Karlsen, La distruzione del PCI e della rete VOS-VDV a Trieste nel 1944 alla luce di documentazione inedita, in “Qualestoria”, 1/2019, p. 108.

5 P. Sema, Siamo rimasti soli. I comunisti del PCI nell’Istria Occidentale dal 1943 al 1946, Gorizia, LEG, 2004, pp. 105-06.

6 Cfr. la trattazione del tema Resistenza e occupazione titina in un’opera di grande diffusione come Il Friuli Venezia Giulia, Enciclopedia tematica, vol. 2, La storia, Milano, Touring Club, 2006, pp. 360-76.

7 P.L. Pallante, Trieste 1944-45: la politica dei comunisti italiani dopo la svolta jugoslava, in “Storia Contemporanea”, 1987, XVII, pp. 1491-1511.

8 Si sofferma sui tagli P. Karlsen, op. cit., p. 100: «Furono così tagliati – scrive – i riferimenti all’archivio di Kolarič, dal quale l’apparato repressivo nazifascista trasse informazioni utili per procedere» con l’azione repressiva. Anticipo già che il documento qui presentato ai lettori, come si potrà leggere in seguito, da un lato conferma che all’atto dell’arresto il dirigente muggesano era in possesso di importanti elenchi. D’altro canto, se prestiamo fede alle stesse testimonianze, l’uso del termine archivio sembra francamente eccessivo.

9 “Il Lavoratore”, lunedì 14 novembre 1949, p. 3.

10 C. Cernigoi, Le due resistenze di Trieste, Dossier n. 51, supplemento al n. 328, a. 2015, de “La Nuova Alabarda”, p. 12.

11 Per una riflessione generale sul tema, segnalo J. Aurell, La scrittura della storia. Dai positivismi ai postmodernismi, Roma, Aracne, 2011.

12 Per esempio L.G. Manenti, La rossa utopia. Luigi Frausin, Natale Kolarič e il comunismo internazionale (1918-1937), in “Qualestoria”, 1/2019, pp. 9-50. In realtà, il saggio è circoscritto alla figura di Frausin.

13 L’opera di uno studioso come Galliano Fogar (1921-2011), per non fare che un nome, la quale meriterebbe un’attenzione esclusiva, sarà qui solo sfiorata.

14 Cfr. J. Topolski, Narrare la storia. Nuovi principi di metodologia storica, con la collaborazione di R. Righini, Milano, Bruno Mondadori, 1997, p. 27 e seg.

15 G. Iaksetich, Quel terribile 1944 a Trieste, in “Confronto”, n. 7, 1975, pp. 26-29. Per un quadro della situazione a più ampio raggio, vedi R. Curci, Via San Nicolò 30. Traditori e traditi nella Trieste nazista, Bologna, Il Mulino, 2015. Inoltre, essenziali sono le pagine di P. Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione, 1943-1945. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, Annali XIII, Milano, Feltrinelli, 1975, p. 153 e seg.

16 SD, Sicherheitsdienst, Servizio di Sicurezza.

17 P. Sema, A. Sola, M. Bibalo, Battaglione Alma Vivoda, Milano, La Pietra, 1975, p. 24 e seg.

18 G. Baumann, Grammars of Identity/Alterity, in G. Baumann, A. Gingrich, ed. by, Grammars of Identity/Alterity. A Structural Approach, New York-Oxford, Berghahn, 2004, pp. 18-50.

19 A. Ara, C. Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Torino, Einaudi, 1987, pp. 147-48.

20 P. Sema, Siamo rimasti soli, op. cit., p. 116. Quella di Vincenzo Marcon è ancora oggi una figura scarsamente approfondita; vedi S. Mauri, Partigiani a Trieste. I gruppi di azione patriottica e Segio Cermeli, Trieste, Hammerle, 2014, nota 7, p. 73.

21 R. Pupo, Trieste ’45, Roma Bari, Laterza, 2010, p. 50.

22 Idem, I giorni di Trieste, Roma Bari, Laterza, 2014, p. 174.

23 Trieste, Steffè Editore, 1965, pp. 173-75. Non si tratta dei fratelli Frausin, ma dello zio (Luigi) e del nipote (Giorgio). Luigi Facchin, membro dei GAP e dirigente del PCI, fu torturato e fucilato presso la Risiera di San Sabba.

24 È quella che A. Sema, Con gli occhi del cacciatore, introduzione a H. Schneider-Bosgard, Bandenkampf. Resistenza e controguerriglia al confine orientale, Gorizia, LEG, 2003, p. 65, definisce e valorizza nella sua narrazione come logica del cui prodest? Precisa Sema che per intuire il senso di alcune vicende «ambigue e spesso altrettanto sanguinose […] basta sostituire alla logica del destino cinico e baro quella del cui prodest?».

25 Istituto “Livio Saranz”, Archivio storico, Serie PCI, Bernetic Marija (1943-1993), b. 9, f. 55, d. 385, foglio 16.

26 P. Sema, Luigi Frausin Natale Kolarič. Figli di Muggia operaia, dirigenti del P.C.I., eroi della Resistenza, Trieste, Federazione autonoma triestina del P.C.I., 1972, p. 71.

27 M. Canali, Le spie del regime, Bologna, Il Mulino, 2004, p. 333, p. 352, p. 782 n. 116, p. 790 n. 220.

28 G. Postogna, Muggia operaia e antifascista. Memorie di un militante, Milano, Vangelista, 1985, p. 166. Arminio Kolaričfu sepolto clandestinamente ad Isola d’Istria. Sulla figura di Arminio/Erminio Kolarič (nome di battaglia Lister) vedi anche P. Sema, A. Sola, M. Bibalo, op. cit., pp. 65-66.

29 Milano, La Pietra, 1968. Il vol. I, A-C, quello in cui compare la voce Colarich, Natale alle pp. 584-85, risulta disponibile in oltre 300 biblioteche.

30 A cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Torino, Einaudi, 2006. La voce Colarich (Kolarič), Natale è alla pp. 806-07.

31 Nel merito dell’efficace infiltrazione poliziesca nell’organizzazione comunista clandestina, sempre istruttive sono le pagine di F. Fucci, Le polizie di Mussolini. La repressione dell’antifascismo nel “ventennio”, Milano, Mursia, 2001 [1985], pp. 208-36 e pp. 253-68. Inoltre, M. Franzinelli, Delatori. Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista, Milano, Mondadori, 2001.

32 La letteratura in materia è ampia; per un’introduzione mi limito a rimandare a P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, 4. Gli anni della clandestinità, parte seconda, Torino, L’Unità-Einaudi, 1996, p. 287 e seg. e C. Natoli, Fascismo democrazia comunismo. Comunisti e socialisti tra le due guerre, Milano, Franco Angeli, 2000, p. 122 e seg.

33 L’episodio a cui alludo è parte di una più complessa vicenda cospirativa diretta da Kolarič e oggetto di una ricerca attualmente in corso. A proposito di Bruno Klun (Coloni), oltre alle carte del Casellario Politico conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, vedi Canali, op. cit., pp. 345-46, e la nota 188 di p. 788, dove è scritto: «Era nato a Trieste nel 1903. Era un marittimo adibito alla sala carbone. Da giovanissimo militò nel Psi, aderendo nel 1921 al partito comunista. Era molto popolare tra i giovani comunisti triestini, dai quali è conosciutissimo e seguito. Fu segretario del circolo giovanile della Città vecchia. La sua propaganda in seno al giovane ceto operaio risultava assai efficace, come era costretto ad ammettere il prefetto di Trieste. Nel 1920 era stato anche una guardia rossa. Klun era nel mirino della polizia fascista e quando furono emanate le leggi fascistissime venne arrestato e inviato al confino per la durata di cinque anni. Liberato nel novembre 1931, veniva arrestato dall’Ovra nel dicembre 1933 ma subito rilasciato perché le accuse si rivelarono infondate. Dal maggio 1936, il prefetto di Trieste comunica che Klun aveva cominciato a dare segni di ravvedimento, ed è probabile che ad allora risalisse la collaborazione con l’Ovra». Riferimenti a Klun anche in A. Pagano, Il confino politico a Lipari, Milano, Franco Angeli, 2003, p. 146 e p. 203. Scampato alla guerra, Bruno Klun/Coloni muore a Trieste il 23 gennaio 1971.

34 Per questi temi mi permetto di rimandare a A. Scartabellati, Poietiche nazionaliste. Un itinerario giuliano tra testi, storiografie, identità, emozioni, Cercenasco (TO), Marco Valerio, 2019, p. 467 e seg.

35 Trieste, Edizioni Italo Svevo, 1995.

36 Un giudizio non solo di Budicin; già Pratolongo nella Relazione da Trieste della fine del 1943 denunciava, con i soprusi subiti dagli italiani da parte dei partigiani slavi, la «tinta troppo sciovinistica degli sloveni»; vedi P. Secchia, op. cit., p. 163.

37 Budicin, op. cit., pp. 51-52.

38 Vedi A. Sema, Ci hanno lasciati soli, op. cit. Il libro si segnala anche per un altro motivo. Nella Seconda Appendice, quella fotografica, alle immagini n. 92 e n. 93 Sema avanza l’ipotesi che anche alla cattura di Kolarič non sia estraneo il tradimento di Mariuccia Laurenti, in seguito compagna di Vincenzo Bianco (v. p. 177 e seg.) al soldo della Gestapo. A pagina 243 Sema scrive che, al momento dell’arresto, il dirigente muggesano «svolgeva un’inchiesta sui sospetti di spionaggio relativi a Mariuccia Laurenti». In realtà, allo stato attuale delle fonti, si tratta di un’ipotesi improbabile.

39 D. Lajolo, Il voltagabbana, Milano, Il Saggiatore, 1963.

40 Come vennero passati, op. cit.; ma vedi anche gli articoli dedicati a Frausin del 24 agosto 1948, pp. 1-2, e del 25 agosto 1948, p. 1.

41 Vittorio Vidali (1900-1983), di famiglia operaia, aderì in gioventù al socialismo e, nel 1921, al PCd’I. Animatore degli Arditi del Popolo a Trieste, è costretto a lasciare l’Italia. Raggiunge l’Algeria, gli Stati Uniti, il Messico, l’Unione Sovietica e la Spagna. Figura di punta del Soccorso Rosso Internazionale, è in prima fila nella guerra civile spagnola. Capo militare, organizza il V° Reggimento collaborando con le “Brigate Internazionali”. Dopo la sconfitta della Repubblica Spagnola si trasferisce in Messico. Rientrato alla fine del 1947, è tra i dirigenti del Partito Comunista a Trieste. Al ritorno del capoluogo sotto sovranità italiana, viene eletto deputato e, quindi, senatore del PCI. Memorialista, è autore di numerose pubblicazioni sulla propria esperienza di combattente antifascista.

42 D. Lajolo, L’assassinio di Frausin, in “l’Unità”, 17 gennaio 1950, p. 3.

43 National Archives and Records Administration, Washington. North Italian Report No. 10, Trieste under Yugoslav occupation, 21 May 1945, 2677Th Regiment OSS (Prov), APO 512, U.S. Army, pp. 17-18. Vedi, inoltre, G. Fogar, Storia di una delazione. Cattura e morte e di Luigi Frausin, in «Qualestoria», n. 1, a. XIII, 1987, p. 8.

44 G. Paladin, La lotta clandestina di Trieste nelle drammatiche vicende del CLN della Venezia Giulia, Udine, Del Bianco, 2004 (1954), p. 80. Corsivo mio.

45 A. Scartabellati, op. cit., p. 46 e seg.

46 C. Schiffrer, Sguardo storico sui rapporti fra Italiani e Slavi nella Venezia Giulia, a cura di M. Battini, Pisa, ETS, 2007 (1945), p. 34.

47 Vedi T.H. Eriksen, Ethnicity and Nationalism, London New York, PlutoPress, 2010, p. 89 e seg.

48 Vedi P. Strčić, Lelio Zustovich e il movimento rivoluzionario dell’Istria tra le due guerre mondiali, in “Quaderni” del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, vol. VII, 1983-1984, pp. 245-57, ma soprattutto P. Sema, Siamo rimasti soli, op. cit., p. 107.

49 P. Secchia, op. cit., p. 164; L. Raito, Il P.C.I. e la Resistenza ai confini orientali d’Italia, Trento, Temi Editrice, 2006, p. 42 e p. 55; A. Sema, op. cit., pp. 66-67.

50 Citato in C. Cernigoi, op. cit., p. 13, che a sua volta richiama una comunicazione pubblicata ne “Il Meridiano di Trieste”, n. 22, del 30/5/74. Allo studio della Cernigoi, reperibile on line, rimando per una trattazione più ampia e generale delle resistenze al nazi-fascismo a Trieste. Da vedere, anche, E. Maserati, L’insurrezione italiana a Trieste e l’intervento jugoslavo, in “Il Movimento di liberazione in Italia”, n. 67, 1962, pp. 31-38.

51 G. Paladin, op. cit., pp. 49-53. Del medesimo parere è A. Sema, op. cit., p 15, che significativamente a supporto della tesi cita Ercole Miani, esponente di quel Partito d’azione a cui apparteneva anche Paladin.

52 Idem, La cospirazione in Venezia Giulia, in “Mercurio”, a. 2, n. 16, dicembre 1945, pp. 255-57. Il corsivo di “ferocia balcanica” è mio.

53 M. Pacor, La collaborazione fra antifascisti italiani e slavi nella Venezia Giulia, 1943-1944, in “Il Movimento di liberazione in Italia”, n. 69, 1962, pp. 49-50.

54 Riprendo la formulazione di P. Karlsen, op. cit., p. 108, nota 65.

55 A. Sema, op. cit., p. 62. Se prestiamo fede alla testimonianza non accusabile di partigianeria della confinata originaria di Sebenico V. Deskovic, l’osservazione può essere estesa a buona parte delle file resistenziali slovene. Scrive la Deskovic, Una Jugoslava a Ventotene, in M. Massara, C. Salinari, a cura di, I comunisti raccontano, 1919-1945, vol. 1, Milano, Teti, 1975, p. 292, con riferimento già ad i primi mesi di guerra: «Il mio compito era anche quello di lavorare con gli sloveni della Venezia Giulia, in maggioranza nazionalisti, che non sempre facevano distinzione tra fascisti e italiani anche se antifascisti».

56 Ecco quello che riporta il sito della Presidenza della Repubblica, sezione Onorificenze: FRAUSIN Luigi. Medaglia d'oro al valor militare. Partigiano combattente. Alla memoria. Motivazione: Patriota di sicura fede, già duramente provato per la sua dedizione all’Italia ed alla Libertà, subito dopo l’armistizio si distingueva in Trieste nell’organizzare la resistenza contro l’invasore tedesco. In circostanze pericolose e nell’esecuzione di temerarie azioni, forniva sicure prove di valore. Caduto in mani tedesche per delazione slava, lungamente e barbaramente torturato, nulla rivelava sulla organizzazione partigiana, sempre mantenendo nobile e fiero contegno. Prelevato dal carcere dai nazisti fu nuovamente seviziato e messo a morte. Zona di Trieste, settembre 1943 - settembre 1944.
COLARICH Natale. Medaglia d'oro al valor militare. Data del conferimento: 12/02/1992. Alla memoria. Motivazione: Scontati 12 anni di carcere al confine, cui era stato condannato dal Tribunale speciale, rientrava a Trieste e partecipava animosamente alla lotta di liberazione. Patriota di sicura fede, già duramente provato per la sua dedizione all'Italia ed alla Libertà, subito dopo l'armistizio si distingueva nello organizzare la resistenza contro l'invasore tedesco. In circostanze pericolose e nell'esecuzione di temerarie azioni, forniva sicure prove di valore. Caduto in mani tedesche per delazione slava, lungamente e barbaramente torturato, nulla rivelava sulla organizzazione partigiana, sempre mantenendo nobile e fiero contegno. Prelevato dal carcere dai nazisti fu nuovamente seviziato e messo a morte. Zona di Trieste, 15 settembre 1943 - 18 giugno 1944.
Curiosamente, al momento della pubblicazione di questo saggio, il sito dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, alla sezione Donne e uomini della Resistenza, mentre richiama criticamente il discorso della delazione slava nel caso di Frausin, ignora il tema nella breve scheda dedicata a Kolarič.

57 L.G. Manenti, op. cit., p. 10.

58 E. Apih, Trieste, con il contributo di G. Sapelli e E. Guagnini, Roma Bari, Laterza, 2015, p. 156.

59 A. Sema, op. cit., p. 14.

60 C. Cernigoi, op. cit., p. 12. UO-DE: Unità Operaia-Delavska Enotnost: formazioni partigiane irregolari binazionali dirette da F. Stoka; EPLJ: Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia.

61 M. Bloch, Storici e storia, Torino, Einaudi, 1997, p. 163.

62 Milano, Vangelista, 1982.

63 G. Fogar, op. cit., pp. 3-27.

64 Ivi, pp. 6-7.

65 Ivi, p. 20.

66 Ivi, p. 22.

67 R. Gualtieri, Prefazione a R. Ursini-Uršič, op. cit., p. XIV.

68 Fuga questa che dà adito a A. Sema, op. cit., p. 73, nota 106, di fare del sarcasmo.

69 R. Ursini-Uršič, op. cit., p. 88, p. 200 e p. 276.

70 Ivi, p. 277. Per Ursini, a differenza di un Frausin dogmatico e poco attento agli equilibri locali, Kolarič, dopo un’indagine sul territorio, matura dei dubbi rispetto alla strategia unitaria dei CLN fatta propria dalla dirigenza comunista. Prima dell’arresto, scrive Ursini, Kolarič andava convincendosi della «inopportunità di dar vita nel monfalconese [con i CLN] ad un duplicato dell’OF in lingua italiana».

71 Ivi, p. 276: durissimo il ritratto riservato a Giorgio Frausin.

72 Ivi, p. 8. Un giudizio ingeneroso se prestiamo fede alle valutazioni di P. Secchia, op. cit., p. 154, che ricorda come Frausin, con Kolarič e Pratolongo, seppe nell’assenza totale di direttive del partito «assumere giuste posizioni non solo sui problemi politici e sindacali, sull’organizzazione delle masse e del movimento partigiano, ma anche sui complessi problemi delle minoranze nazionali nel quadro dell’internazionalismo proletario».

73 R. Ursini-Uršič, op. cit., p. 263. Bisogna aggiungere che si sottrae a questa assenza di autocritica uno straordinario documento politico, il quale, svolgendo un ragionamento a più ampio raggio, fornisce un resoconto genuino della situazione locale generale, e del partito in particolare dopo l’8 settembre. Si tratta della già citata Relazione da Trieste redatta da Oreste, alias Giordano Pratolongo, integralmente pubblicata in P. Secchia, op. cit., pp. 153-170.

74 R. Ursini-Uršič, op. cit., p. 264.

75 Vedi supra la nota n. 24.

76 R. Ursini-Uršič, op. cit., pp. 278/79.

77 A proposito del Visintin qui citato è importante sciogliere un potenziale dubbio. Nell’Indice dei nomi del volume di Ursini-Uršič (op. cit., p. 563) si fa riferimento solo ad un Visintin: Luigi, già dirigente negli anni ’30 del PCd’I, presente a Parigi con Grieco, e firmatario di un accordo che impegnava la dirigenza comunista del litorale a cooperare col Movimento nazionalrivoluzionario degli sloveni e dei croati della Venezia Giulia (p. 101). Ursini-Uršič che, evidentemente, doveva ben conoscere il compagno Luigi Visintin, non gli risparmia severe critiche, sia perché totalmente digiuno di sloveno, sia perché giudicato inadatto per comprendere le ragioni di una terra abitata da tre nazionalità (p. 103). Ebbene: il Visintin di cui si parla nell’episodio della cattura di Kolarič è, evidentemente e nonostante l’Indice dei nomi, un altro Visintin, di cui Ursini-Uršič, purtroppo, non segnala il nome di battesimo prestando il fianco alla confusione. Presentandolo ai lettori, scrive, infatti (p. 275) di un «corriere – certo Visintin, messo a disposizione dell’organizzazione locale». Ciò lascerebbe supporre che il corriere Visintin possa essere Stanco Visentin, l’uomo citato dalla testimonianza presentata in calce ai lettori, arrestato tra i primi quel giorno di maggio del 1944 a Vermegliano, deportato nel lager di Buchenwald con Andrea Marusich (anche lui testimone della cattura di Kolarič) e là deceduto di stenti.

78 Vedi supra la nota 38.

79 Così il titolo del capitolo XXX di R. Ursini-Uršič, op. cit., p. 275 e seg.

80 Ivi, p. 280.

81 Ivi, p. 277.

82 G. Fogar, L’antifascismo operaio monfalconese, op. cit., p. 32: figlio di Angelo, ex combattente degli alpini assassinato nel 1921 da un gruppo di arditi che sfuggiranno alle conseguenze penali del proprio gesto, Valerio Beltrame, con i fratelli, conosce fin da giovane la miseria più nera. Privo della madre, morta durante la fuga da Manzano, paese natio, seguita alla rotta di Caporetto, Valerio lavora nel dopoguerra come contadino fino al 1930, quando trasferitosi a Monfalcone, riesce a farsi assumere al cantiere navale. Qui svolge il suo apprendistato politico, aderendo poi al partito comunista clandestino. Nel 1932 è licenziato; trovato impiego nel porto come scaricatore, vi organizza il Soccorso Rosso ed una cellula clandestina che riprova a sviluppare il lavoro politico dopo l’ondata di arresti del 1935 e 1936. Ripreso il lavoro politico è arrestato nuovamente nel 1942. Carcerato presso il Coroneo di Trieste fino al 1944, dove viene duramente e continuamente pestato, qui incontrerà sia Italico Colussi che Natale Kolarič. Dopo aver preso parte alle ultime fasi della guerra come partigiano, lascerà nel dopoguerra l’Italia per lavorare a Pola. In seguito alla rottura Stalin/Tito finirà nelle galere jugoslave, dalle quali riuscirà fortunosamente ad uscire rientrando in Italia ed impiegandosi presso il porto monfalconese. Sindacalista e consigliere comunale, Valerio Beltrame muore nel 2010 all’età di 97 anni. Vedi anche F. Viola, Morto Beltrame, partigiano e console portuale, in “Il Piccolo”, del 04 febbraio 2010.

83 G. Fogar, L’antifascismo operaio monfalconese, op. cit., vedi ad nomen. Attrezzista navale nel cantiere monfalconese, Ruggero Bersa sarà uno dei maggiori dirigenti del partito comunista locale durante il periodo tra le due guerre, partecipando poi alla Resistenza.

84 Ivi, vedi ad nomen. Di Ronchi dei Legionari, Ottavio Ferletti/Ferlettig/Ferletič, operaio saldatore in Cantiere, fu fin dal 1932 membro della FGC di zona. Condannato al confino, rientra a Monfalcone nel ’39, dove non trova né occupazione né, inizialmente, contatti col resto del movimento antifascistaclandestino. Membro della Brigata Proletaria e dirigente del partito durante la guerra, guarda con perplessità alla scelta pro-Jugoslavia dell’operaismo monfalconese. Sulle figure di Beltrame, Bersa e Ferletti rimando anche alle interviste raccolte in E. Cernigoi, Scelte politiche e identità nazionale ai confini orientali d’Italia dalla Resistenza alla guerra fredda, Udine, Gaspari, 2006. Per Beltrame segnalo di assoluto interesse le pp. 66-68. Infine, rimando al materiale archivistico conservato in A.N.P.I. Comitato Provinciale di Gorizia (Monfalcone), Archivio storico, Serie fascicoli personali: Beltrame, Valerio fascicolo n. 139; Ferletti, Ottavio fascicolo n. 4197; Bersa, Ruggero fascicolo n. 4465.

85 Milano, Vangelista, 1975.

86 Da segnalare che una comunicazione ufficiale del Comune di Muggia del 16 ottobre 1975 dal titolo: Elenco nominativo dei partigiani fucilati, consultabile nell’Archivio dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia di Trieste, b. L, fasc. VIII, riporta come data di morte di Kolarič il 18 giugno 1944. Data che accorcerebbe significativamente la detenzione dello stesso dirigente muggesano. Diversamente ancora, Paolo Sema in La lotta in Istria 1890-1945. Il movimento socialista e il partitio comunista italiano. La sezione di Pirano, Cluet, Trieste 1971, p. 205, fissa la fucilazione al giorno 13 giugno 1944.

87 Vedi ANPI Provinciale di Gorizia (Monfalcone), Archivio storico, Serie Fascicoli Personali, fascicolo n. 2063.

88 M. Bloch, op. cit., p. 167 e p. 178.

89 A. Scartabellati, op. cit., pp. 295-96, pp. 326-27.

90 F. Affergan, Per un’antropopoietica dell’evento, in S. Borutti, U. Fabietti, a cura di, Fra antropologia e storia, Milano, Mursia, 1998, p. 130: «un evento non esiste se non incluso in una narrazione. L’unità di senso evenemenziale non è intrinseca ai fatti stessi, ma a una temporalità dispiegata dalla narrazione. […] I momenti del tempo, soprattutto il prima e il dopo, non provengono da una ontologia della memoria, ma si costruiscono nelle maglie stesse del racconto».

91 Su questi temi, essenziale R. Darnton, L’età dell’informazione. Una guida non convenzionale al Settecento, Milano, Adelphi, 2007, p. 43 e seg.

92 A. Scartabellati, op. cit., p. 460.

93 L. Raito, op. cit., p. 55.

94 Cfr. M. Kilani, Antropologia. Dal locale al globale, Bari, Dedalo, 2011, p. 107 e seg. Inoltre: L. Li Causi, L’antropologia tra etnia e nazione, Ospedaletto (Pisa), Pacini, 2007, pp. 5-52 e P. Scarduelli, Antropologia del nazionalismo. Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Milano-Udine, Mimesis, pp. 7-13.

95 A. Scartabellati, op. cit., p. 461.

96 G. Fogar, op. cit., p. 12. Di «calata slovena» come inquieta preoccupazione dei triestini, in particolare borghesi e piccoli borghesi, parlava anche Giordano Pratolongo già a fine 1943; vedi P. Secchia, op. cit., p. 156.

97 Come ribadisce giustamente T. Todorov in un piccolo testo per altri spunti opinabile: Gli abusi della memoria, Milano, Meltemi, 2018, pp. 51-52.

98 A. Scartabellati, op. cit., p. 322, p. 455, p. 466. In questo senso, decisiva resta la lezione di A.D. Smith: Le origini etniche delle nazioni, Bologna, Il Mulino, 1998 e Le origini culturali delle nazioni, Bologna, Il Mulino, 2010.

99 W. Connor, Etnonazionalismo. Quando e perché emergono le nazioni, Bari, Dedalo, 1995, p. 304 e seg.

100 A. Scartabellati, op. cit., pp. 455-56.

101 Italico Colussi, nato a Pola il 23 novembre 1910, fu un attivista comunista, fin dal 1934 capo di una cellula operaia dei Cantieri monfalconesi e della cellula territoriale di Bistrigna. Nel maggio del 1942 fu tra i primi esponenti del Partito comunista italiano a prendere organici contatti con i resistenti sloveni dell’OF. Arrestato nell’ottobre dello stesso 1942 dietro delazione, fu detenuto nel Coroneo di Trieste, dove venne ripetutamente picchiato. Consegnato ai Tedeschi dopo l’08 settembre 1943, e già seriamente ammalato di cuore, muore in carcere il 24 maggio del 1944. Vedi: G. Fogar, L’antifascismo monfalconese, op. cit., ad nomen; E. Cernigoi, Scelte politiche, op. cit., pp. 67-68; ANPI Provinciale di Gorizia (Monfalcone), Archivio storico, Serie Fascicoli Personali, n. 715.